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C'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

Dieci anni portati male

Il berlusconismo senza Berlusconi




Romano Prodi (foto R. Serra/Iguanapress)

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C'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

2012: gli USA arrancano, l’Europa è in crisi, l’Italia in pericolo

L’anno che sta arrivando sarà pesante per tutto il mondo occidentale. Gli opinionisti lo scrivono sui giornali, lo dicono alle televisioni e, questa volta, temiamo abbiano buoni  motivi per affermarlo.

Negli Stati Uniti d’America gli entusiasmi per l’elezione di Barack Obama sembrano del tutto dimenticati. Il film “Le idi di marzo”, che nel mese di dicembre è stato proiettato anche nelle sale cinematografiche italiane, ne è l’ennesima prova: il protagonista, i cui discorsi ricordano molto quelli del presidente americano, non è diverso dagli avversari; i suoi collaboratori sono motivati esclusivamente  dall’opportunismo.

La politica estera di Obama mostra una sostanziale continuità con quella delle amministrazioni precedenti. La crisi economica viene affrontata, come sempre, scaricandola sulle altre nazioni e, in particolare, su quelle europee. C’è chi teme una guerra conclamata tra gli USA e alcuni paesi in via di sviluppo, Cina in testa: ipotesi improbabile ma non impossibile.

Anche l’Europa se la passa male: molti economisti scommettono che l’euro, fortemente voluto da Romano Prodi, non sopravviverà e che, insieme ad esso, morirà il progetto politico dell’unione europea. Ce ne parla Toni Iero nell’articolo di pagina 3.

Messa peggio di tutte le altre nazioni dell’occidente industrializzato è però l’Italia, soffocata dagli interessi sul debito pubblico. Di come venir fuori da questa situazione discutono il Passatore e Toni Iero alle pagine 11 e 12. Certo è che, al di là delle manovre finanziarie, per uscire veramente dalla crisi il paese dovrebbe rifondarsi attraverso una rivoluzione culturale, liberandosi della corruzione e della conseguente (e dilagante) incompetenza: affronta il difficile argomento Roberto Zani alle pagine 5 e seguenti.

Nulla, purtroppo, lascia presagire che ciò accadrà, ma la cosa non esime nessuno dall’impegnarsi in tal senso. I libertari, che sono tra i pochi titolati a farlo (per la coerenza delle scelte etiche e la qualità delle proposte sociali) daranno senz’altro il loro contributo, anche se la scarsità e la frammentazione delle nostra forze non ci permetterà di essere in alcun modo determinanti.

“Se dobbiamo aspettare che ci tirino fuori dai pasticci i libertari - penseranno i lettori – stiamo freschi!”

Appunto: stiamo freschi.

Il problema è che, come sottolinea Zani nella chiusura del suo articolo, in mancanza di alternative un precipitare della crisi aprirebbe la stada a soluzioni autoritarie, non necessariamente identiche, come sembra dire Eugen Galasso a pagina 7, a quelle sperimentate in passato da altri paesi colpiti da crisi economiche, ma non meno reazionarie e liberticide.

(red)

Dieci anni portati male

Il 1° gennaio 2012 la moneta unica europea ha compiuto dieci anni. È il momento per qualche considerazione a proposito di questo esperimento su cui tanti avevano riposto innumerevoli speranze.

Secondo i suoi fautori, la creazione dell’euro avrebbe portato una maggiore integrazione, anche politica, dei Paesi dell’Unione Europea. Si affermava, inoltre, che l’euro avrebbe ridotto i costi delle transazioni all’interno dell’Unione, eliminando le commissioni bancarie sui cambi tra le singole monete nazionali. Vi era poi un obiettivo inconfessabile, come osserva Giannuli1: fare le scarpe al dollaro come moneta di riserva valutaria delle banche centrali e come strumento per i pagamenti internazionali. Insomma, si era creata, ed è durata per lungo tempo, una sorta di mistica dell’euro, talismano in grado di catalizzare sentimenti anti-americani e nazional-europei.

La realtà è apparsa subito un po’ meno esaltante. In diversi Paesi, tra cui l’Italia, l’introduzione della moneta unica è stata l’occasione per un generale rialzo dei prezzi al consumo. Così, mentre stipendi e salari venivano convertiti secondo il cambio ufficiale (1 euro = 1936,27 lire), i prezzi di numerosi beni e servizi furono convertiti secondo l’arbitraria trasformazione 1 euro = 1000 lire. Non è colpa dell’euro, tuttavia il suo esordio ha coinciso con un duro colpo al potere d’acquisto delle famiglie. Sul fronte internazionale, neanche nei momenti migliori la moneta unica europea ha raggiunto il peso, nelle riserve valutarie delle banche centrali, avuto dalle valute nazionali antecedenti (marco tedesco, fiorino olandese, franco francese, etc.). I guai degli Stati Uniti (impantanati in Afghanistan e Iraq) hanno portato il dollaro a svalutarsi rispetto all’euro, ma l’entusiasmo europeista ha volentieri confuso la debolezza del biglietto verde con la forza della moneta unica.

Dopo è arrivata la grande crisi dei mutui. Sembrava il colpo di grazia per l’economia americana. Tanti in Europa gongolavano puntando l’indice accusatore verso gli improvvidi americani, verso la sconsiderata finanza anglo-sassone. Qui da noi è diverso, si affermava con malcelato orgoglio. Poi si è scoperto che le banche europee erano piene di titoli “tossici” made in Usa. Così gli Stati del vecchio continente sono dovuti intervenire per salvare i propri istituti di credito: da Northern Rock nel Regno Unito alle Cajas spagnole, dal West-LB in Germania a Abn Amro in Olanda, da Anglo Irish Bank in Irlanda fino alla franco-belga Dexia. La recessione del 2009 è stata più profonda in Europa che non negli Usa e, proprio alla fine del 2009, arrivò la notizia dei trucchi contabili adottati dai governi greci per entrare nel “paradiso” dell’euro. Nasce la crisi dei debiti sovrani europei. Sembrava una cosa da poco. La Grecia rappresenta circa il 3% del Pil dell’Unione Europea e non sarebbe stato difficile creare uno scudo finanziario per permetterle di risanare i conti pubblici attraverso un intervento equilibrato (lotta all’evasione fiscale, riduzione dei privilegi e maggiore crescita economica). Invece, al posto di una discussione collegiale tra i membri dell’Unione, nasce un direttorio composto da Germania e Francia, dove il vero decisore sta a Berlino. Si comincia a dilazionare qualsiasi intervento. Si chiacchiera a vanvera e, quando si decide di agire, si obbliga il povero Paese egeo a varare una politica deflazionistica che, oltre a ridurre in miseria la popolazione, non fa che aumentare l’insostenibilità del debito. Oggi, dopo due anni, la farsa non è ancora finita e si finge di voler sistemare il debito pubblico greco attraverso un malinteso rigore che ormai ha stremato  il  già  debole  sistema produttivo del Paese.

L’approccio tedesco al problema mette in moto la frana. Cadono Irlanda e Portogallo. Nell’estate del 2011 anche l’Italia entra nella tempesta. Dopo aver perso le elezioni amministrative e 4 referendum, la maggioranza di centro destra (vi ricordate, tutti contro Tremonti?) comincia a vagheggiare di ricorrere alla spesa pubblica per recuperare consenso tra gli elettori: è la scintilla che fa detonare la miscela esplosiva composta da un governo screditato, un premier pieno di conflitti di interesse, corruzione diffusa, incompetenza onnipresente e un debito pubblico altissimo. Ci sono tutti gli ingredienti per il collasso senza scomodare “il grande complotto” dei cattivi finanzieri americani contro l’euro. Il principale venditore di titoli italiani è stato la Deutsche Bank.

Però l’Italia non è la Grecia, è la terza economia continentale. Se cade l’Italia è difficile che resti in piedi l’euro. Per la verità, il crollo del Belpaese metterebbe in crisi tutta la finanza mondiale: una valanga di quasi duemila miliardi di euro di debiti! La Germania preme per una manovra di rigore sui conti pubblici in cambio dell’aiuto della Bce, che acquista titoli di Stato italiani sul mercato secondario. Passano mesi. Quando si rendono conto che l’intervento della Bce in difesa dei titoli pubblici italiani è, per Berlusconi, solo un alibi per non intervenire si passa all’azione. Lo strumento è molto efficace: si attaccano le imprese del Silvio. A quel punto il miliardario di Arcore decide che è bene farsi da parte. Arriva Monti. Adesso le pressioni della Germania per un intervento drastico trovano un interlocutore disponibile. L’Italia si appresta a fare sacrifici (piuttosto maldistribuiti). Ci si aspetta, in cambio, un intervento risoluto a livello europeo, come gli eurobond o l’attribuzione alla Bce del ruolo di prestatore di ultima istanza ai governi. Niente.

Lo spread (la differenza tra il tasso di interesse pagato su un titolo pubblico italiano e il corrispondente tedesco) non scende. Il problema è diventato la spesa per interessi che lo Stato italiano deve sobbarcarsi. Dai 68 miliardi del 2009 si dovrebbe passare agli 80 del 2011 che, con i tassi attuali, diventerebbero più di 90 nel 2012. Una escalation impressionante, che vanifica buona parte dei sacrifici chiesti agli italiani. Le cose sono ancora più complicate, poiché le misure approvate dal Parlamento hanno effetti recessivi. La recessione potrebbe far mancare una quota delle entrate fiscali stimate dal ministero delle finanze. Più spese e meno entrate. Così è ben difficile trarsi fuori dalle sabbie mobili.

Perché la Germania è contraria ad intervenire in soccorso dei Paesi affossati dalla crisi? Ormai è chiaro che, in questa condizione, l’Italia può resistere ancora qualche mese. Lo sanno tutti tranne i ministri di Berlino? È credibile che il governo tedesco tema che, intervenendo in aiuto dell’Italia, si rischi di rilanciare l’inflazione? Certo, il popolo di Goethe vive nel costante incubo dell’iperinflazione degli anni ’20. Ma oggi, con il continente sull’orlo della recessione, un sostanzioso rialzo dei prezzi è praticamente impossibile. L’atteggiamento della Germania appare del tutto illogico. Eppure, un eventuale crollo dell’euro danneggerebbe anche i “virtuosi” tedeschi. Sotto la porta di Brandeburgo sono tutti suonati?

Forse, tuttavia vi è un’altra possibile chiave di lettura. Negli ultimi anni la macchina industriale tedesca ha attuato una poderosa ristrutturazione. Una grossa fetta della produzione di semilavorati è stata spostata nei paesi dell’Europa centro-orientale, dove il costo della manodopera è più contenuto. Il riavvicinamento politico con la Russia, si veda il gasdotto Northstream, permette alla Germania di ottenere tutte le materie prime di cui ha bisogno. Insomma: tecnologia e capacità organizzativa tedesca, manodopera slava e materie prime russe formano un triangolo di forza industriale che ha trovato mercati di sbocco nei Paesi emergenti a rapida crescita (Cina, Brasile, India, …). In questo contesto la “vecchia” Unione Europea rappresenterebbe solo una zavorra. Perché dover convivere con gli arroganti francesi, con i pasticcioni italiani, con i truffaldini greci e con l’Irlanda che attua un dumping fiscale? Non è meglio crearsi una propria area di influenza da cui anche gli americani starebbero alla larga grazie alle atomiche di Putin?

Vedremo presto, nei fatti, la risposta a questi interrogativi. Però, il mancato aiuto tedesco potrebbe non essere un errore da parte di Berlino. Faremmo meglio a trovare una via d’uscita ai nostri problemi senza contare troppo su interventi esterni. Davvero qualcuno pensa ancora che la strada giusta sia tagliare le pensioni?

Toni Iero

1 A. Giannuli. 2012: la grande crisi. Ponte alle grazie. 2010.

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Il berlusconismo senza Berlusconi

Se la carriera politica personale del miliardario sembra in fase discendente, resta inalterato il problema dell’ideologia diffusa che il suo regime ha prodotto in questi anni.

Già prima della caduta del governo Berlusconi, gran parte dei commentatori ha sentenziato la fine del berlusconismo. Facciamo allora l’ipotesi che Berlusconi sia costretto a fuggire ad Antigua, inseguito dai mandati di cattura delle “toghe rosse”, e che si sgretoli il suo impero politico, economico e finanziario. Nonostante la bassa probabilità che ciò accada (almeno in tempi rapidi), crediamo invece che il berlusconismo non ci abbandonerà per anni, forse per decenni.

Siamo tra coloro che pensano che Mussolini, se non avesse commesso l’errore fatale di entrare nella guerra mondiale, sarebbe morto nel suo letto come Franco. Di fatto buona parte del fascismo, annidato nelle pieghe dello Stato e/o dietro lo scudo crociato della Dc, gli è sopravvissuto per decenni al potere (il cattofascismo denunciato da Pasolini).

 
Gli italiani e i regimi politici

 
Nel carattere degli italiani c’è un’acquiescenza patologica nei confronti dei regimi. Anche il regime repubblicano partitocratico, nonostante i “forchettoni” democristiani, tangentopoli, l’ulteriore degenerazione della “seconda repubblica”, ha sempre mantenuto uno dei più bassi tassi di astensionismo del mondo. Non crediamo proprio che questo esercizio al voto sia da imputare all’alto senso civico degli italiani… E ciò anche senza chiamare in causa il voto di scambio e il clientelismo.

Questo stato di sudditanza nei confronti dei regimi politici segnala alcuni difetti di fondo della civiltà italica contemporanea: un deficit di autonomia di giudizio e di capacità critica dell’opinione pubblica, compromessa storicamente da monopoli e oligopoli massmediatici (dalla dittatura fascista fino all’impero berlusconiano, passando per il monopolio Dc della Rai e poi per la sua lottizzazione tra i maggiori partiti); la mancata affermazione della cultura del diritto; il raggiungimento di vantaggi personali attraverso favori e conoscenze all’interno del regime. Quest’ultimo aspetto, che il grande costituzionalista Calamandrei definì come fondante del regime fascista, ci accompagna tuttora e forse non è mai stato così diffuso.

 
Il quasi ventennio berlusconiano

Facciamo un passo indietro per ripercorrere sinteticamente la storia del regime berlusconiano. In seguito alla caduta del CAF (Craxi – Andreotti - Forlani), travolto da Tangentopoli, si venne a creare un vuoto di rappresentanza istituzionale che lasciava scoperti imprenditori, finanzieri, faccendieri, ex pidiuisti, evasori fiscali,  ecc... In pochi mesi Berlusconi, che di quell’ambiente era tra i maggiori protagonisti, fu capace di riempire quel vuoto e farsi garante di quegli interessi che non potevano trovare asilo presso i postcomunisti di Occhetto, ma nemmeno presso i fascisti (non ancora “post”). 

Il merito di Berlusconi non fu perciò quello di inventare una nuova destra lobbista, eversiva e/o antilegalitaria - che già esisteva ed era diffusa nella società - ma di unirla, rilanciarne le istanze, imprimere maggior velocità e profondità a trasformazioni già in atto.

Prendiamo, come esempio eclatante, la tv commerciale che nacque negli anni ’70. Fin dall’inizio si presentò in buona parte come “sistema di produzione di ignoranza”. Grazie a Craxi, Berlusconi riuscì a imporre le sue tv (tra le più deleterie sotto questo aspetto) e a monopolizzare il settore. Tale modello vincente sul piano dell’audience venne copiato dalla Rai (non solo perché Berlusconi fu presidente del consiglio) e divenne così la Televisione tout court. Anche il gigantesco conflitto d’interessi del presidente del consiglio riuscì a passare nonostante le proteste, via via più flebili.

Il regime berlusconiano conobbe alcuni incidenti di percorso a causa di alleanze politiche poco coese e affidabili (nel ’94 si presentò con una coalizione già divisa in campagna elettorale) che costrinsero il miliardario anche all’opposizione. Tuttavia, la rivincita del 2001 chiarificò che Berlusconi era politicamente un venditore televisivo, con il suo carico di grossolane panzane e barzellette, ma che piaceva così com’era perchè incarnava le ambizioni, le fantasie, i sogni di successo personale anche di parte delle classi meno abbienti. Il sistema di potere aveva creato un’ideologia dominante. Ed era pure lampante che ciò che interessava a Berlusconi era solo il proprio impero economico, la possibilità per sé e per gli altri come lui di continuare a usufruire dell’incolumità giudiziaria e di cambiare le leggi a loro favore.

Nel campo delle competenze il Berlusconi imprenditore aveva valorizzato i suoi collaboratori facendo un ottimo lavoro; ma poiché il suo obiettivo politico era il progressivo abbattimento della legalità e dell’interesse pubblico non si è circondato di bravi statisti, ma di semplici propagandisti: mercenari della politica, amici, figuri e figure del suo circo mediatico di nani e ballerine, con il risultato di svilire le competenze per favorire i fedelissimi.                

Sul piano  culturale, le persone sono state annichilite dall’ideologia del successo personale ad ogni costo, del guadagno (possibilmente facile), del consumismo; la cultura intesa come autentica conoscenza viene irrisa.  Il sogno più diffuso tra i ragazzini è quello di fare il calciatore miliardario (spesso del Milan); tra le ragazzine l’obiettivo è diventare una velina e sposare un calciatore… E si potrebbe continuare con migliaia di esempi.

La berlusconizzazione delle èlite

Se sul piano della cultura di massa Berlusconi ha sbaragliato ogni alternativa, anche le élite si sono adeguate sia per non farsi stritolare dall’ideologia dominante, sia perché il paradigma berlusconiano tornava comodo anche a loro (non è un caso che la teoria delle élite sia nata nel nostro paese): politiche, imprenditoriali, dirigenziali, sindacali ecc., hanno tutte declinato - ciascuna a suo modo - il modello vincente berlusconiano, che ha così giustificato un abbassamento generale dell’asticella nel campo dell’etica e delle competenze, della capacità di ricoprire ruoli secondo parametri coerenti con gli interessi a medio-lungo termine delle proprie organizzazioni, diffondendo invece lo spudorato primato degli interessi personali, delle capacità massmediatiche di apparire, di accumulare cariche e conflitti d’interesse, mungere lo Stato in tutti i modi leciti e illeciti. Gli effetti illegali hanno superato di molto - come hanno denunciato i giudici o ex giudici del “mitico” pool di Milano - i limiti raggiunti dalla vecchia Tangentopoli: Mani Pulite, in ultima analisi, ha così prodotto anche i suoi anticorpi.

Il principale partito d’opposizione (che pure in passato si era impegnato a produrre una cultura alternativa) ha alzato le mani su tutta la linea, proponendosi come semplice alternanza di potere. Pure la cosiddetta “sinistra radicale” non è rimasta immune ed entrando in palese contraddizione con i propri scopi è quasi scomparsa. Nonostante le lamentele verso l’ultimo governo Prodi, la sinistra radicale si era sostanzialmente accontentata delle poltrone: infatti, fu Mastella a far cadere il governo. E così anche Vendola, con lo stile personalistico e le proprie capacità massmediatiche con cui ha costruito un partito fatto di “fusioni fredde” tra profughi - aspiranti filogovernativi - della sinistra radicale, non è certo immune dal berlusconismo. Il Movimento 5 stelle, pur con la sua rete orizzontale, ha tuttavia necessità di un Grillo: egli è certamente un collega dell’attore comico Paolo Rossi, che però considera suo collega anche il Cavaliere… Se Benigni decidesse di prendere il posto di Bersani (che pure fa ridere, suo malgrado), probabilmente ci riuscirebbe a furor di popolo. Va bene che noi italiani siamo gente allegra, ma lo siamo a tal punto da meritarci una classe politica di comici più o meno volontari, improvvisati o di professione?

Infine, un altro grande effetto del berlusconismo è stato quella di criminalizzare tutti i dissensi provenienti dal basso, non solo con il concorso dei suoi fedeli alleati fascisti e leghisti, ma pure delle altre élite che hanno così dimostrato la loro completa autoreferenzialità.

Saper non prendere una decisione

Sia nel pubblico che nel privato si è allargata enormemente la forbice dei guadagni di imprenditori e dirigenti da una parte, e dipendenti dall’altra. Ma è anche venuta avanti un’indifferenza pressoché totale per l’innovazione, preferendo vivacchiare sulle rendite di posizione o intascare subito utili e dividendi. L’Italia ha perso posizioni come sistema-paese nella competizione globale, producendo merci e servizi di qualità sempre più scadente in relazione ai costi. La personalizzazione dei poteri, le capacità di apparire, l’ingordigia delle élite hanno soppiantato competenze e capacità, causando una perdita di scopo delle organizzazioni e incentivando l’atomizzazione sociale. Un altro effetto disastroso è l’emigrazione dei cervelli verso l’estero. Ripetiamo: questi fenomeni erano già in atto nella nostra società, ma il berlusconismo ha avuto il (de)merito di legittimarli e potenziarli all’eccesso. Quando la crisi economica ha bussato alla porta, le nostre élite - ormai del tutto inadeguate - hanno provato a nascondere lo sporco sotto il tappeto; ma una volta che i problemi diventano ineludibili si assiste, in tutte le organizzazioni e a tutti i livelli (a partire dal più alto), al fuggi fuggi generale, allo scaricabarile, ad una mancanza di responsabilità nel ricoprire i propri ruoli che disorienta dipendenti, subalterni, cittadini… Si diffonde la percezione dell’inadeguatezza delle istituzioni e di qualsiasi organizzazione di riferimento. Esemplare, da questo punto di vista, è stata la figura della classe politica italiana di fronte all’Unione Europea che chiedeva provvedimenti contro la crisi: tutti i partiti sono stati ben felici di essere stati esautorati, risparmiandosi l’onere di prendere delle decisioni.

Funziona così un po’ dappertutto, in ogni organizzazione e in tutti i campi. E quando alla fine una decisione viene presa, spesso è quasi sempre in ritardo ed è casuale ed umorale, non rispondendo ad alcuna strategia, tattica e neppure ad una logica. Aumenta tra le persone la sensazione che la propria produttività, in ogni ambito, sia inutile perché costruita su basi e presupposti superficiali, obsoleti o errati; così l’impressione generale è quella di girare a vuoto, mentre le cose continuano a non funzionare.

 
Il berlusconismo e la crisi economica

Il risultato è un forte senso di disorientamento, perdita di senso e di appartenenza. Pure l’equazione cittadino-consumatore, di fronte alla crisi, produce uno sgomento e un vuoto d’identità i cui esisti potrebbero risultare molto pericolosi.

Non sappiamo se l’Italia saprà reagire a tutto ciò sotto l’incalzare della crisi. Crediamo che questo berlusconismo egoista, onnivoro, cialtrone e superficiale abbia attecchito come un cancro nel corpo sociale lasciando metastasi a tutti i livelli.

Manteniamo pure l’ipotesi iniziale di un Berlusconi ormai fuori da tutti i giochi. Forse una crisi economica, devastante dal punto di vista psicologico del cittadino-consumatore come una guerra per le precedenti generazioni, potrebbe creare un superamento almeno parziale di questa situazione. Ma non siamo per il “tanto peggio tanto meglio”. Così intrisi dal berlusconismo, crediamo che in Italia sia più facile una rigenerazione morale, politica ecc., oppure un’ulteriore piega autoritaria (come successe in gran parte del mondo dopo la Grande Crisi del 1929, per esempio)? Per fortuna, il futuro non è mai scritto.

 

                                                                                              Roberto Zani

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