| Il
successo riscosso tra i nostri lettori dallarticolo Il cretinismo
anarchico, scritto nel 1935 da Camillo Berneri e ripubblicato sul numero 24
di Cenerentola, ci spinge a ripubblicare un altro brano dello stesso autore, di maggior
spessore teorico, datato 1926.
Berneri, come dicevamo, è spesso
considerato lultimo dei grandi teorici dell anarchismo classico, di quella
stagione che, inauguratasi con Pisacane e con Bakunin, viene fatta concludere alla vigilia
della seconda guerra mondiale, con la sconfitta della rivoluzione spagnola.
Nel corso di essa il compagno perse la
vita, ucciso a tradimento dagli stalinisti.
Il Sindacato, la Corporazione, il
Comune, lo Stato sono società. E società sono i compagni di lavoro che non
vedono nel sindacato che un organismo per strappare qualche lira al padrone e nella
corporazione che un organismo che tiene lontani i concorrenti; i cittadini della mia
città che votano e voteranno per i socialisti perché abbassano le tasse; i miei
connazionali che pensano allo Stato come ad una specie di enorme vacca dalla quale
attingere il più possibile, attraverso i deputati. Società è il bottegaio di faccia che
è contro la rivoluzione perché ha paura che gli portino via, come al tempo del moto per
il caro-viveri, i prosciutti e i fiaschi d'olio; è il mio vicino di casa, povero più di
me, ma che dice che «i ricchi ci fanno lavorare»; è il mio vicino di officina che sogna
il giorno in cui il partito comunista sarà padrone del governo e comanderà su tutti; è
il mio amico socialista che darà il voto al deputato perché ha fatto avere un sussidio
governativo alle cooperative.
Di fronte a me sta la società, con le
sue idee fisse, con i suoi pregiudizi, con le sue meschinerie, con le sue brutalità.
Operaio, riconosco che il sindacato è un'arma di lotta e di formazione, e mi organizzo.
Lotto per qualche centesimo in più di salario, per un'ora di meno di lavoro, pur di
contribuire a smuovere la massa operaia. So che ben pochi operai hanno una chiara
coscienza classista. Se parlassi di espropriazione e di socializzazione i più ne
sarebbero impauriti e, dubbiosi, si ritrarrebbero dalla lotta. Quindi parlo di
miglioramenti di salari, di orari, di disciplina. Vedo che il voto per sezione di
sindacato assicura la maggioranza ai socialisti, ai funzionari attaccati alla propria
poltrona come il bottegaio al proprio banco, ma, se critico il sistema antidemocratico,
temporeggio, ché la maggioranza non sente la questione. Minatore in una cava di lignite
so che l'escavazione costituisce un passivo nell'economia nazionale e che una forte
percentuale di minatori potrebbe tornare ai campi dai quali viene e dove possiede
qualcosa, ma non posso mettermi a richiedere licenziamenti, ché mi metterei contro quasi
tutti i minatori, il deputato socialista che, d'accordo con i padroni, strappa sussidi
allo Stato, nonché i suoi satelliti. Eppure il problema si riaffaccerà domani, non
essendo necessariamente legato al capitalismo. Domani sarà il sindacato dei minatori
della lignite il parassita di un nuovo ordine economico.
Sul terreno economico, gli anarchici sono
possibilisti. Sono proletari evoluti e coscienti, ma proletari. Sul terreno
politico e genericamente sociale sono intransigenti al 100%.
L'enorme maggioranza della popolazione di
un Comune lascerebbe ai socialisti o ai comunisti o ai repubblicani formare la propria
guardia nazionale per via dell'idea «una guardia ci vuole». Gli anarchici danno
l'assalto al municipio? Ammazzano tutte le guardie? Ammazzano i consiglieri comunali? No,
perché questa esuberante combattività, quando il popolo non li segue o non li trascina,
non l'hanno mostrata quando era il caso di mostrarla. Gli anarchici brontolerebbero contro
la guardia civica e il Comune autoritario. Io dico: gli anarchici debbono sostenere la
formazione elettiva della guardia civica e proporre altri sistemi di controllo, per
impedire che quella diventi un organo di dominio politico e di privilegio sociale. E molti
anarchici mi danno del legalitario! Ma soluzioni diverse non ne danno.
Il problema della nostra tattica
rivoluzionaria e post-rivoluzionaria è male basato e peggio sviluppato. Socialmente siamo
imprigionati nel dualismo proletariato-borghesia, mentre il proletariato tipico è
minoranza ed è fiacco e disorientato, e vi sono vari ceti intermedi, ben più importanti
e combattivi. Non ne abbiamo tenuto conto, noi rivoluzionari, ed abbiamo avuto il
fascismo.
Se non ne terremo conto, avremo altri
fascismi.
Il calcolo di ogni strategia è un
calcolo di forze. E' triste che molti dei nostri continuino a vedere soltanto il popolo
insorgere all'attacco della cassaforte, dell'officina, del campo; mentre quella
dell'espropriazione non sarà che una piccola parte della rivoluzione italiana. A meno che
non vogliamo che i rivoluzionari ed i lavoratori non ne buschino di nuovo ed ancora più
sode.
Di paradisi comunisti se ne parlerà fra
qualche secolo. Ora è roba da far ridere e far pietà insieme. L'anarchismo non ha, al di
fuori di quello sindacale, che un terreno sul quale battersi proficuamente nella
rivoluzione italiana: il comunalismo. Terreno: politico. Funzione: liberale democratica.
Scopo: la libertà dei singoli e la solidità degli enti amministrativi locali. Mezzo:
l'agitazione su basi realistiche, con l'enunciazione di programmi minimi.
Il nostro comunalismo è autonomista e
federalista. Ritornando a Proudhon, a Bakunin e a Pisacane, come fonti, ma aggiornando il
loro pensiero al lume delle enormi esperienze di questi anni di delusioni e di sconfitte,
potremo adattarlo alle situazioni sociali e politiche di domani, quali possiamo prevederle
possibili, se sapremo dare alla rivoluzione italiana un indirizzo autonomista, sul terreno
sindacale e su quello comunale. Anche fra noi vi è il volgo, difficile a fare orecchio
nuovo a musica nuova, che ad impostazioni di problemi e a soluzioni oppone vaghi disegni
utopistici e grossolane invettive demagogiche. Ché quelle quattro ideuzze, racimolate in
opuscoletti didascalici o in grossi libri incompresi, nel cervelluccio inoperoso si sono
accucciate e se ne stan lì, al calduccio di una facile retorica che pretende essere forza
solare di una fede intera, mentre non è che focherello fumoso. Non temiamo quella parola revisionismo,
che ci viene gettata contro dalla scandalizzata ortodossia, ché il verbo dei maestri è
da conoscersi e da intendersi. Ma troppo rispettiamo i nostri maggiori, per porre costoro
a Cerberi ringhiosi delle proprie teorie, quasi come ad arche sante, quasi come ai dogmi.
L'autoritarismo ideologico dell' ipse dixit non lo riconosciamo che come canovaccio
di comuni motivi ideali, non come schema da svilupparsi in pure e semplici
volgarizzazioni.
Respinto da Bakunin il Rousseau arcadico
e contrattualista, l'ideologia kropotkiniana ci ha riportati all'ottimismo e
all'evoluzionismo solidarista. Sul terreno dell'ottimismo antropologico, l'individualismo
ha perpetuato il processo negativo dell'ideologia anarchica, conciliando arbitrariamente
la libertà del singolo con le necessità sociali, confondendo l'associazione con la
società, romanticizzando il dualismo libertà ed autorità in uno statico ed
assoluto antagonismo. Il solidarismo kropotkiniano, sviluppatosi sul terreno naturalistico
ed etnografico, confuse l'armonia di necessità biologica delle api con quella discordia
discors e quella concordia concors propria dell'aggregato sociale, e forme
primitive di società-associazioni ebbe troppo presenti per capire l'ubi societas, ibi
jus insito alle forme politiche che non siano preistoriche.
La negazione a priori dell'autorità
si risolve in un angelicarsi degli uomini ed in uno sviluppo irrompente di un genio
collettivo, quasi immanente alla rivoluzione, che si chiama iniziativa popolare. Il
popolo, in questo sistema, è omogeneo, per natura e per impulsi. Tende a unificare i
propri sforzi in lineare tendenza comunista. Il problema delle rappresentanze, il problema
dei rapporti intercomunali, il problema della surrogazione dello Stato: tutto questo ha
soluzioni o strettamente parziali o del tutto insufficienti perché ottimistiche o
anacronistiche. Kropotkin non ci basta. Ed i nostri migliori, da Malatesta a Fabbri, non
riescono a risolvere i quesiti che ci poniamo, offrendo soluzioni che siano politiche. La
politica è calcolo e creazione di forze realizzanti un'approssimarsi della realtà al
sistema ideale, mediante formule di agitazione, di polarizzazione e di sistemazione, atte
ad essere agitanti, polarizzanti e sistematizzanti in un dato momento sociale e
politico.
Un anarchismo attualista,
consapevole delle proprie forze di combattività e di costruzione e delle forze avverse,
romantico col cuore e realista col cervello, pieno di entusiasmo e capace di
temporeggiare, generoso e abile nel condizionare il proprio appoggio, capace, insomma, di
un'economia delle proprie forze: ecco il mio sogno. E spero di non essere solo.
Se l'anarchismo non imbocca questa via,
se chiuderà gli occhi per sognare i giardini in fiore dell'avvenire, se indugerà nella
ripetizione di dottrinari luoghi comuni che lo isolano nel nostro tempo, la gioventù si
ritrarrà da lui, come da un romanticismo sterile, come da un dottrinarismo
cristallizzato. La crisi dell'anarchismo è evidente. O la botte vecchia resisterà al
vino nuovo, o il vino nuovo cercherà una botte nuova.
Camillo Berneri
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