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Questo è il dilemma! Chi ama il cinema come deve considerare lautocelebrazione tutta americana dello star system che annualmente condiziona soprattutto gli esiti del botteghino? Per semplicità di sintesi, e cercando di non inciampare nel luogo comune, immaginiamo che a dover rispondere al non facile quesito si fronteggino due squadre: il "cinephile" da una parte e il "grande pubblico" dallaltra. Il "cinephile", attento fruitore di cinema (che seleziona con cura e passione), rifiuta con sdegno di annoverare levento tra gli appuntamenti dellanno e considera lOscar alla stregua del marchio delle multinazionali sui prodotti in bella vista al supermercato; in poche parole, una globalizzazione del divertimento da evitare come la peste! Il "grande pubblico", quello che va al cinema una volta o due allanno e mentre pensa di effettuare una scelta non si rende conto di abboccare allamo del marketing, vede negli Oscar, non solo una vetrina luccicante di divi, ma anche un utile strumento per indirizzare le proprie scelte di cosciente consumatore di cinema. Ma cosa premia esattamente lOscar? Agli occhi del "grande pubblico" è la qualità ad essere riconosciuta, mista a sudore, fatica e sacrificio, secondo un modello in progressiva ascesa che ripercorre le immancabili (e ormai monotone) tappe del sogno americano (invariato lobiettivo finale: Vincere! Vincere! Vincere!). Il "cine-phile", invece, non lo prende neanche in considerazione, perché considera lOscar un grossolano fenomeno di massa, un termometro per misurare la fama di divi strapagati, e come tale con poco da spartire con il valore artistico di unopera cinematografica. Cercando una terza via più sfumata, si può pensare allOscar come al calibrato compromesso tra potere e talento, tra la polvere di stelle che riveste di glamour la popolarità e il sottobosco economico che muove con preciso calcolo le proprie pedine. È innegabile che per arrivare a percorrere il tappeto rosso lungo 160 metri sull'Hollywood Boulevard bisogna avere alle spalle il sostegno di una major. Difficilmente il piccolo film di qualità ha lopportunità di farsi strada tra i giganti dellindustria. Se ci riesce è perché un influente produttore ha fiutato il pregio di unopera e la conseguente possibilità di un ritorno economico. Non è quindi la bravura ad emergere, o almeno non sempre e non solo, ma soprattutto la capacità di saper vendere il proprio talento. In poche parole, a fare la differenza è il marketing. Ovvio, quindi, che i colossi hollywoodiani abbiano più possibilità di essere visti, discussi, candidati e premiati. Una porticina viene lasciata aperta anche per i film stranieri ma, occorre ricordarlo, la festa degli Oscar riguarda principalmente il cinema americano e tutte le incursioni estere sono calibrate in modo da risultare magnanime concessioni, mai e poi mai predominanti. Questa è stata ledizione della Nuova Zelanda, ma dietro al trionfo più che annunciato della Terra di Mezzo, il denaro investito batte bandiera americana. Ma procediamo per gradi e vediamo come è andata la serata (ehm nottata, per noi Italiani). Achiviata la sobrietà da tempo di guerra dello scorso anno, la mondanità è tornata ad essere la vera protagonista. La ricetta dei belli in rapida successione con frasetta di rito pre-confezionata, però, si è ripetuta con poca verve: divi in abiti firmati (chissà perché nelle serate di gala essere eleganti equivale a dimostrare sempre e comunque una decina danni in più), risate a denti stretti anche quando cè poco da ridere, discorsi di ringraziamento che includono con poca fantasia lintero albero genealogico e tutti i titoli di coda del film, e un ritmo frenetico a coprire la melensaggine di uno spettacolo ormai vecchiotto, che sembra una versione solo un po meno provinciale e più accattivante del Festival di Sanremo. Questanno, tra laltro, sono state davvero poche le sorprese. Anticipato lo show di un mese, pare per fronteggiare la concorrenza dei Golden Globe attribuiti a inizio anno, le statuette hanno ri-premiato gli stessi artisti celebrati a gennaio dallAssociazione stampa estera. Forse sullassenza di emozioni, nonostante le lacrime e le risate (anchesse parte integrante di una sceneggiatura oliata e funzionante, ma stanca), ha inciso la decisione di posticipare la diretta di cinque secondi per evitare colpi di testa come quello di Janet Jackson durante il SuperBowl. Con il suo seno nudo la cantante ha fatto parlare mezzo mondo, scatenando gli ormoni e le ire di chi non ha avuto nientaltro di meglio a cui pensare. Lombra della censura è stata più volte beffeggiata dal padrone di casa Billy Crystal, che ha cominciato lo spettacolo con la sua ormai classica incursione tra i fotogrammi delle scene madri dei film candidati, in una sorta di lungo e spassoso trailer della serata. Famoso per la sua comicità irriverente, il "presentattore" si è mosso ad arte tra la provocazione ("Tredici anni fa, quando ho fatto gli Oscar per la prima volta, tutto era diverso in America, Bush era presidente, l'economia era un disastro ed eravamo appena usciti da una guerra in Iraq! Incredibile!) e la retorica ("Un saluto alle truppe in giro per il mondo"). Quanto ai film, questanno la sfida era impari, perché era nellaria fin da pri-ma delle nomination che la conclusione della trilogia de "Il Signore degli Anelli" avrebbe monopolizzato i premi. E così è stato. Il film di Peter Jackson è infatti riuscito nella non facile impresa di trasformare in altrettanti Oscar tutte le undici candidature, raggiungendo il record di "Titanic" e "Ben Hur". Nelle poche categorie lasciate libere dalla saga tolkeniana, i premi sono stati equamente spartiti. Due gli Oscar vinti dal diretto concorrente "Master and Commander" di Peter Weir (Fotografia e Sonoro); due anche per il sopravvalutato "Mystic River" di Clint Eastwood (Attore protagonista, Sean Penn e Non protagonista, Tim Robbins); uno per "Ritorno a Cold Mountain" (la tutta-moine Renée Zel-lweger come migliore Attrice non protagonista); uno per "Monster" (Attrice protagonista, Charlize Theron) seguendo il copione tutto hollywoodiano dellattore disposto con il trucco ad annullarsi nel personaggio, nel caso specifico da modella super-bella (nonostante ormai lo abbia tolto dal curriculum, il sedere che, complice un filo della gonna impigliato, compariva nello spot Martini era il suo) a serial-killer brutta e cattiva. Un Oscar è andato anche alla timida Sofia Coppola (figlia di cotanto padre Francis Ford) per la Sceneggiatura di "Lost in Translation", definito ironicamente da Billy Crystal "il film preferito da Arnold Schwarzenegger" per i proverbiali difetti di pronuncia dellattore austriaco, ora governatore della California. Ce lhanno fatta pure "Alla ricerca di Nemo", che ha meritato il premio come miglior Film di animazione e lintenso "Le invasioni barbariche" di Denys Arcand, vincitore nella sezione "Film straniero"; la delegazione, ritirando il premio, ha causticamente ringraziato "Peter Jackson e la Nuova Zelanda per non essere stati in concorso nella categoria Film straniero". Tra i discorsi dei vincitori, quasi tutti entro i quarantacinque secondi stabiliti, poche le pillole di saggezza e molte le banalità. A dir poco monotona la successione di patriottici riferimenti alla Nuova Zelanda dei vari premiati per "Il Signore degli Anelli". Poco brillanti anche, durante i monologhi dei premiati, gli stacchi di regia stile "Grande Fratello" sui parenti (consorti e/o genitori) in lacrime, infagottati in abiti sobri come Uova di Pasqua. Anche i divi più politicamente impegnati hanno deluso le aspettative. Tim Robbins, attivamente impegnato a sinistra con la moglie Susan Sarandon, ha lanciato un appello contro il silenzio che di solito protegge gli abusi sessuali: "In questo film sono vittima di una violenza sessuale! Se sei lì fuori e hai subìto questa tragedia, non c'è vergogna né debolezza nel cercare aiuto! Può essere l'unica cosa da fare per fermare il ciclo della violenza". Ma a deludere maggiormente è lex-arrabbiato Sean Penn (fingendo di interpretare un suo pensiero Billy Crystal dice "La serata degli Oscar? Lunico posto da cui non sono ancora stato cacciato!)". Lattore, bravo ma vittima di ruoli grevi, urlanti e a rischio gigioneria (nel finale di "My-stic River", in spolverino di pelle nera e occhialoni, sembra Bono degli U2), si presenta agli Oscar mogio, pensoso e inaspettatamente conciliante. Già colpisce la sua partecipazione (per le tre candidature precedenti non si era nemmeno presentato), ma a smontare definitivamente è il tono pacato e benevolo delle sue dichiarazioni: per il regista Clint Eastwood ("Un uomo è entrato professionalmente e umanamente nella mia vita") per la bella moglie Robin Wright ("Sei la mia fonte continua di ispirazione"), per gli altri candidati ("Sono tutti grandi attori"). Tanto che la nota polemica ("Se cè una cosa che gli attori sanno, oltre al fatto che non esistevano armi di distruzione di massa, è che nel nostro mestiere il migliore non esiste") scivola via senza lasciare strascichi. Unaltra stoccata allammini-strazione Bush arriva da Errol Morris, vincitore per il Documentario "The Fog of War", incentrato sullesperienza del generale Robert McNamara durante il cruento conflitto in Vietnam. Il regista dichiara "Milioni di persone sono morte nella guerra in Vietnam e oggi stiamo andando sulla stessa strada! Se attraverso The Fog of War la gente riuscirà a fermarsi un attimo e a riflettere, forse allora vorrà dire che ho fatto qualche cosa di buono!". Ma il "Vergogna!" di Michael Moore dellanno scorso aveva un impatto molto più forte! Dopo i consueti omaggi agli attori deceduti durante lanno, in particolare gli indimenticabili Katharine Hepburn e Gregory Peck, e lOscar alla carriera a Blake Edwards (in un grottesco finto incidente sulla sedia a rotelle che a molti è parso divertente), la serata si è conclusa con Peter Jackson (miglior Regista) e tutti i connazionali premiati, insieme sul palco per festeggiare il trionfo de "Il Signore degli Anelli Il ritorno del Re" (miglior Film). La lingua affilata di Billy Crystal non ha potuto che constatare "È ufficiale! Non cè più nessuno da ringraziare in Nuova Zelanda!" E mentre ormai albeggia, il sole calante della California cede il passo ai fiocchi di neve che imbiancano lItalia. Il "cinephile" ha dormito come un ghiro mentre il "grande pubblico" è stato incollato tut-ta la notte al televisore, appuntando su un notes i nomi dei vincitori. Chi ha avuto ragione? A voi lardua sentenza!
IL RITORNO DEL RE Titolo originale: The Lord of the Rings - The Return
of the King (Oscar) Paese: USA/Nuova Zelanda Costumi: Ngila Dickson, Richard Taylor (Oscar) Trucco: Richard Taylor, Peter King (Oscar) Effetti visivi: Jim Rygiel, Randall William Cook, Joe Letteri, Alex Funke (Oscar) Sonoro: Christopher Boyes, Michael Semanick, Michael Hedges, Hammond Peek (Oscar) Canzone: "Into the West", di Fran Walsh, Howard
Shore e Annie Lenox (Oscar) Più che un film, un evento mediatico, un vero e proprio fenomeno di massa che, superando le più rosee aspettative al botteghino, ha dato voce (ma soprattutto pupille) al bisogno di fuga dal poco rassicurante quotidiano di buona parte della platea mondiale. Ed è davvero curioso vedere intere generazioni di spettatori in docile sottomissione alle coordinate, non poi così immediate, della Terra di Mezzo. Tutti desiderosi di conoscere la fine di un'avventura iniziata sullo schermo più di due anni fa e che ha accompagnato fino ad oggi la magia, molto più terrena, del succedersi inesorabile delle giornate. Il primo film, il più riuscito della trilogia, ha aperto la strada alla saga con una narrazione compatta, fondendo con peculiare equilibrio i prodigi tecnici e il lato umano dei personaggi. Con il secondo episodio, forse il più difficile per la sua fisiologica funzione di raccordo, qualche cosa nei risvolti psicologici si perde, ma il Gollum di parziale sintesi, unito all'epicità del racconto, mantiene saldo l'incanto. Arrivati al capitolo finale, c'è la necessità di tirare le fila della storia (e qualche lungaggine mista ad ingenuità nei dialoghi si fa sentire), ma Peter Jackson si fa lungimirante interprete delle esigenze di un pubblico famelico di effetti speciali non privi di sostanza. E così orchestra la conclusione sull'attesa (diciamolo, eccessiva) prima della potente resa dei conti. Sono quindi tre i momenti in cui è possibile suddividere il lungometraggio: la preparazione, la grande battaglia e la conclusione; parte, quest'ultima, dagli esiti ridondanti, con una successione di non-finali che smorza il pathos di addii e onorificenze. Tanto che la parola fine, dopo tre ore e venti minuti di proiezione, è salutata, nonostante l'affezione verso i protagonisti divenuti eroi, con un "Ohh!" di incredula liberazione. È comunque il senso di meraviglia il collante delle varie sequenze, tutte improntate alla maestosità dell'avventura. Solo i fan, o chi in questi tre anni ha avuto voglia di studiarsi il complicato mondo della Terra di Mezzo, potranno capire a fondo le motivazioni dei personaggi. Gli altri, grazie ai diversi livelli di profondità della sceneggiatura, riusciranno comunque a non perdersi tra le molteplici etnie e a godere principalmente della sublime efficacia dell'impianto visivo. È con un "ohh!", questa volta di stupore, che si segue lo spettacolare arrivo di Gandalf a Minas Tirith, e l'"ohh!" aggiunge nuove vocali nella trepidazione che accompagna l'ascesa di Frodo e Sam tra le rocce, nelle viscide mani dell'infido Gollum. Le vocali raggiungono poi sonorità sibilanti quando giganteggia il mostruoso ragno, fino a zittirsi davanti all'imponenza della battaglia in energica progressione, dove draghi e olifanti si uniscono a razze di ogni specie prima che la iattura dell'anello riesca finalmente a dissiparsi. In gioco c'è la salvezza o la rovina totale, e la regia predilige i toni cupi di un'atmosfera vicina al crepuscolo, perfettamente coadiuvata dalla fotografia livida di Andrew Lesnie. Un po' datata solo la resa ectoplasmica dei "non-morti", che riempie lo schermo ma lascia eccessive tracce di pixel. Tra i personaggi, oltre alla scissione di Gollum (che resta la creatura più riuscita), ai turbamenti di Frodo, alla prestanza di Aragorn e al carisma di Gandalf, è il momento di Sam, vero artefice della vittoria, e colpisce la breve ma spaventosa maschera di Whitch King, comandante della flotta dei draghi. Gli interpreti continuano a ben rappresentare le dinamiche dei personaggi che incarnano. Gli uomini sono meglio delle donne, ridotte a puro ornamento, fatta eccezione per la guerriera Miranda Otto (Liv Tyler e Cate Blanchett hanno trovato nel film un provvidenziale vitalizio, facendo poco o nulla e ritagliandosi un posto nella leggenda). A questo punto, a degna conclusione della favola, arriva anche l'Oscar. Anche se non sarà l'ambita statuetta, cassa di risonanza più commerciale che artistica, a determinare il valore di un'opera che, volenti o nolenti, ha cambiato, rivitalizzandoli, i canoni estetici del genere fantasy. |
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