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"Fine dell'euro" o "declino dell'Occidente"?

Le scorse settimane sono state settimane di passione, per la Grecia, per l’Italia, per i paesi dell’area dell’euro, per i paesi dell’Occidente in generale. E, nel momento in cui stiamo scrivendo, ancora non si sa come andrà a finire.

Pare che, qualche mese fa, alcuni importanti finanzieri statunitensi si siano trovati a discutere amabilmente su come far soldi affondando l’euro. Toni Iero, a pagina 3, racconta questa storia, e tutto ciò che ne è seguìto.

Roberto Zani, sul numero 116 di Cenerentola (settembre 2009) aveva previsto buona parte di quanto sta accadendo. Lo rivendica a pagina 5, proponendo, per l’Europa, soluzioni di sapore keinesiano.

Ma - viene da domandarsi – siamo di fronte ai funerali dell’euro, oppure si tratta dell’ennesimo sintomo del declino di quello che fu (e, in parte, è ancora) l’Occidente industrializzato? Come redattori di Cenerentola, i lettori lo hanno compreso da un pezzo, propendiamo maggiormente per la seconda ipotesi. E’ chiaro però che le due cose non si escludono a vicenda.

A pagina 4 Eugen Galasso evidenzia come la crisi economica distolga l’attenzione da gravi problemi quali la questione nucleare e, più in generale, quella ambientale. E si domanda se il capitalismo, comunque trionfante (non ci risulta che la crisi in corso abbia stimolato lo sviluppo di modelli alternativi), sia compatibile con la sopravvivenza del pianeta: la sua (e nostra) impressione è che, se adeguatamente riveduto e corretto, lo possa essere. Con buona pace di coloro che sperano sia l’imminenza della catastrofe ambientale a far rinsavire l’umanità.

Certo, all’orizzonte non tutto è così nero: a fianco di una Cina che cresce a dismisura senza libertà né uguaglianza, di un Occidente in declino e di un’Africa allo sbando, c’è un’America Latina che si sposta, sia pur lievemente, a sinistra. Ma anche lì, accanto alle  luci, non mancano le ombre: ce ne parla Nerio Casoni a pagina 7, cercando inoltre di evidenziare ciò che di più interessante si sta muovendo in quel continente da un  punto di vista libertario.

Tornando all’Europa, all’Italia in particolare, e alla crisi in corso: al di là delle “belle” analisi, che fare?

Toni Iero, rivolgendosi (retoricamente) a Giulio Tremonti, che però non risulta tra gli abbonati di Cenerentola, propone il varo di un’imposta patrimoniale; Roberto Zani, rivolgendosi ai lavoratori, uno sciopero europeo. Volendo dar retta a entrambi si potrebbe proporre uno sciopero a livello europeo per richiedere l’introduzione di un’imposta patrimoniale…

Anche lasciando da parte (per il momento) i problemi che una misura del genere potrebbe creare nei paesi sprovvisti di un adeguato sistema di welfare (spesso, piccoli patrimoni servono a garantire ciò che lo stato sociale non garantisce), le entrate finirebbero con l’essere gestite, come sempre, dallo stato: una soluzione, in verità, assai poco libertaria.

Sarebbe diverso se il movimento fosse in grado di proporre, almeno riguardo all’utilizzo degli introiti, una gestione sociale portata avanti a livello degli organismi di base, senza l’intermediazione delle caste costituite dai politici, dai burocrati e dagli imprenditori.

Anche per questo, sul prossimo numero di Cenerentola, torneremo sul tema della “democrazia libertaria”.

 (red)


Metti una sera a cena

Si dice che l’8 febbraio di quest’anno, alcuni importanti finanzieri americani si siano trovati a discutere amabilmente, intorno ad un bel tavolo imbandito, su come fare altri soldi. Ne è scaturita l’idea di attaccare l’euro, intravedendo la possibilità di farlo scendere al livello di parità con il dollaro.

L’anello debole del sistema monetario europeo è stato individuato nella Grecia. Che era addirittura ricorsa a trucchi contabili per nascondere la voragine in cui stava precipitando il suo deficit pubblico. Trucchi che Bruxelles ha scoperto recentemente, ma che le banche d’affari Usa conoscevano alla perfezione, dato che avevano contribuito a metterli in piedi. La Grecia è un paese con un’economia fragile, basata essenzialmente sul turismo e sui noli marittimi. Contraddistinta da elevata corruzione, alto debito pubblico e accentuato deficit negli scambi con l’estero. Un candidato ideale come oggetto di un attacco finanziario.

Davanti all’offensiva guidata da hedge fund e banche d’affari americane, la risposta europea è apparsa debole e balbettante, principalmente a causa delle esitazioni tedesche. Ciò, in pratica, ha gettato benzina sul fuoco della speculazione che, per mesi, non ha trovato alcun ostacolo alla sua azione. Così il contagio si è esteso anche agli altri paesi periferici dell’Unione: Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia.

Al solito, gli speculatori hanno agito di concerto con le agenzie di rating, che hanno proceduto a diramare comunicati di declassamento del merito creditizio di alcuni Stati o, peggio ancora, a lasciare circolare voci di probabile declassamento, in orari di apertura dei mercati finanziari. L’esito è stato devastante, con crolli dei valori azionari e, quel che è più grave, con l’abbattimento anche delle quotazioni dei titoli di Stato dei PIIGS (= Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Quest’ultimo fenomeno, comportando un aumento dei tassi di interesse pagati dai governi, rende più oneroso il servizio del debito e aumenta i deficit statali.

Davanti all’insipienza europea, anche il presidente degli Stati Uniti ha perso la pazienza. Obama ha chiamato il cancelliere tedesco, signora Merkel, sollecitandola ad intervenire in difesa dei paesi sotto attacco. Inoltre, il governo Usa ha avviato indagini federali contro Goldman Sachs, Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs, sospettati di frode nei confronti dei loro clienti a proposito della vendita di derivati creditizi. Infine, per rimarcare il messaggio, negli Usa sono state proposte diverse class action contro le agenzie di rating, accusate di aver indotto i risparmiatori ad acquistare titoli proclamati sicuri, quando invece conoscevano benissimo la loro scarsa qualità.

Grazie anche alle pressioni del governo Usa, domenica 9 maggio l’Unione Europea, in accordo con il Fondo Monetario Internazionale, si è finalmente decisa a varare una serie di provvedimenti che mettono sul piatto della bilancia 750 miliardi di euro per contrastare la speculazione. Non è detto che tale misura abbia fermato definitivamente gli attacchi speculativi contro i paesi più deboli dell’area euro. Anche perché vi è la sensazione che questo intervento rappresenti più un aiuto alle banche tedesche e francesi, esposte per 120 miliardi di euro solo sulla Grecia, che non una mano tesa ai paesi in difficoltà.

Non si può capire questa crisi senza far mente locale ad un aspetto nuovo nel panorama mondiale: la globalizzazione ha portato i principali attori della finanza a diventare talmente grossi da renderli ormai indifferenti anche alla sorte degli Stati in cui essi operano o sono localizzati. Si pensi ai due principali gruppi bancari italiani (Unicredit e Intesa): insieme controllano attivi per un importo superiore al prodotto interno lordo del nostro paese. Deutsche Bank, da sola, gestisce un volume di attività pari al Pil italiano. Insomma, i big della finanza sono ormai troppo grandi per ragionare in termini nazionali. L’attacco scatenato dai finanzieri americani, con tutta probabilità, non ha dietro di sé oscure macchinazioni geopolitiche, bensì l’elementare e disarmante volontà di fare denaro. Tanto è vero che proprio il governo Usa è intervenuto per fermare l’avanzata dei “suoi” speculatori. Il sistema finanziario è diventato una variabile indipendente nello scenario economico mondiale. Questo rappresenta un preoccupante problema che anche i governi faranno fatica a gestire.

Secondo alcuni operatori finanziari, dopo la Grecia, il prossimo obiettivo dei capitali speculativi sarà l’Italia, penalizzata dalla dimensione del suo debito pubblico. Se si riuscisse a far crollare l’Italia, la sopravvivenza dell’euro sarebbe messa in discussione. E chi ha puntato contro la moneta unica europea potrebbe allegramente passare all’incasso. Come nel 1992, quando Soros, giocando vittoriosamente contro la sterlina inglese e la lira italiana, riuscì a guadagnare oltre un miliardo di dollari. Mentre il finanziere festeggiava, noi ci siamo beccati aumenti di tasse e taglio delle pensioni.

Sul fronte interno, si preparano drastiche misure per contenere i deficit pubblici dei paesi europei. Purtroppo, la logica è quella di sempre: sacrifici per i lavoratori. Dopo aver gonfiato i debiti pubblici per salvare le banche (e le irrealistiche retribuzioni dei loro top manager), si vorrebbe far pagare il conto alle solite vittime predestinate. La reazione popolare in Grecia ha mostrato la consapevolezza dei lavoratori tanto dell’ingiustizia dei provvedimenti destinati a ripianare i buchi di bilancio attingendo dai salari, quanto dell’inutilità di tale scelta: se per risanare i conti pubblici è necessario uccidere il sistema economico e sociale di una nazione, allora è meglio che i conti pubblici vadano al diavolo.

Scioccamente, i governi cercano di abbattere i disavanzi tramite manovre che colpiscono i redditi, attraverso l’aumento delle tasse e la riduzione dei trasferimenti. In questo modo, in primo luogo, si colpiscono i ceti deboli, già duramente provati da decenni di compressione salariale e, oggi, dalla disoccupazione. Ma, come se questo non bastasse, provvedimenti di tal genere, riducendo la domanda interna, portano stimoli deflazionistici in una situazione già difficile per il sistema produttivo. Così non può funzionare. Curiosamente, non si parla dell’unica via fiscale che permetterebbe di uscire dalla crisi dei debiti pubblici: l’imposizione patrimoniale. Una tassazione sui patrimoni avrebbe il vantaggio di essere più equa (i ricchi pagherebbero di più) e, pur con aliquote ridotte, permetterebbe di raccogliere ingenti risorse da destinare sia ad incentivi economici (aziende esportatrici, energie rinnovabili), sia alla riduzione frontale del debito. La ricchezza netta delle famiglie italiane è calcolata, da Banca d’Italia1, in circa 8.300 miliardi di euro. Con un’aliquota media dell’1,5% sui patrimoni maggiori (stimabili in circa il 70% del totale) si disporrebbe, ogni anno, di quasi 90 miliardi di euro. Allocandone una trentina tra stimoli produttivi e sostegno alle fasce della popolazione in difficoltà, rimarrebbero 60 miliardi da utilizzare per rimborsare i debiti dello Stato. In cinque anni il debito pubblico scenderebbe sotto il 100% del Pil, vanificando gli sforzi degli speculatori finanziari di far naufragare i conti pubblici italiani e, fattore centrale, modernizzando la struttura economica della nazione. Giulio (Tremonti), non ci avevi pensato?

Toni Iero

 

 1Banca d’Italia, “La ricchezza delle famiglie italiane”, Supplementi al Bollettino Statistico, 16 dicembre 2009.

  

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Ciò che rischia di passare in secondo piano dopo l'incrudelirsi della crisi economica 

 
Quella che sembra tamponata, ma non risolta, è una crisi economica, non solo finanziaria, o, se in origine era finanziaria (fosse fittizia, programmata o strutturale), diventa ora comunque economica, come dimostrano i tagli annunciati  da tutti i paesi europei.

Però, questa “coda di crisi”, anzi questo incrudelirsi della crisi, rischia di azzerare altri problemi, quali la questione dell’ambiente e quella nucleare, ma non solo. In un testo come “Leur écologie et la notre”, scritto e comunque pubblicato nel 1974 in un mensile ecologista, Le Sauvage, il compianto André Gorz scriveva: “D’ora in poi, sarà importante non giocare a nascondino, ma dire chiaramente che la lotta ecologista non è un fine in sé, ma è una tappa, che può creare difficoltà al capitalismo e obbligarlo a cambiare; ma quando, dopo aver resistito per tanto tempo con la forza e  l’inganno, cederà finalmente, perché l’impasse ecologico sarà diventato ineluttabile, ingloberà questo blocco, come ha inglobato tutte le altre difficoltà... Che cosa vogliamo, in realtà?... Riforma o rivoluzione?... Meglio definire, già in partenza, per che cosa si lotta e non solo contro che cosa. Ed è anche meglio cercare di prevedere come il capitalismo sarà cambiato e scosso dalle difficoltà ecologiche, piuttosto che credere che queste provocheranno tout court la sua sparizione”.   Ritengo che tale previsione, di 36 anni fa, oggi si inveri totalmente: tutte le crisi, da quella petrolifera degli anni Settanta, legata anche ai conflitti medio-orientali, a quella finanziaria del 1987-88, a quelle più recenti, del tracollo del “mondo dell’Est” con il suo difficile inglobamento e “recupero” nel mondo capitalista, ai diversi conflitti del Golfo e non solo, al terrorismo internazionale, dimostrano che il capitalismo può essere considerato anche un “gigante dai piedi d’argilla”, ma è un gigante che, quantomeno, sa riposizionarsi, scegliendo via via di moderarsi e attutirsi oppure di reincrudelirsi.

Ecco allora che un riformismo serio, reale, non solo di facciata, può riproporsi come credibile, ma, se non si è d’accordo, vale la pena di pensarci, almeno per evitare il peggio, quando invece permane un’insicurezza totale a livello economico ma anche ambientale (protocolli di Kyoto, e certo  non solo, sempre inevasi,  profitti realizzati a danno della salute dei più poveri, disposizioni dell’UE che non tutelano più in alcun modo la sicurezza alimentare).

Un inurbamento folle, poi, che notoriamente penalizza le metropoli del “terzo mondo” con le relative periferie puntualmente reiette.  

In campo atomico, infine, la moratoria raggiunta da Obama è più che altro una raccolta di buone intenzioni, non componendosi di obiettivi raggiunti o almeno vicini al raggiungimento. Chiaramente ciò non dipende in alcun modo da Obama come singolo e dalla sua volontà, ma dai falchi del Pentagono, come da quelli giapponesi, preoccupati anche da possibili attacchi da parte della Corea del Nord.

Ora tutto ciò sarà intoccabile e la crisi porterà quasi certamente solo tagli a salari, pensioni e posti di lavoro, come si diceva, mentre le megastrutture brontosauriche rimarranno intonse.

  

Eugen Galasso  

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Signori, il conto...

Come previsto, i popoli europei pagano duramente la rigida osservanza dei loro governanti al trattato di Maastricht.

Rileggendo il nostro articolo pubblicato nel numero di settembre 2009 di Cenerentola relativo agli effetti della crisi mondiale sull’Unione Europea, possiamo dire di aver centrato alcune questioni nevralgiche, limitandoci ai più elementari postulati che stanno alla base della politica economica.

1. L’Unione europea sarebbe uscita più difficilmente dalla crisi rispetto alle altre potenze economiche, e ciò perché i banchieri della Banca Centrale Europea, rimasti gli unici a governare la Ue (non essendosi realizzata anche un’unione politica), sono padroni di dettare ai governi dei paesi membri le politiche economiche di “risposta” alla crisi. Il problema è che questi signori sono rimasti gli ultimi rigidi osservanti della teoria monetarista, quella che alcuni economisti statunitensi sperimentarono nel paradisiaco Cile di Pinochet, e che poi la Thatcher applicò in Gran Bretagna con i risultati ben noti: moneta forte e bassa inflazione, al prezzo di sacrificare lavoratori e pensionati per ripianare i conti pubblici.

 2. Osservavamo che senza un forte sostegno ai consumi, ben difficilmente la domanda avrebbe potuto ritornare a livelli sufficienti per trainare la ripresa, dato che per di più l’euro forte penalizza le esportazioni. Tale situazione poteva evolversi in una deflazione (semplificando, il contrario dell’inflazione) che avrebbe condotto a una lunga depressione.

Se il fenomeno della deflazione non è durato a lungo, è successo ugualmente qualcosa di simile: alcuni paesi, perché colpiti più gravemente dalla crisi e/o per debolezze strutturali, non hanno retto l’immutabile politica restrittiva della Bce in tempo di crisi e sono finiti in depressione. I conti truccati della Grecia hanno funzionato come detonatore, ma poi la situazione è apparsa drammatica anche per altri paesi: il dato fondamentale che accomuna Grecia, Spagna e Irlanda è infatti la depressione, cioè le previsioni di un’ulteriore diminuzione del PIL nel 2010 (dati Eurostat), con la zona euro che non supera complessivamente lo zero virgola. Il PIL è al denominatore dei principali indicatori dei conti pubblici come il deficit/PIL e il debito pubblico/PIL: la depressione incide “matematicamente” sul peggioramento di questi dati. Osserviamo che non solo gli Usa (che era l’epicentro della crisi) ma persino il Giappone presentano una crescita del PIL tra il 2 e il 3%, per non parlare di Cina e India che viaggiano verso le due cifre.

Tutto ciò provoca una svalutazione dell’euro che, se viene considerata come una manna dal cielo dall’economia reale in grado finalmente di competere sul mercato globale, “incattivisce” ulteriormente i nostri banchieri e i loro principali supporter, i tedeschi.

Per quanto riguarda la sciagura della speculazione finanziaria al ribasso, tutti i buoni propositi su regole più severe o sulla questione dei paradisi fiscali recitati da politici, governatori di banche centrali, istituzioni internazionali dopo il baratro apertosi nel settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers sono rimasti lettera morta, e in queste settimane ne abbiamo viste di tutti i colori nelle borse mondiali! Ora la recita è ripartita ma ormai ne conosciamo l’inconsistenza, dovendo in teoria toccare interessi molto forti e strutturati nell’attuale sistema capitalistico.

Di fronte a questa nuova crisi che ha come epicentro la Ue, cosa potevano escogitare i nostri banchieri di concerto con il famigerato Fondo Monetario Internazionale (eppure anche lui, dopo il crollo della Lehman, aveva giurato di cambiare linea)? E’ come se, invece di proteggere i propri cittadini, la Bce avesse deciso di puntare i suoi cannoni sempre su di loro. Il debito delle banche, ripianato a suo tempo dai governi con denaro pubblico, ha fatto saltare i sacri parametri del patto di stabilità e sviluppo di Maastricht e in particolare quelli appena citati. Anziché agire sulla ripresa del PIL, l’ovvio corollario sono i durissimi sacrifici per lavoratori e pensionati, che tutti i governi europei stanno ossequiosamente approntando. Non paga, la Bce pretende “manovre strutturali” (leggi riforme delle pensioni e della sanità), mentre il presidente della Commissione Europea Barroso ha annunciato che d’ora in poi le sanzioni per chi non rispetterà i sacri parametri scatteranno automaticamente. Come intitolavamo il nostro articolo di settembre: “Maastricht Forever”, in barba all’ovvietà che la politica economica deve essere anticiclica, cioè espansiva nei momenti di crisi e restrittiva in quelli di crescita, non restrittiva sempre...

Prima di morire (nel 1946) J.M. Keines fu tra i fondatori della Banca Mondiale e propugnò la creazione di altri istituti economici internazionali, con il principale compito di evitare le crisi economiche sostenendo consumi e investimenti; ma si accorse subito che tali organismi perseguivano invece altri obiettivi, determinati autocraticamente o dettati dagli stati più forti. Queste tecnocrazie non rispondono ad alcun mandato o al controllo popolare. Senza un’Europa dei popoli, saranno sempre i popoli a soccombere. E allora? Tanto per cominciare, uno sciopero generale europeo potrebbe essere un segnale positivo. Ma una simile ipotesi, pur costituendo solo un primo passo, troverebbe sicuramente numerosi ostacoli in altre burocrazie, a partire da gran parte dei sindacati.   

 

                                                                                                          Roberto Zani

A proposito di acqua e referendum

Il 24 aprile 2010 il Forum dei Movimenti dell’Acqua ha attivato in tutta Italia la campagna di raccolta firme per promuovere un referendum con la parola d’ordine “Liberiamo l’acqua”. Si tratta di tre quesiti referendari che riguardano la gestione del servizio, vediamoli nel dettaglio:

 Primo quesito:
«Volete voi che sia abrogato l’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria” convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n. 99 recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europee” convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166?»

 Con il primo quesito si vuole abrogare l’art. 23 bis del Decreto 112 dell’estate del 2008 che ha dato popolarità al ministro Brunetta quale persecutore del dipendente pubblico fannullone. Ebbene, mentre i mezzi di comunicazione osannavano la crociata di Brunetta contro i parassiti della società, in tutto silenzio l’art. 23 bis del suddetto Decreto prevedeva la privatizzazione dell’erogazione dei servizi pubblici, tra i quali l’erogazione dell’acqua. Il provvedimento è conosciuto come Decreto Ronchi perché ci si riferisce all’art. 15 del decreto - legge 25 settembre 2009, n. 135, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166 che ha apportato qualche modifica all’art. 23 bis del Decreto 112.

Con l’entrata in vigore di questo articolo, i comuni devono affidare la gestione del servizio idrico a società private  attraverso gara oppure a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.

Il ministro Ronchi dice che così si combattono i monopoli e le inefficienze e si garantisce ai cittadini una qualità migliore e prezzi minori. Ma già oggi abbiamo l’esperienza di servizi gestiti da privati del tutto antieconomici, perchè quando un modello è basato sul profitto, l’azienda fa solo quello che è redditizio a discapito della qualità. E l’unica rimostranza permessa al cittadino, diventato intanto cliente,  è inveire contro un malcapitato precario di un call center che non sa neanche di cosa si sta parlando. 

.Secondo quesito:
«Volete voi che sia abrogato l’art. 150 (Scelta della forma di gestione e procedure di affidamento) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, come modificato dall’art. 2, comma 13 del decreto legislativo n. 4 del 16 gennaio 2008? »

 Il secondo quesito vuole abrogare  l’art. 150 Testo Unico Ambientale 152/06 perchè la sola abrogazione dell’art. 23 bis, non garantisce la ripubblicizzazione del servizio idrico; infatti molti comuni italiani hanno già scelto la strada della privatizzazione prevista dal  decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Quindi è dal 2000 che si avvia lentamente questo processo di privatizzazione, ma i movimenti scesi in campo si propongono di impedire che l’acqua venga gestita da società di capitale e/o con logiche privatistiche e di profitto. Solo alcuni Comuni italiani gestiscono il servizio idrico in economia ovvero in modo formalmente e materialmente interno, con propri dipendenti e proprie strutture (il che sarebbe impedito con il Decreto Ronchi).

Terzo quesito:
 «Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»

Si vuole abrogare la norma che dà diritto al gestore di fare profitti sulla tariffa prelevando comunque sulle nostre bollette il 7% a remunerazione del capitale investito.

L’Italia dei Valori ha promosso autonomamente un proprio referendum sull’acqua che si propone di combattere soltanto il decreto Ronchi, lasciando ai comuni la scelta di gestire il servizio idrico in proprio o attraverso società così come avviene oggi.

Intanto i movimenti hanno già raccolto oltre 500.000 firme.

 Lucrezia Avitabile

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America Latina: stati, governi, lotte

L’analisi della situazione socio-politica dell’America Latina viene fatta cercando di enucleare i fenomeni che socialmente possono essere considerati un’evoluzione delle popolazioni meno abbienti, lavoratrici, operaie, contadine e native del continente.

Sembra che una progressiva presa di coscienza si stia sempre più evidenziando: lotte a volte durissime, in altri casi più soft, potremmo dire, in altri casi solo in nuce ma importantissime, in altri ancora rappresentabili come una metaforica lotta tra Davide e Golia.

Generalmente si dice che l’asse degli equilibri nel continente sudamericano, dal Messico alla Terra del fuoco, si è tendenzialmente spostato a sinistra, dopo anni di governi autoritari, dittatoriali, golpisti e difensori delle èlite naziste, nascoste in quei luoghi per decenni con il beneplacito dei governanti e sempre pronte a riemergere. Avanza una sinistra che indubbiamente nasce da un percorso lungo e difficile, in cui molti esponenti dei governi hanno alle spalle una più che dignitosa vita di lotte: Lula, Mujica, Morales, Chávez, Ortega, Correa.

E’ il caso del Brasile di Lula, esponente sindacale operaio che oggi guida uno degli stati emergenti a livello mondiale facente parte del gruppo BRIC, dei tupamaros, gloriosa formazione guerrigliera e rivoluzionaria oggi al governo in Uruguay, di Evo Morales cocalero e sindacalista in Bolivia, e dell’Equador con Rafael Correa, ex missionario seminarista che si definisce cristiano di sinistra e fautore di un “socialismo del XXI secolo”…  Governi affiancati, a sinistra, da Chávez e Raul Castro e, a destra, da Kirchner in Argentina.  Fa parte dell’internazionale socialista anche il partito al governo in Perù, con Alan García, che sta svendendo il paese alle multinazionali europee e americane.  Arriva a definire “cittadini di serie B” i partecipanti alla manifestazione contro la svendita della selva peruana alle multinazionali statunitensi ed europee; azione che fu repressa, nel giugno 2009, con attacchi aerei e terrrestri che provocarono decine di morti. Un doveroso rispetto degli accordi del TLC, concordato con gli Usa, lo stesso accordo che ha portato alla fame i contadini messicani che hanno visto prodotti simili ai loro importati a prezzi più convenienti grazie ai sussidi elargiti dallo stato nordamericano ai propri coltivatori. Un altro esempio: il rivoluzionario Ortega che di nuovo è presidente del Nicaragua,  nuovamente dà voce al pensiero di Sandino, e riconosce il governo hondureno di Lobo, burattino in mano ai golpisti, mentre il popolo reclama il rientro di Zelaya, democraticamente eletto.

 Il ruolo che sta assumendo questo continente è sempre più costitutivo nel risiko mondiale. Se, come sembra oramai acclarato, la Cina sta facendo un succulento boccone dell’Africa, il Sudamerica è pervaso da fenomeni in cui le tendenze neocolonialiste e neoliberiste, e i poteri economici che ne guidano l’azione, hanno ancora la possibilità di prendere a poco prezzo le immense risorse presenti. Ma questo rosario di intenti si confronta con una realtà che appare conflittuale e controversa.

Come si è detto, governi tendenzialmente di sinistra, in prospettiva “addomesticabili”, e fiancheggiatori del capitalismo, tendono a fare la stessa politica.

Che differenza vi è nella loro politica economica? Risultano portatori degli stessi valori, con un poco più di welfare, in alcuni casi. La lunga tradizione socialdemocratica ha affascinato proprio per questo: rendere più digeribile il rospo neoliberista, del quale condivide valori e finalità, in quanto lo descrive come unica fonte da cui  può sgorgare il benessere.

Quello che disturba i manovratori sono le lotte, presenti in tutti i paesi con contenuti che sempre più appaiono ricchi di stimoli apparentemente innovativi, e per questo guardate con estremo interesse. Le lotte dei popoli nativi a difesa dei territori di appartenenza, le istanze che tramite le diverse associazioni nazionali e continentali vengono realizzate, dall’Honduras golpista al Venezuela chavista, le lotte secolari del popolo Mapuche in Cile e Argentina, il coordinamento che unifica i popoli di lingua Tupi-Guaranì, attraverso Paraguay, Brasile, Uruguay, Bolivia, stanno dando vita da tempo a interessanti fenomeni di pressione politica e di lotta sociale per nulla riconducibili al tradizionale panorama di derivazione occidentale. Fenomeni innovativi, ma espressione della atavica esperienza di lotta e di vita delle comunità e delle classi, delle tribù e dei popoli.

Una forma identitaria che è di classe e rivoluzionaria, anticapitalista e tendenzialmente antiautoritaria, legata al concetto di patria e nazione ma anche radicata nella madre terra e proiettata nella cosmogonia andina.

Sembra tutto molto difficile da interpretare: presidenti illuminati, come sempre è apparso Evo Morales, hanno una polizia che spara e uccide contro manifestazioni di popolo; e il governo, per bocca del ministro Sanchez Berzaín, che ha fatto carriera difendendo i diritti umani, dice che “erano provocatori”. La stessa Cuba, baluardo inaccessibile per il neoliberismo, sta subendo un accerchiamento mediatico ma soprattutto economico. Al suo interno si stanno evidenziando dinamiche emancipatorie di indubbio interesse, sembra stia sviluppandosi un movimento caratterizzato da elementi riconducibili al desiderio di continuare la rivoluzione interrotta, paradossalmente, con l’avvento al potere di Castro; sperano di farlo in una logica libertaria e anti capitalista, con un piccolo battito di ali che, nella teoria del caos, potrebbe generare uragani.

Nella Terra del fuoco il popolo Mapuche, espropiato delle proprie terre, in lotta contro due stati, Cile e Argentina, sta conducendo una indomita lotta che, visto il numero di caduti, potremmo definire una vera e propria guerra a bassa intensità; ha ottenuto il riconoscimento della propria bandiera, con un processo emancipativo che ha nelle lotte il proprio motore.

In Argentina, la popolazione indígena reppresenta l’ 1,4%,  su 40 milioni di abitanti, al quale si aggiunge un 6,5% di meticci. Non è come in Bolivia, dove il 60% della popolazione appartiene a etnie originarie e un altro 27,5%, è meticcio. Ai festeggiamenti per il bicentenario dell’indipendenza dell’Argentina, gli indigeni preferiscono la protesta. Non rifiutano le celebrazioni per la Rivoluzione del Maggio 1810, però migliaia di kollas, guaraníes, mapuches, huarpes, wichíes, mocovíes, diaguitas e qomtobas, oltre ad altri popoli, hanno iniziato in questi giorni a marciare dal  nordovest, dal nordest e dal sudest dell’Argentina fino a  Buenos Aires, per reclamare uno stato plurinazionale come quello che sta per portare a compimento, tra forti tensioni, la Bolivia di Evo Morales.

Da qui la solidarietà con le lotte di emancipazione di tutti gli altri popoli del continente, una sorta di coordinamento che condiziona le politiche di molti governi, da Alan García a Chávez, entrambi annichilitori delle istanze di dignità umana, sociale e ambientale in nome di un progresso comunque basato sullo sfruttamento delle risorse, senza rispetto per  gli uomini, gli animali e la flora che in quelle terre esistono da sempre. Emerge la solidale partecipazione dei lavoratori che hanno dato vita alle “empresas recuperadas”. Cenerentola se ne interessò già nel 2002, segnalandole come una delle esperienze più significative nel processo generale di affrancamento dal lavoro salariato e di sviluppo dei processi cooperativistici ed autogestionari. Esperienze nate dal disastro economico del 2001, il famoso default argentino. Dopo di esso quanti ne sono successi, fino ad arrivare alla Grecia?  Senza dimenticare il Messico dei tequila bond? E quali tentativi le genti hanno intrapreso, per dare risposte economicamente convincenti ai disastri che, senza paura di ideologismi, possiamo annoverare a carico del sistema neoliberale e capitalista? Riusciremmo a vivere meglio con un altro sistema? Dico di sì, convinto, senza tema di  apparire presuntuoso e velleitario.

In questo senso diverse esperienze sindacali stanno evidenziando la possibilità di autoorganizzazione del lavoro e delle lotte, come la FORA argentina, che ha dato vita a un criterio organizzativo intercategoriale nuovo (ma antico) come le sociedad de resistencia, presenti anche in diverse città del Cile.

Un insieme di problematiche e prospettive che pongono alla nostra attenzione la presa in considerazione di problemi fondamentali come, per esempio, quello della gestione dei beni comuni, argomento di approfondimenti startegici per il futuro. Da sottolineare il Nobel dato al libro di Elinor Ostrom “El gobierno de los bienes comunes”, titolo originale “Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action” (Press Sindicate The University of Cambridge, 1990), un riconoscimento dell’importanza delle problematiche autogestionarie che dimostra l’interesse suscitato dalle pratiche collettive nella gestione del patrimonio sociale e naturale.

Essendo l’idea di rivoluzione un’idea di socializzazione e redistribuzione equa delle risorse, il continente latino americano e i popoli che in esso vivono dovranno accordarsi su che tipo di futuro intendono costruire. Questa discussione mi sembra in corso almeno da quando da tre barconi sbarcarono  “migranti illegali” che cominciarono a mettere a ferro e fuoco, oltre che evangelizzare, tutto ciò che incontrarono.

Dimenticavo.

Stuprarono, infettarono, rubarono e massacrarono, però non sono riusciti a farlo con  lo spirito di libertà e dignità.

Nerio Casoni

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