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Federalismo, politica, economia

Il movimento libertario è, tra tutti, quello più coerentemente federalista. L’idea stessa di abolire (almeno tendenzialmente) il dominio, lo porta a farsi promotore di una società all’interno della quale gli individui si federino liberamente, e così i gruppi e le comunità, attraverso un processo aggregativo che,  anziché  andare “dal basso verso l’alto”, vada “dal semplice al composto”. Inutile nascondere che il progetto presenta alcuni aspetti problematici (la variabilità normativa potrebbe risultare eccessiva, le risorse naturali non sono equamente distribuite), ma risultano senz’altro più gravi i problemi creati dai sistemi centralisti.
Non siamo i soli a discutere intorno al  federalismo. In Italia, come spiega Eugen Galasso a pagina 5, se ne discute almeno dal XIX secolo, quando fu avviato il processo di unificazione nazionale. E se ne continua a discutere, anche in relazione alle elezioni regionali che si terranno a fine mese e all’operato (a dir poco centralista) della cosiddetta “Protezione Civile”.

L’Unione Europea, invece, è nata federale, dal punto di vista politico; assai meno da quello economico. E se c’è chi (come Romano Prodi) si lamenta dei problemi connessi al federalismo politico, non mancano, lo evidenzia Toni Iero nell’articolo di pagina 3, problemi legati alle scelte economiche operate al centro del sistema.

Palloncini colorati

 
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Slogan federalisti e pratiche centraliste

Domenica 28 marzo, in molte regioni italiane, ci si recherà alle urne per eleggere i consigli regionali.

Molti fra i libertari, come al solito, se ne staranno a casa. E non saranno i soli. Per quanto alcune tra le competizioni possano appassionare (quella tra la Bonino e la Polverini in Lazio, quella tra Vendola, Palese e la Poli Bortone in Puglia), la sensazione più diffusa sembra infatti essere di profondo disgusto per  l’operato dei politici, nessuno escluso.

Negli ultimi mesi, oltre tutto, si è assistito a uno spettacolo assai poco edificante. Il primo ministro Berlusconi, inseguito dalla magistratura, tenta in tutti i modi di sottrarsi al giudizio; Bertolaso e i suoi amici si sono dimostrati per quello che sono. All’interno di numerose amministrazioni regionali emergono episodi di corruzione. Persino la mitica (per chi non ci abita) giunta comunale di Bologna si è dovuta sciogliere, in seguito alle accuse mosse, dalla ex compagna al sindaco Delbono.

Qualcuno ha proposto di candidare al suo posto Romano Prodi. Ma, non era stato lui a sponsorizzare Delbono? Volete proprio farvi del male?

Gli altri nomi proposti risultano ancor meno convincenti, come, del resto, le chiamate alla mobilitazione fatte da un Partito Democratico che ora vorrebbe attribuire ad altri la responsabilità del commissariamento del Comune che, attraverso scelte inopportune, ha provocato. Chiamate alla mobilitazione, alle quali, naturalmente, quasi nessuno ha risposto.

Nel corso della campagna elettorale echeggiano slogan federalisti. La Lega Nord, in particolare, chiede più autonomia, almeno per le regioni settentrionali. Ma la pratica quotidiana del governo del quale fa parte è ben diversa: nelle sue mani tutto, compresa la raccolta dei rifiuti e le commemorazioni, diventa emergenza, e viene gestito in maniera centralistica, al di fuori di ogni controllo democratico.

Non che le cose vadano molto meglio a livello delle singole regioni, dove pure, almeno in linea teorica, un maggior controllo democratico dovrebbe esserci. Sarebbe più opportuno che il controllo avvenisse a livello dei singoli comuni o, al massimo, delle province.

Nei primi giorni di febbraio sono stati resi pubblici i risultati (provvisori) di uno studio della Ragioneria Generale sulla spesa statale regionalizzata (dati 2008).  Considerando la spesa procapite nelle sue molteplici varianti, si osserva che i cittadini delle differenti regioni “costano”, con riferimento ai servizi pubblici essenziali (scuola, sanità, etc.), cifre assai diverse. In genere si può dire che “costano di più” quelli che abitano in una regione a statuto speciale, ma non bisogna fare l’errore di considerare il livello di spesa un indice di qualità: nelle regioni del Sud per esempio l’istruzione ha in genere un costo più elevato che altrove, e non per questo il servizio è migliore, almeno a giudicare dai test fatti a scopo di controllo. Così è anche per la sanità: non è detto che le strutture più costose risultino le più efficaci.
Se guardiamo alla spesa procapite al netto degli interessi sul debito pubblico vediamo  che la Valle d’Aosta, ad esempio, spende per ciascuno dei suoi abitanti cinque volte tanto la Lombardia: si va dai quasi 12 mila euro l’anno per la prima ai 2 mila e mezzo  della seconda. Ma anche parlando di regioni a statuto ordinario, il Lazio spende quasi il doppio dell’Emilia Romagna (5.577 contro 2.913): una differenza notevole, che meriterebbe di essere spiegata. La Sardegna, regione a statuto speciale che sta al terzo posto in classifica dopo il Trentino Alto Adige (10.524 euro procapite), spende circa due volte il Piemonte. Le graduatorie variano poi a seconda della voce di spesa: per quanto riguarda la Sanità, ad esempio, in testa alla lista  c’è la Sicilia, con 439 euro procapite, seguìta dal Lazio con 384, mentre in Lombardia si scende a 110 e in Emilia-Romagna a 103. Un bambino alle elementari in Calabria costa 394 euro, nel Lazio 260 euro, in Lombardia 226, in Veneto 240.       

               

(redazionale)

 

Maiali a rischio

Da tempo, con l’acronimo Pigs (maiali, in inglese), il mondo della finanza anglosassone ha preso ad identificare quattro paesi europei, considerati poco affidabili. I quattro Stati sono Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.

Dopo la crisi dei mutui subprime, a causa dei guai in cui si è ritrovata l’Irlanda, che ha dovuto gonfiare il debito pubblico per salvare le proprie banche, Pigs è stato declinato come Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Non contenti di ciò, i banchieri della City hanno coniato un nuovo acronimo: Piigs, dove le doppie i stanno per Italia e Irlanda.

La tempesta in cui naviga la Grecia ha rinfocolato la scarsa considerazione per queste nazioni. In effetti, la crisi ellenica  ha lasciato sconcertati molti osservatori. I conti pubblici della Grecia sono stati grossolanamente contraffatti, nascondendo, con l’aiuto della banca d’affari americana Goldman Sachs, parte del deficit di bilancio attraverso cartolarizzazioni di proventi futuri.

Ma perché accomunare la dissestata patria del Sirtaki con la dinamica Spagna, che registra da un decennio tassi di crescita superiori a quelli degli altri paesi europei e ha un rapporto debito pubblico / Pil inferiore a quello della Germania? E cosa lega questi paesi all’Italia, gravata da un enorme debito pubblico ma con una struttura industriale che ha un volume di esportazioni secondo solo a quello tedesco? E il lontano Portogallo, nazione atlantica e non mediterranea?

Un tratto comune, in realtà, esiste: sono tutte economie che, per motivi assai diversi, registrano consistenti deficit nel commercio estero. Il valore delle importazioni supera quello delle esportazioni. In passato, tale problema veniva aggirato con periodiche svalutazioni di lira, peseta, escudo e dracma. Adesso, però, l’adesione alla moneta unica europea comporta l’impossibilità di ricorrere all’arma della svalutazione per garantire la competitività delle produzioni nazionali.

Così, una volta adottato l’euro, in Portogallo e, soprattutto, in Spagna la crescita economica è stata basata sull’indebitamento privato e la speculazione immobiliare. L’Italia ha inanellato un lungo periodo di stagnazione e la Grecia, semplicemente, è ricorsa ai trucchi contabili. L’arrivo della crisi, con la conseguente necessità di interventi governativi per puntellare il sistema bancario e contrastare le tendenze recessive, ha determinato la trasformazione del debito privato in debito pubblico. A questo punto, come si dice, i nodi sono venuti al pettine. Anche la virtuosa Spagna, i cui conti pubblici potevano far invidia ai più disciplinati paesi del Nord Europa, è caduta a causa della voragine del debito privato di famiglie e imprese, i cui effetti sono tuttora esacerbati dall’incalcolabile quantità di immobili costruiti e rimasti invenduti.

Ad onor del vero, tra questi paesi,  l’Italia è  quello  meno preso di mira dalla speculazione. I motivi di questa benevolenza sono un sistema bancario poco esposto ai micidiali titoli tossici americani e il basso livello di indebitamento delle famiglie. A ciò occorre aggiungere l’estrema cautela con cui il governo, nello specifico il ministro Tremonti, è intervenuto per sostenere le attività economiche. Come spesso accade, gli operatori finanziari non si preoccupano dell’aumento dei disoccupati, gli basta sia garantito il rimborso dei titoli di Stato che hanno sottoscritto.

Gli effetti del paventato collasso ellenico si sono manifestati sulla moneta unica europea, che ha perso terreno nei confronti del dollaro. Il timore è che Grecia, Spagna e Portogallo, per poter avere una moneta da svalutare, abbandonino l’Unione Monetaria Europea, innescando un processo di disgregazione di questa area valutaria. D’altra parte, non si vede come questi paesi possano far fronte alla grave situazione in cui versano. Dovrebbero, se vogliono rimanere nell’Ume, ridurre drasticamente i loro consumi, abbattendo il potere d’acquisto dei salari per rendere competitivi i loro prodotti. È quanto si sta facendo in Irlanda, dove si sono addirittura tagliati i valori nominali degli stipendi. Una politica di lacrime e sangue. Non stupisce la furibonda reazione popolare contro l’ipotesi di penalizzare ulteriormente i lavoratori, già colpiti dalla disoccupazione e da decenni di erosione salariale.

È un dato di fatto che gli squilibri all’interno dell’Unione Monetaria sono molto accentuati. I paesi forti, come Germania e Olanda, hanno tratto notevoli benefici dalla creazione dell’euro, che ha permesso loro di aumentare le esportazioni verso gli altri aderenti. In queste settimane si discute se salvare o meno la Grecia. È una questione complessa. In sostanza, la Germania dovrebbe garantire i titoli greci o, al limite, acquistarli direttamente. L’opinione pubblica tedesca è largamente contraria al salvataggio della Grecia. D’altra parte, se non si eliminano gli squilibri che hanno determinato il problema sarà solo questione di tempo e, prima o poi, il problema si ripresenterà. È ormai evidente la finzione di una comunità unita soltanto da una moneta e da una banca centrale, in un contesto di inarrestabile declino del peso economico e politico degli Stati dell’Europa. Ma non si vede all’orizzonte nessuno statista dalla statura tale da rilanciare sul progetto di integrazione politica del vecchio continente. Il teatrino di Bruxelles impallidisce di fronte alla tragedia greca.

Le prospettive di medio termine per il nostro paese non sono troppo dissimili da quelle del vicino mediterraneo. La crisi sta determinando il collasso di molte imprese italiane, spesso orientate all’esportazione. I soli mercati in grado di assorbire consistenti flussi di merci sarebbero quelli asiatici. Ma, Cina in testa, tali paesi continuano a perseguire una aggressiva politica di esportazione dei propri prodotti. Per garantirsi la permanenza in un’area valutaria contraddistinta da una moneta forte, sarebbe necessario convertire la nostra struttura industriale verso produzioni ad alto valore. Servirebbero quindi un forte investimento nel sistema formativo, oculati finanziamenti alla ricerca, valorizzazione del merito nelle università e nel mondo del lavoro, sostegno alle imprese che operano nei settori innovativi (energie rinnovabili, biotecnologie, elettronica). Il Bel Paese risponde a queste sfide con lo squallido quadro di un governo in balìa delle emergenze giudiziarie del suo capo, un sistema pubblico corrotto e clientelare (l’ultimo tassello riguarda lo scandalo della Protezione Civile), una scuola pubblica in via di smantellamento e i veti religiosi sulla ricerca scientifica.

Vista la rinuncia ad affrontare razionalmente i problemi, agli italiani non rimane altro che contare su un miracolo!

 

Toni Iero

  

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Il federalismo da Cattaneo e Proudhon a Bossi

Un conto è il federalismo realizzato, in forme diverse, in Svizzera, in Germania, in Austria, negli USA (un tempo era “federalista” anche la Jugoslavia, quando esisteva); un altro l’idea federalista.

Senza voler ricercare i primordi, spesso contraddittori,  converrà iniziare dall’Ottocento, quando Carlo Cattaneo  (1801-1869) e Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) svilupparono, in ambiti culturali diversi ma praticamente negli stessi anni, ideali e progetti federalisti.

Da Cattaneo, uno dei “Gran Lombardi”, più di Manzoni, storicamente e politicamente, sincero democratico, bisognerà fugare un dubbio: qualche storico recententemente lo ha definito un austriacante, ma in realtà non lo era per nulla, come dimostra la sua partecipazione alle Cinque Giornate di Milano. Ecco, però un esempio ulteriore: “Poteva colla caduta di Metternich l’Austria tornar federale... Era l’unica via di rifarsi moderna; ma essa mutò solo il nome alla vecchia catena. Ebbene che divenne l’Austria? Divenne una federazione di satrapie militari, che tengono la mano sui tributi delle province e lasciano agli arciduchi una banca vuota”.

Ma quale, allora, la proposta di Cattaneo per l’Italia? Sempre nelle stesse “Considerazioni sul ‘48”: “egual padronanza e libertà (alle repubblichette), alcun sonderbund (erano i cantoni privilegiati in una certa fase della storia della Svizzera)... quanto meno grandi saran le republichette, tanto più saldo e forte sarà il republicone”. Un programma che, anche in una logica statalista, ma di stato democratico, rischia di essere lontano dalla realtà, non utopico (lo è, nobilmente), ma astorico; anche se, però, bisogna dire che il Risorgimento, con tutta la sua retorica patriottica, ha creato uno stato nazionale antipopolare, quello delle violente repressioni  di Nino Bixio a Bronte (1860) e di Bava Beccaris, “comandato” da Umberto I,  a Milano (1898). Punte dell’iceberg di una monarchia, quella dei Savoia e dei governi conservatori (sia della Destra sia della Sinistra storica), per nulla democratica, sempre a favore dei potenti e delle classi privilegiate, ferocemente impegnata nelle guerre.

Sarebbe stata migliore la soluzione “federalista”? Non si può dire, ma con le premesse italiane, per cui alcune “republichette” sarebbero state di derivazione borbonica, altre papiste, probabilmente la posizione nobilmente minoritaria di Cattaneo non avrebbe sortito effetti positivi, anche perché il peraltro nobilissimo pensatore democratico (quasi radicale) milanese non si poneva il problema di cambiare i rapporti sociali ed economici nella federazione e nei suoi componenti.

Meglio vedeva le cose Giuseppe Ferrari, autore de “La filosofia della rivoluzione”, quasi contemporaneo di Cattaneo  (1811-1876), Milanese anch’egli,  che, senza parlare espressamente di “comuni”, antevedeva qualcosa di simile. 

Ben altro respiro, certamente, in Proudhon, un socialista  libertario che si può definire “anarchico” solo a  fatica e con varie riserve. Ma non si tratta, qui, di fare del nominalismo, di accapigliarsi per definizioni: “Non più partito, non più autorità, libertà incondizionata dell’uomo e del cittadino”. Con queste premesse Proudhon non poteva stare a suo agio nello stato nazionale, e quindi parlava di libere associazioni di produzione, per superare il gap tra proprietà “normale” dei mezzi di produzione con cui lavorano l’artigiano e il contadino e l’accentramento monopolistico degli stessi mezzi di produzione in pochissime mani (dove il lavoro si stacca completamente dal godimento dei suoi frutti e la proprietà diviene pura rendita parassitaria).

“La proprietà è furto; la proprietà è libertà”: altre due affermazioni proudhoniane che sono contraddittorie solo in  teoria, che in realtà esprimono appunto il gap, lo stacco accennato. Prendendo solo la prima parte della frase (“la proprietà è furto”, che è il titolo del suo scritto più famoso), si tenderebbe a quel nefasto “comunismo” di marca marxista-leninista che invece nell’Est Europeo e nell’Unione Sovietica avrebbe asservito milioni di cittadini a una dittatura di partito intollerabile, con scarse possibilità di giustizia sociale, solo un po’ meglio (?) che nel capitalismo occidentale.

Nulla di più lontano da Proudhon. Le associazioni di produttori e consumatori nella loro pluralità dovrebbero collaborare con altre collettività sociali, il che rimane l’ideale libertario, oltre la sterile querelle stato nazionale contro stato federale, dove torna la questione accennata all’inizio, cioè quale tipo di federazione, quale modello, come realizzarlo concretamente etc…

Modernamente ci ha provato anche Gianfranco Miglio (1918-2001), altro Lombardo, per anni docente di materie storiche e giuridiche alla Cattolica di Milano, per due anni senatore della Lega Nord (1994-1996), poi  nel  Gruppo misto. Ben lontano da ogni libertarismo e federalismo democratico-libertario, Miglio propose le quattro macroregioni (Nord, Centro, Sud, Isole), che avrebbero spaccato l’Italia senza creare “libere repubblichette”, per riprendere il linguaggio di  Cattaneo. Miglio, che non a caso uscì dalla Lega, era un intellettuale discutibile, ma non certo uno sciocco, pur se una situazione quale quella prospettata avrebbe consegnato una parte dell’Italia alle consorterie mafiose e un’altra parte ai potentati economici di tipo svizzero.

Umberto Bossi e gli altri della Lega Nord di oggi vedono le cose in modo molto più semplicistico, oscillando tra scissione del Nord, federalismo fiscale e domani, chissà, ancora scissione, dove ciò vorrebbe dire dare in mano pienamente regioni intere al Sud, e magari enclaves anche al Nord e al Centro, alla criminalità organizzata... Sono comunque estremamente ondivaghi, privi di un progetto politico chiaro, per non dire di un progetto economico e sociale.

Per evitare queste derive pseudo-federaliste, dunque, sarbbe meglio rifarsi al meglio del socialismo libertario e federalista dove, oltre al citato Proudhon, Jaurès e altri possono aiutarci. Certo, considerando l’oggi, le libere associazioni di produttori e consumatori di tutta la tradizione libertaria dovrebbero venire a patti da un lato con il mercato, dall’altro con ciò che rimane dello “stato”, nel duplice senso di stato di cose e di realtà statuale. Più che accettarlo, allora, si tratterebbe di non farsi punire toppo, ma anche di sfruttarne le debolezze, dato che è  sempre un po’ un gigante dai piedi d’argilla.  

Eugen Galasso

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Sul festival della canzone italiana

Sanremo non è solo il festival della canzone italiana, il suo interesse – ed è cosa ben chiara tanto ai dirigenti RAI quanto ai politici cui devono la loro nomina – non è solo o tanto di natura artistica, è essenzialmente di natura politica. La televisione, infatti, non ha solo il potere di condizionare opinioni e comportamenti degli spettatori, specie quelli per cui costituisce l’unico strumento di informazione e rappresentazione della realtà, ha anche la capacità di raccogliere e rappresentare gli umori della società, dargli forma.

Negli anni il Festival si è rivelato il pronostico più attendibile degli esiti elettorali delle elezioni successive: il vincitore rappresenta gusti, valori e umori della maggioranza degli elettori. Non per nulla si difende, di fronte alla insurrezione di pubblico e orchestra alle premiazioni della ultima edizione, la legittimità del televoto invocando la sua natura democratica poiché – parole testuali della conduttrice – “rispecchia la volontà popolare”, le cui decisioni sono inappellabili e provengono “dal popolo sovrano”. Probabilmente alle prossime regionali saremo chiamati ad esprimerci con un sms.

Quest’anno di fronte a due rappresentazioni opposte del nostro belpaese e della situazione sociale e politica in cui versa, ovvero quella  critica e indignata di Cristicchi con “Meno male”, e quella del trio Pupo-Filiberto-Canonici, la nostalgica, retorica e nazionalista “Italia amore mio”, è prevalsa quest’ultima, non solo per via del cattivo gusto del pubblico, ma soprattutto per via della sua cattiva coscienza. Esclusa la talentuosa Malika Ayane, rappresentante di quella nuova generazione di italiani meticci. Escluso a priori Morgan per ragioni ipocrite, la cui fama televisiva ne avrebbe fatto l’unico concorrente davvero pericoloso per il pupillo di Mediaset – Valerio Scanu,  vincitore del programma Amici di Maria de Filippi e di questa edizione del Festival.

La televisione si dimostra, anche nelle sue maschere più sfarzose, autoreferenziale  e pericolosamente lottizzata. Possibile pensare a una regia politica? Il sospetto è rafforzato dalla mancata programmazione di alternative credibili sul palinsesto di Mediaset, che si è accontentata di cedere il proprio share in cambio della vittoria di un suo prodotto. È del resto l’anomalia italiana in cui a causa del conflitto di interessi il duopolio si riduce a monopolio e la politica si spartisce strategicamente gli spazi televisivi.

In definitiva, per dirlo con le parole della canzone di Cristicchi, “La verità è come il vetro / che è trasparente se non è appannato / per nascondere quello che c’è dietro / basta aprire bocca e dargli fiato!”. E così è stato, Sanremo quest’anno si è rivelato il peggiore di sempre, un baraccone carnevalesco di stereotipi e cattivo gusto; è l’Italia che guarda indietro e cambia solo per peggiorare.

Elena Nicolini

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I consumi mediatici nell'anno della crisi 

L’8° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione (realizzato in collaborazione con H3G – ovvero l’operatore telefonico Tre, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia) analizza, mettendo a confronto i dati raccolti negli anni 2001 e 2009, come sono cambiati i consumi mediatici e quindi culturali degli italiani in questi anni. Colpisce innanzitutto l’aumento degli utenti televisivi, che nel 2001 raggiungeva già il 96% degli italiani, ma che oggi arriva al 98%. Aumentano anche gli utenti delle tv a pagamento (dal 12% al 35%) e via Internet, motore – come vedremo – della moltiplicazione dell’accesso ai media. Il trionfo della televisione non ha comunque messo in crisi la radio che ora si ascolta anche dai lettori mp3, da Internet o dal telefonino e che è passata dal 70% del 2001 all’80% della popolazione italiana nel 2009.

Le maggiori sofferenze emergono nel settore della carta stampata. La stampa quotidiana vede crescere i sui lettori dal 60% del 2001 al 64% del 2009. Ma il paniere raccoglie anche la stampa free press e le testate on-line, cosicché  i lettori dei quotidiani acquistati in edicola sono in realtà scesi al 55%. La diffusione dei periodici è poi nettamente in crisi. Se nel 2002 il 44% degli italiani sfogliava regolarmente un settimanale, oggi  solo il 26% acquista settimanali d’approfondimento. Male, ma meno, la vendita dei mensili (dal 24 al 19%) che comprende periodici di pettegolezzo e riviste specialistiche. Più incoraggianti i dati sulla lettura dei libri, che passano dal 54% al 56,5%, specie grazie ai giovani, il 75% dei quali, smentendo il senso comune che li vuole apatici e incolti, ha letto almeno un libro non scolastico nell’ultimo anno.

È necessario a questo punto fare alcune considerazioni: se il pluralismo dei mezzi di accesso a informazione e cultura sembra avanzare, è importante notare come i prodotti offerti siano ancora analoghi e i soggetti sempre gli stessi. La tv generalista tradizionale è gradita soprattutto per la visione di film, telegiornali e serie televisive, mentre la tv a pagamento è preferita per film e trasmissioni sportive. Inoltre il “digital  divide” (ovvero la capacità e possibilità di accesso ai nuovi strumenti tecnologici)  continua a dividere l’Italia. Il tasso di diffusione del web è del 47% nel 2009 e  più del 50% della popolazione è totalmente estraneo a Internet. La situazione è di certo migliorata rispetto al 20% del 2001, però rimane ancora uno strumento a cui hanno accesso diretto solo alcune fasce privilegiate della popolazione, cioè i giovani e i soggetti più istruiti per i quali il web ha una diffusione simile a quella televisiva.

Le diete mediatiche degli italiani permettono di rilevare inoltre alcune preoccupanti tipicità della società italiana. Innanzitutto è da notare come sia stabile nel tempo la percentuale di quanti (intorno al 30%) abbiano come unica fonte di informazione la televisione, questa percentuale supera il 40% tra gli ultrasessantacinquenni. A fronte di ciò è da rilevare il ruolo sempre più marginale che vanno assumendo i tradizionali media a stampa che registrano una disaffezione di sei punti percentuali. Inoltre in Italia c’è un 28,7% di giovani sotto i trent’anni che non legge, né giornali, né riviste o libri, mentre usa abitualmente Internet, così come la televisione, il cellulare e la radio.

Inquietanti sospetti trovano poi conferma nella valutazione degli italiani circa la capacità dei media di informare adeguatamente rispetto ai temi di attualità politica: il 59% degli italiani preferisce affidarsi alla televisione, con punte che raggiungono il 63,1% tra i soggetti meno istruiti e il 67,7% tra gli anziani. Al 17% non interessa aggiornarsi sugli avvenimenti di attualità politica, in particolare alle donne e ai giovani. La radio, mezzo ad altissima diffusione, si accredita appena con il 9% complessivo. Così, per quanto si siano moltiplicati i media con cui entrano abitualmente in contatto, quando si tratta di scegliere per chi votare gli italiani si rivolgono principalmente ai telegiornali (69%), con punte del 76% tra i meno istruiti, del 74% tra le casalinghe, del 79% tra i pensionati e addirittura dell’82% tra gli anziani.

Il cinema ha avuto nell’anno della crisi un calo abbastanza modesto di spettatori. Dal 1° gennaio al 30 /6/ 2009 si sono staccati oltre 50 milioni di biglietti, dunque circa un milione in meno rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente.

 

Elena Nicolini

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