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Cittanòva blues

                                              recensione di Luciano Nicolini

Copertina del libro "Cittanòva blues" di Francesco Guccini

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Da pochi mesi, nelle librerie, è possibile acquistare il romanzo di Francesco Guccini "Cittanòva blues" (Mondadori, 2003). Dopo il successo di "Cròniche epafàniche" (1989), nel quale descriveva l’Appennino della sua infanzia, e i riconoscimenti ottenuti con "Vacca d’un cane" (1993), libro a mio parere ancor più riuscito, nel quale ci ha raccontato l’adolescenza trascorsa a Modena, il cantautore trova la forza di parlarci dell’arrivo a Bologna, e delle prime esperienze nella città che l’ha incoronato suo vate.

Il romanzo si legge con piacere, ma meno dei due che lo precedono cronologicamente.

Difficile spiegare perchè: probabilmente perchè, in fondo, di quella Bologna, di quegli anni, Guccini parla poco.

Non credo sia un caso se, nella parte iniziale, si dilunga sulle spassose, ma assai comuni, esperienze da militare, e se, procedendo, dedica tanto spazio alla propria, diciamo così, "educazione sentimentale".

Probabilmente, tutto questo si spiega col fatto che è difficile parlare di avvenimenti intorno ai quali si discute ancora animatamente e di persone, viventi, che erano già adulte all’epoca. Leggendo di sè stesse, queste non potrebbero limitarsi a riderne, come si è abituati a fare quando si tratta delle proprie avventure infantili...

Insomma, mi aspettavo, forse a torto, qualcosa di diverso. Ma c’è comunque un capitolo che, da solo, vale l’acquisto del libro: quello dedicato al "Centoscudi" (= la mitica Fiat 500).

Imperdibile!

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