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| Samuel E.Konkin e il copyleft
Lo scorso
intervento sul libertarismo scritto da Nicolini
si è soffermato anche sulla questione dei diritti
d’autore; qui vorrei
incentrare la discussione, soprattutto, data l’importanza
della tematica nelle
società contemporanee. E comunque il mondo
dell’informazione in Internet,
grazie a blog e siti, resta un esempio, speriamo a lungo, di democrazia
libertaria e libera. Chi si
è soffermato e battuto a lungo sulla tematica è
stato Samuel E. Konkin, fondatore del pensiero agorista, precursore
della
contro-economia e del libero scambio deceduto il 24 Febbraio 2004.
Samuel E.
Konkin è sempre stato un amante della fantascienza e delle
tecnologie applicate
a questo settore, famosa era la sua abitazione che, date le
frequentazioni,
prese il nome di Anarcho-Village. Dati i sui
interessi, Samuel E. Konkin ha trattato a
lungo di copyright e copyleft, ritiene che la questione giri intorno
alla
particolare natura del publishing: ci sono grandi case o piccoli
editori, e
veramente pochi di dimensioni medie. Per le grandi compagnie i diritti
di
autore sono una percentuale modesta di edizioni multimilionarie:
perdono molti
più soldi per ritardi burocratici e per errori di stampa. I
piccoli editori
fanno solitamente parte della counter-economic e sopravvivono con
materiale
donato, lasciando che siano i nuovi scrittori a preoccuparsi del
copyright e
della rivendita. La
pubblicazione di un libro è solo una piccola parte
dell’attività
editoriale, raramente tutti vengono ristampati e il copyright non ha
nulla a
che fare con la prima stampa, economicamente parlando. I grandi autori
rastrellano vendite, ma avanzano richieste continuamente crescenti per
i loro
contratti successivi. Se aboliamo il copyright, i grandi autori
potrebbero
morire di fame? No. Se faccio una copia di una scarpa o di un tavolo o
di un
ceppo per il camino (con la mia ascia copiata), forse il calzolaio, o
il
falegname, o il boscaiolo ricevono dei diritti d’autore? Per Samuel
E. Konkin in questo caso il concetto di proprietà
privata è falsificato e non si rifà alle regole
del libero scambio, in poche
parole è fasullo. Come si è evoluto il copyright?
Come tutti i privilegi (e sottolineo “privilegi”),
è stato garantito dal re (Stato). Il copyright
è il metodo con cui, dietro la copertura
della protezione degli artisti, il grande editore porta restrizioni nel
commercio, parliamo quindi di monopolio e censura. L’analisi
di Konkin va approfondita perché molto è
il materiale sulla tematica ma tratta spunti interessantissimi e
motivazioni
ragionevoli per l’abolizione del copyright. Personalmente
guardando alla
libertà in internet e al copyleft (che è la
gestione dei diritti d’autore
basato su un sistema di licenze attraverso le quali l’autore,
in quanto
detentore originario dei diritti sull’opera, indica ai
fruitori dell’opera che
essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche
modificata liberamente, pur
nel rispetto di alcune condizioni essenziali) trovo molto interessante
la nascita
di un’associazione che appartiene alla galassia del Movimento
Radicale cioè
Agorà Digitale, invito a guardare gli obiettivi e i metodi
di questa
associazione, sembrano davvero libertari e lodevoli. Domenico
Letizia inizio pagina Non mi sembra convincente Innanzitutto
ringrazio Domenico Letizia per aver risposto
al mio invito al dibattito, contenuto nell’articolo
“Polverini, polveroni,
libertarismo e regole”, pubblicato sul n. 123 di Cenerentola e riferito
a una serie di questioni
tra le quali, appunto, quella del diritto d’autore. A quanto
sembra di capire, Letizia ritiene che
quest’ultimo sia da abolire completamente. Appoggiandosi
al parere (autorevole?) di Samuel E. Konkin,
si domanda: «se faccio una copia di una scarpa o di un tavolo
o di un ceppo per
il camino (con la mia ascia copiata), forse il calzolaio, o il
falegname, o il
boscaiolo ricevono dei diritti d’autore?» Il
parallelismo non mi sembra molto calzante. Innanzitutto
su di un tavolo in quanto tale non esistono persone che possano vantare
diritti
d’autore (il suo “inventore” è
certamente defunto da un pezzo); il problema potrebbe
porsi se si trattasse di un particolare tipo di tavolo, magari
brevettato
recentemente da un falegname particolarmente intraprendente. Nella
fattispecie
si potrebbero dare due casi diversi: quello in cui l’oggetto
viene riprodotto
per uso personale (ed, effettivamente, nessuno, credo, si sognerebbe di
esigere
“diritti d’autore” per il tavolo copiato)
e quello in cui l’oggetto viene riprodotto,
in serie, per venderlo a terzi (nel qual caso penso che il falegname
avrebbe da
ridire). In altre
parole, l’esempio, a mio parere poco felice, potrebbe
servire a dimostrare l’inconsistenza della pretesa di esigere
diritti d’autore
nel caso di uso personale. Non certo a
dimostrarne l’inconsistenza nel caso di
uso commerciale! Una
possibile soluzione del problema, da molti auspicata,
è appunto quella di distinguere i casi di uso personale da
quelli di uso
commerciale. Ma, dove finiscono gli uni e dove cominciano gli altri?
Non sempre
separare le due cose è facile come sembra… Quanto
all’associazione Agorà Digitale, che non
conoscevo,
ho dato un’occhiata al suo sito web. Esprime posizioni
interessanti, ma
eviterei di dire che ha obiettivi “libertari”: il
termine viene già usato
troppo spesso a sproposito, e non mi sembra il caso di alimentare la
confusione. Luciano Nicolini |
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