Barra di navigazione .6° FUTURE FILM FESTIVAL

Le nuove tecnologie del cinema d’animazione
Bologna – Multisala Capitol - 14/18 gennaio 2004

IL FANTASTICO MONDO DEI PIXEL

di Luca Baroncini

Bill Plympton - Foto Luca Baroncini 2004

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Alla sua sesta edizione, il primo festival dell’anno in ordine cronologico ha riproposto la consueta abbuffata di pixel in libertà. Tutto ciò che fa incontrare la tecnologia con le immagini in movimento, la fusione dei più sofisticati software con idee capaci di conquistare il pubblico, ponendo in più di un’occasione seri dubbi sulla effettiva realtà di quanto sotto gli occhi appare vero, solido e dai colori fiammeggianti. Ecco quindi un frenetico susseguirsi di film, incontri, cortometraggi, videogiochi, serie televisive, retrospettive (Tsui Hark e Ray Harryhausen), mostre, tavole rotonde, addirittura una jam session con i nomi di punta del panorama italiano di musiche da film. Sempre più ampio, quindi, il programma e quest’anno, forse, anche un tantino meno popolare, con molti appuntamenti imperdibili per gli appassionati e pochi bagni di folla. Anzi, molti bagni, perché la pioggia ha accompagnato incessante lo svolgersi della manifestazione, e molta folla, soprattutto nelle lunghe code al gelo in attesa di potere accedere alle sale, ma tutto sommato pochi i "tutto esaurito". Insieme a tanto fermento anche una serpeggiante delusione. Prima di tutto perché il tanto pubblicizzato evento del Festival, l’anteprima del capitolo finale de "Il Signore degli Anelli", era ad inviti e quindi impossibile a vedersi per la maggior parte del pubblico. In secondo luogo, a causa della stremante fatica con cui si riusciva a rivendicare il proprio diritto di spettatore. Non a caso, qualcuno lo ha definito come "uno dei festival più interessanti ma faticosi d’Italia".

 

L’ORGANIZZAZIONE

Per il secondo anno consecutivo la sede del Festival è stata la sofisticata e tecnologica Multisala Capitol, nei pressi della stazione. Uno dei pochi cinema del centro storico che ha saputo rinnovarsi riuscendo a conquistare l’affezione del pubblico bolognese. Visti i problemi dello scorso anno, con lunghe code non sempre premiate dall’accesso in sala, la sesta edizione ha adottato un rigido criterio di selezione: accrediti a pagamento, un aumento nel prezzo dei biglietti singoli e la necessità di un biglietto anche per gli accreditati. In particolare, quest’ultima novità ha creato non pochi disagi, visto che l’unica possibilità per ottenere i biglietti era mettersi in fila dalle 8 alle 11.30 del mattino (orario peraltro inconciliabile con qualunque impegno di lavoro), decidendo in un’unica soluzione tutto il programma della giornata. Nonostante la disponibilità del personale, molti anche i problemi organizzativi, con una prima giornata di blackout informatico che ha causato un accumulo di ritardi scoraggiando parecchi partecipanti.

 

BAMBI CONTRO FINAL FANTASY

Immaginiamo di planare dalla Montagnola verso la Multisala Capitol e di riuscire, come per miracolo, a oltrepassare la barriera dello staff che vigila costantemente sulle porte di accesso. Se siamo riusciti nell’impresa significa che le leggi della fisica non possono fermarci. A questo punto le opzioni sono due: o siamo diventati cartoni animati, oppure siamo personaggi di sintesi!

È stato questo il tema su cui hanno maggiormente dibattuto i tecnici e gli appassionati che si sono succeduti sul palco: 2D oppure 3D?

Al primo festival del 1999, il futuro delle nuove tecnologie era perlopiù rappresentato da animazioni bidimensionali e le tecniche digitali rappresentavano una novità. Ora il processo si è invertito e sono sempre più i giovani che saltano il passaggio del disegno tradizionale per cimentarsi direttamente con i calcoli matematici in grado di dare vita ai pixel. Il problema è quanto mai attuale. È di questi giorni, infatti, la notizia della chiusura del centro di produzione Disney con sede a Orlando in Florida. Sembra che alla base della decisione ci siano problemi di bilancio per la multinazionale americana, che ha attuato la non facile scelta seguendo un piano di contrazione dei costi, troppo elevati per l’animazione tradizionale. Tra gli esperti del settore aleggia una certa preoccupazione: addio cartoni animati?

Quasi tutti gli artisti intervenuti al festival si sono espressi al riguardo; la maggior parte è ottimista, perché pensa che la bidimensionalità non potrà mai essere sostituita, ma la tendenza è di ridurre i tempi di lavorazione e contenere le spese e il digitale sembra un approdo naturale. Il rischio è di perdere capacità ormai consolidate e di snaturare la personalità dello stile. Quando si parla di computer grafica, però, occorre fare opportune distinzioni. Sono in molti, ad esempio, a parlare di utilizzo funzionale dello strumento, da integrare quindi a un’animazione bidimensionale (ad esempio per accelerare la colorazione). Quasi unanime il dissenso nei confronti del fotorealismo. Può servire a livello sperimentale, per testare i limiti della tecnica, o per dare vita a personaggi per i videogiochi, ma non potrà mai sostituire il calore e l’emotività della stilizzazione su cui si fonda l’animazione tradizionale.

Quanto alla situazione nazionale è intervenuto Paolo Modugno, regista di "L’apetta Giulia e la Signora Vita", primo lungometraggio italiano interamente digitale. Le sue critiche sono soprattutto nei confronti dei budget a disposizione nel nostro paese per film di questo genere, infinitamente più bassi rispetto a quelli dei colleghi d’oltreoceano, che possono quindi optare per scelte stilistiche più efficaci. In più di un’occasione il regista afferma di essersi dovuto limitare perché le decisioni erano troppo costose. "Il problema", sintetizza ad effetto Modugno, "non è il passaggio dalla matita al pixel, ma dal dollaro all’euro".

In ogni caso, la genialità e l’estro del bidimensionale Bill Plympton non potranno mai essere sostituiti dal pixel. Vedere per credere!

 

Omaggio a Bill Plympton

Bill Plympton è uno dei pochi disegnatori di riconosciuto talento (è stato candidato all’Oscar per il cortometraggio "Your face" e ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes con il corto "Push comes to shove") a non avere ancora ceduto alle lusinghe di una multinazionale. Il perspicace disegnatore da ragazzino presentò i suoi lavori alla Disney che, pur riconoscendone l’abilità creativa, oppose un fermo rifiuto all’assunzione a causa della sua giovane età. Ma ora le parti si sono invertite ed è la Disney che ha cercato di reclutare Plympton, offrendo la non disprezzabile cifra di un milione di dollari. Questa volta, però, è stato lo stesso Plympton a rifiutare. Il low-budget continua ad essere, più che una strada, una scelta di vita. Le uniche collaborazioni con le major avvengono per alcuni spot televisivi, i cui proventi servono per finanziare in autonomia i progetti. Il festival presenta un’ampia retrospettiva dei suoi lavori, tra cui l’entusiasmante "The tune". Narra la leggenda che Plympton, per trovare i fondi per produrlo, abbia realizzato più di 30.000 disegni in tre anni. E che la leggenda possa essere verità, diventa subito chiaro alla serata di presentazione del film.

 

THE TUNE

È lo stesso Bill Plympton a presentare questo geniale lungometraggio a cartoni animati del 1992. Con la complicità di una improvvisata interprete spiega che ha con sè alcuni disegni, e copie dei suoi lavori in Dvd. I disegni saranno venduti a 10 euro, i Dvd a 20. La vendita sarà effettuata prima della proiezione, dopo, spiega Plympton, "sarò troppo stanco, perché vado a bere da qualche parte!". È quindi il disegnatore ad incitare gli spettatori a raggiungere lo schermo, ai cui piedi sta disponendo il materiale. Il pubblico borbotta e reagisce con un certo gelo, ma è lo stesso artista a tramutare, di colpo, l'arroganza in necessaria e vitale schiettezza. "I soldi che mi date", spiega infatti, "mi servono per finanziare i nuovi lavori". Ma a sedurre definitivamente, dopo il mercatino e l’autografo di rito, è la visione del primo film del comunicativo fumettista, intitolato "The tune". Si tratta di un vero e proprio musical suddiviso in dieci canzoni, che sono altrettanti corti. La storia prevede la ricerca dell'ispirazione da parte di un giovane compositore, che ha quarantasette minuti di tempo prima di incontrare un importante produttore e presentare il proprio lavoro. Il bizzarro protagonista intraprende così un viaggio che attraversa dieci diverse situazioni e altrettanti generi musicali, con canzoni scritte da Maureen McElheron. Il risultato è davvero strepitoso, con i disegni, dal riconoscibile tratto a matita, animati con incredibile fluidità (la tecnica utilizzata è il "passo quattro", cioè un disegno ogni quattro fotogrammi, in pratica sei al secondo) e supportati da idee in continuo divenire che ravvivano senza sosta la narrazione. Tra le canzoni, la più esilarante è senza dubbio il "No nose blues", cantata da un tassista privo, appunto, di naso. Tra gli episodi, tutti liberamente folli, acuti e ingegnosi, il più divertente è forse "Push comes to shove", che racconta la sfida di due uomini a colpi di pugni, in un crescendo di deformazioni facciali dall'esito imprevedibile. Presentato anche autonomamente a Cannes nel 1991, ha vinto il Gran premio della Giuria e il riconoscimento è servito all'artista per ottenere i fondi per ultimare il film.

 

 PIXAR ANIMATION STUDIO: incontro con Ralph Eggleston

In arrivo dagli States, atterra al Future Film Festival Ralph Eggleston, fresco di Oscar per il fantastico cortometraggio "For the birds", che gli spettatori italiani hanno potuto apprezzare abbinato a "Monsters & Co." Nel suo prestigioso curriculum vediamo nascere la collaborazione con la Pixar nel 1992, come Art Director di "Toy story". Il seguito ce lo racconta lui stesso: "Ho lavorato a "Monsters & Co." e "Alla ricerca di Nemo" in qualità di Production Designer. In pratica il mio ruolo è quello di trovare le soluzioni ottimali di forme e colori, in poche parole il look del film. Per fare questo, lavoro a stretto contatto con il regista, cercando di aiutarlo a concretizzare nel migliore dei modi la sua visione".

Eggleston si dimostra subito molto disponibile e inizia a spiegare come avviene la lavorazione di un film Pixar, introducendo qualche concetto tecnico: "La cosa più importante, quella da cui partiamo, è la sceneggiatura. Alla base di ogni film Pixar c’è sempre una storia da raccontare. Il COLOR SCRIPT è lo studio del colore e della luminosità. Io lavoro con i pastelli perché sono più semplici da modificare. Questa fase dà il polso alla cifra emotiva del film, elemento per noi importantissimo. Con il CHARACTER DESIGN si passa allo studio dei personaggi, che devono essere memorabili. Con i pesci non è stato facile perché, non avendo né braccia né gambe, hanno meno possibilità di relazionarsi in modo diretto con il pubblico. Abbiamo cercato di evitare un aspetto antropomorfo, infatti il risultato finale è vicino all’originale. Ma l’ambiente non poteva essere realistico, avrebbe messo i personaggi stessi in secondo piano, rendendoli poco credibili. E così ci siamo comportati prendendo elementi originali ma disponendoli unicamente in base al nostro gusto e all’efficacia della resa finale"

In effetti, guardando il film, si può constatare come sia stata scelta una stilizzazione molto più vicina al cartoon che alla realtà. Ed è lo stesso Eggleston a specificare "Se volete qualche cosa di realistico, guardatevi Final Fantasy"!

Dopo avere mostrato alcuni disegni e passaggi intermedi del film (a cui ha lavorato per quattro anni e mezzo) Eggleston proietta un breve pezzo del "pitching" di Andrew Stanton, coregista del lungometraggio. Ma cos’è il "pitching"? Si tratta della presentazione live del progetto al marketing internazionale. Una presentazione "recitata" dal regista, che interpreta il film e i personaggi in un lungo monologo allo scopo di convincere l’audience della riuscita dell’impresa, per evidenziare eventuali problemi ancora non risolti e trovare una soluzione.

Che dire, very very "american style"!

Al termine del video, in cui Stanton mostra tutta la sua versatilità, c’è ancora spazio per qualche domanda da parte del pubblico. Nelle risposte Eggleston sottolinea alcuni aspetti molto importanti per capire l’approccio Pixar: "Il nostro scopo è utilizzare la tecnologia al meglio. Ogni nostra azione deve essere al servizio dei personaggi e non della tecnologia. Rispetto ai film precedenti, per "Nemo" il gruppo di lavoro era più ristretto. L’ambiente alla Pixar is very open, not corporate! Rimbalziamo costantemente da un ufficio all’altro e c’è grande cooperazione. Tutti, indipendentemente dal ruolo ricoperto, siamo focalizzati sulla resa del film". Del resto, come dice il fondatore John Lasseter "alla Pixar chi ha problemi di ego se ne va!"

Una delle ultime domande affronta un tema spinoso: le possibili ingerenze della Disney, ma Eggleston, con apparente tranquillità, spiega che "la Disney non ha un grande coinvolgimento nei progetti e ci lascia ampio spazio. Già il pitching evidenzia eventuali problematiche e in genere siamo in grado di risolverle in autonomia. Finora abbiamo avuto sempre carta bianca, solo qualche suggerimento. Forse con "Toy story" (primo lungometraggio Pixar n.d.r.) eravamo un po’ più sotto controllo!"

Quanto al rischio di un passaggio di testimone dal bidimensionale al digitale, Eggleston non pare preoccupato. Precisa, infatti, "non penso che la chiusura del centro di produzione Disney in Florida possa essere collegato al successo di ‘Alla ricerca di Nemo’, anzi’, rassicura, ‘secondo me il film 2D più bello deve ancora essere fatto!’

L’ultima domanda è una divertente curiosità: che fine hanno fatto i pesci che attraverso i sacchetti pieni di acqua riescono a fuggire dall’acquario?

Al riguardo Ralph assottiglia gli occhi, si gratta la fronte e conclude sornione con un "Well, I love sushi!"

 

ALLA RICERCA DI NEMO

Regia: Andrew Stanton - Lee Unkrich

Produzione:  U.S.A. - 2003    -Animazione

Sceneggiatura: Andrew Stanton - Bob Peterson - David Reynolds

Fotografia: Sharon Calahan - Jeremy Lasky

Scenografia: Ralph Eggleston

Montaggio: David Ian Salter

Effetti Visivi: George Nguyen

Musiche:  Thomas Newman

Durata:  100'

Trama: Il pesciolino Nemo viene catturato da un sub; il padre parte alla sua ricerca.

Recensione

Ci hanno portato dalla parte dei giocattoli, ci hanno fatto entrare nel micromondo degli insetti e hanno reso possibile scoprire cosa celano le paure infantili. Ora tocca al profondo blu del mare. La Pixar, costola "indipendente" della Disney specializzata in computer grafica, ha ormai superato lo "zio" in fantasia e capacità di incontrare i gusti del pubblico. La ricetta, anche nel nuovo "Alla ricerca di Nemo", si basa su alcuni punti cardine: una tecnica sopraffina, una contagiosa ironia e, soprattutto, una sceneggiatura di ferro. È proprio lo sviluppo dei personaggi, e il loro interagire insieme al fluire della storia, il punto di partenza di ogni film Pixar, che riesce nel miracolo di conciliare sofisticati calcoli matematici con personaggi a cui potersi abbandonare. Qui abbiamo un pesce pagliaccio che deve recuperare il figlioletto finito nell'acquario di un dentista a Sidney (per una volta niente americacentrismo!). Il racconto procede seguendo uno schema più tradizionale rispetto ai precedenti lungometraggi Pixar, ma il percorso lineare non imbriglia la creatività, che ha modo di esplodere nei dettagli e nella perfetta caratterizzazione dei personaggi. Con pochi geniali tocchi ci affezioniamo alle varie specie ittiche rappresentate: dalle prede ai predatori, senza che siano sempre le dimensioni a fare la differenza (vedere, al riguardo, i titoli di coda fino alla fine). Un altro elemento sempre presente nei film Pixar è il ribaltamento dei punti di vista: dare voce a chi nella realtà non ce l'ha. Per poi scoprire che tutto ciò che ci circonda (che sia un robot di plastica, un millepiedi o il mostro peloso che esce di notte da un armadio) è animato da dinamiche in tutto e per tutto simili a quelle dell'uomo. Questo taglio narrativo, tutt'altro che "naturalistico", permette uno sguardo caustico ma affettuoso sulle pulsioni umane. E così vediamo la coppia di pesciolini felice di poter abitare in un'anemone con vista panoramica, il padre apprensivo a causa dell'handicap del figlio, lo squalo in psicoterapia, il crostaceo con la fissazione per la pulizia, il fondo dell'oceano suddiviso in autostrade con relative uscite ed entrate. La tecnica, inoltre, è sempre più evoluta, con un'opacità diffusa che rende perfettamente l'idea di un filtro acquoso e sono molte le sequenze davvero strabilianti: l'arrivo della balena, la fuga dalle meduse, il viaggio con le tartarughe e il bellissimo volo sopra Sidney nella bocca di un pellicano. Se proprio vogliamo trovare qualche difetto, il personaggio di Dory, pur nella sua simpatia, è il meno risolto e ruota intorno ad un'unica idea ("Memento" docet), così come non aggiunge un granché il salvataggio finale dalla rete dei pescatori, che trasforma frettolosamente, e in modo improbabile, Nemo in un eroe. Ma nell'insieme, il quinto film Pixar è uno spettacolo gustoso, divertente e intelligente, capace di riportare a un primordiale e benefico senso di meraviglia.

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