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Palloni gonfiati

di Toni Iero   

Filiale del Banco di Roma in Addis Abeba

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I recenti scandali finanziari che hanno coinvolto migliaia di risparmiatori (Argentina, Cirio, Parmalat) stanno portando all’attenzione dell’opinione pubblica tre problemi:

  • i falsi in bilancio delle grandi imprese;

  • le ricadute per l’economia nazionale;

  • il comportamento di alcuni importanti istituti di credito.

Falsi d’impresa

Per quanto riguarda il primo aspetto occorre sottolineare che, nel corso di prolungate stagnazioni economiche, è fisiologico che alcune aziende entrino in crisi e siano quindi destinate a fallire. Però il fallimento di un’impresa non è un evento improvviso, che si compie da un giorno ad un altro. Vi sono sintomi che lasciano capire per tempo che qualcosa non va. Invece sia per Cirio, sia per Parmalat la "scoperta" dello stato di insolvenza è avvenuta nel giro di poche settimane, o addirittura di pochi giorni.

Da qualche parte si sono levate voci che dichiaravano che queste truffe sono possibili solo in Italia, perché è una nazione ancora poco evoluta dal punto di vista finanziario e normativo. Chi afferma ciò ha la memoria corta, dato che i peggiori esempi di inganno degli investitori sono venuti proprio dagli Stati Uniti d’ America: i nomi Enron, WorldCom, Conseco ed altri sono già stati dimenticati? Eppure gli Usa non possono certo essere definiti un paese arretrato dal punto di vista finanziario! Ma allora, cosa sta succedendo?

Senza aver la pretesa di analizzare compiutamente l’ operatività delle imprese nell’attuale scenario economico, credo però sia possibile fare qualche considerazione.

La prima è che le società quotate in borsa agiscono sempre più con l’occhio rivolto all’ immediato. In un contesto in cui il controllo "pubblico" è visto come indebita intromissione negli affari del ‘virtuoso’ privato, la tentazione di falsificare i bilanci, di raggirare gli investitori con annunci tendenziosi, di cavalcare disinvoltamente le norme e di sollecitare atteggiamenti compiacenti da parte di chi dovrebbe vigilare stimola comportamenti truffaldini da parte di molti dirigenti aziendali.

Quello che conta per questi signori è guadagnare di più e, per ottenere questo, il valore delle azioni delle società che dirigono deve salire, non importa se per meriti reali o attraverso efficaci bugie.

O la borsa o la vita

Parmalat è una delle pochissime società multinazionali italiane. L’entità del suo buco è pari a circa lo 0,8% del prodotto interno lordo del nostro paese. La domanda è: quante altre Parmalat ci sono in Italia?

È un quesito importante: l’Italia non ha la stessa dimensione economica degli Stati Uniti. Altri casi di questo genere, oltre a pregiudicare la fiducia internazionale nelle imprese italiane, potrebbero essere in grado di far collassare l’intero sistema economico nazionale.

La risposta non è facile. Tuttavia pare di poter spendere qualche parola (relativamente) tranquillizzante. Parmalat, al contrario di Cirio, è un’ impresa industrialmente solida. Se non avesse i buchi finanziari creati da qualche ladrone, potrebbe continuare a stare sul mercato. È probabile che si intervenga su diversi fronti per sviluppare un’operazione di salvataggio, che comunque potrà avere effetti ben poco piacevoli per i lavoratori cui, come purtroppo è regola, si cercherà di far pagare il prezzo della disonestà dei dirigenti e dei padroni. Inoltre la struttura imprenditoriale italiana è costituita per lo più da un tessuto di piccole e medie imprese che, in generale, non hanno mai avuto bisogno di edulcorare i loro conti, essendo già molto favorite dalla legislazione vigente (evasione ed elusione fiscale, libertà di licenziamento dei lavoratori, flessibilità dei sub fornitori, etc.).

In questo contesto un fattore di diffusione della patologia economica può invece essere rappresentato dai danni ai risparmiatori. Infatti, anni di bombardamento mediatico hanno fatto sì che molte persone investissero i propri risparmi nel finanziamento delle imprese, acquistando azioni in borsa o sottoscrivendo obbligazioni emesse da aziende. Attratti dalla possibilità di lucrare plusvalenze superiori al rendimento dei titoli di stato, molti si sono lanciati in ardite operazioni: bond argentini, azioni della new economy, obbligazioni Cirio e Parmalat e quant’altro di volta in volta disponibile. Il desolante risultato, per quelli che non sono riusciti a vendere al momento giusto questi titoli, è ormai evidente a tutti. Ma chi li ha convinti a fare questi investimenti?

Cuore di banca

Il "normale" funzionamento di una banca prevede che questa raccolga il denaro dai risparmiatori e lo investa per finanziare attività commerciali e produttive. In questo schema il rischio rimane a carico dell’ istituto di credito: se fallisce l’impresa finanziata, la banca avrà delle perdite (in gergo "sofferenze"). È un processo che ha un suo equilibrio intrinseco: le competenze bancarie dovrebbero permettere di valutare con criterio quali imprese sono meritevoli di credito e quali no.

Quello che è emerso in occasione di questi scandali è invece qualcosa di patologico. Semplificando la questione, senza però distorcere gli avvenimenti, è avvenuto che alcuni istituti di credito hanno finanziato, senza entrare nel merito della qualità del debitore, grossi gruppi industriali (o stati sovrani come l’Argentina). Poi le banche, grazie alle maggiori informazioni e alla loro capacità di analizzare i dati, appena hanno capito che le cose si stavano mettendo male, hanno girato, con una certa ‘disinvoltura’, questi debiti ai risparmiatori loro clienti, sotto forma di titoli azionari e obbligazioni. Quando, poco dopo, i crak sono venuti a galla, le banche hanno tirato un sospiro di sollievo e i clienti si sono ritrovati con i loro risparmi vaporizzati.

Non è stato esattamente un comportamento edificante.

Molti hanno pensato (non andando poi troppo lontano dalla verità) di essere stati turlupinati.

La rivalutazione del materasso?

Il primo pensiero non può non andare a chi doveva tutelare i risparmiatori e la correttezza dell’informazione. Mentre avvenivano queste allegre transazioni, cosa stavano facendo Banca d’Italia, Consob, membri dei collegi sindacali, società di revisione e certificazione dei bilanci? La logica proporrebbe un’alternativa: se sapevano sono complici, se non sapevano sono inutili …

La realtà è che il piccolo risparmiatore, il pensionato e, più in generale, chiunque cerchi di accantonare qualche risorsa per i momenti di difficoltà futura è come un piccolo bignè ad un raduno di golosi affamati. Non tutti gli operatori finanziari (banche, assicurazioni e promotori) sono in malafede quando consigliano investimenti ai loro clienti. Però, a scanso di equivoci, hanno strumenti per convincerli a fare quello che loro conviene.

Una scappatoia sembra essere rappresentata dagli investimenti in immobili. Il mattone è sempre il mattone, si dice. Però è bene sapere che esistono anche le bolle speculative immobiliari (Giappone docet). Allora? L’unica soluzione è mettere i propri sudati risparmi sotto il materasso? Sì, forse. Anche se bisogna essere consapevoli che l’inflazione ne decurterà il valore, mese dopo mese.

Recentemente si sta enfatizzando il ruolo della cosiddetta finanza etica. Ma chi controlla l’effettiva eticità degli investimenti fatti? E, comunque, rimane il punto: se investo in imprese etiche che non rendono nulla, ho fatto meritevole beneficenza, ma non ho salvaguardato il mio risparmio. Da questo punto di vista sarebbe molto più lucrativo investire in attività un po’ più spregiudicate (traffico di armi, droga, tratta dell’immigrazione), però è un settore in cui operano grandi investitori che non accettano piccoli soci …

Viene da pensare che, forse, l’unica soluzione sia spendere "tutto" in divertimenti senza preoccuparsi del futuro, sperando che qualcuno si occupi di noi quando avremo bisogno. Ma, anche ammesso di avere qualcosa da dilapidare, questo mix tra consumismo e assistenzialismo sembra poco realistico. Il sistema accetta volentieri le nostre spese, ma difficilmente interverrà quando saremo in difficoltà.

Insomma, sembra che non se ne possa uscire. È un mondo difficile! Però noi siamo libertari e, rifacendoci ad uno dei nostri principi di fondo, sappiamo che la soluzione dei problemi risiede nella capacità di organizzarsi, senza aspettare che un’entità esterna intervenga per risolvere tutto magicamente.

E se la via di uscita dal dilemma del ‘risparmio tradito’ fosse gestire direttamente i nostri risparmi, utilizzandoli in attività legali e controllabili da chi investe? Sergio Onesti, come veniva riferito sul numero 25 di Cenerentola nell’articolo ‘Pensioni autogestite?’, ha, molto opportunamente, sollevato la questione.

Parliamone.

 

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