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A
proposito di democrazia diretta
Affiancare
un aggettivo accattivante al termine democrazia
appare oggi molto difficile, quando tutte le possibili forme che la
democrazia può
assumere, tentando di dare una rispettosa dignità a se
stessa, sembrano scontrarsi
con l’attuale miseria umana e sociale. Ma pur da
sempre le idee di emancipazione si sono sviluppate,
nel loro doloroso e mai inutile cammino, avendo come fari guida delle
parole,
dei concetti, ideali che hanno avuto il merito di smuovere
ciò che oggi appare
come una catatonica
situazione sociale,
il sonno delle coscienze, di quella civile in particolare. Siamo
circondati da
televisori sempre più grandi e cervelli sempre
più piccoli, da dittature
proposte come miglioramenti costituzionali, da opposizioni che abbaiano
ad ogni
stormir di fronda per acquattarsi con l’osso da leccare:
l’unica vera condivisione
accettata. Io mangio la
polpa, tu lecchi l’osso e siamo tutti
contenti. Viviamo in
un’economia di rapina perpetrata ai danni del
sociale; i processi di privatizzazione di tutto ciò che
possa rappresentare un
valore in sè rappresentano
l’obiettivo,
onestamente dichiarato, del nemico. Di questo
bisogna dare atto al potere: non mente sui propri
fini, affinché il plusvalore, la profittevole risorsa, possa
essere fatta
propria da un ceto sociale oramai sclerotizzatosi su posizioni
culturali e
ideali assimilabili a quelle dei clan, delle logge massoniche
più oscurantiste
e spietate. Posizioni da albori del capitalismo in cui
schiavitù e genocidio
erano normali. E’
triste doversi confrontare sul piano dialettico, politico
e culturale con la nefandezza imperante, in cui le menti illuminate
sono assimilabili
a buffoni di corte, in cui non appare immorale la pedofilia, ma
semplicemente
disdicevole il parlarne (quando si denuncia chi la pratica). Rappresenta
l’estasi sublime del potente possedere il
puro. Per non
parlare del tritacarne sociale che si è messo in
moto con l’evolversi di una crisi nella quale siamo vittime
sacrificali, e
nello stesso tempo artefici, oramai schiavizzati, di un futuro di
“superamento”
della crisi stessa. In fondo la
loro ricetta la conosciamo: (Petrolini) Qesto
è il mondo ripugnante con cui dobbiamo confontarci
civilmente, democraticamente. E la cosa non può che far
nascere un senso di
impotenza. Contro
questa sensazione di impotenza verso l’esistente ci
fu chi, come Anteo Zamboni, uno degli anarchici che attentarono alla
vita di
Mussolini, tentò un gesto estremo, mitico ed eroico diremmo,
nel tentativo di dimostrare
la non necessità dei processi democratici per risolvere
questioni, quando
queste sono oramai incancrenite in un corpo in fase di avanzata
decomposizione
sociale. Ma di tutto
abbiamo bisogno tranne che di eroi, sebben
giovani e belli, o di gesti riconducibili ai teorici
dell’esistenzialismo.
Razionalmente voglio pensare a quelle forme di democrazia, diverse tra
loro,
che possono e devono coniugarsi in un
“idem-sentire” che non può essere altro
che il benessere morale, economico e spirituale di tutti.
Fu la prima
forma di governo democratico, essendosi affermata
nel V secolo a.C. ad Atene. Un successivo esempio notevole di
democrazia
diretta è stata Fra i
sostenitori della democrazia diretta vi sono sicuramente
gli anarchici del ramo socialista, che rifiutano la democrazia
rappresentativa. Venendo al nostro paese, l’Italia prevede due strumenti di democrazia diretta: il referendum e l’iniziativa popolare. Si può affermare però che la loro influenza è, nel complesso, abbastanza marginale. In quasi
tutte le democrazie moderne, comunque, esistono
istituti di democrazia diretta, anche se per lo più sono
fortemente limitati
dai rispettivi governi o parlamenti. (R.
Buckminster Fuller) In questo
senso ritengo interessante che il “nuovo”
risulti in realtà come il possibile recupero di antiche
pratiche che hanno
dimostrato nel tempo due aspetti determinanti: essere valide
economicamente e
socialmente e risultare flessibili,
adeguabili alle dinamiche che nel tempo si
determinano. Questo
è evidenziato anche nel libro “Governare i beni
collettivi”, lo studio del premio nobel Lin Ostrom, un premio
dato alle virtù
della cooperazione e dell’autogoverno. Lin Ostrom
è una scienzata della politica che ha passato
la sua vita a studiare le condizioni che permettono
l’autogoverno. Le sue
prime ricerche hanno indagato il governo dei bacini di irrigazione
negli Stati
Uniti, i servizi
urbani e le politiche
di decentramento amministrativo. Successivamente
è passata a studiare i problemi dello sviluppo
rurale e le grandi questioni globali legate alla protezione delle
risorse
naturali e alla regolazione della biosfera. Una vita a studiare sul
campo le
forme di autogoverno dei beni comuni,
a
organizzare reti e programmi di ricerca comparativa, permettendo di
cumulare
una conoscenza sistematica. Alcune
basilari considerazioni possiamo individuarle nel
fatto che sia la gestione amministrativa e centralizzata che la
privatizzazione
delle risorse rappresentano soluzioni inefficaci e costose, mentre
molte
comunità sono riuscite
a raggiungere
collettivamente accordi per un’utilizzazione nel tempo delle
risorse comuni
grazie all’elaborazione spontanea di regole di sfruttamento
accompagnate da
doveri di gestione, sanzionati dall’esclusione di coloro che
non rispettano
tali regole. Il mercato
privato dovrebbe fare un passo indietro di
fronte a soluzioni di governo e gestione
sociale delle risorse. Nell’ambito
delle risorse naturali una proprietà
collettiva può limitare l’uso improprio e
l’abuso delle stesse e assicurare il
diritto alle nuove generazioni. Le
privatizzazioni fanno scomparire dall’economia non
solo lo Stato ma anche le comunità».
(Alessandro
Menardi) Da questo
interessantissimo libro si evince che le comunità,
con gli strumenti di democrazia diretta, partecipata, autogestita
appaiono
molto più determinanti ed efficaci dello stato nel
perseguire il benessere
collettivo tramite la gestione del “bene comune”. Se le
realtà locali (federate tra loro) sono
democratiche, è la democrazia stessa, è la sua
intrinseca forza etica e
politica, a tenere unita la collettività nazionale e
internazionale.
(Gavallotti) Il
cosiddetto neofederalismo, che dilaga, deve molto alla
teoria federalista
anarchica. La
“rimozione collettiva” del tema, oggi tornato di
estrema attualità per la crisi, nel fragile edificio dello
stato unitario
accentrato - passato da una tirannide all’altra: dalla
monarchia al
nazi-fascismo, alla partitocrazia insediata nel parlamento unico
nazionale - è
infatti a dir poco mostruosa. Il
federalismo è stato un aspetto fortemente caratterizzante
della tradizione anarchica, che si è distinta proprio in
base ad esso da altre
scuole di pensiero e da altri movimenti che non hanno mai avuto alcuna
vocazione federalista. l’edificio
accentrato del potere, qualunque esso sia».
(Alessio Vivo) Quest’analisi permetterebbe di
coniugare un elemento costitutivo dell’agire libertario,
il principio federalista con quello della democrazia diretta e
autogestita, e
lo ritroviamo in questi, oramai “vecchi”, volantini
del maggio francese: (Luigi
Fabbri, “Anarchia e comunismo scientifico”)
Democrazia libertaria: quadratura del cerchio? Non credo
che la questione sia da porsi in questi
termini, ma rimane senz’altro il problema di una democrazia
(potere del popolo,
comunque lo si intenda, fatalmente di una maggioranza) che accetti in
pieno i
diritti e la libertà degli individui. Ciò non
è sempre facile, specialmente
quando la libertà dovrebbe venir sacrificata a favore di una
comunità (il “popolo
sovrano”, concetto che deriva da Rousseau). Proprio per
ovviare a tale rinuncia
al bene individuale, in particolare al bene supremo, che è
comunque la libertà,
pensatori come Godwin, Gobetti, i fratelli Rosselli (soprattutto
Carlo), Jaurès, Calogero,
Ragghianti, Capitini, Landauer, Daniel Guérin,
Costa, Merlino, si
posero il problema di teorizzare modelli sociali non oppressivi. I
movimenti
libertari, in particolare quelli della Spagna degli anni Trenta dello
scorso
secolo e quelli della controcultura americana ed europea, oltre che
molti movimenti
nonviolenti, tentarono di metterli in pratica. Se la cosa
sia riuscita o meno, è questione aperta.
Non in Spagna, pur se con qualche effervescenza positiva, in quanto
anarchici,
libertari e socialisti dovevano confrontarsi con gli stalinisti; quasi
sempre
(almeno in una prima fase) nei movimenti di protesta statunitensi ed
europei;
non nella Machknovicina, ossia nella rivolta ucraina dove, per opporsi
al
montante totalitarismo sovietico, Nestor Machkno divenne peggiore - o
quasi
- di coloro che voleva combattere. Anche
negli altri tentativi
di democrazia diretta (Baviera, Torino, qualche emanazione austriaca)
ci furono
solo bagliori sparsi.
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