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Libertarismo e anarchismo

Premesse dicutibili

Etienne de la Boétie

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Libertarismo e anarchismo

In questi tempi, dove siamo schiacciati tra Monti e Tremonti, sembra difficile parlare seriamente, perché le impellenze sembrano altre, di problemi quali quelli del rapporto tra libertarismo e anarchismo.

Alcune osservazioni di fondo, come premessa:

A) Moltissimi libertari non sono anarchici, non arrivano a concepire una realtà anarchica. Chi auspica, con Etienne de La Boétie che scriveva nel XVI secolo (“Discours de la servitude volontaire”), che si ponga fine alla servitù volontaria, se possibile senza l’uso della violenza (che fa sempre e solo il gioco dei poteri costituiti), ritiene in effetti che si debba restringere al minimo ogni forma di potere, ma non è detto che ciò lo porti a negare la necessità di un governo: il minimo di governo, ogni decisione condivisa, ma non a priori “nessun governo”.

La lezione che deriva da Charles Fourier, come anche da un suo storico oppositore su altri temi quale Proudhon, e in seguito da Jean Jaurès, da Rosselli come da Piero Gobetti, da liberalsocialisti quali Ragghianti, Calogero, Capitini, dal grande costituzionalista Piero Calamandrei, da Bertrand Russell (senza voler trascurare differenze anche fondamentali nella declinazione di tali concetti) si può riassumere nei punti seguenti: libertà e giustizia entrambe al centro, nessuna delle due venendo privilegiata, assolutamente paritarie, dove “libertà senza giustizia sociale è libertà di morire di fame” (Calogero-Ragghianti, “Manifesto del liberalsocialismo”) e giustizia sociale senza libertà è comunque oppressione.

Che ciò non voglia dire identificare il governo, come coordinamento, con l’organizzazione, è ben chiaro: basti dire che quando il grande anarchico Errico Malatesta parla di organizzazione, fa prioritariamente l’esempio del giornale.

Ritengo che oggi questa tradizione  debba essere ripresa, riformulata, anche quasi totalmente, fecondandola con la tradizione dei Soviet seriamente e originariamente intesi (Volin, ma anche la sinistra menscevica e in specie Julius Martov insegnano, per non dire di Victor Serge), purché ad un certo punto si trovi una sintesi: se tutti esprimono la propria opinione, dove sottolineo “opinione” e non verità, va benissimo, ma ad un certo punto si dovrà pur trovare un minimo comun denominatore decisionale!

 B) Gli anarchici si definiscono “libertari” e spesso lo sono; talora, però, nei comportamenti, lo sono meno o per nulla; non dirò dei cosiddetti “anarcocapitalisti”, che considero degli “ircocervi”, una specie di impropri seguaci di quel Murray Rothbard, che, con il suo iperliberismo, si colloca alla destra, non “del padre”, ma persino del liberalismo crociano ed einaudiano (con le ovvie e note differenze). Dirò invece, per esempio, di chi, in occasione delle manifestazioni dei black-bloc in Val di Susa (luglio scorso) e di Roma (metà ottobre) ha simpatizzato con gli stessi, in toni entusiasticamente pericolosi.

A metà ottobre scorso mi trovavo a Bologna per lavoro, durante le citate manifestazioni. Una compagna (non ne farò il nome) simpatizzava apertamente, in modo un po’ ingenuo e umorale, con le azioni del “popolo indignato”, in realtà con i black-bloc, senza pensare che, con il rimbalzo sui mass-media, i “nemici della proprietà e della religione” (la Madonnina, peraltro molto kitsch, distrutta dai casseurs) e gli interessi degli indignati saranno sconfitti, e non solo a livello d’immagine (il primo impatto, che poi viene ovviamente rielaborato), dai poteri costituiti.

Personalmente, mi colloco, ma in modo sincretico (cercando di fare una sintesi costruttiva delle idee del passato e del presente), tra i libertari non anarchici, ma ritengo che dagli anarchici possa e debba venire moltissimo, purché non si chiudano in una gabbia, magari dorata (o presunta tale). Penso, per esempio, alla relativa emarginazione, da parte di molti compagni,  di un teorico (ma per anni anche militante) come Daniel Guérin, “anarco-marxista”, anzi “marxista-anarchico”, ritenuto troppo vicino alle idee di  Rosa Luxemburg.

E resto inoltre convinto che, chi ripete il “verbo bakuniano”, come chi scappa in direzione dell’anarco-liberismo, o anarco-capitalismo, non faccia un favore al movimento.

C) Oggi la velocizzazione dei messaggi impone di lasciar perdere forme di comunicazione comizianti e comiziali, per andare verso un uso plurale di tutti i mass-media disponibili, con un linguaggio e uno stile comunicativo chiaro, semplice, ma non superficiale. I temi concreti vanno affrontati, mentre sia la tradizione libertaria sia quella anarchica (separo per comodità, come del resto sopra) tendono al “salotto” e al linguaggio per iniziati, spesso inutilmente involuto. Su questo fronte una grossa autocritica va fatta, ovviamente da  chi scrive questo testo, ma anche dalla gran parte dei militanti come dei teorici, che non parlano quasi mai ai non addetti ai lavori.

 Eugen Galasso

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Premesse dicutibili

 

Parlando a titolo del tutto personale, trovo discutibili le “osservazioni di fondo” esposte da Eugen Galasso nell’articolo della pagina precedente.

Procedo con ordine:

A) E’ senz’altro vero che, almeno in Italia, la parola “libertario” indica, normalmente, qualcosa di meno definito della parola “anarchico”; per cui si può affermare che “moltissimi libertari non sono anarchici”. Ma, per quanto riguarda la lezione che deriva da coloro che Galasso raggruppa sotto l’etichetta di libertari (“libertà e giustizia entrambe al centro, nessuna delle due venendo privilegiata, assolutamente paritarie: dove libertà senza giustizia sociale è libertà di morire di fame e giustizia sociale senza libertà è comunque oppressione”), mi sembra più in sintonia con le idee di chi si definisce “socialista liberale” che con quelle di chi si definisce “socialista libertario”. La questione potrebbe sembrare di lana caprina, ma non lo è: il “socialista libertario”, a mio parere, è sostanzialmente un comunista anarchico che, ritenendo che il comunismo (“da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”) e l’anarchia (“assenza di dominio”) siano improponibili, si impegna per costruire una società che si avvicini quanto più possibile a quella che ritiene desiderabile. Per lui, come per il comunista anarchico, è scontato che libertà e giustizia sociale non sono in alcun modo in contrapposizione, essendo impossibile l’esistenza di classi sociali in una società veramente libera dal dominio, così come è impossibile l’esistenza della libertà in una società suddivisa in classi. Un modo di ragionare piuttosto diverso da chi, invece, cerca un compromesso tra libertà e giustizia sociale vedendole come due cose contrapposte, quasi che un aumento della libertà (intesa, evidentemente, in questo caso, come “libertà” di nuocere agli altri) dovesse andare a scapito della  giustizia sociale, e che un aumento di querst’ultima fosse ipotizzabile soltanto reprimendo la “libertà” (di nuocere). 

B) E’ altrettanto vero che “gli anarchici si definiscono libertari e spesso lo sono; talora, però, nei comportamenti, lo sono meno o per nulla”. Ma, lasciando da parte i cosiddetti “anarcocapitalisti”, che con l’anarchismo non hanno nulla a che vedere, mi sembra fuorviante prendersela con chi simpatizza con le azioni dei black-bloc (parola che, almeno in Italia, non significa nulla, essendo utilizzata per indicare coloro che, durante le manifestazioni, a prescindere da come la pensano, sfasciano tutto ciò che trovano).

Volendo “lavare i panni sporchi in famiglia”, mi riferirei piuttosto alla pratica del cosiddetto “antifascismo militante” che, quando non è chiaramente giustificata da esigenze di difesa dei propri spazi e della propria incolumità, sconfina troppo facilmente nell’intolleranza verso le idee degli avversari.

Quanto al cosiddetto “marxismo libertario”, non nego che da esso vi sia molto da imparare; nego tuttavia che sia stato “emarginato” dagli anarchici. Al contrario, mi pare che nel corso degli anni settanta del Novecento, complice l’egemonia culturale marxista, il “marxismo libertario” sia stato preso fin troppo in considerazione, a scapito di altre correnti di pensiero decisamente più interessanti.

C) Mi sembra ingeneroso affermare che “sia la tradizione libertaria sia quella anarchica  tendono al salotto e al linguaggio per iniziati, spesso inutilmente involuto”. In realtà i libertari e gli anarchici, all’interno della sinistra, sono i meno portati alla masturbazione intellettuale (è se c’è qualcuno che viene accusato di indugiare in tale pratica, siamo proprio noi di Cenerentola).

E’ vero piuttosto che, spesso, i problemi concreti non vengono affrontati con il necessario livello di dettaglio, quasi si avesse paura, nel far questo, di annacquare il proprio messaggio. Ma la gente non sa che farsene di discorsi generici: chiede risposte concrete e dettagliate a problemi concreti e complicati.

 
Luciano Nicolini

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