Barra di navigazione

 

Un'economia alternativa è possibile?

di Luciano Nicolini

 

sei in Cenerentola>archivio>numero31>per il dibattito

E’ questo il titolo di un lungo testo, a firma Sandra Cangemi, che è apparso recentemente nel sito internet del Circolo Ponte della Ghisolfa (www.ecn.org/ponte). Su di esso vorrei fare alcune considerazioni, non perchè dica cose particolarmente nuove, ma perchè compendia discorsi che fanno capolino, periodicamente, all’interno dei dibattiti della sinistra più radicale.

"L'articolo – avvertono i compagni del Ponte - non rispecchia le nostre posizioni, ma troviamo utile pubblicarlo come materiale di informazione e discussione". Non spiegano però i motivi del loro dissenso, per cui dovrete accontentarvi di conoscere quelli del mio.

Lo scritto della Cangemi, troppo lungo per essere riportato integralmente su Cenerentola, può, a mio parere, essere diviso in cinque parti: nella prima, intitolata "donne del mondo eco-solidale", è contenuta una descrizione del modo in cui alcune donne sbarcano il lunario; nella seconda troviamo una critica, largamente condivisibile, del sistema capitalistico; nella terza si cerca di dimostrare, sulla base di elementi piuttosto deboli, come le economie tradizionali indigene d’Africa, Asia e America Latina fossero sostanzialmente rispettose dell’ambiente e degli uomini; nella quarta sono riportate alcune idee di Euclides Andrè Mance (consulente di Lula) e di Francesco Gesuladi circa l’economia alternativa; nella quinta, dopo una rassegna di quanto si sta muovendo in Italia, l’autrice arriva a concludere che: "insomma, un'altra economia è possibile. Anzi, è già in costruzione".

Comincio col commentare la prima parte, che riporto di seguito:

 

"Ana ha 23 anni e vive a Fortaleza, nel povero Nordest brasiliano. Prima sopravviveva vendendo dolci e frutta per strada. Oggi ha un lavoro e persino una carta di credito. Solo che il suo lavoro e anche la sua carta di credito sono un po' speciali. Ana lavora in una cooperativa che produce pane; la cooperativa acquista la farina (biologica) da un insediamento di Sem Terra e il pane viene rivenduto a un'altra cooperativa di acquisti collettivi, nello stesso bairro popolare. La carta di credito di Ana si chiama Credsol (dove "sol" sta per solidarietà) che permette di fare acquisti solo all'interno del circuito dell'economia solidale ed è riservata alla popolazione a basso reddito. Rosario è argentina e vive alla periferia di Buenos Aires. Lavora in una piccola fabbrica di sapone che è stata abbandonata dai proprietari due anni fa, all'epoca della grande crisi, e attualmente è gestita dagli operai, che sono riusciti a trovare credito presso una banca popolare e rivendono parte della loro produzione a gruppi di consumo solidale. Non solo: parte di quello che le serve per vivere se lo procura tramite un "club del trueque", club del baratto. Lei porta i suoi ortaggi, le sue marmellate, le sue torte e i suoi maglioni e in cambio prende formaggio, scarpe, miele o qualunque altra cosa le serva. Myra, 40 anni, vive in un villaggio del Tamil Nadu, in India. È un villaggio che ha adottato i metodi dell'Assefa, una organizzazione non governativa che applica i principi gandhiani: economia comunitaria, autosufficienza di villaggio, benessere per tutti.

L'attività principale del villaggio è la produzione di capi di cotone, a ciclo chiuso: il cotone viene coltivato, raccolto,mtrasformato in teli e poi in camicie, vestiti, tovaglie, lenzuola, che vengono acquistati da altri villaggi seguiti da Assefa e dai negozi kadhi, una sorta di circuito di botteghe solidali che vendono prodotti locali. Ma buona parte delle esigenze di Myra e della sua famiglia vengono soddisfatte dalla produzione del piccolo orto, delle cinque galline e delle due capre di loro proprietà. Oltre a occuparsi della casa, dei figli, dell'orto e degli animali, Myra contribuisce in vario modo ai bisogni della comunità: tesse il cotone, fa la maestra nella piccola scuola elementare e fa parte del Consiglio delle donne del villaggio. In cambio, riceve dalla collettività un reddito sufficiente a coprire tutti i suoi bisogni fondamentali. Silvia, 35 anni, abita a Milano. Lavora in una bottega del commercio equo, fa parte di un Gas (gruppo di acquisto solidale), ha il conto corrente (molto esile...) in Banca Etica e quando, di rado, può permettersi un viaggio sceglie quelli organizzati dalla cooperativa di commercio equo per cui lavora insieme a un'agenzia di turismo responsabile. Fa anche parte di una banca del tempo, i cui membri si scambiano servizi usando come unità di misura il tempo e non il denaro: dato che il suo stipendio è piuttosto ridotto, se ha bisogno di una piccola riparazione in casa o di una baby sitter si rivolge a un altro membro della banca, e lei dal canto suo, fornisce un numero equivalente di ore in lezioni di spagnolo, cura di cani e gatti e produzione di focacce e torte salate.

Che cosa hanno in comune Ana, Rosario, Myra e Silvia? Tutte e quattro fanno parte di circuiti di economia solidale. Una realtà, non un'utopia, che si sta sperimentando in molte parti del mondo. E una realtà in crescita, che contraddice in pieno i sacri dogmi dell'economia liberista: in particolare la teoria dell'homo oeconomicus, quel soggetto avido ed egoista tanto amato dagli economisti che pensa solo a massimizzare il proprio interesse individuale".

Francamente, non capisco che cosa ci sia di speciale nel lavoro di Ana. Di speciale mi pare ci sia solo la carta di credito che, a differenza di quelle delle nostre fornaie, le "permette di fare acquisti solo all’interno del circuito dell’economia solidale".

Meno normale è la situazione di Rosario, in quanto lavora, se ben capisco, all’interno di una fabbrica autogestita. Ma solo perchè "è stata abbandonata dai proprietari", il che fa pensare non fosse molto redditizia, come dimostra, del resto, il fatto che, per vivere, Rosario deve produrre anche ortaggi, marmellate e maglioni.

Più interessante sembrerebbe la vita di Myra, che vive in un villaggio retto da princìpi gandhiani. Anche qui, tuttavia, princìpi a parte, non sembra esserci molta trippa per i gatti: Myra tesse, si occupa della casa e dei figli, bada all’orto e agli animali, insegna nella scuola elementare e "in cambio, riceve dalla collettività un reddito sufficiente a coprire tutti i suoi bisogni fondamentali".

Quanto a Silvia, se ho ben capito, fa la commessa. Ha pochi soldi nel conto corrente, di rado può permettersi un viaggio, e quando ha bisogno di una piccola riparazione o di una baby-sitter è costretta a offrire in cambio lezioni, torte, focacce e, addirittura, cura di cani e gatti.

Che cosa hanno in comune Ana, Rosario, Myra e Silvia? Una vitaccia, direi. Non diversa da quella di molti altri proletari. Di alternativo ci sono, forse, le intenzioni e, nel migliore dei casi, l’acquisizione di capacità gestionali necessarie, ma non sufficienti, per costruire un diverso sistema economico.

Sulla seconda e terza parte dello scritto di Sandra Cangemi non mi dilungo. Ho già detto brevemente all’inizio dell’articolo. Passo invece alla quarta parte, nella quale sono riportate sommariamente le idee di Euclides Andrè Mance e, un poco più estesamente, quelle di Francesco Gesualdi, fondatore del Centro nuovo modello di sviluppo, che sull'argomento – ci informa l’autrice - ha organizzato, nell'agosto scorso, un seminario di cinque giorni.

"Si può immaginare – afferma Gesualdi - l'emergere di due economie: una pubblica, che ha il compito di garantire le risposte ai bisogni essenziali (e quindi cibo, acqua, casa, vestiti, scuola, assistenza sanitaria, energia, informazione e comunicazione, trasporti), ha la priorità nell'assegnazione delle risorse, funziona sulla base del principio della solidarietà e di una programmazione economica condivisa e partecipata; l'altra, privata e basata sul principio del libero mercato, dovrebbe occuparsi solo dei "desideri", dei beni e servizi superflui o comunque facoltativi, ma avrebbe un ruolo subalterno e sarebbe rigidamente regolamentata in base a principi di responsabilità sociale e ambientale, attraverso un sistema fiscale e di credito (formato da banche pubbliche e gestite da comitati popolari) che incentivi i comportamenti corretti e punisca quelli scorretti".

Qui intravedo, sia pure con fatica, un progetto di economia veramente alternativa: il discorso si fa più interessante, e meriterebbe d’essere approfondito.

Ma come potrebbe verificarsi questo "emergere" cui si fa riferimento?

E’ sufficiente costruire cooperative e gruppi d’acquisto?

Oppure occorre socializzare le terre e i mezzi di produzione?

Per un socialista la risposta dovrebbe essere ovvia. Meno ovvio è come arrivarci.

Inizio pagina