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Nuove e vecchie povertà Gli anni
’70, nei quali, in Italia,
tutto sembrava possibile, sono lontani. Nel corso di quella stagione
quasi
tutti avevano conquistato un salario decente ed erano riusciti a
mandare a
scuola i propri figli; gli studenti bisognosi (sia pure molto
faticosamente)
riuscivano a mantenersi con il presalario, un discreto numero di operai
arrivava
addirittura a permettersi la seconda casa, gli anziani avevano
finalmente ottenuto
una pensione accettabile. Da allora non sono più stati fatti
significativi
passi avanti. E, non a caso, quegli anni vengono descritti (dai
potenti) come
negativi. Oggi si assiste al sorgere di nuove povertà e,
accanto ad esso, al
risorgere delle vecchie, mai del tutto scomparse. Tra le nuove, quella
degli
immigrati, della quale ci parla Eugen Galasso a pagina 3, e quella dei
giovani e,
più in generale, dei precari. E’ questa una
categoria che, in Italia, è sempre
stata molto numerosa, ma ora sta gonfiandosi ulteriormente, di pari
passo con
il decremento dei suoi salari reali: ce ne parla Elena Nicolini a
pagina 4.
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Cenerentola>archivio>numero124>attualità
Berlusconi,
Fini e il delirio quotidiano Giovedì
22 aprile
tutta l’Italia (o, meglio, quella piccola parte di Italiani
che si interessa alla
politica) ha assistito allo scontro tra i due fondatori del Pdl. Quale
è l’oggetto del contendere? Molto semplice: il
potere. Berlusconi
vuole un potere assoluto, anche a costo di fare
qualche concessione sul federalismo a Bossi e alla Lega Nord. Fini
invece vorrebbe
mettergli un limite, e ci sta provando, anche a costo di far la parte
del vaso
di coccio tra vasi di ferro. Il pretesto, naturalmente, è
quello dell’unità
nazionale, l’unico, tra i tanti possibili, che possa
esercitare una certa
attrazione su i suoi ex camerati passati al Pdl. Bossi
assiste con qualche preoccupazione allo sgretolarsi
della maggioranza che dovrebbe garantire l’approvazione delle
riforme auspicate
dalla Lega. Ma, in fondo, non è poi troppo preoccupato: se
si dovesse tornare a
votare, probabilmente, andrebbe comunque all’incasso (sia
pure in termini di
percentuale sul totale dei votanti). Il
centro-sinistra tace e, dunque, acconsente. A che
cosa? A tutto, a quanto pare. Il paese,
intanto, va a rotoli. La
disoccupazione aumenta giorno dopo giorno e non si vede
come la tendenza si possa invertire: gli enti pubblici, per
risparmiare,
evitano di rimpiazzare il personale che va in pensione; le aziende
private
delocalizzano la produzione nei paesi nei quali la manodopera costa
meno. L’unica
strada percorribile per invertire la tendenza sarebbe,
come si è detto più volte, quella di dedicarsi a
produzioni di qualità: ma, per
dedicarsi a quest’ultime, occorrerebbe promuovere, a tutti i
livelli, l’istruzione
e il merito. Invece vengono promosse,
a tutti i livelli, soltanto
l’apparenza e la corruzione.
Per di più, tutto ciò sembra non interessare nessuno, e tantomeno i politici, che, evidentemente, vivono in un mondo assai diverso da quello nel quale vivono i comuni mortali e continuano a delirare, parlando di cose, come l’immunità parlamentare, le intercettazioni telefoniche, il federalismo, gli “amori” di Marrazzo e di Berlusconi, che sono sì importanti (dei primi tre temi, in particolare, ci siamo occupati più volte anche noi di Cenerentola) ma non rientrano certo fra le priorità che il paese si trova ad affrontare. redazionale
“Les
damnés de Oggi, chi
sono i dannati della Terra? Sicuramente gli
stessi di allora, dato che le condizioni di vita nel Terzo Mondo non
sono per
nulla migliorate (qualcuno parla anche di Quarto Mondo, ma ne
prescinderei,
dato che già parlare di “Terzo”
è improprio, essendo stato fatto cadere il
Secondo, quello detto “comunista”). In certi
casi, però, la situazione è persino peggiore per
chi “tenta la fortuna” in Europa occidentale o
negli USA: per chi non muore o
rimane ferito in maniera invalidante nelle carrette del mare restano
lavori
umilianti, mal retribuiti e pericolosi,
dove le rimesse alimentano circuiti economici non
sempre chiari, anzi
molte volte in mano a organizzazioni legate a multinazionali del
crimine.
Con in più la spada di Damocle, per chi non regolarizzi la
propria situazione
con un lavoro fisso o sposandosi (a volte si tratta di matrimoni di
comodo),
dell’espulsione, auspicata da chi, a ogni piè
sospinto, propugna durezza,
rigore, per non dire difesa della nazionalità, dei sacri
confini etc. Dove,
bisogna pur dirlo, destra ed estrema destra
sono sempre in prima linea, in tutta Europa, come (con accenti e forme
diverse)
negli USA e in Australia, paese in cui, da anni, non si entra
più, se non per
volere delle autorità locali... Ma prima
ancora dei partiti
come Front National, Republikaner, Lega etc., risulta implacabile
il “mercato del lavoro”, con le sue esclusioni
forzate: dopo la
crisi iniziata nel 2008, le relative esclusioni hanno
assunto
proporzioni enormi. Credo che mai come oggi, con i migranti, si
inveri la
teoria economica di Karl Marx relativa all’
“esercito industriale di riserva”. Inoltre, ad
essere toccati, oggi non sono più solo i citati
migranti, ma giovani alla ricerca del primo impiego, operai
in esubero
(dove l’industria ancora esiste), pensionati che
letteralmente non arrivano
alla fine del mese etc. Ciò sempre per limitarsi
alle condizioni socioeconomiche;
per non dire delle sofferenze esistenziali legate ai flussi lavorativi
e alle
dinamiche produttive: il ricercatore costretto ad operare a migliaia o
decine
di migliaia di km di distanza da dove è vissuto
(non tutto si risolve sempre
e solo con il telelavoro) non riuscirà a seguire nessun
affetto vecchio o
nuovo; il che qualche problema dovrebbe crearlo, anche a chi propugna
sacralità
della famiglia, dei vincoli morali e religiosi etc. In questo
senso,
tutta la sinistra marxista, e segnatamente comunista, ha sempre
mostrato
quantomeno sordità. Interessati unicamente alle questioni
del lavoro e della produzione,
movimenti e partiti di quell’ispirazione faticano decisamente
a riciclarsi
come sostenitori di tematiche quali qualità della vita,
libertà civili e
simili, come dimostrano gli insuccessi relativi: non a caso i rimpianti
per il
comunismo e i relativi modelli di stato-società (nei paesi
ex“socialisti”) si
riferiscono alla sicurezza sociale, non certo alla
libertà...
Altre
tradizioni, come quelle socialista, libertaria,
anarchica ed ecologista, che pure avrebbero voce in capitolo, non
riescono a
dire le cose, ad esprimerle in maniera convincente. Credo che,
per
riflettere seriamente sui nuovi dannati della Terra, da queste
considerazioni
generali non si possa prescindere.
Eugen Galasso
Eppure
è presumibile che i precari siano proprio coloro
che più di altri soffrono dell’attuale crisi:
hanno stipendi molto bassi, sono
i primi a “rimanere a casa” e non possono godere di
alcun tipo di previdenza
sociale. Una messa a fuoco del fenomeno ci sembrerebbe quanto meno
doverosa. La stima del
numero dei lavoratori precari presenta, tuttavia,
diverse difficoltà. La prima è di carattere
concettuale: la precarietà, pur
riferita in generale a uno stato di insicurezza lavorativa,
è una condizione
sfumata. L’associazione che generalmente viene fatta tra
precarietà e lavoro
temporaneo esclude coloro che non hanno più un lavoro
proprio in quanto precari. Le persone
che in un dato momento sono occupate con
contratti temporanei sono precarie esattamente come quelle che in quel
momento
non sono occupate perché è finito un contratto a
termine. La stessa persona
potrà risultare nel corso dell’anno a volte
occupata e a volte disoccupata, ma
il suo rapporto col mercato del lavoro è ugualmente precario. La categoria
statistica dovrebbe dunque includere non
solo i lavoratori a termine involontari; ma anche i collaboratori subordinati –
co.co. pro, co.co.co,
occasionali, oppure a partita Iva; le persone non più
occupate perché hanno
concluso un contratto temporaneo; e da ultimo anche tutti coloro che
lavorano
senza retribuzione (stagisti e altro) e gli ufficialmente disoccupati
che ripiegano
sul lavoro nero. La mancanza
di studi accurati sul fenomeno, un suo regolare
monitoraggio e la creazione di categorie statistiche specifiche e
dirette rende
preoccupantemente sottovalutato il disagio di una fascia sempre
più larga della
popolazione. Secondo il centro studi Ires, il numero dei precari si
attestava
nel Negli ultimi
dieci anni le imprese hanno ridotto gli investimenti
e oggi provano a restare competitive sui mercati internazionali
attraverso la
riduzione dei costi e dei salari e la precarizzazione del lavoro. La
politica
dei bassi salari viene attuata colpendo in particolare quattro
categorie: i
lavoratori del sud, le donne lavoratrici, i lavoratori immigrati e i
lavoratori
giovani con contratti flessibili e a tempo determinato. I giovani
(soprattutto le donne) sono quelli che soffrono
di più il precariato (il 40% degli under Risulta
quindi evidente che la legge Biagi non ha
condotto al precariato come effetto collaterale, ma ha dato espressione
e
legittimità giuridica a una forma di mercato perversa,
predatoria e di dubbia
efficacia. Non per niente è stata applicata in modo immorale
e in forme spesso
illegittime. Non ha tutelato i lavoratori, né promosso
un’etica del lavoro sostenibile,
ma ha autorizzato lo sfruttamento di alcune categorie di lavoratori per
il
profitto di pochi imprenditori. Oggi il rischio imprenditoriale lo paga
il
lavoratore, già precario e ora pure povero, mentre il
profitto resta al datore
di lavoro. La forbice tra ricchi e poveri aumenta senza tregua, la
schiera di
chi non riesce ad auto-sostenersi cresce. La legge Biagi doveva
inserire nel mondo
del lavoro i giovani ma ha creato una generazione senza soldi, senza
tutele e
senza speranze professionali. Elena
Nicolini Pensionati
in azione nei supermercati: riflessioni "furtive"
«Crisi e furti, aumentano i ladri amatoriali. Roma, la colla per dentiere la più rubata» Così titola “il Messaggero” del 20 aprile, e prosegue: «Molti anziani sorpresi a rubare. Chiedono di non avvertire i figli e si giustificano: ho finito i soldi della pensione». Secondo Laura Bogliolo, autrice dell’articolo, «se vengono scoperti, qualcuno si trincera dietro un “ho un’amnesia”. Tutti pregano di non avvertire i figli». Interessante anche «la classifica dei beni più rubati. Al primo posto carne, salumi e latticini. Lo scorso anno erano le lamette da barba seguite da cartucce per stampanti, mentre i prodotti alimentari erano solo al quinto posto». Il fenomeno, a quanto pare, non riguarda soltanto Roma: lo segnalava già Jenner Meletti, a proposito di Bologna, su “la Repubblica” del 7/4/2008: «Può sembrare strano, ma l’anziano che ha deciso di rubare sceglie quasi sempre il prodotto che costa meno, per fare meno danni al supermercato e anche per mettersi in pace la coscienza». “City” del 16 novembre 2009, fornisce anche qualche informazione di tipo quantitativo, riferita però ai furti in complesso, a prescindere dai loro autori: «Dal primo luglio 2008 al 30 giugno 2009, l’aumento dei furti nei supermercati italiani (+6,2%) è stato superiore alla media mondiale (+5,9%). È questo il dato più importante che viene fuori dalla ricerca realizzata dal centro di ricerca per il retail di Nottingham (Inghilterra) e finanziata da Checkpoint Systems. Tra i Paesi dell’Europa occidentale un incremento più forte è stato registrato solo in Slovacchia (+9,8%), Estonia – Lettonia - Lituania (+6,7%), Repubblica Ceca (+6,5%) e Turchia (+ 6,4%)». (…) «Ma i responsabili dei furti non sono solo i clienti. In Italia i taccheggi da parte di ladri, per così dire dell’ultima ora, individui cioè che non hanno mai rubato nulla in passato, sono il 50,8%. Poi, con una percentuale del 30,9% ci sono le differenze inventariali create dai dipendenti disonesti. Le frodi da parte di fornitori e produttori sono il 6,1% mentre il restante 12,2% è da attribuire ad errori interni di conteggio o classificazione delle merci». Sempre in Italia, «la top ten della merce più rubata vede al primo posto gli alimentari freschi come carne, pesce, latticini e salumi». Gli fa eco “l'Unità” del 17 /11/2009: «La crisi fa l’uomo ladro. Non c’è altra spiegazione per i negozianti italiani all’aumento dei furti nella grande distribuzione e nei punti vendita». Annalisa Righi
ha provato a indagare sul
fenomeno: e si è trovata di fronte a un atteggiamento
inatteso…. Il furto
come indicatore di disagio economico – sociale
ed anche, perché no, culturale. Un modo per
riflettere sulla crisi economica che senza
precedenti investe oggi il
nostro paese, oltre al resto del mondo. L’idea
era quella di esaminare i dati relativi ai fermi
per taccheggio in alcuni supermercati della grande distribuzione,
specialmente
alimentare, per osservare se fosse possibile evincerne
un’eventuale mutazione
quantitativa e qualitativa, e delle fasce di persone coinvolte nel
fenomeno e
del tipo di “bisogni”. Importanti ci sembravano
soprattutto, come detto in apertura,
i dati relativi ai fermi -
e non già o non solo, quelli ufficiali
delle
denunce - perché
certamente più significativi
ed indicativi del disagio; presumibilmente la denuncia, soprattutto se
per la
persona fermata è la prima volta, o è un minore,
o una persona anziana, scatta
solo dopo un certo numero di recidive. Al fine di abbozzare un quadro
di riflessioni,
e ipotesi per approfondimenti futuri, sarebbe bastata anche solo
un’intervista
ai direttori dei punti vendita per raccoglierne le percezioni. Abbiamo
quindi contattato un’importante cooperativa di
distribuzione alimentare di consumatori presente sul territorio
nazionale e un’
importante catena presente in almeno sei regioni italiane, il risultato
è stato
il medesimo: primo, per intervistare i dipendenti bisogna avere il
permesso
dell’ufficio stampa delle sedi amministrative, permesso non
ottenuto; secondo,
sembra che i dati dei fermi non esistano o se esistono non siano
organizzati,
comunque sia non li abbiamo acquisiti. Ci siamo
così rivolti ad una cooperativa di servizi che
tra gli altri offre anche quelli di intelligence per
l’antitaccheggio. Neppure
loro riescono ad ottenere questo tipo di dati,
peraltro molto utili al miglioramento e alla
valutazione dell’efficacia
della loro prestazione lavorativa. Ciò
che appare è sostanzialmente un atteggiamento di
reticenza sull’argomento fermi:
impossibile intervistare i dipendenti e tanto
più accedere ai dati. Ecco allora
una riflessione nella riflessione mancata.
Perché non è possibile avere accesso a questo
tipo di dati che potrebbero
aprire ad interessanti riflessioni
sociali e politiche? Politiche nel senso più alto e
originario che il termine
dovrebbe evocare e realizzare in ognuno di noi. Poiché
l’argomento appare interessante, si cercherà di
approfondirlo meglio, o cercando di ottenere i dati tanto agognati, per
poi, a
questo punto, sviluppare una vera e propria ricerca, o almeno cercando
di
capire il reale motivo della negazione al loro accesso. Annalisa
Righi Un nuovo
povero si aggira per il mondo. Non lo troveremo
su un marciapiede a chiedere la carità. Difficilmente lo
incontreremo ad un
incrocio desideroso di lavarci i vetri dell’automobile. Non
si iscriverà agli
uffici di collocamento alla ricerca di un qualsiasi lavoro.
È un povero
piuttosto ben pagato, abituato a farsi prestare miliardi di dollari e a
spenderne ancora di più. I suoi abiti sono molto eleganti e
frequenta ambienti
altolocati. Non c’è dubbio che si tratti di un
povero piuttosto anomalo, poco
abituato alla sua nuova condizione. Stiamo parlando del governo degli
Stati
Uniti! Il governo
federale Usa, a causa della crisi scaturita dallo
scoppio della bolla immobiliare, è dovuto correre da tutte
le parti per turare
le falle che si stavano aprendo nell’economia americana. Alla fine
del 2008 sono stati stanziati oltre 700
miliardi di dollari per sostenere il sistema finanziario americano,
ormai
sull’orlo del collasso finale. Poi la nuova amministrazione
di Obama si è resa
conto che non era possibile sostenere banche e compagnie di
assicurazione e
lasciare andare alla malora tutto il resto del paese. È
stato, quindi,
necessario intervenire con ulteriori fondi, destinati questa volta a
tenere in
piedi l’economia. Grazie ad una lucida visione dei processi
in atto, il governo
di Washington sta cercando di rilanciare la ricerca e lo sviluppo di
applicazioni destinate a ridurre la dipendenza energetica degli Usa dal
petrolio straniero. Ma, anche qui, sono stati buttati sul piatto della
bilancia
altre centinaia di miliardi di dollari. Poi
è arrivato il capitolo della riforma sanitaria,
cavallo di battaglia del nuovo presidente. Se tale progetto fosse stato
abbandonato le ripercussioni per Obama, in termini di
credibilità, sarebbero
state di difficile gestione. Ma, anche in questo caso,
l’agognata estensione
dell’assistenza sanitaria ad alcune decine di milioni di
cittadini che ne erano
sprovvisti comporterà un consistente aumento delle spese del
governo. Insomma,
esaminando gli avvenimenti degli ultimi due
anni, emerge l’ingente impegno economico posto sulle spalle
del governo Usa. Il
risultato è l’esplosione del deficit e,
conseguentemente, del debito pubblico
americano1. Uno storico inglese, Niall Ferguson,
ha fatto notare come
il deficit degli Stati Uniti nel 2009 sia il più alto
registrato negli ultimi
decenni, persino superiore a quello del 1942. La sua conclusione non
lascia
dubbi: “Abbiamo la politica fiscale di un paese impegnato in
una guerra
mondiale, ma senza la guerra”2.
Infatti, i due conflitti (Iraq e
Afghanistan) in cui gli Usa sono impegnati, benché molto
onerosi, non sono certo
paragonabili ad una guerra mondiale. Le
prospettive del bilancio di Washington non sono rosee.
Secondo diversi analisti sarà difficile riportare, nel medio
termine, il
bilancio federale in pareggio. A meno di provvedimenti molto
impopolari, come
un importante aumento delle tasse o ampi tagli alla previdenza sociale.
Il continuo
accumulo di deficit comporterà un incremento esponenziale di
debito. Chi sarà
in grado di acquistare titoli di Stato Usa in quantità
sufficienti a tenere in
piedi il governo americano? Vi sono due possibili acquirenti. Un
controllato processo inflazionistico, generalizzato alle
grandi aree economiche (Usa, area Euro, Giappone, Regno Unito),
potrebbe invece
aiutare gli Stati debitori. Tuttavia, questo scenario ha scarse
probabilità di
avverarsi. Stiamo vivendo una fase recessiva nelle principali economie
avanzate. Basso livello di utilizzo degli impianti, disoccupazione,
debole
spesa per consumi di famiglie timorose di veder i propri membri perdere
il
posto di lavoro sono fattori che lasciano poco spazio per apprezzabili
aumenti
dei prezzi al consumo. La storia
mostra come le grandi potenze che hanno avuto
la necessità di ricorrere massicciamente al debito siano
entrate in una spirale
in cui l’aumento del debito provoca l’aumento degli
interessi da pagare sul
debito stesso, fattore che, a sua volta, aumenta la dimensione del
debito in un
circolo vizioso senza fine. O meglio, la fine arriva quando la potenza
in
questione si accorge che, per evitare la bancarotta dello Stato, deve
rinunciare proprio alle spese che la rendono egemone, ossia le spese
militari. Toni Iero 1 Il deficit di un governo è la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche nel corso di un determinato anno. Il debito è un valore patrimoniale che rappresenta, concettualmente, la somma dei deficit cumulati nel passato. 2 Niall Ferguson, “Nel debito Usa i semi della decadenza”, Il Sole 24 Ore, 6 aprile 2010. |
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