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21° TORINO FILM FESTIVAL

Torino-lingotto-Multisala Pathè-13/21 novembre 2003

"Fiat cinema"

di Luca Baroncini

Ingresso multisala Pathè di Torino - Foto Luca Baroncini 2003

Ora o mai più

recensione di Lucrezia Avitabile

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21° TORINO FILM FESTIVAL

Torino-lingotto-Multisala Pathè-13/21 novembre 2003

"Fiat cinema"

Un cielo gravido di pioggia apre la giornata. Tutto intorno è umido ma non è freddo. C’è chi va al lavoro. Chi attende l’autobus per andare a scuola. Una ragazza dà un’occhiata in giro mentre un punto interrogativo le si stampa sul viso. Un uomo di mezza età guarda infastidito l’orologio e intanto si sistema il cavallo dei pantaloni. Nuvole di fumo escono da ogni bocca in cerca di colori a cui unirsi, ma svaniscono presto, rapite dal grigio. Nel viavai routinario con cui si sta risvegliando la città, si distinguono alcune figure che camminano non togliendo gli occhi dai fogli che stringono con fermezza tra le mani. Per loro i semafori non esistono e nemmeno le automobili e i tram. Dalle pagine sfogliate con così tanta attenzione arrivano dettagli arancioni che, uniti a lettere dell’alfabeto, formano il programma del Torino Film Festival, giunto quest’anno alla Ventunesima edizione. I concentratissimi lettori stanno cercando di capire come muoversi tra le 11 sale della Multisala Pathé e si stanno dirigendo all’angolo tra Via Roma e Via Buozzi, dove una navetta li porterà al centro "8 Gallery", per la seconda volta consecutiva sede ufficiale della manifestazione cinematografica. Taverna Dantesca, Postal Bar, Caffè Prussia, Donne in Vetta Abbigliamento, Caffetteria Ca-priccio, Profumi Sinatra, bar Plaza, Riflessi Photo Industry, Kira…Idee per la Testa, rimbalzano da una strada all’altra fino alla Tavola Calda Lingotto, che anticipa di pochi metri l’entrata agli sterminati e imponenti ex-stabilimenti della Fiat, trasformati in enorme galleria commerciale, a sua volta comprendente la più europea delle Multisale (Pathé appunto) sede del Torino Film Festival. Nel passaggio alla periferia l’evento ha perso la sua connotazione tipicamente cittadina e soffre dell’effetto straniante e asettico di ogni centro commerciale. Tanta gente in giro senza un perché che cerca la consolazione di altri sguardi per dare un senso al suo vagare. Cornice di plastica a parte, è cambiata anche la Direzione: i due giovani e competenti Roberto Turigliatto e Giulia d’Agnolo Vallan hanno sostituito l’ormai veterano Stefano Della Casa. Invariato il clima informale, con pochissimo glamour nonostante la presenza di ospiti internazionali di rilievo e l’ attenzione crescente dei media. Ben diciannove le sezioni in cui è suddiviso il programma, sempre attento a tutto ciò che è immagine in movimento ponendo la massima attenzione alle cinematografie ‘marginali’, quelle geograficamente e culturalmente più lontane dal mercato. Un percorso, quindi, soprattutto di scoperta, non sempre facile da seguire, ma ricco di opportunità. Rispetto alle passate edizioni è stato ampliato il Concorso Internazionale, allargando la selezione anche a opere non in pellicola, ed è stata eliminata la sezione ‘Nipponica’, spalmando i film orientali tra gli altri titoli. È stata invece conservata ‘Americana’, quest’anno incentrata su film e documentari con tema l’America. Percorrendo un po’ il programma troviamo anche il ‘Concorso Internazionale Cortometraggi’ e ‘Spazio Italia’, focalizzato su temi a carattere sociale quali l’ immigrazione, la politica internazionale, il mondo del lavoro. Tre le retrospettive, che, come ogni anno, includono un autore americano ai margini di Hollywood (William Friedkin), un europeo da cineclub (il russo Aleksandr Sokurov) e un artista dimenticato (il greco Stavros Tornes). Tre anche gli "omaggi" fuori concorso: al portoghese recentemente scomparso Joao César Monteiro, al giapponese che ha ispirato Tarantino, Kinji Fukasaku e all’artista sperimentale e d’avanguardia Stephen Dwoskin. Nel vastissimo programma i due direttori hanno anche inserito qualche contentino per il pubblico (come l’anteprima europea di ‘Looney Tunes: Back in Action’ di Joe Dante), ma quest’anno i titoli dal forte appeal commerciale erano davvero pochi.

WILLIAM FRIEDKIN

È a lui che dobbiamo notti insonni e piene di incubi perché con "L’esorcista" ha terrorizzato il mondo intero sfidando la parte demoniaca che alberga in ognuno di noi e superando i limiti del "mostrabile" imposti dal cinema mainstream. È ricordato soprattutto per i vomiti verdastri della piccola Regan, ma in realtà William Friedkin ha alle spalle una carriera solida e ricca di titoli interessanti. Tra gli altri, tutti riproposti in pellicola e versione originale al Festival, "Il braccio violento della legge", vincitore di cinque premi Oscar, "Cruising", che racconta la calata agli inferi del poliziotto Al Pacino infiltrato nel mondo gay newyorchese, "Vivere e morire a Los Angeles", permeato di un profondo pessimismo e con un indimenticabile inseguimento automobilistico e il disturbante ‘Rampage’, arrivato in Italia con grande ritardo come "Assassino senza colpa?" e poi passato in televisione come "Ritratto di un serial killer". Tutti i suoi film pongono problematiche forti, non si accontentano di trovare facili soluzioni e lanciano spunti importanti di riflessione. Non è un caso quindi l’intervista di Friedkin a Fritz Lang del 1974, proposta, in ghiotta esclusiva, dal Torino Film Festival. Il grande regista tedesco spiega infatti così la sua predilezione per la messa in scena dei mali della società: "non sono un politico, quindi non so dire come curare questi mali, ma posso indicarli, posso mostrare che esistono".

Momento importante del festival, l’incontro di William Friedkin con la stampa. Il regista americano arriva puntualissimo con giacchetto bluastro, camicia di jeans e pantalone beige con la riga, portando con entusiasmo giovanile i suoi sessantotto anni di età. Sembrerebbe un americano qualsiasi in vacanza e non si direbbe mai che i suoi fotogrammi sono impressi in un angolo della memoria di intere generazioni di spettatori. Ecco la sua breve ma intensa intervista, in cui racconta un po’ della sua storia, dalle origini ai giorni nostri, che è anche un po’ la storia del cinema.

LA SUA STORIA

"Ho cominciato a lavorare a Chicago nella televisione e non avevo la minima intenzione di passare al cinema. Mi piaceva la"live television", poi ho appreso la storia di un ragazzo nero che ha compiuto una rapina sfociata in omicidio. Dopo nove anni di prigione questo giovane era condannato alla sedia elettrica, allora mi sono messo in testa di scagionarlo attraverso un documentario su di lui. E così è stato. A quel punto ho capito le potenzialità salvifiche dello strumento cinematografico: potente e in grado di salvare vite umane. Passando a Hollywood ho poi capito che neanche le Charlie’s Angels possono salvare la vita di qualcuno. Uno dei primi film che ho visto, "Furia umana" di Raoul Walsh, mi ha molto condizionato perché in grado di combinare vari generi (documentario, crime story, thriller) che coesistevano sostenendosi a vicenda. Il mio approccio non è dissimile e si può definire documentaristico, nel senso che ogni storia la avvicino in modo analitico come se facessi un documentario. Adoro tutti i film di Raoul Walsh, è un autore versatile e dirige molto bene le attrici, mentre lui odiava la nostra generazione di registi. Ci considerava infantili e sperava che potessimo diventare più sofisticati. Ma si sbagliava!

IL SEQUEL DE "L’ESORCISTA"

"Non ne so nulla, ma non vorrei mai andarlo a vedere! Il primo film ha esaurito tutto ciò che c’era da dire su quella storia!"

PENA DI MORTE

"In base ai sondaggi, il settanta per cento degli americani è ancora a favore della pena di morte. Quella che è cambiata è la frequenza delle esecuzioni. In Illinois l’ultimo governatore ha concesso la grazia a 145 detenuti grazie all’introduzione dell’esa-me del DNA. Prima di questa innovazione, molti sospettati ve-nivano direttamente giustiziati.

Mario Cuomo, che ha governato New York per dodici anni, ha continuato ad essere rieletto anche se era contrario alla pena capitale. In pratica a New York le leggi consentono le esecuzioni, ma non la loro applicazione.

L’INFARTO

Avevo trent’anni e mentre stavo andando al lavoro in auto ho avvertito un dolore al petto. Pensavo fosse un crampo mu-scolare invece era un infarto. Mi hanno somministrato ossigeno, ho subito un massaggio cardiaco e ricordo chiaramente le parole di un medico: "Non reagisce!" In quel momento pensai: "Non ho concluso niente nella mia vita". Poi ho avuto una strana sensazione e ho pensato "Fa niente! Non ha importanza" e sono tornato bambino, con le aspettative di nuove esperienze. Ero convinto di essere morto e pensavo che la luce abbagliante che vedevo fosse l’Inferno. Il dolore era ancora molto forte e pensavo "Mi viene data un’altra opportunità". Per ora non l’ho sfruttata a dovere, ma nel frattempo ho fatto due figli e forse loro faranno ciò che non ho fatto io. Mi sono salvato e il ricordo di quello stato di morte e successiva rinascita è ancora molto forte. Tanti gli interrogativi che l’esperienza ha stimolato. Ogni mattina quando mi sveglio ringrazio per esserci ancora e da allora cerco di relazionarmi alle persone provando a considerarle come individui. Non mi limito a vederle, le guardo. Forse è anche a causa di questa esperienza che i temi costanti del mio cinema sono il mistero del destino (fate) e della fede (faith). Perché sono vivo? Perché Primo Levi è so-pravvissuto ai campi di concen-tramento per poi suicidarsi?"

PROGETTI FUTURI

"Prima di tutto un thriller basato sulla vera storia di un serial killer intitolato ‘Serpentine’ e poi sto preparando la regia di alcune opere: il "Tannhauser" nel 2004 a Los Angeles, "Sansone e Dalila" nel 2005 a Tel Aviv e "Salome" nel 2006 a Monaco. Mi piace l’opera. La preferisco rispetto al cinema che ritengo una forma espressiva decadente. Penso infatti che i film delle nuove generazioni siano infantili e spero che riescano a diventare più sofisticati. Proprio come Raoul Walsh! In poche parole ci diamo entrambi delle arie ("We are both full of shit")

God bless you!

Il film che ha inaugurato il festival:

È PIÙ FACILE PER UN CAMMELLO…

Regia: Valeria Bruni Tedeschi

Soggetto, sceneggiatura: Valeria Bruni Tedeschi, Noémie Lvovsky, Agnè De Sacy
Fotografia: Jeanne Lapoirie
Scenografia: Emmanuelle Duplay
Costumi: Claire Frasse.
Montaggio: Anne Weil
Suono:François Waledish
Interpreti e personaggi: Valeria Bruni Tedeschi (Federica), Chiara Mastroianni (Bian ca), Jean-Hugues Anglade (Pierre), Denis Podalydès (Philippe)
Produttore: Paulo Branco
Produzione: Gemini Films Durata: 110’

Trama

Federica è una ragazza molto ricca: tale privilegio la imprigiona e le impedisce di condurre una vita da adulta. Il suo compagno è pronto ad avere una famiglia ma il precedente amante torna improvvisamente sulla scena. La sua è una famiglia slegata dalla normale vita di tutti i giorni: le relazioni affettive già conflittuali sono ulteriormente destabilizzate dalla morte della figura paterna. Sommersa dall’ eredità che sta per arrivarle, dalle sue aggrovigliate relazioni e dal peso del senso di colpa, Federica cerca conforto nell’ immaginario, dove la realtà diventa perfetta e meravigliosa.

Recensione

L'espressione artistica merita sempre rispetto perché è un mettersi a nudo davanti a una folla giudicante che da una comoda poltrona può decidere "questo sì!" oppure "questo no!", annullando con un cenno di dissenso le fatiche di mesi di ricerche e duro lavoro. È anche vero, però, che esporsi comporta il rischio di non piacere, perché è totalmente lecito, oltre che giusto, che il confronto con un percorso creativo provochi emozioni non per forza allineate. Lo scambio reciproco dovrebbe essere il costruttivo punto di incontro. Sta di fatto che il debutto alla regia di Valeria Bruni Tedeschi convince a metà. Se da un lato è ammirevole la capacità dell'attrice di buttarsi senza rete in una storia autobiografica e con tutta probabilità dolorosa, dall'altro, proprio questo vissuto personale e intimo finisce per permeare il film di un egocentrismo tutt'altro che necessario. Come dire, non si sentiva certo la mancanza di un bio-pic su Valeria Bruni Tedeschi. Eppure il film, dopo una prima parte claudicante, riesce a rendere universale il percorso di crescita della protagonista e il suo disagio esce da un utilizzo sfacciatamente terapeutico del-la macchina da presa. È la discontinuità, quindi, il filo rosso che lega le varie sequenze che compongono il lungometraggio. Nel senso che momenti riusciti si affiancano ad altri (la maggior parte, purtroppo) ridondanti, falsi e di maniera. Insopportabili, ad esempio, le lezioni di ballo che scandiscono il racconto, poco riusciti alcuni personaggi (il prete confidente), ridicolo il fidanzato che canta l'Internazionale in un grottesco crescendo. Molto divertente, invece, la riunione familiare in cui la madre (Marysa Borini, vera madre della Bruni Tedeschi e convincente attrice al suo debutto), mostrando i tesori di famiglia, affianca un Rubens alla foto del figlio vestito da Zorro. E riu-scito, nella sua rappresentazione della fantasia come rifugio dagli eventi reali, il rapimento concluso con un pranzo tra famiglia e brigatisti cantando tutti insieme "El pueblo unido jamás será vencido!". La regista, nonostante un'uniformità stilistica tra realtà e immaginazione che confonde i diversi piani narrativi, è comunque meglio dell'interprete, ormai abbonata a ruoli di fragile ed eterea che rischiano di imprigionarla a vita (mentre sembra mostrare un talento naturale per i tempi comici). Brava Chiara Mastroianni, si lascia apprezzare il carisma di Roberto Herlizka, anche se farebbe piacere ritrovarlo in ruoli più vitali (dopo la difficile prova in "Buongiorno, notte" è qui un patito malato terminale). In un cameo anche Emmanuelle Devos ("Sulle mie labbra"), moglie dell'amante della protagonista, ma il quadretto di cui è fugace interprete stride e non convince.

Il film vincitore del Premio Holden per la Sceneggiatura e del Premio del Pubblico "Achille Valdata"

MEMORIES OF MURDER

Regia: Bong Joon-Ho
Soggetto, Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Shim Sung-bo
Fotografia: KimHyeong-gu
Costumi: Kim Yu-sun
Montaggio: KimSun-min
Musica: TaroIwashiro
Suono: LeeByung-Ha
Interpreti/Cast : KimSang-Kyung, Song Kang-Ho
Produttore: KimMoo-Ryung
Produzione: Sidus – Cinema Service
Durata: 127’

Trama

In Corea, nella provincia di Gyunggi, viene rinvenuto il cadavere di una giovane donna, stuprata e uccisa. Un paio di mesi dopo si verificano altri stupri e omicidi in circostanze simili. In un villaggio totalmente estraneo a crimini così efferati si fa sempre più pressante il timore della presenza di un serial killer.

Recensione

Nel 1986 un serial killer minaccia la quiete di un piccolo paese coreano. Le vittime sono giovani donne e le sevizie avvengono in giornate di pioggia. Gli investigatori, impreparati a fronteggiare l'evento, brancolano nel buio, i delitti si susseguono e da Seul viene inviato un detective in aiuto. Lo scontro tra provincia e città, fallimentare per entrambe le realtà, è lo spunto per denunciare l'arretratezza culturale e sociale di un intero paese, sia nelle grandi città come nei piccoli villaggi ad un livello assai lontano da condizioni di vita civili. Basta pensare che la ferita di un chiodo può ancora causare il tetano, con conseguente salvezza dipendente unicamente dall'amputazione dell'arto infetto. Il genere thriller diventa quindi un mezzo per raccontare la Corea, alla fine vera protagonista del lungometraggio del giovane e acuto regista Boon Joon-Ho. Il ritratto che ne esce è poco confortante e la fiction funziona perfettamente come cartina di tornasole politica: gli investigatori locali fabbricano false prove, picchiano a sangue i sospetti, devono ricorrere agli U.S.A. per l'esame del Dna, credono con gigioneria a qualsiasi pista (non sono stati trovati peli pubici e allora si cercano sospettati glabri; nei giorni dei delitti è stata programmata in radio sempre la stessa canzone e viene incriminato il giovane che l'ha richiesta). La regia, nonostante qualche lungaggine, imprime personalità al racconto attraverso una messa in scena capace di coniugare il grottesco delle indagini con il sottotesto di denuncia, sottile e caustico ma non per questo poco incisivo. Particolarmente efficaci, grazie anche a un adeguato commento sonoro, le sequenze degli omicidi, che riescono a mantenere un buon livello di tensione nonostante l'evidenza del tragico decorso che avranno gli eventi.

Luca Baroncini

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ORA O MAI PIU’

di L.Pellegrini, con J.Bonvicini, V. Placido.

David, brillante studente di fisica della Normale di Pisa, alla vigilia dell’ultimo esame riceve un volantino da Viola, della quale è segretamente innamorato. La segue e partecipa a una riunione del collettivo universitario, intento a progettare l’occupazione di un edificio per farne un centro sociale. Così il protagonista, con lo stesso impegno con cui affronta gli studi, si dedica all’attività politica del centro.

Ben rappresentate le dinamiche di gruppo, la nascita di un leader, la prima sbornia e gli amori giovanili. Buona l’ interpretazione dei giovani pro-tagonisti: una menzione particolare merita l’attore che impersona Doveri, compagno di stanza di David, più qualunquista che destrorso, che con la sua grande umanità e simpatia conquista il pubblico.

Ma Pellegrini ha voluto parlare di Genova, per cui il film si sviluppa tutto intorno all’ organizzazione della manifestazione contro il G8 del luglio 2001.

Lo stesso regista, in un’ intervista rilasciata a Repubblica del 23 novembre, spiega perchè ha inserito la scena in cui David finisce alla caserma di Bolzaneto e così, all’ improvviso, senza continuità con il resto del film: "Volevo che si andasse dalla favola all’incubo. Per molti giovani che hanno partecipato a quel movimento, per molti di noi è stato così. E’ la cosa di cui si parla, me ne rendo conto. Fa sì che molti lo vedano come un film politico, di denuncia. Per me non è soltanto questo". E continua: "D’altra parte è successo proprio così nella realtà, nella nostra storia: una specie di blackout, come se all’ improvviso qualcuno avesse staccato la corrente della democrazia. Chi se l’aspettava quell’esplosione di violenza così gratuita!"

Lucrezia Avitabile

 

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