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Madonna con bambino e divinità indiane
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Philippe Simonnot
 Il mercato di Dio 

La matrice economica di ebraismo, cristianesimo, islam

Fazi Editore, Roma, 2010

Premetto subito che sono uno dei pochissimi anarchici che si dichiara apertamente credente e nei limiti pure praticante; chi mi conosce sa bene che faccio parte della “parrocchia” di Leda Rafanelli giusto per inquadrarmi, quindi sono sempre stato abbastanza tiepido verso la pubblicistica “atea militante” degli ambienti anarchici, solitamente molto superficiale ed a volte caratterizzata da esternazioni di scarsa ponderatezza tanto da confondere clericalismo, religione intesa re-ligo e spiritualità collettiva. Invece, meraviglia delle meraviglie, mi è capitato per le mani questo libro scritto da un economista prestato al giornalismo in cui spiega l’evoluzione delle religioni monoteiste da Abramo a Maometto mettendo in luce  gli “accordi economici” fra l’uomo e Dio.

Francamente ero molto prevenuto sull’acquisto, ma già dopo alcune pagine emerge la capacità analitica dell’autore che rende la lettura gradevole grazie anche alla metodicità con cui gli argomenti sono trattati: non solo in ordine di apparizione (ebraismo, cristianesimo ed islamismo), ma anche in base all’evoluzione delle singole credenze, ad esempio la funzione di alcune figure profetiche, ecc.. Non bisogna farsi però incantare dal titolo che farebbe intendere un approccio economicistico al tema: in realtà si tratta di uno studio multidisciplinare con un’impronta marcatamente antropologica in cui non mancano di essere evidenziati i meccanismi psicologici che sottendono alcune credenze.

Volete sapere perché gli ebrei sono “fissati” con la terra promessa?  Volete sapere perché Gesù fu fatto nascere a Betlemme? Volete sapere perché l’Islam è riuscito a crearsi la sua fetta di mercato nonostante la saturazione dell’offerta? Allora andate a comprarvi questo grande libro che mai come oggi rende attuali le parole di Emma Goldman “Religione, il dominio della mente umana”…  e pure del portafogli. Aforismi a parte penso che in un periodo in cui gli oscurantismi religiosi irrompono prepotentemente nella vita dei popoli sia necessario analizzarne tutte le cause dirette ed indirette.

 

Il Passatore

Luciano Lanza
Bombe e segreti

Elèuthera, Milano, 2009

Molti si chiederanno: “Ma perché non ha recensito il libro sul numero del dicembre scorso?”…  Risposta: “Meglio tardi che mai. Mea culpa. Mea maxima culpa!”. Comunque sia, e a parte la mia scarsa affidabilità, voglio sottolineare come abbia trovato questo libro uno dei migliori sull’argomento, e non lo dico per partigianeria, ma perché ne sono fermamente convinto. Un libro scritto da un compagno, un testimone oculare di quei tempi che quindi conobbe le personalità di Pino Pinelli e Pietro Valpreda, le dinamiche interne al movimento anarchico. Un libro sicuramente di parte, ma sempre estremamente equilibrato e metodico nell’esporre i fatti (e sottolineo i FATTI STORICI) non solo successivi ma anche precedenti al 12 dicembre 1969. Un libro che mette in luce non solo l’intima natura criminale e stragista di soggetti contigui ai poteri forti dell’atlantismo dominante, ma anche la spietatezza e la miseria morale di tutti quei cosiddetti “servitori dello stato” che senza tregua operarono per nascondere e manipolare i fatti.

Per quanto una ricostruzione storica attendibile sia difficilmente sintetizzabile in così poche pagine, Lanza ci è riuscito ed ha colpito nel segno: questo libro se fosse letto al di fuori dell’area, se superasse gli steccati che relegano certi libri nelle nicchie “underground”, penso scuoterebbe non poco le coscienze di molti, anche fra coloro che nutrono una fiducia quasi fideistica nei confronti dello stato. Già lo stato! Questo libro è anche un chiaro atto di accusa verso il sistema stato che si autotutela sempre e comunque anche a scapito dei cittadini che in teoria dovrebbe difendere; anche attraverso la cronistoria dell’operato di D’Ambrosio e della magnifica invenzione del “malore attivo” occorso a Pinelli in questura dimostra come la legge NON è uguale per tutti.

Libro bello, toccante, militante, ma anche alla portata di tutti coloro che vogliono conoscere. Assolutamente da non leggere quando ci si è alzati con la luna storta.

 
Il Passatore

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Emma Goldman
Femminismo e anarchia

BFS Edizioni, Pisa, 2009

Diciamocela tutta, esistono autori e “maestri” palesemente inflazionati, i cui libri languono negli scaffali di librerie, circoli e laboratori per anni e anni (me ne ricordo uno di Bakunin, qualche anno fa, che ormai era quasi diventato un fossile), e ne esistono invece altri che per la scarsa reperibilità di testi o per l’incisività ed attualità del loro pensiero trovano nel pubblico sinceri estimatori tanto da mandare esaurite tutte le copie in tempi ragionevoli.

Emma Goldman (1869-1940) ricade nella seconda categoria, e leggendo questo libro si capisce anche il perché: gli articoli qui pubblicati mostrano una mente affilata ed eclettica, sicuramente ideologizzata ma sempre pragmatica, intellettuale acuta ma anche trascinatrice e grande oratrice militante.

Il pregio del volumetto in analisi è soprattutto quello di mostrare a grandi linee un pensiero compiuto di teoria ed azione, in cui le classiche roboanti sparate a cui molti “maestri” erano avvezzi sono assenti. Un pensiero nitido volto all’emancipazione dell’individuo come artefice della società, in cui la dimensione umanista è il punto di partenza per una critica forte al perbenismo borghese e ai luoghi comuni imposti dal potere che incatenano l’essere umano. Questa fu la base su cui si sviluppò il femminismo rivoluzionario di Emma Goldman in cui emancipazione non significa diritto a detenere la patente dell’imbecille (scheda elettorale n.d.a.), capacità organizzativa non significa creare comitati per mendicare diritti in una società basata sulla prevaricazione; il femminismo rivoluzionario di Emma fu prima di tutto basato sulla necessità di creare spazi di azione, in cui la donna potesse autodeterminarsi tanto a livello materiale, quanto a livello psichico e spirituale. Purtroppo, e tanto per non cambiare, il pensiero di chi vuole cambiare radicalmente lo status quo finisce sepolto dalla meschinità del potere… Ma si! In fondo ci rimane il femminismo dell’altra Emma, la Bonino intendo, un femminismo ormai anomico e in crisi sorpassato a destra dalle veline e a sinistra dai trans: chi pensa di cambiare il sistema finisce fagocitato dal sistema.

 

Il Passatore

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Goffredo Fofi
La vocazione minoritaria

a cura di Oreste Pivetta,  Laterza, Bari, 2009

L’ultimo libro di Goffredo Fofi, una lunga intervista curata da Oreste Pivetta, non può non evocare la lezione di Deleuze alla voce “Sinistra” del suo Abecedario. Qui il filosofo chiariva come essere di sinistra significasse “essere per natura o piuttosto tendere a diventare minoritario”, nel senso di porsi costantemente dalla parte e dal punto di vista del particolare, ovvero del diverso, del marginalizzato: la donna, il povero, l’immigrato, l’omosessuale, il bambino ecc. Dunque non certo del minore numerico, rivelando quanto fosse più scarso il numero di coloro che soddisfano lo stereotipo del maschio, bianco e adulto. “Essere di sinistra” per Deleuze, e possiamo tranquillamente dire anche per Fofi, è quindi di fatto una opzione morale che nulla ha a che fare con il potere politico. E infatti, nella sua lunga analisi politica e culturale della storia di Italia, emerge il rimpianto dell’intellettuale per la sconfitta politica, in Italia, Europa e ovunque, dei movimenti di liberazione del dopoguerra, i quali chiedevano la fine delle guerre e dei colonialismi e un ordine sociale più equo. Ma la sfiducia nella politica lascia il posto alla necessità di un rinnovamento culturale, a un pensiero attivo tutt’altro che autoreferenziale. In una società sempre più omologata e cinica, il cambiamento è in mano a quanti – intellettuali, artisti, pedagoghi – consapevolmente scelgono di costituire una alternativa.

Elena Nicolini

                                                                                                                                         inizio pagina

Luigi Fabbri
La controrivoluzione preventiva

Milano,  Zero in condotta  

Fabbri non è un grande teorico dell’anarchismo;  non dei più grandi, almeno. Sicuramente non viene considerato al livello di un Berneri, di un Malatesta o di un Merlino. Tuttavia la ripubblicazione della controversia con Bucharin su “comunismo” bolscevico e anarchismo, ma anche di questo “La Controrivoluzione preventiva”, pone in discussione tali convinzioni.

Lo scritto è del 1921, successivamente rivisto dopo la marcia su Roma e la presa di potere del fascismo. A differenza di altri antifascisti, che per esempio avrebbero paragonato il fascismo alla “irruzione degli Hyksos” (Benedetto Croce), Fabbri cerca di spiegarlo, parlando appunto di “controrivoluzione preventiva”, un concetto che in qualche modo poi avrebbero usato, pur se con accezioni diverse tra loro e distinte da quelle del pensatore marchigiano, studiosi come H. Marcuse, H. Arendt, M. Foucault. 

Il fascismo è visto come “il prodotto più naturale e legittimo della guerra; dirò anzi ch’è la prosecuzione in ogni paese della guerra mondiale, cominciata nel luglio 1914 e non ancora finita, malgrado tutti i trattati di pace parziali o generali”. In effetti,  se consideriamo la situazione mondiale, se eccettuiamo gli USA, tutte le potenze coinvolte nel primo conflitto mondiale, o meglio le loro classi dirigenti, erano in una fase di calma e pace apparente, pronte ad avventarsi su una preda che sarebbe stata data o da un ulteriore conflitto mondiale o da quelle “prove generali” della stessa che, limitandosi all’Italia, sarebbero state  la conquista dell’Etiopia (1935-1936), il sostegno al falangismo spagnolo sempre negli anni Trenta, l’occupazione dell’Albania nel 1939.

Si dirà: ma Fabbri non parla di “imperialismo”. Vero,  ma  il concetto è quello, oltre a tutto in un tempo in cui la retorica dell’impero era ancora relativamente sfumata; dove non è inutile sottolineare che il libro è una sorta di instant book commissionato dall’editore Licinio Cappelli di Bologna, facente parte di una collana iniziatasi con un saggio di Mario Missiroli (cattolico liberale), proseguita con un libro di Adolfo Zerboglio (socialista), poi ancora con un saggio di Dino Grandi, fascista, introdotto però da Rodolfo Mondolfo (filosofo socialista), con un volumetto di Guido Bergamo,  Giuseppe De Falco, Giovanni Zibordi, per arrivare al testo fabbriano. Un’impresa editoriale che oggi non sarebbe possibile, se mai dedicabile a temi un po’ fatui come “bullismo al femminile”, “machismo di ritorno” e simili.

Scrivendo all’inizio degli anni Venti, Fabbri capisce che “Tutti gli ideali democratici, liberali, egualitari sventolati durante la guerra sono stati messi da banda”, e ciò non solo in Italia. Esaminando il carattere anti-operaio del fascismo (esiste una pluralità di fascismi; si può però dargli ragione, parlando di un elemento dominante), rileva anche le inadeguatezze della protesta dell’epoca: “Quel che irritava di più, però, e suscitava malumori nell’ambiente operaio stesso, eran certi scioperi generali dettati dal solo  intento di far sentire la forza di un partito unico su tutti, per pretesti vari e poco seri... per un’assemblea, una commemorazione, o... perché s’era pestato un callo a un organizzatore più in vista!”.   Il fascismo è probabilmente da spiegare con un “parallelogramma di forze”, una pluralità di cause,  tra cui il carattere anti-operaio, anti-contadino e in genere anti-rivoluzionario è uno degli elementi, ma non il solo. Fabbri intuisce ciò senza riuscire a formularlo in maniera chiara e definita. Ma la lettura e lo studio di un testo come questo (assieme agli altri citati, ove reperibili), per esempio in un seminario universitario sul fascismo, è sicuramente da proporre, sempre che si tenga presente che quella di Fabbri è una delle molte analisi significative; sintomatica e importante, però, anche perché analizza il protofascismo.  

                                                                                                                                                                                                                          Eugen Galasso

                                                                                                                                       inizio pagina 

Wu ming
Altai

 
Einaudi, 2009

L’ultimo romanzo di Wu Ming torna all’ambientazione storica del suo romanzo d’esordio Q – all’epoca firmato Luther Blisset – rievocandone in chiave minore (perché minore è la portata narrativa e l’ambizione politica) ambienti, contesti e personaggi. Il cuore della vicenda non è più l’Europa centrale, bensì Istabul, frontiera tra Oriente e Occidente, crocevia di passaggi, genti e commerci, dove profughi, perseguitati, eretici ed ebrei approdano in cerca di un nuovo inizio. Qui il sogno sionista di un ricco ebreo ammesso alla corte del Sultano è il motore di un complesso tramare che condurrà nel biennio 1569-1571 alla presa di Cipro da parte dei Turchi fino alla battaglia di Lepanto in cui la Lega cristiana creata a sostegno della Serenissima affonderà la flotta turca. Tra i due mondi si muove una spia prima al servizio di Venezia e poi al servizio della causa sionista, è il figlio bastardo di un ricco veneziano e di una donna ebrea. Non è la storia di uno scontro di civiltà, emerge infatti chiaramente come la religione, se a livello privato sembra giocare un ruolo culturale e identitario fondamentale, a livello pubblico è solo la facciata dietro cui si nascondono gli interesse dei potenti. Non ci sono vinti né vincitori. È piuttosto la parabola di una utopia corrotta dai compromessi economici e politici con il potere, nutrita dal sacrificio enorme di vite umane. È la inevitabile rovina di una rivoluzione mossa da interessi privati, ambizione e miopia, diretta dall’alto, tramando e corrompendo.

 

Elena Nicolini