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Esistono due
modi per uscire dalla crisi: quello capitalista (peggiorare le condizioni di
vita dei lavoratori dei paesi dell’Occidente) e quello socialista (migliorare
le condizioni di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo). E’
senz’altro preferibile il secondo, ma “tra il dire e il fare c’e di mezzo il
mare” (e, in Italia, anche il Monti). Nel corso del mese di novembre, nel
nostro paese, è successo di tutto, e di più. Il governo Berlusconi si è dimesso e, al suo posto, è subentrato il governo
presieduto da Mario Monti. La caduta del centrodestra è stata
provocata dal mercato, disgustato dalla disastrosa politica economica del
Cavaliere, (come sostiene il cosiddetto centrosinistra), oppure è stata
provocata da qualche astuto manovratore (non troppo occulto)? Da entrambi, probabilmente: che il
cosiddetto mercato finanziario sia manovrato da chi ha la possibilità di
spostare grandi capitali è cosa ben nota; altrettanto noto che, quando gli
investitori sentono puzza di bruciato, si allontanano, e in fretta. Fatto sta
che Berlusconi ha dovuto, a malincuore, cedere buona parte del suo potere
a Monti. Chi
è costui? Sarà capace di traghettare l’Italia fuori dalla crisi? Che sia persona competente, a giudicare
dal curriculum, pare probabile; quantomeno sembrerebbe più competente di Renato
Brunetta. Quanto al fatto che possa comprendere i problemi delle classi subalterne,
è lecito avere qualche dubbio. Nato nel
1943, figlio di un direttore di banca, si è laureato nel 1965, ed è diventato
professore ordinario all’università nel 1969: insomma, dei problemi dei
lavoratori sa ben poco e, da quanto si può capire riflettendo sulle date della rapidissima carriera, non sa molto neppure di quelli dei precari
della ricerca… Conseguentemente, ha già annunciato
che provvederà a peggiorare le
condizioni di vita delle classi subalterne. “Che cosa pretendete? – si potrebbe
obiettare – Che migliori le condizioni di vita dei lavoratori cinesi?” No di certo, non rientra nei suoi poteri.
Ma arginare la frana causata dal debito pubblico prendendo, per una volta, i soldi dai ricchi, anziché dai poveri, sarebbe
possibile, e non sembra intenzionato a farlo. Inoltre, un modo per esportare all’estero senza peggiorare ulteriormente le condizioni di vita dei lavoratori ci sarebbe: stimolare le produzioni di qualità. Su questo punto è troppo presto per pronunciarsi circa il suo operato, ma le nomine di Corrado Passera a ministro per lo sviluppo e di Francesco Profumo a ministro dell’istruzione, università e ricerca fanno pensare a una continuità con le scellerate politiche degli ultimi decenni. (red) Mentre in Italia il governo della destra cede
il posto a quello di Mario Monti, in Spagna è il sinistro Zapatero a dover
preparare le valigie. Mentre in Italia le femministe festeggiano la partenza di
Berlusconi, da molte di loro considerato il simbolo del dominio maschile, la
Spagna mette alla porta, senza troppi rimpianti, il padre dei “governi rosa”. Il 20 novembre, infatti, si sono svolte le
elezioni politiche, vinte, come previsto, dal Partito Popolare (PP). I quotidiani italiani, unanimemente, hanno parlato
di trionfo della destra. Fa comodo a tutti, e si comprende facilmente il perchè.
Ma, si tratta davvero di un trionfo? E’ il caso di chiederselo, prendendo in
considerazione i dati riguardanti i voti espressi a livello dell’intero stato
spagnolo. Innanzitutto occorre osservare che la
percentuale di questi ultimi è stata piuttosto bassa: escludendo astenuti,
schede nulle e schede bianche, si arriva solo al 70% degli aventi diritto. Ed è
bene tener presente che, date le tradizioni libertarie del proletariato
spagnolo e gli inviti all’astensione provenienti da una parte degli “indignados”
(il movimento progressista che da mesi sta scuotendo la Spagna), è probabile si
tratti, prevalentemente, di astensionismo “di sinistra”. In secondo luogo, da un sommario calcolo,
risulta che i partiti progressisti, complessivamente, in questa tornata
elettorale, hanno ricevuto almeno il 46% dei voti espressi: in altre parole, la
metà dei voti persi dal partito socialista di Zapatero (PSOE) rispetto alle
precedenti elezioni sarebbe passata alle numerose formazioni minori della
sinistra; proprio come auspicato da un’altra (consistente) parte del movimento
degli indignados, decisa a scardinare il duopolio costituito da PP e PSOE. Come trionfo, dunque, non sembra gran cosa, anche
se la vittoria della destra, e le sue logiche conseguenze sul piano istituzionale,
restano indubbie. Più difficile capire quali saranno le conseguenze sul piano economico
e sociale. Seguirà il nuovo governo le indicazioni dell’Unione Europea (o,
meglio, della Germania)? Sembra probabile, visto che cosa rischiano i
governanti che non si adeguano e quelli che, come il primo ministro greco
Papandreu, propongono bizzarri referendum.
E il popolo
spagnolo, che negli ultimi mesi ha guardato con tanta simpatia alle manifestazioni
degli indignados, come reagirà alle misure da esso implementate? Molto dipende, anche in questo caso, dalle
modalità con le quali evolverà la crisi economica: se dovesse attenuarsi, probabilmente,
il movimento finirà col rifluire, come spesso capita ai grandi movimenti di
piazza quando, alla scarsa chiarezza degli obiettivi, comincia ad affiancarsi
la stanchezza dei promotori. Se invece, come purtroppo è probabile, le cose
continueranno a peggiorare, la presenza, nelle piazze, di un forte movimento progressista
potrebbe rivelarsi decisiva, quantomeno al fine di non lasciare spazio a quei
movimenti di carattere esplicitamente fascista che sempre, nei momenti di crisi
economica, tentano di convogliare il malcontento dei precari e dei disoccupati
sotto le bandiere della reazione. E che spesso, purtroppo, come si è visto
negli anni Venti del Novecento, ci riescono. Gli avvenimenti degli ultimi mesi, e le
drammatiche prospettive che sembrano aprire, ripropongono con forza agli anarchici
italiani (e non solo a loro) “il problema delle alleanze”. Occorre fare
qualcosa da sùbito. E occorre, ovviamente, trovare dei compagni di strada con
cui farlo. Il problema non è di facile soluzione. Se
infatti, da un lato, come l’esperienza di Cenerentola ci ha dimostrato chiaramente,
al di fuori dell’anarchismo e dell’anarcosindacalismo organizzato, non esiste quasi più un’area
libertaria intesa nel senso classico (Movimento Anarchico; Giustizia e Libertà;
Partito d’Azione; PSIUP e suoi lasciti al PSI e al Manifesto), dall’altro sono
nate nuove forze politiche che possono, sia pure in senso molto largo, essere
definite libertarie. Ci riferiamo in particolare ai “grillini” e, più in
generale, ad altri movimenti simili anche se di minor impatto mediatico. Che rapporti deve avere l’area
libertaria intesa nel senso classico con tali movimenti, in un momento come
quello che il nostro paese sta vivendo? Con questo articolo Alberto Lipparini
prova a rispondere alla domanda, invitando tutti al dibattito. Alle pagine 10 e
11 troverete altri interventi sullo stesso tema. Il bello dell’anarchismo è che le sue idee
possono essere promosse anche in assenza degli anarchici, e pure in condizioni
drammatiche come quelle verificatesi nel 1937 in Ispagna, dopo la repressione
stalinista. Lo nota anche la Federazione anarchica Sudsalento in un suo recente
documento, direi più con giustificato stupore che non soddisfazione: “Com’è potuto
accadere che strutture orizzontali siano già state realizzate da coloro che non
possedevano il bagaglio storico degli anarchici (gli zanotellisti); che la reciprocità
nel lavoro sia già stata realizzata fuori degli ambienti in cui se ne parla da
secoli (gli help-ex e i woofer); che le uniche banche di solidarietà siano di
stampo capitalista [...]?”. A guardarsi in giro si direbbe che i libertari
siano molto aumentati di numero, in buona parte sciamando in molte formazioni
politiche di sinistra; i cultori del pensiero marxiano sembrano calati e in
genere stanno sulla difensiva mentre quasi non passa giorno senza che qualche
giornale importante citi un intellettuale con contenuti libertari (da Kropotkin
a Orwell, da Reclus a Camus, per tacere di Berneri). Insomma, l’influsso delle
idee anarchiche (il più delle volte senza nominarle) è tale che il “socialismo”
pare risentire sempre meno del leninismo, del maoismo (anche in Cina!) e
perfino dell’amatissimo Ernesto Guevara: pare quasi di essere tornati al 1916, “prima
del buio”! L’area delle forze politiche e dei gruppi sul
territorio che possono esser definite in qualche modo libertarie si sta via via
ampliando, ma certo la prima formazione da citare è il Movimento 5 Stelle, e
non solo per ragioni numeriche: infatti i suoi obiettivi principali e la sua
organizzazione, che loro hanno strutturato in maniera assolutamente orizzontale
e senza istanze superiori, non contrastano con i nostri. Presenza diretta dei
cittadini nella quotidianità politica, strumenti di democrazia partecipativa
(come i referendum deliberativi senza quorum), gli eletti come portavoce del
gruppo e come veicolo d’informazioni continue verso il gruppo, rifiuto del finanziamento
statale alle liste elettorali (del resto il Movimento non ha sedi e quasi non
ha stampa, né spese vive, poiché quasi tutto si svolge in rete, anche troppo,
come vedremo). Magari vale il contrario: non è detto che tutte le nostre
posizioni gli piacciano, ma essere loro compagni di strada non sarebbe strano. Altro discorso se venissero proposte alleanze, anche solo de
facto: alleanze per cosa? Per agire sul territorio insieme ad altri cittadini
non ce n’è bisogno, ovviamente, basta condividere gli obiettivi reali. Magari per partecipare ad elezioni? So perfettamente
di toccare un tema per noi quasi tabù (ma l’idea stessa di tabù dovrebbe essere
contraria all’anarchismo). Già Berneri mostrava opinioni favorevoli: che scelte
avrebbe fatto se non fosse stato ucciso otto anni prima della Liberazione? Purché a livello di comune, che è il mattone di
cui sono costituiti i Paesi, possiamo ben concepire una partecipazione
elettorale ispirata al municipalismo libertario di bookchiniana memoria.
Difatti non è lo stato (ente astratto con cui, peraltro, quasi tutti interagiamo
nella vita quotidiana) che si articola in comuni, semmai è la somma dei comuni
che idealmente equivale a uno stato. Negli anni '80, Alexander Langer, noto
esponente verde, aveva messo a punto una serie di regole d’oro, di relazioni
fra eletto e cittadino, che, se applicate, avrebbero quasi stravolto
l’esistenza dei partiti come li conosciamo; e negli ultimi vent’anni teorie
come queste sono state approfondite e spesso applicate dalle molte Liste
civiche alternative costituitesi un po’ in tutta Italia. Non era insomma la
“tecnica” che mancava, ma la cornice storica e la comprensione del fatto che
ciascuno di noi vive in una realtà visibile e tastabile, insomma controllabile.
Misurarsi nelle comunità reali, affrontare i problemi del luogo (e le ricadute
di quelli più ampi) interagendo con i suoi cittadini, radicarsi (bel termine in
questo contesto) come forza credibile spingendo ai margini quei fossili
storici che sono i partiti, che del resto sembrano non aver la minima idea di
come affrontare la fase attuale. Contribuire, anche con chi libertario non è,
ad accompagnare la società nella transizione verso quel qualcosa di diverso che
sembra annunciarsi. Contrastare con decisione gli uomini del capitale, della
guerra, delle chiese, anche se ora sembrano saldamente in sella, proprio unendo
le forze degli antagonisti. Associare movimenti non per farne una somma
numerica ma per generare la metamorfosi ai vari livelli e nei vari campi in cui
sono attivi, costruendo reti e allargandole in reti di reti. Questa è la sola
via che valuto possibile... se ce ne daranno il tempo. Certo il M5S è uno strano animale, e
tendenzialmente alieno dalle alleanze; diviso inoltre, pur se non in correnti,
certo in anime divergenti, che sono almeno due: gli informatici e i territoriali,
o se preferite i meet-up e i gruppi su base di quartiere o di comune oltre ai
pochi su base tematica (un grave limite, che però sembra in fase di
superamento). E poi il movimento, che conta i suoi critici interni oltre ai
delusi, è percorso da vivaci dubbi sulle modalità retaiole, giudicate difficili
da capire e quindi da gestire, e perciò definite poco o non “democratiche”
nonostante l’assetto egualitario cui tutti mirano. Ogni cosa viene decisa a livello locale,
liberamente e in modo condiviso, attraverso un uso sfrenato della rete (quasi
5000 mail giungono al malcapitato “militante” milanese in un anno) e l’unica
condizione per partecipare è quella di essere un cittadino, magari nemmeno del
comune in esame: io che non vivo a Milano ma in un comune limitrofo sono
nell’indirizzario di posta elettronica della Lista milano5stelle, e ho
pertanto diritto d’intervento, quindi di partecipazione alla formazione della
linea politica. Parimenti il programma non è fisso ma in continua evoluzione,
sulla base degli incessanti contributi elettronici, e si “muove” magari poco dopo
essere stato accettato dei suoi elettori. Anche per questo è difficile, se non
impossibile, fare un bilancio dell’intervento sul terreno del movimento di
Grillo e perfino descriverlo lucidamente. Lo stesso ruolo “tecnico” del satirico
genovese è di ardua lettura: egli non ne è il capo ma il suggeritore, anche
perchè non esistono livelli superiori a quello di base, cioè alla singola lista
locale (o regionale, che però ha vita autonoma, non è l’unione di quelle
locali e non dà loro ordini). Che Grillo venga vissuto come un oracolo è
chiaro, ma questo fa di lui un leader, non un presidente. Nonostante il crescente successo delle loro posizioni,
insomma, che nessun politologo serio definirebbe antipolitica (antipartitica,
semmai!), per Grillo e i suoi non tutto è rose e fiori: sono al centro di attacchi
accaniti da destra e da manca e al contempo sembrano non riuscire più bene a
padroneggiare la loro creatura. La rete, che ne è stata la mamma, potrebbe alla
lunga soffocarla con il suo biberon elettronico. Proseguirò a parlarvene fra un
mese sul prossimo numero di Cenerentola ma sarebbe buona cosa se un dibattito su
questo e su temi vicini cominciasse fin d’ora. Alberto
Lipparini Ripudio del debito o rilancio di una prospettiva libertaria? Da più parti si propone, come via d’uscita
dalla situazione di prostrazione economica e finanziaria in cui è caduta
l’Italia, la cancellazione del debito pubblico o, con un termine più raffinato,
il “ripudio” del debito. In effetti, l’onere di quasi duemila miliardi di euro
sui conti pubblici risulta sempre più difficile da sostenere in un quadro dove
la raccolta di fondi sui mercati finanziari, da parte dello Stato italiano, avviene
a condizioni sempre più gravose, ossia con tassi di interesse via via più
elevati. Ma cosa
implicherebbe il ripudio del debito? Un primo passo in avanti per capire le
conseguenze di questa opzione consiste nel chiamare le cose con il loro nome:
stiamo parlando del fallimento finanziario dello Stato. Proviamo ad esaminare,
in prima approssimazione, cosa potrebbe accadere se, prospettiva ormai non più
impossibile, un giorno il governo italiano, sotto il peso crescente del debito
pubblico e in un contesto economico di scarsa crescita, dovesse dichiarare
default. La prima ovvia conseguenza sarebbe il mancato
pagamento delle cedole e il mancato rimborso dei titoli pubblici in
circolazione. Banca d’Italia stima in circa 190 miliardi di euro l’ammontare di
titoli pubblici detenuti direttamente dalle famiglie italiane. Centonovanta
miliardi che se ne andrebbero allegramente in fumo. Un altro macigno destinato
a cadere sulla testa degli italiani sarebbe l’evaporarsi del risparmio postale,
più di 310 miliardi di euro in possesso, per lo più, di persone con basso
reddito (tra cui tanti anziani). La prima botta, quindi, sarebbe di 500 miliardi
di euro di risparmio distrutto, frutto, in molti casi, di decenni di sacrifici
e di rinunce da parte di una discreta fetta della popolazione. Naturalmente, uno Stato inadempiente incontrerebbe
serie difficoltà nel pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, stiamo parlando
di milioni di lavoratori. Sarebbe quindi messo in discussione ciò che rimane,
per esempio, di sanità pubblica, scuola, vigili del fuoco, etc. Questo non
aiuterebbe certo a migliorare le condizioni di vita dei restanti cittadini. Poi vi sarebbe un’ulteriore conseguenza che a
molti sembrerebbe assai gradita: fallirebbero tutte le banche nazionali, che
investono una discreta parte dei loro attivi proprio in titoli pubblici
italiani. Festeggiamo? Il nemico pubblico numero uno è stato, finalmente,
sconfitto? Dopo aver stappato la bottiglia di italico spumante ci renderemmo
conto che, in un attimo, ciò che avevamo sui depositi presso gli istituti di
credito (circa 549 miliardi di euro) si trasformerebbe in uno sbiadito ricordo
di un’epoca definitivamente finita: sarebbero soldi finiti in niente! Così come
nulla resterebbe dei 384 miliardi di obbligazioni bancarie acquistate dalle
famiglie del Belpaese. Altri 933 miliardi scomparsi, sacrificati sull’altare
del ripudio del debito. Però, anche le compagnie di assicurazione
investono abitualmente la maggior parte dei loro attivi in titoli di Stato
italiani. Avevate una polizza vita? Beh, la coniugazione al passato del verbo
avere è opportuna, poiché il fallimento degli assicuratori italiani comporterebbe
anche la cancellazione delle riserve tecniche che garantiscono il pagamento
delle prestazioni agli assicurati. Via altri 384 miliardi. Qualcuno ha avuto la
pessima idea di sottoscrivere un fondo pensione? Scordatevi di avere una
pensione integrativa: i 213 miliardi depositati in questi strumenti di
risparmio si convertirebbero in un amaro rimpianto. Se ciò è ancora insufficiente per far capire il
disastro verso cui si andrebbe, occorre specificare che la maggior parte dei
lavoratori italiani lavora in aziende di piccola o piccolissima dimensione.
Cosa c’entra? C’entra, c’entra. Si tratta di imprese, nella maggior parte dei
casi, fragili, che si sostengono finanziariamente grazie al credito bancario.
Già, ma le banche sono fallite. Nel giro di un paio di mesi, la maggior parte
di queste aziende chiuderebbe i battenti. Migliaia di odiati padroni, finalmente,
in ginocchio? Forse, ma sicuramente milioni di lavoratori disoccupati. Nel frattempo, i ricchi avrebbero tutto il
tempo per ritirarsi nelle loro ville nei Caraibi o, più sobriamente, in Costa
Azzurra. Che magari potrebbero raggiungere a bordo dei loro yacth. Il denaro per
condurre un’agiata esistenza lo preleverebbero dai loro conti in Svizzera o,
per gli amanti dell’esotismo, dai depositi presso le isole Cayman. Qualcuno potrebbe credere che il disastro descritto sopra rappresenti un passaggio inevitabile per poter ricominciare da capo. Annulliamo il debito così non abbiamo più l’onere degli interessi da pagare e si riparte con un bilancio pubblico risanato. Bella prospettiva. Bella e impossibile. Lo sterminio sociale innescato dal fallimento finanziario dello Stato, distruggendo un’importante fetta della base produttiva del Paese, farebbe diminuire drasticamente le entrate pubbliche (tasse e imposte). Servirebbero nuovi prestiti per pagare gli stipendi dei dipendenti, per acquistare i beni e i servizi necessari per far ripartire la macchina pubblica. Solo che lo Stato è fallito e non può certo presentarsi sui mercati finanziari per chiedere nuovo denaro a prestito. Così come non lo potrebbe chiedere ai propri cittadini,
dato che la maggior parte di loro sarebbe in miseria e
senza un’occupazione e relativo reddito. Stampiamo moneta che, nel giro di
pochi mesi, diventerebbe carta straccia svilita da un’iper-inflazione modello
sudamericano anni ’80? Non credo serva altro per capire che la strada
del ripudio del debito conviene a pochissime persone, precisamente a quello
strato della popolazione più ricca che, proprio in virtù dei propri privilegi,
ormai può disgiungere la propria sorte personale dal destino collettivo della
nazione.
Ritengo che, per un movimento seriamente intenzionato
a realizzare, progressivamente, una società più equa, sia giunto il momento di
ragionare sulle strade da intraprendere e assumersi la responsabilità di
delineare e proporre convincenti prospettive di sviluppo futuro ad una società
impaurita e disorientata. Prospettive che, con tutta evidenza, il potere oggi
non è più in grado di dare. Toni Iero Se dovessimo basarci su quello che dice la TV,
il tessuto produttivo nazionale sarebbe esclusivamente retto da grandi gruppi
come FIAT e ILVA. In realtà il sistema produttivo-manifatturiero italiano si regge
su un tessuto di piccole e medie imprese (P.M.I.) praticamente unico al mondo,
una piccola fortuna che nel resto del mondo sarebbe stata valorizzata ma che in
Italia è sempre stata messa all’indice, in blocco e senza distinzioni, come un
settore dedito all’evasione fiscale. La questione è molto più complessa di
quello che sembra e non è accettabile un’analisi manichea, tipica dei media,
dei politici e dei sindacati di regime che ovviamente sono interessati ad
addormentare le menti più che a stimolarle. Digressioni a parte, la crisi del
sistema P.M.I. non è recente ma parte da lontano, più precisamente dai mitici
anni '80; risale infatti agli anni della Milano da bere l’articolatissimo corpus
di gabelle e di leggi sovente contraddittorio, atto a creare un sistema di
permanente insicurezza normativa che corrisponde alla logica del “taci o ti rovino”.
Questa situazione ha creato un progressivo ed inesorabile depauperamento del
tessuto produttivo delle P.M.I. che è arrivato alla grande crisi ormai decotto:
oltre ai fallimenti a raffica che di fatto precludono ogni opportunità di
rivalsa lavorativa, oltre ad un sistema fiscale volutamente lacunoso che premia
i furbi e annichilisce gli onesti, in
questi anni si assiste alla mancanza del ricambio generazionale necessario alla
categoria per sopravvivere. Si tratta di una vera e propria catastrofe per
tutta la nazione di cui pochi si rendono conto, basta solo ascoltare le
analisi dei bocconiani tipo quella dell’emerito Giavazzi secondo cui “le
piccole imprese sono brutte”, o come tanti altri che non hanno ben compreso la
differenza che passa fra un’azienda di produzione propriamente detta ed una di
produzione secondaria o in conto terzi. Oggi l’equilibrio è rotto irreversibilmente:
chi pensa che passata la crisi si ritorni ai livelli occupazionali di un tempo
vive una pia illusione, il tessuto produttivo quando muore non resuscita perché
una volta persa la cultura della produzione è un lento ed inesorabile declino
comune a tutte le civiltà: quando avremo perso il “know how”, le persone competenti
che si sporcano le mani, ci resteranno i filosofi, gli intellettuali, i comunicatori
che dal punto di vista economico producono ben poco. Quando chiuderanno le
imprese di produzione a chi si rivolverà il terziario? Ed il terziario
avanzato? Mah! Forse alla finanza creativa o agli extraterrestri? Mentre nel
periodo precedente all’800 la produzione poteva contare su un basso livello di
socializzazione del lavoro ed una conoscenza tecnica diffusa, oggi l’evoluzione
sociale ha comportato una complessificazione del lavoro che non permette in
alcun modo di recuperare il tempo perso. I politici ed i cosiddetti tecnici non
sembrano curarsi della situazione persistendo nel mantenere un corpus
legislativo poco chiaro, volutamente contraddittorio ed eludibile, quando con
un minimo di umiltà basterebbe guardare e prendere esempio da ciò che fanno in
Germania e Svezia per capire quello che significa una legge efficace e chiara;
dall’altra continuano a salassare una categoria già spremuta come un limone: il
furbo continuerà a farlo, l’onesto vedendosi ulteriormente vessato dal fisco,
per mantenere il margine di sopravvivenza dell’impresa, applicherà la traslazione
d’imposta (aumenta la tassa di 1 euro al pezzo, allora si ritoccano i listini
di 1 euro al pezzo) con il conseguente aumento dell’inflazione. L’equilibrio è
rotto, appunto: a maggio il 70% delle P.M.I. risultava in sofferenza, con esposizioni
debitorie anche importanti verso le banche, pure loro in crisi di liquidità, a ciò è corrisposto un’esplosione della cassa
integrazione in deroga che ovviamente fra qualche mese non potrà più essere
onorata dallo stato. La complessiva diminuzione del reddito provocherà un’ineluttabile
paralisi dei consumi e le P.M.I. non potendo più contare su un mercato residuale
dovranno necessariamente abbassare la saracinesca per sempre. È possibile
evitare la catastrofe? Francamente penso proprio di no: disprezzo profondamente
quelli che vivono di speranze, quelli che pensano che alla fine c’è sempre un
qualcuno che mette a posto la situazione, lo stato ed i politici per capirci.
Questa volta no. Chi ha avuto modo di leggere i miei articoli di economia sa
bene che fino ad oggi non mi sono sbagliato di molto, quindi azzardo una
previsione: entro sei mesi il sistema Italia sarà completamente fermo e lo stato
inevitabilmente collasserà. Sarà mia cura nei prossimi mesi, quando avrò un
quadro più dettagliato del bagno di sangue che ci attende, proporre una mia ricetta. Il
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