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Locandina del film "The Road"

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The Road               
 

di John Hillcoat

con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Robert Duvall, Charlize Theron

uscita prevista: 28/5/2010

Il destino di un film è il più delle volte condizionato da variabili irrazionali. Basta pensare al recente trionfatore degli Oscar “The Hurt Locker”, snobbato al festival di

Venezia in cui è stato presentato in concorso, non premiato dal pubblico e invece rinato a nuova vita grazie a un riconoscimento critico tardivo. Un percorso analogo lo potrebbe intraprendere il film di John Hillcoat, anch’esso a bocca asciutta a Venezia e con una distribuzione poco generosa in tutto il mondo. La cosa è ancora più strana rispetto al film di Kathryn Bigelow, interpretato da volti non particolarmente noti e senza un’origine letteraria prestigiosa, perché “The Road” è invece tratto da un romanzo Premio Pulitzer nel 2007 di Cormac McCarthy (“La strada”), e i personaggi godono del carisma di star riconosciute come Viggo Mortensen e Charlize Theron. La distribuzione italiana arriva per merito della determinazione della piccola Videa-CDE, dopo l’annuncio abbastanza sconcertante che il film non sarebbe uscito nelle nostre sale perché troppo deprimente. Strategie promozionali, ottusità del mercato? Difficile capirlo. Ma al di là del tanto parlare, non sempre indice di qualità, il film è un interessante, e parzialmente riuscito, tentativo di unire un messaggio forte a un approccio visionario. Un padre e un figlio vagano in un paesaggio post-apocalittico. Non sappiamo cosa li ha catapultati nell'incubo, ma siamo subito coinvolti nella loro lotta per la sopravvivenza. Qualcosa di tremendo pare avere annullato ogni barlume di civiltà. Molte specie animali e vegetali si sono estinte, il sole è oscurato da nubi e impera il cannibalismo. I pochi sopravvissuti sono quindi in pericolo costante e devono diffidare dei propri simili. Non facile in questo scenario angosciante mantenere viva l’illusione che il domani riservi un futuro migliore. Dopo una prima parte compatta e in grado di trasmettere la precarietà dei personaggi, con venature horror capaci di destabilizzare, il film smussa la cupezza e fa emergere una tesi positiva votata alla speranza. Se il punto di vista è facilmente condivisibile, a risentirne è più che altro la plausibilità degli sviluppi, a causa anche di evidenti forzature narrative e di dialoghi moraleggianti che attenuano le sfumature delle premesse creando distinzioni piuttosto manichee. In attesa che qualcuno lo riscopra incensandolo, magari alla prossima edizione degli Oscar, vale comunque la pena di vederlo per la suggestione delle ambientazioni, i dubbi che insinua e la grande interpretazione di Viggo Mortensen. L’attore americano, infatti, nonostante la popolarità derivante dal personale successo nella trilogia de “Il Signore degli anelli”, dimostra di avere ancora voglia di sperimentarsi. Unica nota inspiegabile: perché lasciare il titolo in inglese, rischiando così di perdere l’aggancio con i lettori italiani del romanzo?


Luca Baroncini

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The Hole

 
di Joe Dante

con Haley Bennett, Teri Polo, Bruce Dern

uscita prevista: 11/6/2010

 
Come reagireste se nella casa in cui vi siete appena trasferiti scopriste una botola in cantina che si apre nel vuoto e da cui, nottetempo, escono presenze non proprio rassicuranti? Una mossa strategica potrebbe essere quella di rivedersi le decine di film e telefilm con un soggetto analogo. Cosa che deve avere fatto sicuramente Joe Dante, da sempre immerso in realtà alternative specchio dell’orrore del quotidiano. Con poca fantasia, però, senza i guizzi a cui ci ha abituato nei suoi grandi successi commerciali (i simpatici ma temibili “Gremlins” o il brillante “Salto nel buio”) e nelle sue opere più riuscite e meno distribuite (il caustico “La seconda guerra civile americana” e i due episodi della serie televisiva “Masters of Horror”). Una regia abbastanza anonima finisce così per accompagnare lo spettatore nella prevedibile successione di eventi in cui porte cigolanti, bambolotti sinistri e fantasmi dell’inconscio, più che spaventare sembrano omaggiare un’idea di cinema ancorata al passato. La carenza di brividi non è nemmeno compensata da approfondimenti nei caratteri e nelle situazioni. E dire che di occasioni ce n’erano: la noia della vita di provincia, l’assenza dei genitori nell’educazione dei figli, la mancanza di stimoli e aspettative che grava sulle giovani generazioni. Ma Dante abbandona la sua vena provocatoria a favore di un “horror” per famiglie rassicurante e piuttosto banale. Che il buio e l’ignoto contengano e facciano emergere le nostre paure più profonde è infatti cosa assai risaputa e, cinematograficamente parlando, fin troppo sfruttata. Di scarso impatto anche l’utilizzo delle nuove tecnologie, con un’applicazione decisamente superflua della stereoscopia. L’effetto tridimensionale, infatti, amplifica leggermente la profondità di campo ma non trova spunti degni di nota, rischiando così di creare disaffezione verso una tecnica che, oltre a comportare un incremento nel prezzo del biglietto, dovrebbe anche aumentare il coinvolgimento sensoriale del pubblico.

 Luca Baroncini

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Promettilo!

      
di Emir Kusturica

con Uros Milovanovic e Marija Petronijevic

In questa nuova opera di Kusturica, la microstoria ci parla di un ragazzo di famiglia contadina mandato dal nonno in città (Belgrado), con la sua mucca, per comprare un’icona di San Nicola e cercare una brava ragazza; la macrostoria fa intervenire un gruppo pervicace di mafiosi serbi, con curiose défaillances, però, a livello comico. Rimangono il simbolismo del regista (tipico l’uomo-cannone, che percorre paesi e città, sorta di angelo custode), il suo amore per il grottesco, con situazioni pazzesche, come cadute di piccoli oggetti che salvano gli eroi buoni punendo i cattivi, ma poi neanche tanto (spesso sono più che altro imbranati,  mafiosi), oppure la trasmissione sportiva alla tivù, dove il fanatismo si concentra, più che sull’evento, sui davanzali delle sportive...  

Amante del fantastico non meno di un Fellini o di un Arrabal, di un Buñuel o di uno Jodorovskj, Kusturica vi associa però lo humour e anche la comicità; e qui bisogna essere un po’ slavi (chi scrive lo è, in parte) o sintonizzati su quella follia. Altrimenti si rischia, magari, di incavolarsi, adducendo l’argomento seguente, che ho sentito da qualcuno uscendo dalla sala: “Non è giusto scherzare quando si tratta di guerre e massacri!”. 

Così, parlando di piccola mafia, Kusturica ripercorre metaforicamente la storia jugoslava, e balcanica in genere, da Sarajevo agli anni Novanta. Relativizza e banalizza: dunque ci scherza sopra ingiustamente e impropriamente? No, mostra, un po’ à la Louis-Ferdinand Céline, ma con ben altro segno politico-ideologico, che le guerre sono comunque assurde, partendo spesso da motivazioni banali.

Non “bagatelle per un massacro” ma piuttosto presa d’atto dell’assurdità della violenza, che però inevitabilmente scatta, sembra dirci Kusturica. Preso senza adeguata preparazione, il regista sarebbe un pedagogo pericoloso, ma, se invece capiamo subito le sue intenzioni, è certamente uno dei sognatori ad occhi aperti più  efficaci dell’arte, e del cinema in particolare.

Da sempre la tragicommedia o la commedia grottesca sono forme espressive formidabili. Basti pensare ad Aristofane e a Molière, ma non solo: più di recente le commedie e i film di Fernando Arrabal, i romanzi di Sinjavskij... Specie quando la democrazia e la libertà non sono consolidate (dunque, in nessuno stato del mondo, vien da dire), la satira e anche l’irriverenza surreale sono strumenti essenziali, grimaldelli per il contropotere.

Oggi la situazione balcanica è notoriamente taciuta, anche a causa dei massicci invii di truppe militari internazionali, quindi “sotto controllo”, come recitano dispacci militari e protocolli diplomatici; ma il fuoco cova sotto la cenere, come ognuno ben sa, anche se finge di non saperlo. Continuare a piangere sul latte versato non serve né potrà servire a nulla, perciò qualcuno, come il regista serbo bosniaco, con la sua tecnica eccelsa, considerata poi in particolare la povertà di mezzi, ricorre ad altre vie...  

Ottimi tutti gli attori, ma in particolare Marija Petronijevic e Uros Milovanovic.  

 

Eugen Galasso

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Liberté

 
di Tony Gatlif

con James Thierrée, Marc Lavoine, Marie-Josée Croze, Mathias Laliberté

Pluripremiato alla edizione 2009 del Festival internazionale del cinema di Montréal, uscito da pochi mesi nei cinema francesi però fino ad oggi non ancora distribuito in Italia, l’ultimo lavoro cinematografico di Tony Gatlif trae ispirazione dalle vicende storiche legate alla persecuzione dei popoli nomadi nel corso della seconda guerra mondiale. Più specificatamente, “Liberté” narra le vicissitudini di una famiglia rom che, nella Francia occupata del 1943, viene dapprima privata della propria libertà di movimento e poi deportata verso un campo di concentramento.

Oltre a ritrarre i costumi, le musiche, gli usi quotidiani e la vita errante dei suoi protagonisti, la pellicola contiene diversi riferimenti critici alle leggi razziali introdotte dal regime di Vichy, alla contestuale persecuzione delle minoranze etniche, politiche e religiose, ed alla connivenza con l’invasore nazista dimostrata dai collaborazionisti francesi. Al tempo stesso, il film veicola una significativa raffigurazione, tanto articolata quanto priva di facili sentimentalismi, delle diverse dinamiche di resistenza e di lotta adottate da parte della popolazione civile.

Ricco di citazioni cinematografiche e di allusioni extratestuali, e quasi completamente scevro da concezioni semplicistiche o manichee della storia, “Liberté” si presenta allo spettatore (proprio come gli altri lavori dello stesso regista, nato in Algeria da padre cabilo e madre gitana) nelle vesti di un caleidoscopico flusso di suoni, di immagini e di colori. Mediante un accorto e vivace assemblaggio di movimenti centrifughi e multidirezionali della macchina da presa, così come dei diversi protagonisti della narrazione, il film evidenzia l’impossibilità di giungere ad una definizione univoca del concetto di libertà, ed anzi propone allo spettatore di ricercarne attivamente sempre nuovi significati.

 

Paolo Matteucci

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La paura

 di Pippo Delbono

 In “La Paura”, film realizzato da Pippo Delbono con il suo cellulare (riscuotendo un premio a Locarno), troviamo tutti i temi del notevolissimo artista di teatro, ma più in generale di spettacolo. La realizzazione con cellulare è diversa rispetto alla cinepresa, o anche alla telecamera, non consentendo ogni possibile gioco tecnico, ma Delbono, magari escludendo il piano-sequenza, usa primi e anche primissimi piani, dando risalto al corpo, di cui rivendica la priorità quando fa teatro,  ma  senza  esercizi  di 

stile, di autoreferenzialità del significante...

La “paura” è quella della obesità, è quella di Bobò (sordomuto che Delbono aveva frequentato e messo in scena in “Barboni”), è quella indotta da un campo rom, ma soprattutto quella, folle e razzista, che nel settembre del 2008 condusse all’omicidio di Abdul, ragazzo di colore che aveva rubato biscotti in un negozio. Qui Delbono filma il funerale, la reazione un po’ “isterica” di una donna che lo rimprovera di violare la privacy del dolore. 

E l’autore reagisce gridando: “Questo è un paese di merda, un paese fascista. Dove sono i preti, i cardinali, i comunisti? La gente deve sapere!”. Ecco, la parola è gettata, non con esibizioni da baraccone, ma con la voce forte, dura, che dice il vero, che non tace quanto realmente avviene, senza però strumentalizzare nulla; rimane il problema della comunicazione, perché evidentemente il grido di Delbono verrà accolto in pieno da chi è aperto e intelligente, meno da chi è pauroso e rinchiuso nei e dai propri fantasmi.

Il film ha ricevuto gli applausi del pubblico fiorentino durante la “Notte Bianca - Insonnia Creativa - Il sole anche di notte”, tra il 30 aprile e l’1 maggio, dove l’autore ha parlato della noia di certo teatro - quello degli Stabili, per intenderci - e della grandezza del cinema da cui ha tratto spunto, in particolare di quello felliniano, ma non solo...  In complesso, a parte problemi di stile e di genere diverso, rimane fondamentale la questione del tema, quello della paura che può indurre nuove forme di razzismo, nel quadro decisamente assurdo in cui viviamo. Per contestualizzare, basta dire come i fatti di via Padova a Milano o quelli di Rosarno siano stati gonfiati da televisioni e giornali che ben conosciamo in chiave antistraniera, quasi che gli europei fossero tutti santarellini e i fatti di cronaca nera esistessero solo da quando è giunta una massiccia ondata di immigrazione, ma non prima.

Da seguire, questa pellicola, che forse si riuscirà a vedere anche nelle sale, valutando quale sarà l’impatto del grido di Pippo, che si avverte anche, seppure in versione soft, quando recita, più pacatamente, versi della Divina Commedia di Dante.   

 
Eugen Galasso

 

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