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La rivoluzione privilegia i contenuti

di Dario Renzi

Parigi 1968: corteo verso la Sorbona

 

Molto "più complicata di quanto non si creda"!

di Luciano Nicolini

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La rivoluzione privilegia i contenuti

Provare a mettere seriamente in discussione la democrazia, a definirla innanzitutto, quindi a verificarne principi e postulati, a misurarne il percorso e le prospettive è cosa più complicata di quanto non si creda. Si tratta di affrontare un tabù consolidato culturalmente, oltreché istintivamente e praticamente, anche per coloro i quali si battono per una trasformazione profonda della società. Lo sapevamo quando abbiamo deciso di pubblicare "Democrazia. Un orizzonte insuperabile?", anzi è stata una delle ragioni che ci ha indotto a questa scelta, incalzati dalla nostra editrice Sara Morace. Ci rendevamo conto che bisognava porre il problema sul tappeto, lanciare un sasso nello stagno, operare una provocazione teorica. La prima presentazione del testo, nell'ambito del convegno di Assisi a luglio 2003, poi il tour svolto in alcune città italiane a novembre, ci hanno confermato le difficoltà connesse alla questione mostrandoci al contempo l'importanza che essa riveste, una volta che la si comincia a svelare, per tanti interlocutori di diversa estrazione. In queste scadenze sono cominciati già ad emergere temi e problemi di vario tipo, ora la recensione di Luciano Nicolini (pubblicata su "Cenerentola" n. 28) ci fornisce l'opportunità di cominciare un dibattito scritto sviluppando e precisando ulteriormente la riflessione.

Facendolo prendiamo coscienza, come ci ha acutamente segnalato un compagno napoletano, di aprirci nel vuoto, di sfidare i sedimenti della cultura e della civiltà occidentale di cui siamo comunque figli sia pure irrequieti. Ovvero: non abbiamo noi più di altri "l'alternativa" già organicamente dispiegata, al massimo proviamo a cercarla. Questo non dovrebbe essere considerato un handicap, poiché il progetto dell'autoemancipazione dovrebbe svolgersi e ridefinirsi costantemente. Così ci auspichiamo possa svolgersi la riflessione più ampia e polifonica, per contribuire a dispiegare e rendere organica la riflessione.

Il contributo di Luciano Nicolini, ha stimolato la mia riflessione lasciandomi però una strana sensazione: il suo cipiglio polemico mi sembra contrastare con quanto scrive. In molti aspetti che tratta o accenna ho ravvisato confluenze se non accordi con le tesi che sostengo, forse talvolta date troppo per scontate. Ma non voglio scivolare nel consensualismo più di quanto mi interessa esasperare gli eventuali contrasti: ulteriori punti di accordo e disaccordo saranno probabilmente chiariti da altri interventi nel corso del dibattito.

Luciano dice chiaramente "i motivi dello sconcerto": riguardano ciò che egli chiama "democrazia radicale", accusandomi (giustamente) di non prenderla nemmeno in considerazione. Non ho trattato della "democrazia radicale" perché effettivamente non ha, a mio avviso, una dimensione propria, autonoma, quindi chiaramente definibile e valutabile. Sintomaticamente Luciano stesso ha posto generalmente il titolo, senza argomentare di cosa si tratta, limitandosi a definirlo "un progetto basato sul principio della sovranità popolare esercitata attraverso rappresentanti, per la quale, negli ultimi secoli, centinaia di migliaia di uomini hanno sacrificato la vita..."

Credo siamo di fronte ad una questione di classificazione, innanzitutto. Parlando di democrazia facciamo riferimento ad una forma, anzi ad una variante, di grande e relativamente recente successo, della forma politica, cioè di una delle modalità in cui si è espresso il fare ed il farsi negativo della specie umana. La forma politica democratica va vista in chiave storica e sociale. Una tale ricostruzione non merita assolutamente di essere sottovalutata, tramite essa è possibile comprendere che siamo di fronte ad uno dei punti di approdo del processo del potere politico, certamente non il più importante, dal punto di vista della dimensione spazio-temporale della sua affermazione, ancora fino a qualche decennio fa. Democrazia come variante rivoluzionaria, nazionale e borghese dello statalismo occidentale: questo ci dice la vicenda storica. Fino alla seconda guerra mondiale inclusa, il regime che oggi va per la maggiore era largamente sconosciuto o ignorato nella stragrande maggioranza dei luoghi e dalla stragrande maggioranza dei popoli del mondo: la questione mi sembra della massima rilevanza, non solo in generale ma anche in rapporto al problema posto da Nicolini.

Per che cosa si battevano quelle centinaia di migliaia a cui fa riferimento il nostro garbato critico? Certamente per cambiare le proprie condizioni di esistenza, materiali e morali, per abbattere il vecchio regime oppressivo, qualunque esso fosse, per emanciparsi dalla schiavitù o dal lavoro alienato, per ciò che consideravano i propri diritti, per realizzare i propri sogni di autotrasformazione e di felicità. Nelle lotte, negli scioperi, nelle insurrezioni, nelle rivoluzioni che si operavano per questi contenuti, che abbiamo indicato sommariamente, è potuto succedere che la volontà di decidere in proprio su tutto e di autogovernarsi assumesse una forma empirica che genericamente possiamo chiamare democratica. Ma questa "democrazia" non ha nulla a che fare con la forma politica organica e addirittura "scientifica" della democrazia borghese e non è in alcun modo una strategia di "democrazia radicale". Casomai rappresenta l' approssimazione pratica ad un programma di democrazia diretta, consiliare o comunale, che rappresenta la via possibile per la riorganizzazione della società e dell'esistenza. La prova statistica è probante: sta precisamente nel fatto che la gran parte delle rivolte e rivoluzioni non sapevano neppure cosa fosse la democrazia, tantomeno avevano un progetto democratico. Limitandoci alle rivoluzioni della modernità e della contemporaneità, che concernono l'occidente: troviamo traccia di un progetto di "democrazia radicale"? Qualcuna, in settori limitati di avanguardie che si ingannavano, ma la schiacciante maggioranza dei protagonisti non pensavano affatto in questi termini: cercavano di affermare i propri bisogni essenziali ed esistenziali, praticando in diversi modi la democrazia diretta come completamento e preparazione dell'azione diretta. Appunto democrazia diretta che è cosa affatto differente da democrazia radicale, o no? E' questo il dubbio che può sorgere leggendo alcuni passaggi del testo di Luciano. Ma il suo ragionamento ci invita all’approfondimento, quando accenna alla questione delle istituzioni alla fine del suo articolo. Infatti se rimaniamo rigorosamente sulla definizione della democrazia come forma politica, ci rendiamo conto dell'autentica natura transitoria della democrazia diretta e dei suoi organismi, per la stessa concezione che ne scaturisce dai protagonisti. Certo transizione lunga, complessa ed in ogni caso possibile e non necessaria, tra l'altro sappiamo chi e perché ha voluto organicamente codificare ed istituzionalizzare i soviet. La democrazia diretta è una forma transitoria che dà vita ad organismi plastici e cangianti perché sottomessi alla logica delle esigenze della comunità che si viene autoemancipando, perché finalizzati ai bisogni delle comuni che si vengono autodeterminando, perché piegati ai contenuti del comunismo che si realizza nella crescita dell'autocoscienza collettiva ed individuale. Nella storia delle rivoluzioni, nel loro caos, persino nella loro inconsapevolezza c'è una lezione elementare, profonda, densa e forse proprio perciò difficile da scorgere: i rivoluzionari, intesi come persone che hanno cercato di realizzare una rivoluzione, hanno cominciato a sovvertire l'ordine delle priorità fissato dal corso della storia. Mentre il lungo costituirsi del potere coercitivo, fondamentalmente statale, ha cominciato dalla politica e dalle sue forme per affermarsi e dominare la società tramite l'economia e non solo; il potere rivoluzionario ha sempre teso a mettere in primo piano l'idealità, la società, la comunanza. Non è senza significato che una rivoluzione, tenuta in alta considerazione da noi e da Luciano, come quella spagnola del 1936 era così concentrata su questa priorità dei contenuti sociali ed esistenziali da esagerare, cioè da non preoccuparsi neppure della democrazia diretta e dei suoi organismi, altro che progetto di "democrazia radicale". Voglio dire che nell'affannoso e brillante, doloroso ed eroico intento rivoluzionario pratico c'è un colpo di genio che la teoria non è riuscita ancora a comprendere e a svolgere. C'è la riconsiderazione della vita partendo dai suoi contenuti più profondi, dallo stare assieme, dal concepire assieme, dall'operare assieme, dall'essere assieme; il capovolgimento, perlomeno iniziale, tendenziale, di quell'ordine sedimentato nei secoli e perdurante che vede una prevalenza delle forme (del potere) sui contenuti (umani). Al fondo questo ci suggeriscono le rivoluzioni e di questo si tratta: se debba continuare a dominare il fare dettato dalle mere urgenze biologiche e materiali elementari, quindi la forma che assume la nostra attività pratica come specie umana; oppure possa prevalere l'essere e gli esseri nel pieno dispiegarsi delle proprie facoltà, e della facoltà delle facoltà: la coscienza, nella propria capacità di creare e di operare, di concepire e costruire il bene collettivo ed individuale, di agire liberamente e consapevolmente e quindi anche di soddisfare in modo diverso, più pieno e scelto, non coatto né servile, gli stessi bisogni biologici e materiali elementari. Ma questa logica è appunto quella dei contenuti della rappresentazione e dell'immaginazione delle donne e degli uomini che operano assieme per la felicità comune.

Dario Renzi

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Molto "più complicata di quanto non si creda"!

La risposta di Dario Renzi alla recensione del libro intitolato "Democrazia. Un orizzonte insuperabile?" mi spinge a intervenire nuovamente per chiarirne il significato.

Se infatti è senz’altro vero che, per molti aspetti, da tale recensione emergono "confluenze, se non accordi, con le tesi" da lui sostenute, è altrettanto vero che i nostri punti di vista restano differenti, e che differenti sono anche i linguaggi.

Per facilitare la reciproca comprensione, mi sembra quindi opportuno fare, prima di tutto, alcune considerazioni sulla storia recente (marginali, rispetto al dibattito, ma utili a chiarire le mie affermazioni), poi alcuni esempi di ciò che intendo con i termini "anarchia", "democrazia diretta" e "democrazia radicale".

 

Comincio dalla storia.

Negli ultimi secoli, nel mondo, si sono verificati numerosi moti rivoluzionari. Ciascuno di essi, ovviamente, rappresenta un caso a sè. Tuttavia, volendo generalizzare, mi sembra di poter dire che, quasi sempre, tra i rivoluzionari, è stato possibile distinguere:

- una maggioranza costituita da persone che semplicemente, come dice Renzi, "cercavano di affermare i propri bisogni essenziali ed esistenziali, praticando in diversi modi la democrazia diretta come completamento e preparazione dell’azione diretta";

- una minoranza di persone che avevano in testa, in modo più o meno chiaro, un progetto di società alternativa a quella che si stava sgretolando;

- un’altra minoranza costituita da opportunisti e/o avventurieri pronti a sfruttare, a loro vantaggio, la situazione venutasi a creare.

Qualcuno osserverà, con buone ragioni, che i confini, tra le categorie citate, non sono mai stati netti; e che molte persone sono passate, sull’onda degli eventi, dall’una all’altra...

Ovvio.

Quello che mi interessa sottolineare è che, quando parlavo di "centinaia di migliaia di uomini" che, per la "democrazia radicale", hanno sacrificato la vita, non mi riferivo alle maggioranze (in tal caso avrei dovuto parlare di "milioni di uomini"), né alle minoranze costituite da opportunisti, bensì a una parte considerevole di quelle minoranze costituite da persone che avevano in testa, in modo più o meno chiaro, un progetto di società alternativa.

In che cosa consisteva il loro progetto? In una società che lasciasse ampia libertà ai singoli individui (i cosiddetti "diritti civili"), che decidesse sugli affari comuni in modo democratico attraverso rappresentanti eletti dal popolo, in un contesto privo di differenze economiche tali da vanificare la sostanziale democraticità dei processi decisionali.

Per una società di questo tipo, che per brevità ho chiamato genericamente "democrazia radicale", si sono spesi, per almeno due secoli, fino alla teorizzazione del socialismo, gli uomini più generosi; e molti hanno continuato a spendersi anche dopo, accanto (e spesso a fianco) ai socialisti democratici e/o libertari.

Il fatto che tale progetto, come del resto quelli socialisti, non si sia mai potuto realizzare, e che, alla fine, gli opportunisti abbiano sempre avuto il sopravvento, non significa, a mio parere, che non abbia "una dimensione propria, autonoma, quindi chiaramente definibile e valutabile".

 

Passo agli esempi.

Mettiamo il caso che, tra qualche anno, a causa degli errori dei governanti, della situazione internazionale o delle due cose insieme, il nostro paese si trovi ad affrontare un periodo di crisi simile a quello vissuto, recentemente, dall’Argentina.

Ammettiamo anche che gli esponenti della classe dirigente abbandonino la nave che affonda, o siano costretti ad andarsene; e che il popolo italiano, anzichè affidarsi, come di norma avviene in questi casi, all’ "uomo forte" del momento, decida, magari dopo aver socializzato i mezzi di produzione, di autogestire la propria vita sociale.

Come verranno stabiliti, ad esempio, i programmi delle scuole elementari?

Ci sono almeno tre possibilità:

1) ciascuna comunità decide, in piena autonomia, che cosa far studiare agli alunni; i genitori che non concordano con quanto stabilito possono prov-vedere in modo diverso all’ istruzione dei figli (la chiamo anarchia);

2) ciascuna comunità propone che cosa far studiare agli alunni; i delegati delle singole comunità si accordano (anche utilizzando il voto, se necessario) sui programmi scolastici; i genitori che non concordano con quanto stabilito possono provvedere in modo diverso all’istruzione dei figli (la chiamo democrazia diretta);

3) ciascuna comunità elegge dei rappresentanti, cioè persone dotate del potere di pronunciarsi su numerosi problemi; i rappresentanti delle singole comunità si accordano (anche utilizzando il voto, se necessario) sui programmi scolastici; i genitori che non concordano con quanto stabilito possono provvedere in modo diverso all’istruzione dei figli (la chiamo democrazia radicale).

Coerentemente con le mie idee libertarie, propenderei per la prima soluzione, pur essendo conscio dei pericoli che comporta (la scarsa competenza dei decisori potrebbe provocare danni notevoli).

Mettiamo ora il caso che, un bel giorno, malgrado le non floride condizioni economiche, o forse proprio per quello, qualcuno proponga di costruire un ponte sullo stretto di Messina. Come ci si comporterà?

Ci sono almeno tre possibilità:

1) chi lo vuole costruire se lo costruisce, e lo mette a disposizione di tutti; chi non lo vuole costruire, farà qualcosa di diverso, o anche niente (la chiamo anarchia);

2) all’interno di ciascuna delle comunità interessate ci si pronuncia sul da farsi; i delegati delle singole comunità si accordano (anche utilizzando il voto, se necessario) circa l’opportunità (o l’inopportunità) di costruirlo; qualora si decida di costruirlo, mettendolo a disposizione di tutti, chi non lo vuole costruire farà qualcosa di diverso, o anche niente (la chiamo democrazia diretta);

3) ciascuna comunità elegge dei rappresentanti; i rappresentanti delle singole comunità si accordano (anche utilizzando il voto, se necessario) circa l’opportunità (o l’inopportunità) di costruirlo; qualora si decida di costruirlo, mettendolo a disposizione di tutti, chi non lo vuole costruire farà qualcosa di diverso, o anche niente (la chiamo democrazia radicale).

Nonostante le mie idee libertarie, propenderei per la seconda soluzione, e questo non "in via transitoria" o per amore di compromesso, ma perchè, in casi come quello ipotizzato, mi sembra ragionevole che si proceda solo in presenza di un chiaro consenso della maggioranza delle popolazioni interessate.

Poniamo, infine, il caso che, mentre i più sono impegnati a discutere se costruire o meno quel maledetto ponte, qualcuno se ne vada in giro a violentare le donne che incontra.

Che c’entra?

C’entra. O pensate che, con la fuga delle classi dirigenti, il fenomeno della violenza sessuale si estingua...

Beh, io non lo credo. Credo invece che qualcuno dovrà fermare il violentatore, e che quest’ultimo avrà diritto a un regolare processo col quale, se ritenuto colpevole, possa essere condannato... a un po’ di anni d’esilio. Visto che, come libertario, vorrei proprio che le prigioni scomparissero.

Ma - dirà qualcuno - stiamo parlando di un malato di mente! Dovrà essere curato...

Lasciamo perdere. Le cure psichiatriche obbligatorie sono spesso peggio della prigione, e poi, come l’esperienza del "socialismo reale" ha dimostrato, si prestano troppo facilmente a essere usate per reprimere, senza nemmeno un processo, i dissidenti.

Come ci si comporterà, allora?

Ci sono almeno tre possibilità:

1) l’imputato sarà lasciato libero di fare ciò che vuole; solamente si cercherà di convincerlo a smettere e, se necessario, a curarsi (la chiamo anarchia);

2) l’imputato sarà processato dalla comunità (o da una giuria popolare); se condannato, sarà esiliato o, se lo preferisce, curato per un determinato numero di anni (la chiamo democrazia diretta);

3) l’imputato sarà processato da un giudice eletto dalla comunità; se condannato, sarà esiliato o, se lo preferisce, curato per un determinato numero di anni (la chiamo democrazia radicale).

Suscitando lo stupore di molti compagni, propenderei per questa terza soluzione. Ciò in quanto credo poco nell’efficacia della prima, e sono assai scettico sulle capacità di discernere delle giurie popolari, soprattutto in casi, come quello citato, che comportano un forte coinvolgimento emotivo della comunità.

Qualche lettore si domanderà perchè mi sono dilungato su questi esempi un po’ bislacchi. L’ho fatto solamente per chiarire ciò che intendevo quando, a conclusione della recensione, ho scritto che "a mio parere, in una società socialista e libertaria quale quella che noi auspichiamo, relitti di democrazia diretta (e anche di democrazia radicale) sopravviverebbero comunque, e sarà anche opportuno siano istituzionalizzati, se non si vorrà dar spazio a nuove forme, più o meno mascherate, di dominio".

Luciano Nicolini

 

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