|
Home |
![]() |
||
| De André canta De
André
Il 20 novembre è uscito l’ultimo disco di Cristiano De André. Un album nato dal giro dei concerti che l’artista ha deciso di portare per l’Italia dal 30 giugno al 14 settembre 2009. Lavoro, tra l’altro, premiato come miglior tour il 30 novembre scorso. Un album dal vivo, composto da un cd ed un dvd, realizzato con le canzoni di Fabrizio cantate da Cristiano. Superfluo rimarcarne la ricercatezza, l’eleganza, la cura: dalla scelta dei colori a quella dei caratteri di stampa, dal tipo di carta alle fotografie, dalla montatura del filmato - con l’alternanza del bianco e nero al colore - alla scelta delle inquadrature. Le canzoni, bellissime come sempre. Ma questo lavoro ha qualcosa di più. Da sempre, quando ascolto Cristiano De André, c’è una domanda che surrettiziamente si insinua: mi piace perché è bravo o perché mi ricorda Faber? Dove finisce il padre e dove comincia il figlio? Per anni li ho seguiti entrambi anche se, devo ammettere, con molta più passione verso il primo. Spesso il destino riservato ai figli d’arte - soprattutto se maschi e con padri dal grande carisma professionale, ed in questo caso anche umano – è che si fatica a scorgerne la loro specificità. Tuttavia, dopo aver ascoltato e soprattutto osservato il filmato, la linea sulla quale i contorni del secondo si sfumavano nel primo non c’è più. Per la prima volta, paradossalmente, perché Cristiano non ha cantato le sue proprie canzoni ma quelle del padre, e nonostante le notevoli somiglianze fisiche, posturali e vocali, per la prima volta ho colto l’essenza autentica e caratterizzante della personalità che lo contraddistingue. E, ancor più paradossalmente, la canzone che maggiormente mi ha disvelato questa differenza artistica è stata Amico Fragile… Un plauso all’artista, al figlio, all’uomo.
Annalisa Righi L’importanza di essere Franco (The Importance of Being Earnest) di Oscar Wilde Messa in scena della compagnia L’Essere. Regia:Nicola Fornaciari; con Simone Marzola,Eleonora D’Arrigo Le commedie di Oscar Wilde sono un vero gioiello, ma oggi la distanza cronologica (Wilde morì nel 1900) impone aggiustamenti alla rappresentazione, pena la riduzione della messa in scena a un’esposizione orale di aforismi e giochi di parole, illustrata poi da fondali scenici... Onde evitare questo rischio, la compagnia “L’Essere” ha scelto l’uso delle scene girevoli e una interpretazione molto movimentata - ancora per evitare la staticità ieratica nel porgere il detto - con didascalie in video e in dias che illustrano la scena; addirittura con un video finale, su Boombury (il fratello inventato di Algernon, uno dei protagonisti), che commenta in qualche modo il finale wildiano. In The Importance si pone la questione del rapporto essere-apparire, non senza che ciò abbia creato problemi ai traduttori italiani, per cui “being” (essere) diventa anche “chiamarsi” (senza esserlo, sottinteso), Earnest (onesto, franco); dove Ernest, invece, è “Ernesto” o, come si traduce negli ultimi anni, “Franco”. Due ragazzi (un po’ cresciutelli) e due ragazze “promesse” – vagheggianti, ché nell’Inghilterra vittoriana, più di tanto non si poteva dire né tantomeno mostrare - tra governanti occhiute, preti invadenti, eredità e bon ton esibiti; nonché quell’altro affare del “Niente sesso, siamo Inglesi”, pura ipocrisia spacciata per verità. Nella messa in scena della compagnia “L’Essere” si apprezza l’uso del movimento spiazzante, l’interpretazione agitata e concitata, la velocizzazione, l’utilizzo della tecnologia, l’irruzione della musica; l’impagabile impiego dell’ironico brano “Viva la campagna” di Nino Ferrer, per commentare il trasferimento di tutti i protagonisti in campagna, onde consumare quanto a Londra non era d’uopo esibire. “L’Essere” gioca, con l’intelligente regia di Fornaciari e l’ottima interpretazione dei nove interpreti (e in specie di Simone Marzola e di Eleonora D’Arrigo), in una dimensione meta-teatrale, cioè di sfondare ancora una volta le pareti e di guardare oltre a quanto rappresentato, alla ricerca di significati e referenti ulteriori. Wilde, come pochi altri autori teatrali (visto che il teatro va più che altro osservato in scena) merita anche di essere letto e riletto, per la cristallizzazione estrema dei suoi aforismi, inseriti dappertutto, per esempio qui quelli su matrimonio, amore, sesso, vita borghese, per l’intelligenza serpeggiante sempre nei suoi testi. Solo all’inizio, ma non è macchia grave, avremmo evitato un Algernon punk. Non per scrupolo storico-filologico (The Importance è del 1895), ma perché un dandy non sarà mai un punk.
|
|||