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manovra del ministro Tremonti allo sciopero generale del 25
giugno
Uno sgradito ritorno? Elogio dei servizi (e dei finanziamenti "a pioggia") ![]() |
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Dalla
manovra del ministro Tremonti allo sciopero generale del 25 giugno
Nell’editoriale
dello scorso numero di
Cenerentola, scritto mentre l’economia italiana stava subendo
un formidabile
attacco da parte delle multinazionali della speculazione finanziaria,
ci
chiedevamo come sarebbe andata a finire. E, soprattutto, se fossimo di
fronte alla “fine
dell’euro” o, più semplicemente,
a un’altra tappa del “declino
dell’Occidente”. A un
mese di distanza possiamo dire che
“non è andata a finire”.
L’euro (per ora) ha resistito, grazie alle pesanti
manovre economiche varate da quasi tutti i governi europei. E il
declino
dell’Occidente continua, inesorabilmente. La
manovra varata in Italia dal ministro
Tremonti consiste soprattutto in forti tagli alla spesa pubblica. Tagli
che non
potranno che portare a un peggioramento delle condizioni di vita delle
classi
subalterne e a una depressione dell’economia. Nulla si sta
facendo per andare a
prendere i denari dove si trovano, cioè nelle tasche dei
ricchi, e per elevare
la qualità delle produzioni nazionali. Si cerca invece di
aumentare la competitività
di quest’ultime intensificando lo sfruttamento dei
lavoratori. In
questa folle politica antioperaia si
è distinta, ancora una volta, la dirigenza della Fiat. Per
rilanciare lo
stabilimento di Pomigliano d’Arco, presso Napoli, ha proposto un contratto
che prevede turni
massacranti per i lavoratori e, addirittura, limitazioni al diritto di
sciopero. E’
stato quindi organizzato un vergognoso
referendum tra i lavoratori;
vergognoso perché si chiedeva loro di approvare una
limitazione dei diritti
garantiti dalla costituzione repubblicana, ancora più
vergognoso perché
contrapponeva le seguenti alternative: 1) accettare
l’accordo; 2) chiudere la
fabbrica. E’
questa la democrazia che,
correttamente, noi della redazione di Cenerentola continuiamo a
chiamare
“democrazia borghese”? Pare proprio di
sì. Inaspettatamente,
nonostante il pesante ricatto, solo il 59% degli aventi diritto ha
votato a
favore dell’accordo. E la
dirigenza della Fiat, mostrando tutta la sua
arroganza, si è comunque riservata di decidere sul futuro
dell’azienda: a loro
non basta vincere,
pretendono
l’unanimità. Questo
accadeva il 23 di giugno. Due
giorni dopo si è svolto lo sciopero generale proclamato
dalla Cgil contro la
manovra Tremonti. Generale…, si fa per dire. In primo luogo
l’impaurita Cgil
aveva inspiegabilmente esentato dal partecipare allo sciopero ben tre
regioni
importanti: Piemonte, Toscana e Liguria. Poi, nel settore privato,
aveva
limitato lo sciopero a sole quattro ore. Per
fortuna ci avevano pensato Lo
sciopero non è riuscito benissimo ma,
dati i tempi che corrono, può comunque essere considerato un
successo. A
Bologna, alla manifestazione regionale, hanno partecipato decine di
migliaia di
lavoratori. A Milano, Roma, Napoli, Ancona la partecipazione
è stata minore ma
significativa E ora?
Che cosa accadrà? Il governo, ci
fa capire Toni Iero nell’articolo di pagina 3, oltre a
tagliare la spesa
pubblica per tenere sotto controllo il
debito, cercherà di far diminuire i consumi delle classi
subalterne per diminuire
le importazioni, indicando al paese una strada che, alle lunghe, non
porta da
nessuna parte, perché non passa attraverso la soluzione dei
problemi di fondo
di un paese devastato dall’ingordigia, dalla corruzione e
dall’ignoranza, (anche
se descritto dai giornali e dalle TV di Berlusconi per ciò
che non è, come
tutti ormai, all’estero, hanno capito). Per
risollevare l’economia italiana occorrerebbe
investire sull’istruzione, la ricerca e
le produzioni di qualità. Reperire
risorse, cominciando con il ridurre
le spese militari, e impiegarle là dove sono più
necessarie. Ma, come fare per
evitare che vadano a finire nelle mani (bucate) dei soliti noti? Come
garantirne una gestione democratica? In
questo numero di Cenerentola ci
proponiamo di riflettere anche su questi temi. Lo fa Nerio Casoni a
pagina 5, ripercorrendo
il dibattito passato e quello attuale sull’autogestione; lo
fa, con un taglio
assai più
critico, Eugen Galasso a
pagina 7; lo fa, in modo decisamente “eretico”,
Luciano Nicolini nell’articolo
di pagina 4. (red)
La crisi che
ha
investito alcuni paesi dell’area euro ha fatto emergere tanto
i problemi
strutturali di diverse economie, quanto la sostanziale mancanza di
coesione
dell’Unione Europea. I cosiddetti
Piigs
(Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) non sono, in
realtà, accomunati
da conti pubblici in dissesto, bensì da un saldo negativo
nella bilancia commerciale
con l’estero (si
vedano, a tal proposito, i dati dell’ufficio statistico
dell’Unione Europea,
Eurostat). Vale per
questi paesi il paragone con una famiglia che
spende più di quello che guadagna. Per tirare avanti servono
prestiti che,
però, vengono concessi sempre meno volentieri man mano che
il tempo passa senza
un processo di riequilibrio. È
evidente che la finanza internazionale sta giocando la
sua carta speculativa per trarre vantaggio dalla situazione.
Altrettanto
evidente è che vi siano oggettivi fattori di debolezza. La reazione
a questi attacchi si sta concretizzando in un
generalizzato varo, da parte dei paesi periferici dell’Unione
Monetaria, di
manovre volte a ridurre il disavanzo pubblico. I provvedimenti variano
da un
governo all’altro, tuttavia il senso è sempre lo
stesso: aumentare le entrate
e ridurre le spese statali. Unanime è anche la previsione
degli economisti:
queste disposizioni comporteranno una minore crescita economica nelle
nazioni
che li assumono. Poi vi è chi ritiene necessario risanare
urgentemente il
bilancio statale e chi, come il premio Nobel Paul Krugman, dichiara che
è una
follia attuare una stretta fiscale con una ripresa economica
così debole e
prevede un futuro di depressione per le economie europee. Ma se il
problema è il saldo della bilancia commerciale
con l’estero, perché i governi si stanno
affannando a tagliare le spese dello
Stato? Vediamo qual’è il meccanismo. I
provvedimenti indirizzati a ridurre il
disavanzo pubblico non comporteranno solo un miglioramento del bilancio
statale, ma porteranno anche una riduzione del reddito disponibile
delle famiglie.
Il congelamento delle retribuzioni dei dipendenti pubblici è
solo il primo
passo per tagliare anche i salari dei lavoratori del settore privato.
Il taglio
degli stipendi dei lavoratori, trasformandosi in minor costo del
lavoro, determinerà
l’aumento della competitività delle produzioni
nazionali (da questo punto di
vista, anche l’aumento della cosiddetta
flessibilità rappresenta un abbassamento
dei costi di produzione. Avete presente la tragi-comica vicenda di
Pomigliano?).
Inoltre, le imprese saranno “invogliate” ad
aumentare le vendite all’estero
anche dalla contrazione dei consumi interni, frutto della diminuzione
del
potere d’acquisto dei salari. Minori consumi interni
determineranno anche un calo
delle importazioni di beni esteri. Così, tra maggiori
esportazioni e minori
importazioni si dovrebbe arrivare ad un riequilibrio della bilancia
commerciale.
Una volta, i paesi in difficoltà giungevano a questo
risultato svalutando la
propria moneta. Oggi, con l’euro, i Piigs non possono farlo e
sono costretti a
svalutare il valore del lavoro dei propri cittadini. È una
grande conquista? Non vi sono
certezze che la manovra descritta sopra funzioni.
Se un paese non ha una struttura produttiva capace di produrre beni
esportabili
(è il caso della Grecia), l’aumento delle
esportazioni darà un ben magro
contributo al risanamento dei conti con l’estero e il
successo sarà basato
unicamente sulla riduzione dei consumi (e quindi del livello di vita)
della popolazione. In questo
quadro già fosco, arriva un ulteriore segnale inquietante.
I Piigs hanno tutti intrapreso la discutibile strada del taglio del
disavanzo
pubblico per migliorare i conti con l’estero. Obiettivo
condivisibile
perseguito con mezzi controversi. Il problema è che anche Sorge il
sospetto che, nella mente dell’establishment di
Berlino, il risanamento dei conti pubblici dei Piigs abbia il solo
scopo di
consentire alle banche tedesche di recuperare il denaro prestato a
questi
paesi. Poi, una volta messi in salvo gli istituti di credito germanici,
che i
Piigs se ne vadano pure al diavolo, tanto le imprese tedesche stanno
già
puntando ad esportare nei mercati in forte crescita, ossia nei paesi
emergenti.
Inoltre, a pensarci bene, un’Europa mediterranea
sottosviluppata aggiungerà un
tocco esotico alle vacanze estive delle famiglie teutoniche. Siamo di
fronte al
ritorno di der Grosse Deutschland? Toni Iero Il modo in
cui si
sta evolvendo la situazione politica e sociale in Italia sembra,
purtroppo, dar
ragione agli anarchici. E per
anarchici, questa volta, non intendo, come sono solito
fare, tutti coloro che si impegnano per costruire una
società ugualitaria e
libertaria. Intendo quella parte di essi che, rifacendosi a teorie
ottocentesche,
ritiene l’attuale sistema non riformabile senza passare
attraverso il suo abbattimento. Tutto, in
questo paese, è ingessato. I politici che ci governano
sembrano inamovibili. Le possibilità di migliorare le
proprie condizioni sociali
lavorando onestamente appaiono quasi nulle. A qualsiasi occupazione,
per non
dire dei lavori più ambìti, si accede soltanto
attraverso conoscenze. E chi
volesse intraprendere un’attività in proprio
è immediatamente strangolato da
licenze, permessi, tasse e poteri forti. Non
c’è da meravigliarsi se il paese va a rotoli. E,
da
tale situazione, non
si vede come
uscire. Sullo scorso
numero di
Cenerentola Toni Iero,
dopo aver fatto un’approfondita analisi della
crisi economica in corso, proponeva l’istituzione di una
tassa sui grandi
patrimoni per ripianare il debito pubblico e, soprattutto, finanziare
l’istruzione, la ricerca e l’impresa di
qualità. Si tratta di una proposta che
non è molto libertaria (dato che il prelievo fiscale viene
attuato dallo stato,
sotto la minaccia della violenza) e che, probabilmente, non
risulterebbe
neppure molto efficace, dato che lo stato, a differenza di Robin Hood,
è assai
più portato a togliere ai poveri per dare ai ricchi
piuttosto che a fare il
contrario. Ma anche se,
per una volta, pur di arginare la crisi, lo
stato si prestasse a sottrarre ai potenti una parte della loro
ricchezza,
credete davvero che i denari così rimediati finirebbero in
buone mani? Sulla
base di quanto appena detto circa l’ingessamento della
società italiana è
lecito dubitarne. L’istruzione
professionale
e quella universitaria, notoriamente, sono gestite dagli
“amici degli amici”. La
ricerca pure. E, infine, chi stabilirebbe quali imprese sono da
finanziare in quanto
capaci di portare avanti progetti di qualità? I soliti noti. Sarebbe
dunque meglio se le risorse ottenute
attraverso la tassa
patrimoniale (o la
diminuzione delle spese militari,
la
lotta all’evasione fiscale,
la
tassazione dei redditi più alti…) fossero
impiegate per finanziare servizi:
servizi alla persona, come un reddito minimo garantito, indispensabile
per la
sopravvivenza dei disoccupati, ma anche servizi alle imprese, senza
pretendere
di valutare a priori, dall’alto, l’eccellenza di
quest’ultime. Per quanto
riguarda l’istruzione superiore, a chiunque
fosse dotato di adeguati requisiti (un dottorato di ricerca,
un’esperienza
decennale in un determinato settore) potrebbero essere forniti gli
strumenti
(aule, materiali didattici) per poter insegnare, lasciando scegliere
agli studenti
chi vogliono retribuire come loro insegnante. E’ una proposta
bizzarra? Forse.
Ma non è bizzarro che oggi, in Italia, buona parte
dell’istruzione
professionale sia affidata a neolaureati che non hanno mai lavorato
prima? Non
è bizzarro che le docenze universitarie siano affidate
attraverso selezioni e
concorsi dei quali è quasi sempre noto in anticipo il
vincitore? Per quanto
riguarda la ricerca, sono anni che, in questo
paese, ci si scaglia contro i finanziamenti “a
pioggia”. Da un punto di vista
teorico il discorso sembra ragionevole: è bene finanziare
con denaro pubblico soprattutto
quelle ricerche che appaiono più promettenti in termini di
risultati e di
utilità sociale. Nella pratica, però, evitare
i finanziamenti “a pioggia” significa farli avere
soltanto agli amici degli
amici. In questi casi, come dice la saggezza popolare: “piove
sempre sul
bagnato!” E’
chiaro che progetti di grande impegno economico non possono
essere finanziati se non passando attraverso commissioni di esperti, a
loro
volta nominate da organismi democraticamente eletti. Ma, per uscire
dall’ingessatura, non
sarebbe male
ampliare l’area dei tanto criticati finanziamenti
“a pioggia”, purchè si tratti
di progetti proposti da persone in possesso di adeguati requisiti. Un discorso
analogo potrebbe essere fatto con riferimento
alle imprese: anche ad esse potrebbero essere forniti servizi e, entro
certi limiti, finanziamenti
“a poggia”. Faccio un
esempio con riferimento all’editoria, il settore che,
ovviamente, conosco
meglio. Perché continuare a finanziare, con ingenti somme,
gli illeggibili
giornali di partito (o sedicenti tali)? Non sarebbe meglio smettere di
finanziarli e fornire a tutti i periodici indistintamente, a basso
prezzo, quel
servizio di distribuzione alle edicole, il cui costo è oggi
proibitivo? Mi si
può obiettare che ciò può funzionare per
l’editoria periodica, ma non
certo per la produzione di automobili che necessita, per poter disporre
di
impianti moderni, di finanziamenti, piuttosto che di servizi. E’
chiaro che non si può pensare di finanziare chiunque
decida di creare una fabbrica di automobili! Tuttavia, anche in questo
settore,
non sarebbe male ampliare l’area dei finanziamenti
“a pioggia”, magari
erogandoli sotto forma di rimborsi, in modo tale da scoraggiare le
iniziative
più velleitarie. Qualcosa di simile in passato è
stato fatto, con riferimento
alle imprese cooperative, con risultati abbastanza soddisfacenti. E bravo
Nicolini! – penserà il lettore smaliziato
– Ha iniziato
l’articolo fingendo di riaccostarsi a quella (presunta)
ortodossia comunista
anarchica dalla quale da molto tempo si è distaccato, per
poi terminare
con proposte che
ben poco hanno a che
vedere con il libertarismo e a fatica possono essere classificate
nell’ambito
socialista. I compagni
si tranquillizzino: rispetto alla “democrazia
libertaria” continuo a pensare le cose che scrissi, diversi
anni fa, nei miei
“Appunti per una costituzione libertaria” e che si
innestano, sia pure in modo
originale, sul filone di pensiero inaugurato da Pietro Kropotkin. Ma la
politica costringe a confrontarsi con la situazione nella quale viviamo
oggi in
Italia, che non è certo quella ideale per costruire il
socialismo; è una situazione
nella quale i lavoratori chiedono proposte concrete e immediate per
cercare di
uscire il più rapidamente possibile da una crisi che, giorno
dopo giorno, sta mostrando
tutta la sua gravità. Può
darsi che le proposte avanzate in quest’articolo siano
sbagliate. Non sarebbe la prima volta che sbaglio. Non
sarà di certo l’ultima.
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