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Buongiorno, notte

recensione di Luciano Nicolini

Marco Bellocchio - Foto Luca Baroncini 2003

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Buongiorno, notte

di M. Bellocchio

con M. Sansa, L. Lo Cascio

Non ho mai amato particolarmente i film di Bellocchio e, dopo aver visto il penultimo ("L’ora di religione"), mi ero ripromesso di evitarli.

Non è stato possibile.

Le polemiche sorte intorno a "Buongiorno, notte", e al suo mancato successo nella recente rassegna cinematografica di Venezia, mi hanno costretto ad andarlo a vedere.

"Costretto...." – dirà qualcuno sorridendo – "Di polemiche ce ne sono state anche intorno al Giro d’Italia. E non per questo ti sei schierato a lato della strada ad aspettare i ciclisti!

Non è che, in questo caso, ti sia sentito un po’ coinvolto?"

Chiariamoci subito. Non ho mai avuto alcuna simpatia per le Brigate Rosse. E ho attaccato, più volte, pubblicamente, la loro linea politica, in tempi non sospetti. Quando cioè la cosa poteva anche comportare qualche rischio.

Ho partecipato invece, e attivamente, a quel vasto movimento che, nei primi anni ’70, ha cercato di cambiare l’Italia, movimento che ora molti, in mala fede, vogliono vedere solo come un preludio alle pratiche brigatiste.

Ma, procediamo con ordine. Prima di tutto occorre dire che il film di Bellocchio è, indiscutibilmente, ben fatto. Il ritmo è stringente. I personaggi, sufficientemente credibili, sono interpretati con cura. Particolarmente riuscita mi è parsa l’interpretazione di Chiara, la protagonista, impersonata da una dimessa Maya Sansa.

Non c’è da stupirsi se, a Venezia, la pellicola ha avuto un così grande successo di pubblico e di critica.

Nemmeno, però, c’è da stupirsi che i giornali le abbiano dato tanto risalto, assai più di quello che le ha attribuito la giuria internazionale. La scelta, di per sè rispettabilissima, dell’autore, di concentrarsi sul lato umano dei personaggi, rinunciando a ogni tipo di analisi politica, ne fa, infatti, tutto sommato, un film comodo al potere.

I brigatisti appaiono soltanto come dei pazzi (soggetti nei quali Belocchio sembra essersi specializzato), posseduti da un’ideologia assurda, una religione (come fa dire l’autore al loro prigioniero) che, se non ne cancella ogni umanità, li rende comunque ciechi nei confronti di una società che li disprezza ed isola come corpo estraneo.

Che fossero pazzi, e lugubri, noi libertari lo dicevamo già allora, ma sarebbe anche bene ricordare che, negli anni in cui nacquero le BR, la sinistra si stava avvicinando al governo, e che, nel 1973, solo cinque anni prima del rapimento Moro, in Cile, un percorso analogo era finito con un sanguinoso golpe e il conseguente massacro dei suoi militanti.

E’ facile, adesso, dire che i brigatisti non avevano speranze. All’epoca, era altrettanto facile dire che non le avevamo noi bonaccioni.

"Li profeti armati vinsono, li profeti disarmati ruinorono".

Questo, quando ero ragazzo, veniva insegnato nelle scuole medie. Ed è una frase di quel Macchiavelli che è tanto caro alla cultura ufficiale, non di quel Gandhi che alcuni di noi, e io tra quelli, proprio nel corso degli anni '70, attraverso un percorso del tutto autonomo, cominciarono ad apprezzare.

Che l’ideologia dei brigatisti, il marxismo-leninismo, fosse assurda, quasi una religione, noi libertari lo abbiamo sempre affermato. Ma non era l’opinione prevalente nella sinistra, all’epoca. Lo è, forse, ora. E solo perchè quest’ultima si è gettata acriticamente su altre ideologie e altre religioni: quella del capitalismo, prima fra tutte, che, come sappiamo, offusca la vista e i sentimenti più d’ogni altra.

Sul finire degli anni ’70, fortunatamente, la società italiana isolò completamente i brigatisti. Ma non si deve credere che fossero soltanto una banda di invasati: il loro isolamento, purtroppo, fu attuato più sulla base di ordini di partito che di una scelta politica cosciente.

A meno che, per scelta politica, non si intenda quella di stare dalla parte dei profeti meglio armati, di quei profeti che si servirono largamente del fenomeno brigatista per criminalizzare e reprimere tutto ciò che di progressista si era diffuso nel paese.

 

 

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