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Nuove e vecchie povertà

Gli anni ’70, nei quali, in Italia, tutto sembrava possibile, sono lontani. Nel corso di quella stagione quasi tutti avevano conquistato un salario decente ed erano riusciti a mandare a scuola i propri figli; gli studenti bisognosi (sia pure molto faticosamente) riuscivano a mantenersi con il presalario, un discreto numero di operai arrivava addirittura a permettersi la seconda casa, gli anziani avevano finalmente ottenuto una pensione accettabile. Da allora non sono più stati fatti significativi passi avanti. E, non a caso, quegli anni vengono descritti (dai potenti) come negativi. Oggi si assiste al sorgere di nuove povertà e, accanto ad esso, al risorgere delle vecchie, mai del tutto scomparse. Tra le nuove, quella degli immigrati, della quale ci parla Eugen Galasso a pagina 3, e quella dei giovani e, più in generale, dei precari. E’ questa una categoria che, in Italia, è sempre stata molto numerosa, ma ora sta gonfiandosi ulteriormente, di pari passo con il decremento dei suoi salari reali: ce ne parla Elena Nicolini a pagina 4.
Per nulla nuova, invece, è la “vecchia” povertà degli anziani, riapparsa insieme al calo del potere d’acquisto delle pensioni e, a quanto pare, all’aumento dei furti nei supermercati. Su questo fenomeno ha cercato di indagare Annalisa Righi (articolo a pagina 5). Toni Iero invece, scherzosamente, ci parla, a pagina  6, di un “nuovo povero” assai particolare: il governo dello stato più potente del mondo. Se i deboli piangono, come narra l’articolo riportato a pagina 16, i potenti non ridono. Almeno i “vecchi potenti”…

 

Ruspa - Foto Mario Rebeschini
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Berlusconi, Fini e il delirio quotidiano

Giovedì 22 aprile tutta l’Italia (o, meglio, quella piccola parte di Italiani che si interessa alla politica) ha assistito allo scontro tra i due fondatori del Pdl.

Quale è l’oggetto del contendere? Molto semplice: il potere.

Berlusconi vuole un potere assoluto, anche a costo di fare qualche concessione sul federalismo a Bossi e alla Lega Nord. Fini invece vorrebbe mettergli un limite, e ci sta provando, anche a costo di far la parte del vaso di coccio tra vasi di ferro. Il pretesto, naturalmente, è quello dell’unità nazionale, l’unico, tra i tanti possibili, che possa esercitare una certa attrazione su i suoi ex camerati passati al Pdl.

Bossi assiste con qualche preoccupazione allo sgretolarsi della maggioranza che dovrebbe garantire l’approvazione delle riforme auspicate dalla Lega. Ma, in fondo, non è poi troppo preoccupato: se si dovesse tornare a votare, probabilmente, andrebbe comunque all’incasso (sia pure in termini di percentuale sul totale dei votanti).

Il centro-sinistra tace e, dunque, acconsente. A che cosa? A tutto, a quanto pare.

Il paese, intanto, va a rotoli.

La disoccupazione aumenta giorno dopo giorno e non si vede come la tendenza si possa invertire: gli enti pubblici, per risparmiare, evitano di rimpiazzare il personale che va in pensione; le aziende private delocalizzano la produzione nei paesi nei quali la manodopera costa meno.

L’unica strada percorribile per invertire la tendenza sarebbe, come si è detto più volte, quella di dedicarsi a produzioni di qualità: ma, per dedicarsi a quest’ultime, occorrerebbe promuovere, a tutti i livelli, l’istruzione e il merito. Invece vengono  promosse, a tutti i livelli, soltanto l’apparenza e la corruzione. 

Per di più, tutto ciò sembra non interessare nessuno, e tantomeno i politici, che, evidentemente, vivono in un mondo assai diverso da quello nel quale vivono i comuni mortali e continuano a delirare, parlando di cose, come l’immunità parlamentare, le intercettazioni telefoniche, il federalismo, gli “amori” di Marrazzo e di Berlusconi, che sono sì importanti (dei primi tre temi, in particolare, ci siamo occupati più volte anche noi di Cenerentola) ma non rientrano certo fra le priorità che il paese si trova ad affrontare.                

redazionale


            


Nuovi dannati della terra?

“Les damnés de la Terre” (I dannati della Terra), scritta nel 1961 da  Frantz Fanon, intellettuale della Martinica (1925-1961), è un’opera che rimane storica per terzomondisti, marxisti, libertari e  per chiunque abbia aspirazioni sociali.  Merito anche della prefazione apologetica di Jean Paul Sartre, che divenne in qualche modo emblematica di una posizione e, forse ingiustamente, più famosa del testo stesso. Certo che, nella diversità totale, il testo di Fanon ha dato il “la” a libri come quelli di Yves Lacoste e Pierre Gourou, ai movimenti di liberazione,  alla teologia della liberazione.

Oggi, chi sono i dannati della Terra? Sicuramente gli stessi di allora, dato che le condizioni di vita nel Terzo Mondo non sono per nulla migliorate (qualcuno parla anche di Quarto Mondo, ma ne prescinderei, dato che già parlare di “Terzo” è improprio, essendo stato fatto cadere il Secondo, quello detto “comunista”).

In certi casi, però, la situazione è persino peggiore per chi “tenta la fortuna” in Europa occidentale o negli USA: per chi non muore o rimane ferito in maniera invalidante nelle carrette del mare restano lavori umilianti, mal retribuiti e pericolosi,  dove le rimesse alimentano circuiti economici non sempre chiari, anzi molte volte in mano a organizzazioni legate a multinazionali del crimine.  Con in più la spada di Damocle, per chi non regolarizzi la propria situazione con un lavoro fisso o sposandosi (a volte si tratta di matrimoni di comodo), dell’espulsione, auspicata da chi, a ogni piè sospinto, propugna durezza, rigore, per non dire difesa della nazionalità, dei sacri confini etc.  Dove, bisogna pur dirlo, destra ed estrema destra sono sempre in prima linea, in tutta Europa, come (con accenti e forme diverse) negli USA e in Australia, paese in cui, da anni, non si entra più, se non per volere delle autorità locali... 

Ma prima ancora dei  partiti come Front National, Republikaner, Lega etc., risulta implacabile il “mercato del lavoro”, con le sue esclusioni forzate: dopo la crisi iniziata nel 2008, le relative esclusioni hanno assunto proporzioni enormi. Credo che mai come oggi, con i migranti, si inveri  la teoria economica di Karl Marx relativa all’ “esercito industriale di riserva”.

Inoltre, ad essere toccati, oggi non sono più solo i citati migranti,  ma giovani alla ricerca del primo impiego, operai in esubero (dove l’industria ancora esiste), pensionati che letteralmente non arrivano alla fine del mese etc. Ciò sempre per limitarsi alle condizioni socioeconomiche; per non dire delle sofferenze esistenziali legate ai flussi lavorativi e alle dinamiche produttive: il ricercatore costretto ad operare a migliaia o decine di migliaia di km di distanza da dove è vissuto (non tutto si risolve sempre e solo con il telelavoro) non riuscirà a seguire nessun affetto vecchio o nuovo; il che qualche problema dovrebbe crearlo, anche a chi propugna sacralità della famiglia, dei vincoli morali e religiosi etc.  In questo senso, tutta la sinistra marxista, e segnatamente comunista, ha sempre mostrato quantomeno sordità. Interessati unicamente alle questioni del lavoro e della produzione, movimenti e partiti di quell’ispirazione faticano decisamente a riciclarsi come sostenitori di tematiche quali qualità della vita, libertà civili e simili, come dimostrano gli insuccessi relativi: non a caso i rimpianti per il comunismo e i relativi modelli di stato-società (nei paesi ex“socialisti”) si riferiscono alla sicurezza sociale, non certo alla libertà...     

Altre tradizioni, come quelle socialista, libertaria, anarchica ed ecologista, che pure avrebbero voce in capitolo, non riescono a dire le cose, ad esprimerle in maniera convincente. Credo che, per riflettere seriamente sui nuovi dannati della Terra, da queste considerazioni generali non si possa prescindere.  

 

   Eugen Galasso

  

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Giovani, precari e senza soldi

 
La frammentarietà e a volte la contraddittorietà della informazione statistica è la principale difficoltà alla stima dei precari e alla valutazione delle ricadute che la precarietà ha in termini di povertà. Anche l’indagine Istat su “La povertà assoluta in Italia nel 2007”, appena pubblicata, non è in grado di informarci riguardo al rapporto tra povertà e tipo di occupazione.

Eppure è presumibile che i precari siano proprio coloro che più di altri soffrono dell’attuale crisi: hanno stipendi molto bassi, sono i primi a “rimanere a casa” e non possono godere di alcun tipo di previdenza sociale. Una messa a fuoco del fenomeno ci sembrerebbe quanto meno doverosa.

La stima del numero dei lavoratori precari presenta, tuttavia, diverse difficoltà. La prima è di carattere concettuale: la precarietà, pur riferita in generale a uno stato di insicurezza lavorativa, è una condizione sfumata. L’associazione che generalmente viene fatta tra precarietà e lavoro temporaneo esclude coloro che non hanno più un lavoro proprio in quanto precari.

Le persone che in un dato momento sono occupate con contratti temporanei sono precarie esattamente come quelle che in quel momento non sono occupate perché è finito un contratto a termine. La stessa persona potrà risultare nel corso dell’anno a volte occupata e a volte disoccupata, ma il suo rapporto col mercato del lavoro è ugualmente precario.

La categoria statistica dovrebbe dunque includere non solo i lavoratori a termine involontari; ma anche i collaboratori  subordinati – co.co. pro, co.co.co, occasionali, oppure a partita Iva; le persone non più occupate perché hanno concluso un contratto temporaneo; e da ultimo anche tutti coloro che lavorano senza retribuzione (stagisti e altro) e gli ufficialmente disoccupati che ripiegano sul lavoro nero.

La mancanza di studi accurati sul fenomeno, un suo regolare monitoraggio e la creazione di categorie statistiche specifiche e dirette rende preoccupantemente sottovalutato il disagio di una fascia sempre più larga della popolazione. Secondo il centro studi Ires, il numero dei precari si attestava nel 2006 a una cifra compresa tra 3.200.000 e 3.900.000 persone; poco meno di quelle che lavorano nel sommerso. Dai dati offerti dall’Istat la ricostruzione di tale categoria appare impossibile. Alcune considerazioni sono possibili in via indiretta, ma non rendono assolutamente conto della portata del fenomeno.

Negli ultimi dieci anni le imprese hanno ridotto gli investimenti e oggi provano a restare competitive sui mercati internazionali attraverso la riduzione dei costi e dei salari e la precarizzazione del lavoro. La politica dei bassi salari viene attuata colpendo in particolare quattro categorie: i lavoratori del sud, le donne lavoratrici, i lavoratori immigrati e i lavoratori giovani con contratti flessibili e a tempo determinato.

I giovani (soprattutto le donne) sono quelli che soffrono di più il precariato (il 40% degli under 30 ha un contratto a termine) con tassi di occupazione e stipendi sistematicamente più bassi. Naturalmente questi sono anche coloro che più degli altri stanno pagando l’attuale crisi economica. In Italia, infatti, un precario ha una probabilità di esser licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare; una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore nonostante il 40% dei lavoratori precari sia laureato.

Risulta quindi evidente che la legge Biagi non ha condotto al precariato come effetto collaterale, ma ha dato espressione e legittimità giuridica a una forma di mercato perversa, predatoria e di dubbia efficacia. Non per niente è stata applicata in modo immorale e in forme spesso illegittime. Non ha tutelato i lavoratori, né promosso un’etica del lavoro sostenibile, ma ha autorizzato lo sfruttamento di alcune categorie di lavoratori per il profitto di pochi imprenditori. Oggi il rischio imprenditoriale lo paga il lavoratore, già precario e ora pure povero, mentre il profitto resta al datore di lavoro. La forbice tra ricchi e poveri aumenta senza tregua, la schiera di chi non riesce ad auto-sostenersi cresce. La legge Biagi doveva inserire nel mondo del lavoro i giovani ma ha creato una generazione senza soldi, senza tutele e senza speranze professionali.

 

Elena Nicolini

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Pensionati in azione nei supermercati: riflessioni "furtive"

«Crisi e furti, aumentano i ladri amatoriali.

Roma, la colla per dentiere la più rubata»

Così titola “il Messaggero” del 20 aprile, e prosegue:

«Molti anziani sorpresi a rubare. Chiedono di non avvertire i figli e si giustificano: ho finito i soldi della pensione».

Secondo Laura Bogliolo, autrice dell’articolo, «se vengono scoperti, qualcuno si trincera dietro un “ho un’amnesia”. Tutti pregano di non avvertire i figli». Interessante anche «la classifica dei beni più rubati. Al primo posto carne, salumi e latticini. Lo scorso anno erano le lamette da barba seguite da cartucce per stampanti, mentre i prodotti alimentari erano solo al quinto posto».

Il fenomeno, a quanto pare, non riguarda soltanto Roma: lo segnalava già Jenner Meletti, a proposito di Bologna, su “la Repubblica” del 7/4/2008: «Può sembrare strano, ma l’anziano che ha deciso di rubare sceglie quasi sempre il prodotto che costa meno, per fare meno danni al supermercato e anche per mettersi in pace la coscienza».

“City” del 16 novembre 2009, fornisce anche qualche informazione di tipo quantitativo, riferita però ai furti in complesso, a prescindere dai loro autori: «Dal primo luglio 2008 al 30 giugno 2009, l’aumento dei furti nei supermercati italiani (+6,2%) è stato superiore alla media mondiale (+5,9%). È questo il dato più importante che viene fuori dalla ricerca realizzata dal centro di ricerca per il retail di Nottingham (Inghilterra) e finanziata da Checkpoint Systems. Tra i Paesi dell’Europa occidentale un incremento più forte è stato registrato solo in Slovacchia (+9,8%), Estonia – Lettonia - Lituania (+6,7%), Repubblica Ceca (+6,5%) e Turchia (+ 6,4%)». (…)

«Ma i responsabili dei furti non sono solo i clienti. In Italia i taccheggi da parte di ladri, per così dire dell’ultima ora, individui cioè che non hanno mai rubato nulla in passato, sono il 50,8%. Poi, con una percentuale del 30,9% ci sono le differenze inventariali create dai dipendenti disonesti. Le frodi da parte di fornitori e produttori sono il 6,1% mentre il restante 12,2% è da attribuire ad errori interni di conteggio o classificazione delle merci».

Sempre in Italia, «la top ten della merce più rubata  vede al primo posto gli alimentari freschi come carne, pesce, latticini e salumi».

Gli fa eco “l'Unità” del 17 /11/2009: «La crisi fa l’uomo ladro. Non c’è altra spiegazione per i negozianti italiani all’aumento dei furti nella grande distribuzione e nei punti vendita».

Annalisa Righi ha provato a indagare sul fenomeno: e si è trovata di fronte a un atteggiamento inatteso….

Il furto come indicatore di disagio economico – sociale ed anche, perché no, culturale. Un modo per  riflettere sulla crisi economica che senza precedenti investe oggi il nostro paese, oltre al resto del mondo.

L’idea era quella di esaminare i dati relativi ai fermi per taccheggio in alcuni supermercati della grande distribuzione, specialmente alimentare, per osservare se fosse possibile evincerne un’eventuale mutazione quantitativa e qualitativa, e delle fasce di persone coinvolte nel fenomeno e del tipo di “bisogni”. Importanti ci sembravano soprattutto, come detto in apertura,  i dati relativi ai fermi -  e non già o non solo, quelli ufficiali delle denunce -  perché certamente più significativi ed indicativi del disagio; presumibilmente la denuncia, soprattutto se per la persona fermata è la prima volta, o è un minore, o una persona anziana, scatta solo dopo un certo numero di recidive. Al fine di abbozzare un quadro di riflessioni, e ipotesi per approfondimenti futuri, sarebbe bastata anche solo un’intervista ai direttori dei punti vendita per raccoglierne le percezioni.

Abbiamo quindi contattato un’importante cooperativa di distribuzione alimentare di consumatori presente sul territorio nazionale e un’ importante catena presente in almeno sei regioni italiane, il risultato è stato il medesimo: primo, per intervistare i dipendenti bisogna avere il permesso dell’ufficio stampa delle sedi amministrative, permesso non ottenuto; secondo, sembra che i dati dei fermi non esistano o se esistono non siano organizzati, comunque sia non li abbiamo acquisiti.

Ci siamo così rivolti ad una cooperativa di servizi che tra gli altri offre anche quelli di intelligence per l’antitaccheggio. Neppure loro riescono ad ottenere questo tipo di dati,  peraltro molto utili al miglioramento e alla valutazione dell’efficacia della loro prestazione lavorativa.

Ciò che appare è sostanzialmente un atteggiamento di reticenza sull’argomento fermi:  impossibile intervistare i dipendenti e tanto più accedere ai dati.

Ecco allora una riflessione nella riflessione mancata. Perché non è possibile avere accesso a questo tipo di dati che potrebbero aprire ad interessanti  riflessioni sociali e politiche? Politiche nel senso più alto e originario che il termine dovrebbe evocare e realizzare in ognuno di noi.

Poiché l’argomento appare interessante, si cercherà di approfondirlo meglio, o cercando di ottenere i dati tanto agognati, per poi, a questo punto, sviluppare una vera e propria ricerca, o almeno cercando di capire il reale motivo della negazione al loro accesso.

Annalisa Righi

Il nuovo povero

Un nuovo povero si aggira per il mondo. Non lo troveremo su un marciapiede a chiedere la carità. Difficilmente lo incontreremo ad un incrocio desideroso di lavarci i vetri dell’automobile. Non si iscriverà agli uffici di collocamento alla ricerca di un qualsiasi lavoro. È un povero piuttosto ben pagato, abituato a farsi prestare miliardi di dollari e a spenderne ancora di più. I suoi abiti sono molto eleganti e frequenta ambienti altolocati. Non c’è dubbio che si tratti di un povero piuttosto anomalo, poco abituato alla sua nuova condizione. Stiamo parlando del governo degli Stati Uniti!

Il governo federale Usa, a causa della crisi scaturita dallo scoppio della bolla immobiliare, è dovuto correre da tutte le parti per turare le falle che si stavano aprendo nell’economia americana.

Alla fine del 2008 sono stati stanziati oltre 700 miliardi di dollari per sostenere il sistema finanziario americano, ormai sull’orlo del collasso finale. Poi la nuova amministrazione di Obama si è resa conto che non era possibile sostenere banche e compagnie di assicurazione e lasciare andare alla malora tutto il resto del paese. È stato, quindi, necessario intervenire con ulteriori fondi, destinati questa volta a tenere in piedi l’economia. Grazie ad una lucida visione dei processi in atto, il governo di Washington sta cercando di rilanciare la ricerca e lo sviluppo di applicazioni destinate a ridurre la dipendenza energetica degli Usa dal petrolio straniero. Ma, anche qui, sono stati buttati sul piatto della bilancia altre centinaia di miliardi di dollari.

Poi è arrivato il capitolo della riforma sanitaria, cavallo di battaglia del nuovo presidente. Se tale progetto fosse stato abbandonato le ripercussioni per Obama, in termini di credibilità, sarebbero state di difficile gestione. Ma, anche in questo caso, l’agognata estensione dell’assistenza sanitaria ad alcune decine di milioni di cittadini che ne erano sprovvisti comporterà un consistente aumento delle spese del governo.

Insomma, esaminando gli avvenimenti degli ultimi due anni, emerge l’ingente impegno economico posto sulle spalle del governo Usa. Il risultato è l’esplosione del deficit e, conseguentemente, del debito pubblico americano1. Uno storico inglese, Niall Ferguson, ha fatto notare come il deficit degli Stati Uniti nel 2009 sia il più alto registrato negli ultimi decenni, persino superiore a quello del 1942. La sua conclusione non lascia dubbi: “Abbiamo la politica fiscale di un paese impegnato in una guerra mondiale, ma senza la guerra”2. Infatti, i due conflitti (Iraq e Afghanistan) in cui gli Usa sono impegnati, benché molto onerosi, non sono certo paragonabili ad una guerra mondiale.

Le prospettive del bilancio di Washington non sono rosee. Secondo diversi analisti sarà difficile riportare, nel medio termine, il bilancio federale in pareggio. A meno di provvedimenti molto impopolari, come un importante aumento delle tasse o ampi tagli alla previdenza sociale. Il continuo accumulo di deficit comporterà un incremento esponenziale di debito. Chi sarà in grado di acquistare titoli di Stato Usa in quantità sufficienti a tenere in piedi il governo americano? Vi sono due possibili acquirenti. La Federal Reserve e la Cina. Nel primo caso l’acquisto di titoli governativi da parte della banca centrale equivale a stampare moneta. La creazione di grandi masse di liquidità determina, secondo la teoria economica, effetti inflazionisti che potrebbero diventare rapidamente incontrollabili. Si correrebbe così il rischio di assistere a fenomeni di iperinflazione concentrati nell’economia degli Stati Uniti, ne deriverebbe un tracollo del dollaro che metterebbe in ginocchio gli Usa. Nella seconda ipotesi, occorre essere consapevoli che l’aiuto cinese non sarebbe disinteressato; solo la fantasia può soccorrere nello sforzo di immaginare le contropartite che Pechino chiederebbe per sostenere per un altro decennio il suo antagonista geopolitico.

Un controllato processo inflazionistico, generalizzato alle grandi aree economiche (Usa, area Euro, Giappone, Regno Unito), potrebbe invece aiutare gli Stati debitori. Tuttavia, questo scenario ha scarse probabilità di avverarsi. Stiamo vivendo una fase recessiva nelle principali economie avanzate. Basso livello di utilizzo degli impianti, disoccupazione, debole spesa per consumi di famiglie timorose di veder i propri membri perdere il posto di lavoro sono fattori che lasciano poco spazio per apprezzabili aumenti dei prezzi al consumo.

La storia mostra come le grandi potenze che hanno avuto la necessità di ricorrere massicciamente al debito siano entrate in una spirale in cui l’aumento del debito provoca l’aumento degli interessi da pagare sul debito stesso, fattore che, a sua volta, aumenta la dimensione del debito in un circolo vizioso senza fine. O meglio, la fine arriva quando la potenza in questione si accorge che, per evitare la bancarotta dello Stato, deve rinunciare proprio alle spese che la rendono egemone, ossia le spese militari.

Toni Iero

 

1 Il deficit di un governo è la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche nel corso di un determinato anno. Il debito è un valore patrimoniale che rappresenta, concettualmente, la somma dei deficit cumulati nel passato.

2 Niall Ferguson, “Nel debito Usa i semi della decadenza”, Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2010.

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