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La talpa

Shame



Michael Fassbender

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di Tomas Alfredson 
con Gary Oldman, Kathy Burke, Mark Strong, John Hurt, Colin Firth, Tom Hardy, Benedict Cumberbatch

Lo spionaggio è un genere difficile per il cinema. Mentre le pagine di un romanzo possono dettagliare, divagare, accompagnare il lettore a una maturazione insieme ai doppigiochi dei personaggi, al cinema il tempo è tiranno e occorre smussare, semplificare, chiarire. Qualunque siano state le intenzioni di Tomas Alfredson, dopo i riconoscimenti internazionali ottenuti con “Lasciami entrare” e per la prima volta alle prese con una grande produzione, nella sua trasposizione del celebre romanzo di John le Carré ci si sente perduti già dopo i (lunghi) titoli di testa. Nel primo quarto d’ora, infatti, si entra subito nel vivo dell’azione e troppi personaggi scorrono in successione senza che sia decifrabile chi siano, cosa fanno e perché. Non avendo tempo e modo di collocarli in quel puzzle che si rivela la sceneggiatura, la complessità schiaccia il film fin dalle prime battute.

Le linee guida sono chiare: c’è una talpa nei servizi segreti inglesi che collabora con la Russia e bisogna trovarla. Dopo, però, è il vuoto. Numerosi personaggi dichiarano la loro adesione al racconto e, per fortuna, sembrano non nutrire dubbi sulle loro motivazioni e sul perché del loro agire. Perse le coordinate della narrazione, non è sufficiente la cura della confezione a dare un senso al film. Anche perché la interessante fotografia, plumbea e fumosa, imita con cura i modelli di riferimento del genere (la vicenda è ambientata negli anni ’70, in piena Guerra Fredda), ma uniforma ogni sequenza spalmandola di tinte livide che finiscono più per appiattire gli sviluppi che favorire il coinvolgimento. Discorso analogo per ambientazioni e costumi.

Soffermandosi sulla recitazione, colpisce la pacatezza di Gary Oldman, per una volta non esagitato, mentre si sovrappongono, insieme alle ragioni dei personaggi a cui danno vita, gli altri. Curioso che per un film destinato al grande pubblico si sia scelta una linea così autoriale che rende la tortuosità e l’eccesso di verbosità (domina l’ellissi e molti snodi chiave sono raccontati) ostacoli insuperabili. 

 

Luca Baroncini

Shame

 di Steve McQueen
con Michael Fassbender, Carey Mulligan, Hannah Ware, Nicole Beharie

Steve McQueen è più artista a tutto tondo (ha esposto ripetutamente alla Biennale di Arti Visive di Venezia) che cineasta. Grazie al debutto nel lungometraggio con “Hunger”, del 2008, incentrato sull’attivista nordirlandese Bobby Sands, ha conquistato il Festival di Cannes, vincendo la Camera d’Or. Con “Shame” ha invece fatto discutere all’ultimo Festival di Venezia.

Il film affronta infatti il tema delle dipendenze, nello specifico nei confronti del sesso, una vera e propria ossessione per il bukowskiano Brandon, in fuga da se stesso e da un passato, a cui si allude soltanto, dalle tinte torbide (incesto? soprusi familiari?). L’arrivo della sorella minore risveglierà i suoi fantasmi, rafforzando il bisogno di fuggire da qualunque legame e di trovare una nuova dimensione. Cosa che non accadrà perché il protagonista non arriverà mai a un confronto maturo e risolutivo con le proprie paure.

L’opera segue la disordinata quotidianità di Brandon, poco vittima del lavoro e con molto tempo a disposizione. Una grande libertà di azione che prenderà la forma di una ricerca compulsiva ed esponenziale del sesso. L’incapacità del protagonista di rielaborare il proprio vissuto, però, trasformerà l’accumulo di esperienze in una ginnastica meccanica, mai davvero soddisfacente e liberatoria. Più del racconto in sé, che non brilla per originalità, per McQueen quello che conta è lo stile. E il talento del video-maker inglese non lascia nulla al caso cercando il bello in ogni inquadratura, con grande cura per la luce, l’impatto dei suoni e delle musiche, l’atmosfera. Una combinazione che rende le immagini incisive e magnetiche. Lunghi e complessi piani sequenza (sequenze senza stacchi di montaggio) sillabano la narrazione, con punte significative nell’incontro, prima di amicizia e poi di non-amore, tra Brandon e una collega di lavoro, e nell’incredibile performance di Carey Mulligan. La sua struggente “New York, New York”, cantata in chiave blues, è uno dei momenti del film che resteranno.

Meno interessante, perché più banale nelle sue implicazioni, il tono cupo degli eventi, in progressiva caduta nel greve. Sul protagonista e sulla sua scelta di vita autodistruttiva aleggia un’ombra di giudizio, a partire dal titolo, ma il regista assicura che “vergogna” è stato scelto dopo avere intervistato molti sesso-dipendenti e verificato che risultava essere il termine più ricorrente.

Generosa, e già in odore di Oscar, l’interpretazione di Michael Fassbender, premiato con la Coppa Volpi come Migliore Attore al Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in concorso e in anteprima mondiale.

 
Luca Baroncini

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