Barra di navigazione

 

  Il più totale menefreghismo

 

Scheda elettorale

sei in Cenerentola>archivio>numero24>per il dibattito

Pubblichiamo, tentando anche di fornire una risposta ai problemi sollevati, questa lettera inviataci da Claudio Collu.

Come i lettori sanno, nei giorni 15 e 16 giugno, in Italia, si è svolto il referendum per l’estensione degli effetti dell’articolo 18 dello ‘statuto dei lavoratori’ alle aziende con meno di 15 dipendenti. Attraverso tale referendum, il Partito della Rifondazione Comunista intendeva estendere a tutti i lavoratori dipendenti, quale che sia la dimensione della loro azienda, una serie di garanzie che rendono più difficile il licenziamento.

All’indomani della sconfitta, Luciano Nicolini scrisse, su Cenerentola, un articolo nel quale, tra le altre cose, diceva:

"Fermo restando che, nei paesi occidentali, la forza dei mezzi di comunicazione di massa è enorme, tale da convincere tutti in breve tempo, se serve al potere, a riaprire i lager e la caccia agli Ebrei, penso che nessuna campagna propagandistica possa convincere la grande maggioranza degli Italiani a fare, nell’immediato, del male a se stessi (che è cosa diversa dal farlo a una minoranza).

Pertanto, per interpretare il comportamento tenuto in questa occasione dalla maggioranza degli elettori, sono possibili, a mio parere, due spiegazioni:

- gli Italiani sono molto più ricchi di quanto non si creda e, quindi, del posto fisso non hanno bisogno;

- gli Italiani hanno bisogno del posto fisso, ma sono profondamente convinti che non saranno le leggi a garantirlo.

La prima ipotesi non mi sembra sostenibile. Tutti sappiamo che il reddito della maggior parte dei lavoratori dipendenti non è tale da permettere di risparmiare e, quindi, di coprire lunghi periodi di sottoccupazione o disoccupazione.

La maggioranza degli Italiani, del posto fisso, ha bisogno. Soltanto, con ogni probabilità, è convinta che le migliori garanzie per mantenerlo siano: la propria capacità professionale (perchè no?), le conoscenze e, soprattutto, l’ appartenenza (a un partito, a una famiglia, a una setta religiosa, alla mafia, alla camorra, ecc.).

Alle garanzie legali non è interessata.

Perchè è una maggioranza costituita da servi? Forse. Ma più probabilmente perchè gli Italiani sanno che, alla fin fine, se sul posto di lavoro i padroni vogliono renderti la vita impossibile, hanno mille modi per riuscirci. E se non sei un sindacalista, uno di quelli che ne fanno una battaglia di principio, prima o poi, te ne vai".

Qui si inseriscono le considerazioni di Claudio Collu.

Sulla sconfitta del referendum del 15 giugno, sostanzialmente mi trovo d’accordo con Luciano riguardo il secondo punto elencato ma, personalmente, io aggiungerei esplicitamente un altro punto non tanto simpatico riguardo le inclinazioni di tanti nostri "concittadini", e cioè il più totale menefreghismo che paralizza, spesso in maniera indelebile, quelle ipotetiche forze sociali che invece dovrebbero mobilitarsi contro questo Leviatano dal sorriso accattivante.

Quante volte ci siamo sentiti dire: "Ma chi te lo fa fare... Stai lottando contro i mulini a vento... Non si otterrà nulla... Ma pensa a divertirti... Pensa solo a te stesso..." e cazzate – cliché simili – che testimoniano quanto lavoro ci sarebbe da fare, stando ovviamente con i piedi per terra, e quante ventate di autentica speranza per un mondo migliore si dovrebbero "soffiare" da parte di chi dice radicalmente no a questo sistema: all’interno del posto di lavoro, a scuola, in famiglia, per le strade...

Anch’io credo che il cosiddetto "diritto di voto" ottenuto dalle masse sia solo una pietosa favola per creare consenso a questo schifoso modello capitalista. Ma questo referendum ha sollevato per aria i gravi problemi economico-sociali ruotanti attorno all’ orbita del lavoro dipendente nella piccola-media impresa, e questi problemi faremo bene ad analizzarli "sul posto" e a cercare più soluzioni possibili, magari attivando "reti di solidarietà" e di collaborazione che sleghino la gente dal partito, dalla setta religiosa, dal pregiudizio su chi viene da un altro paese, dalla dipendenza dell’ "avere" a qualsiasi costo; in modo da destare l’uomo dal torpore quotidiano provocato dall’illusione di vivere in un paradiso dotato di ogni comfort, a nostro uso e consumo, costruito sulla pelle di intere popolazioni, sfruttate e calpestate, ma anche a scapito dei nostri salari e della nostra dignità.

Claudio Collu

La tua lettera mi lascia un po’ perplesso. Anche perchè nel mio articolo, pubblicato sul numero 19 di Cenerentola, cercavo di analizzare le ragioni di una rinuncia al voto non certo sostenuta da motivazioni rivoluzionarie; le tue considerazioni, invece, vanno ben oltre.

Riguardo alla sconfitta referendaria: mi sembra improbabile che possa essere attribuita al "più totale menefreghismo". Che gli Italiani, spesso, se ne freghino dei guai altrui è noto; ma in questo caso si trattava, per almeno 16 milioni di lavoratori dipendenti e per i loro familiari, di difendere i redditi propri, non quelli altrui. Se gran parte di loro ha ritenuto inutile recarsi alle urne per farlo (sforzo assai piccolo) deve esserci un motivo diverso.

Riguardo al "diritto di voto", per la verità, non mi sono mai espresso in modo così negativo come hai fatto tu: se da un lato sono convinto (e la storia è lì a dimostrarlo) che chi comanda non si sente in alcun modo vincolato dai risultati elettorali, dall’altro mi sembra francamente eccessivo affermare che il voto sia stato concesso "per creare consenso al modello capitalista".

Ma veniamo al punto fondamentale da te sollevato: il disimpegno politico e sindacale della maggior parte della popolazione. Anch’io mi sento dire spesso frasi del tipo: "Ma chi te lo fa fare" e " Non si otterrà nulla". E anch’io, come te, continuo a impegnarmi nella convinzione di poter contribuire a migliorare le condizioni di vita, se non mie, di chi sta peggio di me.

Ma questi sono discorsi da anarchici.

La maggior parte della popolazione si impegna soprattutto (anche se non esclusivamente) quando vede la concreta possibilità di migliorare la propria, e non l’altrui, condizione. Sta a noi presentare proposte credibili e percorsi credibili per concretizzarle.

Nessuno, penso, si illude di vivere in un paradiso; e tutti sanno che quel po’ di benessere dei quali molti di noi dispongono si basa sulla sofferenza di altri. Ma, quando non si intravedono soluzioni, si è portati a pensare che, potendo scegliere, è meglio essere sfruttatore che sfruttato. Come dice un ruvido detto napoletano: "è meglio essere invidiati piuttosto che compatiti".

 

Luciano Nicolini

  Inizio pagina