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Partecipazione politica e partecipazione sociale

Il tema principale di questo numero di Cenerentola è quello delle nuove forme della partecipazione politica e sociale. Il riferimento è, in primo luogo, all’Italia, come si comprende dal titolo dell’editoriale di Toni Iero, ma riteniamo che ciò che avviene nel nostro paese non sia molto dissimile da quanto avviene in altri paesi europei. Elena Nicolini, a pagina 4, ci parla dell’associazionismo tra gli stranieri immigrati: una realtà particolare ma tutt’altro che trascurabile, in un momento in cui l’immigrazione assume dimensioni sempre maggiori.  Annalisa Righi, a pagina 5, interviene sul diverso significato che assume la partecipazione anche all’interno degli àmbiti più tradizionali. Luciano Nicolini, a pagina 7, commenta il programma dell’unico partito italiano di una certa consistenza nato sul web, partito che tende, come si può facilmente constatare, a mitizzarlo.   

 

Beppe Grillo - Foto Mario Rebeschini
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La partecipazione politica nell'Italia di Berlusconi

 “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero … libertà è partecipazione” recitava una canzone di Giorgio Gaber di molti anni fa. Libertà politica e partecipazione sembrano due aspetti intimamente connessi. Una pubblicazione edita dall’Istat l’8 marzo di quest’anno ci fornisce qualche elemento a proposito dell’atteggiamento verso la politica degli italiani. Si tratta, all’interno dell’Indagine Multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” (febbraio 2009), di un’analisi sulla partecipazione politica, condotta su un campione di circa 19 mila famiglie, per un totale di circa 48 mila individui. A queste persone sono state poste alcune domande relative all’interesse manifestato per argomenti politici. Si tratta di una imponente messe di dati, segmentati per età anagrafica, condizione lavorativa, residenza, sesso e titolo di studio del rispondente. Le risposte delineano alcune tendenze di fondo.

Coloro che parlano di politica “almeno una volta alla settimana” rappresentano il 39,7% del totale, il 9% in più di quanto rilevato dieci anni prima. Cresce la percentuale sia degli uomini (48,1% contro il 40,5%) che delle donne (31,3% contro il 21,3%). Tale dato sembrerebbe smentire l’impressione, invero piuttosto diffusa, di un crescente disinteresse verso la politica.

Con riferimento alla residenza, il maggior interesse verso la politica è appannaggio del Nord Est (dove il 44,5% dei cittadini parla di politica almeno una volta alla settimana), segue a ruota il Nord Ovest (43,1%), poi il Centro (39,2%), le Isole (34,8%) e, infine, il Sud (33,5%). È significativo come le aree economicamente più vitali del paese siano anche quelle dove più si parla di politica.

La tabella sotto, che riporta l’esame della condizione professionale delle persone che discutono di politica, fa emergere qualche sorpresa. I più “impegnati” risultano gli appartenenti alla categoria dirigenti,  imprenditori  e liberi professionisti (61,8%), seguiti da quadri  e si collocano in coda tra gli occupati e dietro anche a studenti (39%) e pensionati (38,7%). Comunque, tutte le categorie manifestano un aumento dell’interesse per argomenti connessi alla politica rispetto al 1999.

Tabella

Di grande interesse è la rilevazione dei canali tramite cui ci si forma un’opinione politica. La tabella seguente riporta le risposte degli intervistati: colpisce il fatto che ben il 93% delle persone (+0,7 sul 1999) si forma un’opinione sulle vicende politiche della nazione utilizzando la televisione. Attenzione, queste persone non guardano solo la televisione, utilizzano anche altri mezzi. Però ciò non toglie che il mezzo televisivo abbia l’indiscusso primato di contattare la quasi totalità dei cittadini. Infatti, il secondo canale nella formazione dei propri orientamenti politici, la lettura dei quotidiani, raggiunge meno della metà della popolazione. Le riviste non settimanali sono utilizzate da una ristretta minoranza, peraltro stazionaria dal 1999 al 2009. In termini di dinamica, gli aumenti maggiori corrispondono all’insieme delle relazioni sociali (amici, parenti, conoscenti, colleghi). Discreto anche l’aumento del peso della radio. In declino e su valori irrilevanti la capacità di partiti, movimenti e sindacati di parlare alla gente.

Da queste informazioni si possono trarre alcune considerazioni. L’apparente contraddizione tra la percezione di un aumento della disaffezione nei confronti della politica e le risultanze dell’indagine Istat, che sottolineano una crescita dell’interesse verso tematiche di natura politica, trova una chiave di lettura in altri dati rilevati dall’Istat: è aumentata la percentuale di persone che, negli ultimi dodici mesi, ha partecipato ad un corteo (5,2% +1,6% rispetto al 1999) e a un dibattito politico (23,7% +5,7% rispetto al 1999). Sono diminuite, invece, le persone che hanno svolto attività gratuita per un partito (1,3% 0,2% rispetto al 1999) e hanno dato denaro ad un partito (2,5 %  -0,2% rispetto al 1999). Sia la dinamica, sia i valori indicano come la partecipazione alla vita politica del paese si stia incanalando verso forme di espressione diverse da quelle tradizionali. Ne è riprova il fiorire di associazioni, l’espansione del volontariato e la sempre più diffusa partecipazione a gruppi culturali (teatro, ballo, etc.). Sembrerebbe manifestarsi una sfiducia nelle vecchie forme di partecipazione politica che spinge molte persone verso canali alternativi. Vi sono aspetti positivi e negativi in tale atteggiamento. Se da un lato tale “fuga” dalle istanze istituzionali della politica può essere visto con relativo favore, in quanto indicativa di una voglia di protagonismo e di azione diretta, dall’altro questo fenomeno ha lasciato la politica tradizionale (e le istituzioni che ne sono gestite) nelle mani di personaggi di secondo piano tanto dal punto di vista della progettualità, quanto dal punto di vista dei valori etici. In effetti, il panorama politico italiano (ma, in parte, anche europeo) appare come un quadro dipinto da squallore, mediocrità, corruzione, avidità e arroganza. Ciò è, nello stesso tempo, causa e conseguenza dell’abbandono della politica ufficiale da parte di ampi strati della popolazione.

L’altro punto su cui riflettere è rappresentato dagli strumenti attraverso cui le persone si formano un orientamento politico. L’indiscutibile dominio del mezzo televisivo spiega, almeno in parte, il successo elettorale e di opinione dell’attuale presidente del consiglio. Oggi il governo controlla, direttamente o indirettamente, i principali sei canali televisivi nazionali. Una situazione che non ha riscontro negli altri paesi occidentali ed è frutto anche dell’inettitudine (e forse qualcosa di peggio) del centro sinistra che, pur avendone la possibilità quando era al governo, non è mai intervenuto per creare un contesto meno squilibrato nel campo dell’informazione televisiva.

Emergono due considerazioni relative al rapporto tra i fenomeni descritti sopra e il movimento libertario. Da un lato, la voglia di essere attivi politicamente anche (spesso addirittura principalmente) al di fuori degli schemi istituzionali non è stata intercettata, se non in minima parte, dall’area libertaria. Eppure si tratta di un orientamento della popolazione tendenzialmente in sintonia con le tradizionali posizioni delle organizzazioni libertarie. Dall’altro lato, con riferimento ai canali attraverso cui le persone si formano un orientamento in campo politico, va sottolineata l’arretratezza degli strumenti utilizzati dal mondo libertario. A parte un uso, ancora non del tutto evoluto, di internet, la comunicazione libertaria si basa prevalentemente sulla carta stampata. Pubblicazioni di periodicità varia che, se i dati rilevati da Istat sono corretti, sono in grado di raggiungere una limitata quantità di persone. Certo, vi sono numerose ragioni (non ultima quella economica) in grado di spiegare la situazione attuale. Ma siamo sicuri che non possiamo fare niente per migliorare la nostra efficacia comunicativa?

Tabella

Toni Iero

            


L'associazionismo degli stranieri: dalla difesa dell'identità culturale alla partecipazione politica

L’associazionismo è un fenomeno che coinvolge anche i cittadini immigrati e sembra essere un interessante indice della loro integrazione. Il fenomeno riguarda infatti quegli immigrati che ormai hanno consolidato la propria presenza sul territorio e che, organizzandosi, si rendono positivamente visibili, fanno sentire la propria voce, i propri interessi e la propria volontà di partecipazione. Questi nuovi cittadini, sempre più stabili sul territorio, tendono ad organizzarsi in gruppi non solo per mantenere i rapporti comunitari e per auto-sostenersi, ma anche per  trovare forme di confronto e dialogo con i poteri, le istituzioni e i cittadini nativi.

La mappa di questo fenomeno è difficile da ricostruire, non solo per via della informalità che caratterizza le associazioni di stranieri, ma anche per la mancanza di ricerche statistiche e qualitative che indaghino la portata di questo fenomeno: gli studi si focalizzano di solito sui livelli più bassi della piramide dei bisogni (sostentamento, lavoro, situazione abitativa, sicurezza). Lo studio più recente sul fenomeno, promosso dal Cnel, risale al  2001 e rimane comunque un punto di riferimento per alcuni ragionamenti e previsioni.

All’epoca le associazioni censite erano quasi 900, se oggi non è possibile prevedere in che misura questo numero sia aumentato è comunque ragionevole assumere che certe tendenze non siano cambiate. È probabile che oggi, come allora, la maggior parte delle associazioni straniere sia concentrata nel Centro-Nord e nel Nord-Ovest dove, in percentuale sul totale, erano rispettivamente il 30% e il 29%, contro il 14% del Centro, l’11% del Nord-Est, l’8% del Sud e il 7% delle Isole. Questa distribuzione risulta amplificare la sbilanciata distribuzione (verso Nord e nel Centro-Nord) degli stranieri sul nostro territorio. In generale, inoltre, le associazioni tendono a concentrarsi nei grandi centri urbani, ma se al Centro e nel Nord-Ovest sorgono soprattutto nei capoluoghi di regione, nelle altre aree sono preferite le città di provincia.

Più interessante è analizzare finalità, scopi e motivazioni che stanno alla base dell’associazionismo degli stranieri. Lo scopo primario delle associazioni di stranieri è probabilmente quello della coesione comunitaria e della difesa della identità culturale. Nel 2001 le associazioni etniche costituivano il 61% delle associazioni, seguite da quelle multietniche (26%) e interetniche (14%) che prevedono la collaborazione tra nazionalità diverse. In questa direzione è anche possibile vedere una forma di evoluzione del fenomeno. L’associazione etnica di tipo comunitario, può essere considerata una forma di associazionismo legata a una immigrazione relativamente recente e temporalmente precedente ad altre forme di associazionismo, essa si occupa di mantenere i legami solidali all’interno della comunità e con le comunità d’origine, accoglie i nuovi arrivati, organizza feste religiose e civili, aiuta gli associati nelle trafile burocratiche e organizza corsi di lingua madre per i figli nati in Italia.

L’associazionismo interetnico o di scopo (legato a temi e problemi trasversali) sembra, invece, affermarsi all’interno di quelle comunità di stranieri ormai stabilizzate e si lega in pratica, non casualmente, alla necessità di un confronto interculturale promosso da coppie di nazionalità mista o da quei giovani immigrati e immigrati di seconda generazione scolarizzati in Italia e in parte assimilati. È un fenomeno ancora piuttosto recente, mal rappresentato dall’indagine del 2001, ma di notevole interesse e portata.

Di un certo interesse anche lo scopo associativo. Dai dati del 2001 emergeva che il 12% delle associazioni persegue finalità religiose e tra queste 7 su 10 sono musulmane, di particolare rilevanza  la questione dei giovani musulmani, molto attivi e in un certo senso sovra rappresentati dai media. Sarebbe interessante sapere che cosa è cambiato oggi. Altri temi sociali sono il lavoro, i diritti civili, la cooperazione con i paesi in via di sviluppo, la solidarietà, la questione femminile, le cause politiche.

È interessante osservare inoltre come l’attività associativa si trasformi, in mancanza di altri organismi di rappresentanza, in uno strumento di riconoscimento istituzionale e di attività politica. Questa tendenza è stata negli anni appoggiata con sempre maggiore forza anche dalle istituzioni, bisognose di individuare interlocutori e rappresentanti all’interno delle comunità straniere. Esemplare il caso delle Consulte degli stranieri, nate in numerosi comuni. Queste hanno tentato di tradurre in un organismo a pretesa democratica, organizzazioni sociali su base volontaria che democratiche non sono, ciò nonostante sembra lecito sollevare dubbi sulla effettiva democraticità di queste strutture e più ancora sulla loro efficacia.

Elena Nicolini

  

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Variazioni delle forme di partecipazione e mutazioni antropologiche

Oggi sempre più ci si chiede che fine abbia fatto la partecipazione dei cittadini alla vita democratica del paese. Dove mai sia finita quella forza che spingeva uomini e donne ad aggregarsi, per cercare di influenzare in modo efficace le decisioni orientate al mantenimento o al mutamento del sistema di interessi dominante o, più semplicemente, per manifestare consenso o dissenso, esprimere bisogni,  segnalare problemi. Allo stesso modo ci si domanda, dove sia finita la dimensione sociale che trovava espressione nelle sezioni di partito, nelle chiese, nelle organizzazioni sindacali, ma anche negli scioperi, nei sit-in, nelle occupazioni.

Certo non si può negare l’esistenza dei luoghi di aggregazione di cui sopra, o l’affluenza alle urne in tempo di elezioni, o le denuncie di disagi - anche forti -  economici, sociali, culturali, o l’apparizione di nuove forme di partecipazione: associazioni di vario tipo (volontariato, sportive, artistiche…), unioni religiose, social network, blog… Ma hanno obiettivi ed  efficacia differenti. Dimorano in altrove diversi da quelli che storicamente le hanno determinate.

La partecipazione - più o meno istituzionalmente organizzata, di orientamento strumentale-decisionale o così detta espressiva di denuncia sociale  - è comunque e sempre, come dice  Umberto Galimberti: «[…]quell’ “esperienza in comune” che troviamo come motivo fondante l’origine di tutte le culture, e come condizione della veicolazione dei messaggi che all’interno vi si scambiano, e che risultano intelligibili perché iscritti nella medesima simbolica originata dalla comune esperienza».  (Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 2000, p. 637)

La definizione sopraccitata pone l’accento - non tanto su gli ambiti, gli strumenti, gli obiettivi o le forme di partecipazione - piuttosto sull’aspetto antropologico e psicologico  della stessa.  Oggi, ciò che è mutato è il modo di sentire, percepire ed esperire quell’ “esperienza comune”.

Durante gli anni settanta del Novecento le forme di aggregazione, i luoghi di incontro, i sistemi di valori, erano forti e costitutivi per la società e l’individuo. Si diceva “noi”, si prendeva e si era parte dell’azione agita e pensata. Dell’azione politica nel senso originario del termine, per la cosa pubblica.  

Negli ultimi decenni si è assistito ad un crescendo di luoghi di incontro, di  bisogni,  di scelte, di desideri, di possibilità. Si naviga a vista nello sterminato oceano della cosiddetta complessità sociale. La politica implode su sé stessa attuando strategie autoreferenziali completamente svincolate dagli individui; la globalizzazione economica e culturale produce crescenti squilibri nelle risorse rimuovendo le specificità e procedendo verso la più leggera  e gestibile omologazione; il valore di scambio - delle forme di capitalismo avanzato - ha indotto un pericoloso processo di sublimazione dell’essere in sé di cose e persone.  Risultato, oggi si dice “io”. Emerge la dimensione individualistica anche laddove sembra collettiva. Blog, social network… luoghi virtuali per confronti collettivi, progettualità di cambiamento, momenti di scambio interpersonale o smisurate solitudini che credono di incontrarsi non incontrandosi mai? E le nuove associazioni? Ed il proliferare dei gruppi spirituali? Delle associazioni artistiche?

Diversamente dagli anni settanta l’ “esperienza comune”  appare come concetto astratto, come luogo non luogo dove lo scopo perseguito non è per la comunità tutta ma per segmenti, quando non è soprattutto del singolo.  Del singolo, delle sue ansie e dei suoi disagi esistenziali che a volte possono coincidere con quelli di altri individui. L’aggregazione e l’azione partecipata sembrano allora essere sempre meno orientate ad influenzare il sistema di potere dominante (sempre più autoreferenziale).  Quelle che si creano oggi sono forme di partecipazione lontane dalla politica e più vicine alle esigenze della vita dei singoli; non istituzionalmente e fortemente strutturate, più spontanee ed in funzione delle esigenze che di volta in volta emergono per il singolo e /o per  i gruppi.  Stiamo assistendo ad un momento di transizione che forse potrebbe portare ad un rovesciamento dei rapporti tipici tra cittadino e stato, individuo e società, se non implode in sterili solipsismi.

Annalisa Righi

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Polverini, polveroni, libertarismo e regole

La recente vicenda che ha portato sulle prime pagine dei giornali Renata Polverini,  candidata della destra alla presidenza della giunta regionale del Lazio, credo sia a tutti ben nota. In poche parole: la lista del partito più forte tra quelli che sostengono la sua candidatura, il PdL, non è stata ammessa alle elezioni, almeno in prima approssimazione, a causa delle pesanti irregolarità contestate a chi l’aveva presentata.  

Berlusconi si è adoperato per  “sanare” la situazione.

La sinistra, stanca di leggi il cui solo scopo è quello di agevolare i partiti di governo, chiede il rispetto delle regole. La destra risponde che quest’ultime costituiscono soltanto “lacci e lacciuoli” che le impediscono di “fare”. (Fare  che cosa? I propri interessi?)

I libertari, come era da aspettarsi, tacciono. E’ noto, del resto, che il gioco elettorale non li appassiona. Ma il problema delle regole, e del loro rispetto, non riguarda soltanto i “ludi cartacei” (come li chiamava il padre della destra italiana), e il recente polverone sollevato dalla Polverini mi induce a fare alcune considerazioni in proposito.

Cerco di spiegarmi: l’Italiano medio è (stato) convinto che un libertario sia una persona che non tollera le regole.

Niente di più falso. E’ sufficiente partecipare a un congresso anarchico per rendersi conto che i libertari sono rigidissimi in fatto di regole. Ne parlano continuamente e, per la verità, in maniera quasi ossessiva. Del resto, come notava in questi giorni Emma Bonino, le regole non servono (anzi sono di intralcio) solo ai prepotenti...

Uscendo dalle affermazioni di carattere generale: posto che le regole, da parte degli anarchici, non vengono rifiutate “in quanto tali”, ma, casomai, “in quanto imposizioni dello stato”, quale atteggiamento devono avere i libertari nei confronti, ad esempio, del prelievo fiscale? E’ chiaro che in una società comunista anarchica (nella quale non esiste la proprietà, ciascuno dà secondo le sue possibilità e prende  secondo i suoi bisogni) il problema non si pone. Ma noi non viviamo in una società comunista anarchica e, con ogni probabilità, nella sua forma integrale questa non esisterà mai.

Come dovrebbe essere risolta la questione in una società socialista e libertaria? E, venendo all’oggi, Toni Iero, nei suoi articoli pubblicati su Cenerentola scrive spesso, con buone ragioni, che occorrerebbe aumentare il prelievo fiscale sulle classi abbienti per favorire la redistribuzione del reddito (anche solo attraverso investimenti utili allo sviluppo economico del paese). Molti anarchici sostengono, invece, con buone ragioni, che il prelievo fiscale è effettuato dallo stato e che questo, per sua natura, in genere toglie ai poveri per dare ai ricchi; non viceversa. Come la mettiamo?

Altro problema (del quale, tra libertari, si discute): che dire circa il valore legale che oggi, in diverse situazioni, viene attribuito al titolo di studio?

In una società comunista anarchica il problema, ovviamente, non si pone. All’interno di una società socialista libertaria, invece, a mio parere, il valore legale del titolo di studio dovrebbe essere mantenuto, perchè alle diverse occupazioni si dovrebbe accedere attraverso pubbliche graduatorie per titoli.

E nell’attuale società? Personalmente ho sempre difeso, e continuo a difendere, il valore legale dei titoli di studio. Ma non è forse vero che è proprio grazie a quel valore legale che i giovani continuano a spendere soldi foraggiando insegnanti incompetenti anzichè spenderli foraggiando quelli capaci, spesso tenuti fuori dai meccanismi di distribuzione del sapere?

Altro problema: devono esistere regole nel mercato immobiliare?

In una società comunista anarchica, ancora una volta, il problema non si pone. Le case sono di tutti e vengono affidate a chi ne ha bisogno. Al massimo, secondo alcuni autori, ciascuno può possedere solo la propria abitazione, trasmettendola anche ai figli, e le rimanenti vengono affidate a chi ne ha bisogno. In ogni caso il mercato immobiliare non esiste, e il problema degli affitti neppure.

Ma nell’Italia di oggi, quale deve essere la posizione dei libertari nei confronti della regolamentazione del mercato immobiliare e dei canoni di affitto? Personalmente ritengo che la vecchia legge sull’equo canone (ottenuta, a suo tempo, attraverso dure lotte) così come la legge attuale sul canone concordato (se fosse estesa a tutti gli immobili) rappresentino opzioni largamente accettabili. E mi pare che, in buona sostanza, molti  tra i compagni concordino (tranne quelli, s’intende, che sostengono che “la casa si prende e l’affitto non si paga”, senza considerare che poi, tra tasse, messe a norma, manutenzione e ristrutturazioni...)

Altro problema di regole è quello della normativa riguardante il diritto d’autore: la sinistra francese, recentemente, è stata attraversata da un vivace dibattito su questo argomento…

E che dire delle regole relative alla gestione dell’ambiente e alla tutela della salute nei luoghi di lavoro? I compagni, in genere, si danno un gran da fare per farle rispettare, pur sapendo che sono imposte dallo stato e che, nell’attuale contesto, si tratta spesso soltanto di colossali prese in giro.

Non mi dilungo ulteriormente. Credo però sia giunto il momento di pronunciarsi chiaramente su temi come quelli sopra esposti: le utopie sono fondamentali per chi vuole cambiare il mondo, ma l’elaborazione di progetti più o meno dettagliati rigurdanti la società cui si vuol tendere non esime i compagni dall’affrontare le questioni che la politica pone sul tappeto. Al contrario, se i progetti sono validi, dovrebbe essere di aiuto nel farlo.

 

Luciano Nicolini


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