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| di Tomas Alfredson con Gary Oldman, Kathy Burke, Mark Strong, John Hurt, Colin Firth, Tom Hardy, Benedict Cumberbatch
Le
linee guida sono chiare: c’è una talpa nei servizi segreti inglesi che
collabora con la Russia e bisogna trovarla. Dopo, però, è il vuoto. Numerosi
personaggi dichiarano la loro adesione al racconto e, per fortuna, sembrano non
nutrire dubbi sulle loro motivazioni e sul perché del loro agire. Perse le coordinate
della narrazione, non è sufficiente la cura della confezione a dare un senso al
film. Anche perché la interessante fotografia, plumbea e fumosa, imita con cura
i modelli di riferimento del genere (la vicenda è ambientata negli anni ’70, in
piena Guerra Fredda), ma uniforma ogni sequenza spalmandola di tinte livide che
finiscono più per appiattire gli sviluppi che favorire il coinvolgimento.
Discorso analogo per ambientazioni e costumi. Soffermandosi
sulla recitazione, colpisce la pacatezza di Gary Oldman, per una volta non
esagitato, mentre si sovrappongono, insieme alle ragioni dei personaggi a cui
danno vita, gli altri. Curioso che per un film destinato al grande pubblico si
sia scelta una linea così autoriale che rende la tortuosità e l’eccesso di
verbosità (domina l’ellissi e molti snodi chiave sono raccontati) ostacoli
insuperabili. Luca Baroncini
Il film
affronta infatti il tema delle dipendenze, nello specifico nei confronti del
sesso, una vera e propria ossessione per il bukowskiano Brandon, in fuga da se
stesso e da un passato, a cui si allude soltanto, dalle tinte torbide (incesto?
soprusi familiari?). L’arrivo della sorella minore risveglierà i suoi
fantasmi, rafforzando il bisogno di fuggire da qualunque legame e di trovare
una nuova dimensione. Cosa che non accadrà perché il protagonista non arriverà
mai a un confronto maturo e risolutivo con le proprie paure. L’opera
segue la disordinata quotidianità di Brandon, poco vittima del lavoro e con
molto tempo a disposizione. Una grande libertà di azione che prenderà la forma
di una ricerca compulsiva ed esponenziale del sesso. L’incapacità del
protagonista di rielaborare il proprio vissuto, però, trasformerà l’accumulo di
esperienze in una ginnastica meccanica, mai davvero soddisfacente e
liberatoria. Più del racconto in sé, che non brilla per originalità, per
McQueen quello che conta è lo stile. E il talento del video-maker inglese non
lascia nulla al caso cercando il bello in ogni inquadratura, con grande cura
per la luce, l’impatto dei suoni e delle musiche, l’atmosfera. Una combinazione
che rende le immagini incisive e magnetiche. Lunghi e complessi piani sequenza
(sequenze senza stacchi di montaggio) sillabano la narrazione, con punte
significative nell’incontro, prima di amicizia e poi di non-amore, tra Brandon
e una collega di lavoro, e nell’incredibile performance di Carey Mulligan. La
sua struggente “New York, New York”, cantata in chiave blues, è uno dei momenti
del film che resteranno. Meno
interessante, perché più banale nelle sue implicazioni, il tono cupo degli eventi,
in progressiva caduta nel greve. Sul protagonista e sulla sua scelta di vita
autodistruttiva aleggia un’ombra di giudizio, a partire dal titolo, ma il
regista assicura che “vergogna” è stato scelto dopo avere intervistato molti
sesso-dipendenti e verificato che risultava essere il termine più ricorrente. Generosa,
e già in odore di Oscar, l’interpretazione di Michael Fassbender, premiato con
la Coppa Volpi come Migliore Attore al Festival di Venezia, dove il film è
stato presentato in concorso e in anteprima mondiale.
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