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Cenerentola>archivio>numero141>per il dibattito
In questi tempi,
dove siamo schiacciati tra Monti e Tremonti, sembra difficile parlare
seriamente, perché le impellenze sembrano altre, di problemi quali quelli del
rapporto tra libertarismo e anarchismo. Alcune osservazioni
di fondo, come premessa: La lezione che
deriva da Charles Fourier, come anche da un suo storico oppositore su altri
temi quale Proudhon, e in seguito da Jean Jaurès, da Rosselli come da Piero Gobetti,
da liberalsocialisti quali Ragghianti, Calogero, Capitini, dal grande
costituzionalista Piero Calamandrei, da Bertrand Russell (senza voler
trascurare differenze anche fondamentali nella declinazione di tali concetti)
si può riassumere nei punti seguenti: libertà e giustizia entrambe al centro,
nessuna delle due venendo privilegiata, assolutamente paritarie, dove “libertà
senza giustizia sociale è libertà di morire di fame” (Calogero-Ragghianti, “Manifesto
del liberalsocialismo”) e giustizia sociale senza libertà è comunque
oppressione. Che ciò non voglia
dire identificare il governo, come coordinamento, con l’organizzazione, è ben
chiaro: basti dire che quando il grande anarchico Errico Malatesta parla di
organizzazione, fa prioritariamente l’esempio del giornale. Ritengo che oggi questa
tradizione debba essere ripresa,
riformulata, anche quasi totalmente, fecondandola con la tradizione dei Soviet
seriamente e originariamente intesi (Volin, ma anche la sinistra menscevica e
in specie Julius Martov insegnano, per non dire di Victor Serge), purché ad un
certo punto si trovi una sintesi: se tutti esprimono la propria opinione, dove
sottolineo “opinione” e non verità, va benissimo, ma ad un certo punto si dovrà
pur trovare un minimo comun denominatore decisionale! A metà ottobre
scorso mi trovavo a Bologna per lavoro, durante le citate manifestazioni. Una
compagna (non ne farò il nome) simpatizzava apertamente, in modo un po’ ingenuo
e umorale, con le azioni del “popolo indignato”, in realtà con i black-bloc,
senza pensare che, con il rimbalzo sui mass-media, i “nemici della proprietà e
della religione” (la Madonnina, peraltro molto kitsch, distrutta dai casseurs) e
gli interessi degli indignati saranno sconfitti, e non solo a livello d’immagine
(il primo impatto, che poi viene ovviamente rielaborato), dai poteri costituiti.
Personalmente, mi
colloco, ma in modo sincretico (cercando di fare una sintesi costruttiva delle
idee del passato e del presente), tra i libertari non anarchici, ma ritengo che
dagli anarchici possa e debba venire moltissimo, purché non si chiudano in una
gabbia, magari dorata (o presunta tale). Penso, per esempio, alla relativa
emarginazione, da parte di molti compagni, di un teorico (ma per anni anche militante) come
Daniel Guérin, “anarco-marxista”, anzi “marxista-anarchico”, ritenuto troppo
vicino alle idee di Rosa Luxemburg. E resto inoltre convinto
che, chi ripete il “verbo bakuniano”, come chi scappa in direzione dell’anarco-liberismo,
o anarco-capitalismo, non faccia un favore al movimento. Parlando a titolo
del tutto personale, trovo discutibili le “osservazioni di fondo” esposte da
Eugen Galasso nell’articolo della pagina precedente. Procedo con ordine: B) E’ altrettanto
vero che “gli anarchici si definiscono libertari e spesso lo sono; talora,
però, nei comportamenti, lo sono meno o per nulla”. Ma, lasciando da parte i
cosiddetti “anarcocapitalisti”, che con l’anarchismo non hanno nulla a che
vedere, mi sembra fuorviante prendersela con chi simpatizza con le azioni dei
black-bloc (parola che, almeno in Italia, non significa nulla, essendo
utilizzata per indicare coloro che, durante le manifestazioni, a prescindere da
come la pensano, sfasciano tutto ciò che trovano). Volendo “lavare i
panni sporchi in famiglia”, mi riferirei piuttosto alla pratica del cosiddetto
“antifascismo militante” che, quando non è chiaramente giustificata da esigenze
di difesa dei propri spazi e della propria incolumità, sconfina troppo facilmente
nell’intolleranza verso le idee degli avversari. Quanto al
cosiddetto “marxismo libertario”, non nego che da esso vi sia molto da imparare;
nego tuttavia che sia stato “emarginato” dagli anarchici. Al contrario, mi pare
che nel corso degli anni settanta del Novecento, complice l’egemonia culturale
marxista, il “marxismo libertario” sia stato preso fin troppo in considerazione,
a scapito di altre correnti di pensiero decisamente più interessanti. E’ vero piuttosto
che, spesso, i problemi concreti non vengono affrontati con il necessario
livello di dettaglio, quasi si avesse paura, nel far questo, di annacquare il
proprio messaggio. Ma la gente non sa che farsene di discorsi generici: chiede
risposte concrete e dettagliate a problemi concreti e complicati.
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