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  Facciamo i nomi  

 

                       

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E' stato pubblicato, sul "Manifesto" del 19/2/2004, questo bell’editoriale di Domenico Starnone. Pur non condividendolo interamente, lo ripubblichiamo, per i nostri lettori, in quanto ci sembra meriti di essere conosciuto. E meditato...


"Abbiamo appreso di recente dai giornali che un professore italiano, Marcello Simonetta, docente non in Italia, naturalmente, ma in Usa, ha fatto luce sulla sanguinosa congiura dei Pazzi in Firenze (1478). Questa buona notizia ci ha suggerito un dubbio non buono. Ci vorranno cinquecentoventisei anni, più di mezzo millennio, per fare un po' di luce anche su vicende italiane più recenti? Da come passa vanamente il tempo si direbbe di sì. "Io so" scriveva Pasolini nel 1974 in uno scritto corsaro famoso. Lui dichiarava pubblicamente di sapere chi erano i mandanti di tutte le peggiori porcherie d'Italia, tasselli nazionali dentro intrighi internazionali, immondizia su immondizia. Sapeva ma senza prove e senza indizi, solo in virtù del suo mestiere di intellettuale, di romanziere che progetta romanzi. Questo naturalmente non bastava. La sua verità politica era carta straccia per la pratica politica corrente, per il gioco delle connivenze giocato con diplomazia tra maggioranza e opposizione in nome di ciò che è opportuno dire o fare e di ciò che non lo è. Da allora sono passati trent'anni e nessun professore foss'anche emigrato in Usa ha esibito fino ad ora carte fondamentali, ma anzi i golpes, come scriveva Pasolini nelle prime righe del suo articolo, oggi non sono nemmeno più prove di colpo di stato. Quel coraggioso "io so" è sempre più lontano dal diventare un noi sappiamo. Forse però il problema è proprio lì. Pasolini sapeva, ma non sapeva veramente. È abbastanza raro infatti che gli intellettuali, anche quando non sono servi, sappiano veramente; il loro è un sapere che si manifesta nella costruzione logica, nella coerenza poetica della finzione. La loro verità è la verità dell'immaginazione. Cosa fondamentale ma non sufficiente. Forse è tempo di andare oltre. Il sistema delle vessazioni, della truffa, del saccheggio, dell'avvelenamento, delle guerre e del sangue ha bisogno, com'è noto, di rotelle che lo facciano funzionare.

Ogni mala azione studiata e goduta in alto, quando viene alla luce rivela presto un piccolo esercito di uscieri, ragionieri, passacarte, mezze maniche, esecutori di ogni genere e tipologia. Quelli siamo noi, gente comune, finita a guadagnarsi la vita assistendo ad azioni più o meno ripugnanti e a volte compiendole per viltà o necessità. Siamo le ultime ruote del carro insomma, ma come in genere accade alle ultime ruote, conosciamo il percorso comunque, ciottolo dietro ciottolo. Siamo in molti a sapere veramente. Siamo dappertutto. Sappiamo come sanno le ultime ruote del carro, ma sappiamo.

Sappiamo cosa accade nei luoghi veri, alti e bassi, della gestione del potere. Sappiamo cosa accade veramente nelle banche, nelle industrie, nella circolazione mercantile, nelle istituzioni pubbliche, negli istituti privati, nella sanità, nella ricerca, nell'università, nelle televisioni, nei giornali, nella circolazione degli armamenti, in ogni angolo della gestione truccata della vita associata, in ogni tana misteriosa, legale e illegale, dove si preparano piccoli e grandi misfatti. Lo sappiamo per esperienza diretta, esperienza di attori fuori ruolo, di martiri conniventi.

Siamo in molti e fatti a strati contraddittori. Pensiamo una cosa, ne facciamo un'altra, soffriamo per averla fatta; ma ci sentiamo addosso la pressione gerarchica, intorno la miseria che monta e pensiamo che non potevamo non farla. Abbiamo credenze che stridono con l'ingranaggio dentro cui siamo finiti e di cui siamo rotelle. Ci sentiamo puliti ma non come vorremmo essere; siamo obbligati a comportamenti non lineari; custodiamo cinque o sei io contemporaneamente e tutti con insanabili ferite narcisistiche; ci è difficile ricavare dalla nostra vita, dal tempo che passa, un racconto lindo ed esemplare. E però questa è la nostra potenziale ricchezza. Questo fa di noi - infelici molti - persone silenziose che sanno veramente. Forse è tempo di averne consapevolezza e cominciare a parlare, a fare nomi.

Accorciamo i tempi lunghissimi della verità. Non è delazione, non è sputare nel piatto in cui si mangia. È narrazione politica senza le bugie dell'opportunità. Se non abbiamo il coraggio delle nostre parole vere, affidiamole a chi le usa di mestiere e vediamo se vuol sapere davvero e prendersene la responsabilità o si preoccupa solo delle sue quotazioni sul mercato dell'intelligenza. Non teniamo più il segreto: industriale, militare, bancario, di stato, di partito, di corporazione. Quell'articolo di Pasolini scritto 30 anni fa forse chiedeva soprattutto questo".

 

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