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Cenerentola>archivio>numero142>attualità
C'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra 2012: gli
USA arrancano, l’Europa è in crisi, l’Italia in pericolo L’anno che sta arrivando sarà pesante
per tutto il mondo occidentale. Gli opinionisti lo scrivono sui giornali, lo
dicono alle televisioni e, questa volta, temiamo abbiano buoni motivi per affermarlo. Negli
Stati Uniti d’America gli entusiasmi per l’elezione di Barack Obama sembrano
del tutto dimenticati. Il film “Le idi di marzo”, che nel mese di dicembre è
stato proiettato anche nelle sale cinematografiche italiane, ne è l’ennesima
prova: il protagonista, i cui discorsi ricordano molto quelli del presidente
americano, non è diverso dagli avversari; i suoi collaboratori sono motivati
esclusivamente dall’opportunismo. La politica estera di Obama mostra una sostanziale
continuità con quella delle amministrazioni precedenti. La crisi economica
viene affrontata, come sempre, scaricandola sulle altre nazioni e, in
particolare, su quelle europee. C’è chi teme una guerra conclamata tra gli USA
e alcuni paesi in via di sviluppo, Cina in testa: ipotesi improbabile ma non
impossibile. Anche l’Europa se la passa male: molti economisti scommettono che l’euro,
fortemente voluto da Romano Prodi, non sopravviverà e che, insieme ad
esso, morirà il progetto politico dell’unione europea. Ce ne parla Toni Iero
nell’articolo di pagina 3. Messa
peggio di tutte le altre nazioni dell’occidente industrializzato è però
l’Italia, soffocata dagli interessi sul debito pubblico. Di come venir
fuori da questa situazione discutono il Passatore e Toni Iero alle pagine 11 e
12. Certo è che, al di là delle manovre finanziarie, per uscire veramente dalla
crisi il paese dovrebbe rifondarsi attraverso una rivoluzione culturale,
liberandosi della corruzione e della conseguente (e dilagante) incompetenza:
affronta il difficile argomento Roberto Zani alle pagine 5 e seguenti. Nulla, purtroppo, lascia presagire che
ciò accadrà, ma la cosa non esime nessuno dall’impegnarsi in tal senso. I
libertari, che sono tra i pochi titolati a farlo (per la coerenza delle scelte
etiche e la qualità delle proposte sociali) daranno senz’altro il loro
contributo, anche se la scarsità e la frammentazione delle nostra forze non ci
permetterà di essere in alcun modo determinanti. “Se dobbiamo aspettare che ci tirino
fuori dai pasticci i libertari - penseranno i lettori – stiamo freschi!” Appunto: stiamo freschi. Il problema è che, come sottolinea Zani
nella chiusura del suo articolo, in
mancanza di alternative un precipitare della crisi aprirebbe la stada a
soluzioni autoritarie, non necessariamente identiche, come sembra dire
Eugen Galasso a pagina 7, a quelle sperimentate in passato da altri paesi
colpiti da crisi economiche, ma non meno reazionarie e liberticide. (red) Il 1° gennaio 2012 la moneta
unica europea ha compiuto dieci anni. È il momento per qualche considerazione a
proposito di questo esperimento su cui tanti avevano riposto innumerevoli
speranze. La realtà è apparsa subito un po’
meno esaltante. In diversi Paesi, tra cui l’Italia, l’introduzione della moneta
unica è stata l’occasione per un generale rialzo dei prezzi al consumo. Così,
mentre stipendi e salari venivano convertiti secondo il cambio ufficiale (1
euro = 1936,27 lire), i prezzi di numerosi beni e servizi furono convertiti
secondo l’arbitraria trasformazione 1 euro = 1000 lire. Non è colpa dell’euro,
tuttavia il suo esordio ha coinciso con un duro colpo al potere d’acquisto
delle famiglie. Sul fronte internazionale, neanche nei momenti migliori la
moneta unica europea ha raggiunto il peso, nelle riserve valutarie delle banche
centrali, avuto dalle valute nazionali antecedenti (marco tedesco, fiorino
olandese, franco francese, etc.). I guai degli Stati Uniti (impantanati in Afghanistan
e Iraq) hanno portato il dollaro a svalutarsi rispetto all’euro, ma l’entusiasmo
europeista ha volentieri confuso la debolezza del biglietto verde con la forza
della moneta unica. Dopo è
arrivata la grande crisi dei mutui. Sembrava il colpo di grazia per l’economia
americana. Tanti in Europa gongolavano puntando l’indice accusatore verso gli
improvvidi americani, verso la sconsiderata finanza anglo-sassone. Qui da noi è
diverso, si affermava con malcelato orgoglio. Poi si è scoperto che le banche
europee erano piene di titoli “tossici” made in Usa. Così gli Stati del vecchio
continente sono dovuti intervenire per salvare i propri istituti di credito: da
Northern Rock nel Regno Unito alle Cajas spagnole, dal West-LB in Germania a
Abn Amro in Olanda, da Anglo Irish Bank in Irlanda fino alla franco-belga
Dexia. La recessione del 2009 è stata più profonda in Europa che non negli Usa
e, proprio alla fine del 2009, arrivò la notizia dei trucchi contabili adottati
dai governi greci per entrare nel “paradiso” dell’euro. Nasce la crisi dei
debiti sovrani europei. Sembrava una cosa da poco. La Grecia rappresenta circa
il 3% del Pil dell’Unione Europea e non sarebbe stato difficile creare uno
scudo finanziario per permetterle di risanare i conti pubblici attraverso un
intervento equilibrato (lotta all’evasione fiscale, riduzione dei privilegi e
maggiore crescita economica). Invece, al posto di una discussione collegiale
tra i membri dell’Unione, nasce un direttorio composto da Germania e Francia,
dove il vero decisore sta a Berlino. Si comincia a dilazionare qualsiasi
intervento. Si chiacchiera a vanvera e, quando si decide di agire, si obbliga
il povero Paese egeo a varare una politica deflazionistica che, oltre a ridurre
in miseria la popolazione, non fa che aumentare l’insostenibilità del debito.
Oggi, dopo due anni, la farsa non è ancora finita e si finge di voler sistemare
il debito pubblico greco attraverso un malinteso rigore che ormai ha stremato il già debole sistema produttivo del Paese.
L’approccio tedesco al problema
mette in moto la frana. Cadono Irlanda e Portogallo. Nell’estate del 2011 anche
l’Italia entra nella tempesta. Dopo aver perso le elezioni amministrative e 4
referendum, la maggioranza di centro destra (vi ricordate, tutti contro
Tremonti?) comincia a vagheggiare di ricorrere alla spesa pubblica per recuperare
consenso tra gli elettori: è la scintilla che fa detonare la miscela esplosiva
composta da un governo screditato, un premier pieno di conflitti di interesse,
corruzione diffusa, incompetenza onnipresente e un debito pubblico altissimo.
Ci sono tutti gli ingredienti per il collasso senza scomodare “il grande
complotto” dei cattivi finanzieri americani contro l’euro. Il principale venditore
di titoli italiani è stato la Deutsche Bank. Però l’Italia non è la Grecia, è la
terza economia continentale. Se cade l’Italia è difficile che resti in piedi
l’euro. Per la verità, il crollo del Belpaese metterebbe in crisi tutta la finanza
mondiale: una valanga di quasi duemila miliardi di euro di debiti! La Germania
preme per una manovra di rigore sui conti pubblici in cambio dell’aiuto della
Bce, che acquista titoli di Stato italiani sul mercato secondario. Passano
mesi. Quando si rendono conto che l’intervento della Bce in difesa dei titoli
pubblici italiani è, per Berlusconi, solo un alibi per non intervenire si passa
all’azione. Lo strumento è molto efficace: si attaccano le imprese del Silvio.
A quel punto il miliardario di Arcore decide che è bene farsi da parte. Arriva
Monti. Adesso le pressioni della Germania per un intervento drastico trovano un
interlocutore disponibile. L’Italia si appresta a fare sacrifici (piuttosto maldistribuiti).
Ci si aspetta, in cambio, un intervento risoluto a livello europeo, come gli
eurobond o l’attribuzione alla Bce del ruolo di prestatore di ultima istanza
ai governi. Niente. Lo spread (la differenza tra il
tasso di interesse pagato su un titolo pubblico italiano e il corrispondente
tedesco) non scende. Il problema è diventato la spesa per interessi che lo
Stato italiano deve sobbarcarsi. Dai 68 miliardi del 2009 si dovrebbe passare
agli 80 del 2011 che, con i tassi attuali, diventerebbero più di 90 nel 2012.
Una escalation impressionante, che vanifica buona parte dei sacrifici chiesti
agli italiani. Le cose sono ancora più complicate, poiché le misure approvate
dal Parlamento hanno effetti recessivi. La recessione potrebbe far mancare una
quota delle entrate fiscali stimate dal ministero delle finanze. Più spese e
meno entrate. Così è ben difficile trarsi fuori dalle sabbie mobili. Perché la Germania è contraria ad
intervenire in soccorso dei Paesi affossati dalla crisi? Ormai è chiaro che, in
questa condizione, l’Italia può resistere ancora qualche mese. Lo sanno tutti
tranne i ministri di Berlino? È credibile che il governo tedesco tema che,
intervenendo in aiuto dell’Italia, si rischi di rilanciare l’inflazione? Certo,
il popolo di Goethe vive nel costante incubo dell’iperinflazione degli anni
’20. Ma oggi, con il continente sull’orlo della recessione, un sostanzioso
rialzo dei prezzi è praticamente impossibile. L’atteggiamento della Germania
appare del tutto illogico. Eppure, un eventuale crollo dell’euro danneggerebbe
anche i “virtuosi” tedeschi. Sotto la porta di Brandeburgo sono tutti suonati? Forse, tuttavia vi è un’altra
possibile chiave di lettura. Negli ultimi anni la macchina industriale tedesca
ha attuato una poderosa ristrutturazione. Una grossa fetta della produzione di
semilavorati è stata spostata nei paesi dell’Europa centro-orientale, dove il
costo della manodopera è più contenuto. Il riavvicinamento politico con la
Russia, si veda il gasdotto Northstream, permette alla Germania di ottenere
tutte le materie prime di cui ha bisogno. Insomma: tecnologia e capacità
organizzativa tedesca, manodopera slava e materie prime russe formano un
triangolo di forza industriale che ha trovato mercati di sbocco nei Paesi
emergenti a rapida crescita (Cina, Brasile, India, …). In questo contesto la
“vecchia” Unione Europea rappresenterebbe solo una zavorra. Perché dover
convivere con gli arroganti francesi, con i pasticcioni italiani, con i truffaldini
greci e con l’Irlanda che attua un dumping fiscale? Non è meglio crearsi una
propria area di influenza da cui anche gli americani starebbero alla larga
grazie alle atomiche di Putin? Vedremo presto, nei fatti, la
risposta a questi interrogativi. Però, il mancato aiuto tedesco potrebbe non
essere un errore da parte di Berlino. Faremmo meglio a trovare una via d’uscita
ai nostri problemi senza contare troppo su interventi esterni. Davvero qualcuno
pensa ancora che la strada giusta sia tagliare le pensioni? Toni Iero 1 A. Giannuli. 2012: la grande crisi. Ponte alle grazie. 2010. Il berlusconismo senza Berlusconi Se la carriera politica personale del
miliardario sembra in fase discendente, resta inalterato il problema
dell’ideologia diffusa che il suo regime ha prodotto in questi anni. Già prima della caduta del governo Berlusconi,
gran parte dei commentatori ha sentenziato la fine del berlusconismo. Facciamo
allora l’ipotesi che Berlusconi sia costretto a fuggire ad Antigua, inseguito
dai mandati di cattura delle “toghe rosse”, e che si sgretoli il suo impero politico,
economico e finanziario. Nonostante la bassa probabilità che ciò accada (almeno
in tempi rapidi), crediamo invece che il berlusconismo non ci abbandonerà per
anni, forse per decenni. Siamo tra coloro che pensano che Mussolini, se
non avesse commesso l’errore fatale di entrare nella guerra mondiale, sarebbe
morto nel suo letto come Franco. Di fatto buona parte del fascismo, annidato
nelle pieghe dello Stato e/o dietro lo scudo crociato della Dc, gli è sopravvissuto
per decenni al potere (il cattofascismo denunciato da Pasolini).
Questo stato di sudditanza nei confronti dei
regimi politici segnala alcuni difetti di fondo della civiltà italica
contemporanea: un deficit di autonomia di giudizio e di capacità critica
dell’opinione pubblica, compromessa storicamente da monopoli e oligopoli
massmediatici (dalla dittatura fascista fino all’impero berlusconiano, passando
per il monopolio Dc della Rai e poi per la sua lottizzazione tra i maggiori partiti);
la mancata affermazione della cultura del diritto; il raggiungimento di
vantaggi personali attraverso favori e conoscenze all’interno del regime.
Quest’ultimo aspetto, che il grande costituzionalista Calamandrei definì come
fondante del regime fascista, ci accompagna tuttora e forse non è mai stato così
diffuso.
Il merito di Berlusconi non fu perciò quello di
inventare una nuova destra lobbista, eversiva e/o antilegalitaria - che già esisteva
ed era diffusa nella società - ma di unirla, rilanciarne le istanze, imprimere
maggior velocità e profondità a trasformazioni già in atto. Prendiamo, come esempio eclatante, la tv
commerciale che nacque negli anni ’70. Fin dall’inizio si presentò in buona
parte come “sistema di produzione di ignoranza”. Grazie a Craxi, Berlusconi
riuscì a imporre le sue tv (tra le più deleterie sotto questo aspetto) e a monopolizzare
il settore. Tale modello vincente sul piano dell’audience venne copiato dalla
Rai (non solo perché Berlusconi fu presidente del consiglio) e divenne così la
Televisione tout court. Anche il gigantesco conflitto d’interessi del presidente
del consiglio riuscì a passare nonostante le proteste, via via più flebili. Il regime berlusconiano conobbe alcuni
incidenti di percorso a causa di alleanze politiche poco coese e affidabili
(nel ’94 si presentò con una coalizione già divisa in campagna elettorale) che
costrinsero il miliardario anche all’opposizione. Tuttavia, la rivincita del
2001 chiarificò che Berlusconi era politicamente un venditore televisivo, con
il suo carico di grossolane panzane e barzellette, ma che piaceva così com’era
perchè incarnava le ambizioni, le fantasie, i sogni di successo personale anche
di parte delle classi meno abbienti. Il sistema di potere aveva creato
un’ideologia dominante. Ed era pure lampante che ciò che interessava a
Berlusconi era solo il proprio impero economico, la possibilità per sé e per
gli altri come lui di continuare a usufruire dell’incolumità giudiziaria e di
cambiare le leggi a loro favore. Nel campo delle competenze il Berlusconi imprenditore
aveva valorizzato i suoi collaboratori facendo un ottimo lavoro; ma poiché il
suo obiettivo politico era il progressivo abbattimento della legalità e
dell’interesse pubblico non si è circondato di bravi statisti, ma di semplici
propagandisti: mercenari della politica, amici, figuri e figure del suo circo mediatico
di nani e ballerine, con il risultato di svilire le competenze per favorire i fedelissimi. Sul piano
culturale, le persone sono state annichilite dall’ideologia del successo
personale ad ogni costo, del guadagno (possibilmente facile), del consumismo;
la cultura intesa come autentica conoscenza viene irrisa. Il sogno più diffuso tra i ragazzini è quello di fare il calciatore
miliardario (spesso del Milan); tra le ragazzine l’obiettivo è diventare una
velina e sposare un calciatore… E si potrebbe continuare con migliaia di
esempi. Il principale partito d’opposizione (che pure
in passato si era impegnato a produrre una cultura alternativa) ha alzato le
mani su tutta la linea, proponendosi come semplice alternanza di potere. Pure
la cosiddetta “sinistra radicale” non è rimasta immune ed entrando in palese contraddizione
con i propri scopi è quasi scomparsa. Nonostante le lamentele verso l’ultimo
governo Prodi, la sinistra radicale si era sostanzialmente accontentata delle
poltrone: infatti, fu Mastella a far cadere il governo. E così anche Vendola,
con lo stile personalistico e le proprie capacità massmediatiche con cui ha
costruito un partito fatto di “fusioni fredde” tra profughi - aspiranti
filogovernativi - della sinistra radicale, non è certo immune dal berlusconismo.
Il Movimento 5 stelle, pur con la sua rete orizzontale, ha tuttavia necessità
di un Grillo: egli è certamente un collega dell’attore comico Paolo Rossi, che
però considera suo collega anche il Cavaliere… Se Benigni decidesse di prendere
il posto di Bersani (che pure fa ridere, suo malgrado), probabilmente ci
riuscirebbe a furor di popolo. Va bene che noi italiani siamo gente allegra, ma
lo siamo a tal punto da meritarci una classe politica di comici più o meno
volontari, improvvisati o di professione? Infine, un altro grande effetto del
berlusconismo è stato quella di criminalizzare tutti i dissensi provenienti dal
basso, non solo con il concorso dei suoi fedeli alleati fascisti e leghisti, ma
pure delle altre élite che hanno così dimostrato la loro completa autoreferenzialità. Funziona così un po’ dappertutto, in ogni
organizzazione e in tutti i campi. E quando alla fine una decisione viene
presa, spesso è quasi sempre in ritardo ed è casuale ed umorale, non
rispondendo ad alcuna strategia, tattica e neppure ad una logica. Aumenta tra
le persone la sensazione che la propria produttività, in ogni ambito, sia
inutile perché costruita su basi e presupposti superficiali, obsoleti o errati;
così l’impressione generale è quella di girare a vuoto, mentre le cose continuano
a non funzionare.
Non sappiamo se l’Italia saprà reagire a tutto
ciò sotto l’incalzare della crisi. Crediamo che questo berlusconismo egoista,
onnivoro, cialtrone e superficiale abbia attecchito come un cancro nel corpo
sociale lasciando metastasi a tutti i livelli. Manteniamo pure l’ipotesi iniziale di un
Berlusconi ormai fuori da tutti i giochi. Forse una crisi economica, devastante
dal punto di vista psicologico del cittadino-consumatore come una guerra per le
precedenti generazioni, potrebbe creare un superamento almeno parziale di
questa situazione. Ma non siamo per il “tanto peggio tanto meglio”. Così
intrisi dal berlusconismo, crediamo che in Italia sia più facile una rigenerazione
morale, politica ecc., oppure un’ulteriore piega autoritaria (come successe in
gran parte del mondo dopo la Grande Crisi del 1929, per esempio)? Per fortuna,
il futuro non è mai scritto.
Roberto
Zani | ||