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La ripresa dell'economia... dei padroni di Toni Iero
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- Da un lato, dallinizio dellanno, le quotazioni azionarie sono significativamente risalite (lindice Mibtel della borsa di Milano registra un +13% nei primi nove mesi del 2003. Dal 31/12/2002 al 21 ottobre, i titoli del listino di Francoforte hanno messo a segno un incremento del 14,5%, a New York il Dow Jones è cresciuto del 17,2% e il Nasdaq addirittura del +44,2%). Il valore delle azioni cresce quando vi sono credibili aspettative di aumento degli utili societari che, secondo linterpretazione corrente, implicano una ripresa congiunturale ormai alle porte: la borsa anticipa gli avvenimenti del futuro. - Dallaltro, i mercati obbligazionari, con i tassi di interesse più bassi degli ultimi 50 anni, segnalano invece una pericolosa fragilità del ciclo economico. Gli operatori del reddito fisso manifestano preoccupazione, di fronte ad una domanda dei consumatori che tarda a rispondere allazione espansiva esercitata dalle politiche fiscali e monetarie. Si ritiene, peraltro, che vi sarà la necessità di ulteriori tagli nei tassi di interesse, almeno in Europa. Secondo questo osservatorio non solo la ripresa economica sarebbe ancora lontana, ma vi sarebbe il rischio di scontrarsi con scenari deflazionistici. La più accreditata spiegazione di questo paradosso vorrebbe che gli operatori del mercato azionario, guardando al futuro, siano intrinsecamente più ottimisti. Mentre chi investe in titoli obbligazionari, essendo di natura più prudente, ha una visione meno rosea sull andamento delleconomia. Posto in questi termini, il problema sembrerebbe essere quello di rispondere alla domanda: chi ha ragione? Però, se oltre a giocare con indici, grafici, tabelle e analisi psicologiche da rotocalco, si riflettesse sulle notizie che quotidianamente giungono dal mondo del lavoro, emergerebbe una semplice interpretazione in grado di risolvere l apparente contraddizione tra gli andamenti dei due mercati finanziari. La forsennata competizione globale fa sì che, oggi, gli sforzi delle aziende siano rivolti a conseguire un drastico taglio dei costi di produzione: il sempre maggior ricorso all automazione permette di licenziare (o prepensionare) i lavoratori, la precarizzazione delloccupazione consente di pagare meno la mano dopera, la delocalizzazione degli impianti in paesi a basso costo del lavoro comporta grandi risparmi sui bilanci. A questo va poi aggiunto il generoso dono della riduzione delle imposte da versare allo Stato. Ebbene, bisogna ammettere che gli operatori dei mercati azionari hanno ragione: gli utili delle imprese aumenteranno! È molto probabile che, nel corso del prossimo anno, linsieme delle società quotate registri un aumento della redditività, da destinare come dividendi ai propri azionisti. Però, in questa situazione, laumento dei profitti aziendali sarà determinato dal taglio dei costi, non dall aumento del fatturato, conseguente ad una ripresa economica. Infatti la capacità di acquisto della popolazione si è ridotta, sia per il mancato aggancio delle retribuzioni all inflazione (inoltre quella effettiva è almeno il triplo di quella ufficiale), sia per laumento della disoccupazione reale (le rilevazioni attuali ormai non sono più confrontabili con quelle precedenti, dato che il reddito di un lavoratore precario di oggi non è paragonabile con quello di un occupato a tempo indeterminato del passato). Ne deriva una logica conseguenza: nei paesi industrializzati non ci sono le condizioni per la ripresa dei consumi, che rappresenterebbe la prima base su cui costruire un rilancio dell economia. Quindi anche gli operatori dei mercati obbligazionari hanno ragione! Leconomia non crescerà, almeno non nei prossimi mesi. Ecco perché, nel contesto attuale, non vi è alcuna contraddizione tra quotazioni azionarie in salita e rendimenti obbligazionari ai minimi storici! Il vero paradosso è nelle attuali politiche economiche, che sembrano ottusamente indirizzate proprio a tagliare alla radice qualsiasi speranza di ripresa congiunturale: questo sarà il risultato della prosecuzione del processo di ridistribuzione del reddito dai lavoratori ai padroni. Precarizzare il lavoro, ridurre le retribuzioni e abbattere le pensioni avranno un effetto dirompente sull equilibrio economico delle nazioni sviluppate. Il pericolo della deflazione è in agguato. Si evidenzia il profilo di una classe dirigente internazionale, sia politica, sia imprenditoriale, miope ed incapace di elaborare un progetto sostenibile per il futuro. Ma questo non preoccupa i ricchi. Per il prossimo anno il loro profitto è garantito. Per il 2005, con la benedizione di un papa o di un imam, qualche santo aiuterà! |
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