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Jessica Hausner


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Lourdes                                      
 
di Jessica Hausner

con Sylvie Testud, Bruno Todeschini, Léa Seydoux

“Lourdes” è il racconto di un mondo che ci scorre accanto e di cui pochi sono a conoscenza, quello dei pellegrinaggi nei luoghi di culto. La protagonista è una giovane donna ammalata di sclerosi che per vincere la solitudine, visitare posti nuovi e tentare strade alternative, decide di partecipare a un viaggio con destinazione la cittadina francese di Lourdes, meta di ammalati da tutto il mondo in cerca di guarigione.

Lo sguardo della regista e sceneggiatrice austriaca Jessica Hausner è quello laico della sua protagonista, che vede con occhi distanti, ma non per questo neutrali (anzi, sottilmente beffardi), il business che si nasconde dietro a santi e preghiere, la disperazione di chi cerca (quasi sempre invano) il miracolo, le contraddizioni di chi offre la propria prestazione come volontario. La Hausner non cede a facili giudizi, non promuove assoluzioni e condanne, ma è molto determinata a suscitare interrogativi lasciando che sia lo spettatore, in base alle proprie sensibilità, inclinazioni e credenze, a trovare le risposte. Fino a quando la protagonista non guarisce improvvisamente, l’equilibrio tra il rigore delle immagini e l’andamento quasi documentario della narrazione è perfettamente raggiunto; con la svolta miracolosa e il successivo legame affettivo con un volontario dell’Ordine di Malta, invece, il racconto perde forza e incisività disperdendo le sue potenzialità.

La canzone “Felicità”, portata al successo da Al Bano e Romina Power, sigla con ferocia i dubbi che chiudono la pellicola. Straordinaria la misura della protagonista Sylvie Testud, per molti vincitrice morale della Colpi Volpi come Migliore Attrice all’ultimo Festival di Venezia (andata invece, inaspettatamente, a Ksenia Rappoport per “La doppia ora”).

 

Luca Baroncini

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L'uomo nero

di Sergio Rubini

con Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni

Quando questo numero di Cenerentola arriverà agli abbonati, il film, probabilmente, sarà già sparito dalle sale.

Poco male, per chi non ha avuto occasione di vederlo: ricomparirà certamente nel corso dell’estate, e non solo in Puglia, la regione scelta, quasi ossessivamente, da Sergio Rubini come teatro per le sue narrazioni. Vi consiglio di andarlo a vedere. Senza essere un capolavoro, è infatti, a mio parere (ma non soltanto mio), una tra le migliori pellicole fino ad ora realizzate dal regista.

Si racconta di un uomo che torna nel paesello d’origine per dare l’estremo saluto al padre, capostazione e pittore frustrato, interpretato magistralmente dallo stesso Rubini (che riesce a rendercelo caro quanto insopportabile). L’uomo torna con la memoria al suo passato, alla vita di un villaggio del Meridione d’Italia negli anni ’60, in un “amarcord” che però richiama alla mente solo a tratti quello felliniano, essendo assai più amaro e realistico. Al centro del quadro la madre insegnante, validamente interpretata da Valeria Golino, e lo zio seduttore, ottimamente interpretato da un Riccardo Scamarcio che, dopo alcune prove piuttosto deludenti, sembra ora crescere professionalmente anno dopo anno.

Non vi racconterò la trama, solo in parte prevedibile, per non guastarvi il finale. Mi limiterò al messaggio: l’uomo nero non è quello che sembra essere tale; è da altri, in genere profumati e ben vestiti, che occorre difendersi. Un messaggio non banale, visti i tempi che corrono.

Assai polemico, come già in altri film, risulta Rubini nei confronti dei critici d’arte. Una polemica che, non essendo un critico professionista, non faccio fatica a condividere. Il regista, tuttavia, non sembra negare l’utilità della critica, quanto mettere in guardia dai tanti che non sanno comprendere il valore di ciò che hanno davanti agli occhi: e in effetti qualcuno (non ricordo più chi) affermava che il mediocre non vede nulla al di sopra di lui, e  spesso solo chi è veramente competente è capace di comprendere l’altrui genialità.

Luciano Nicolini

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Motel Woodstock

di Ang Lee 

con Demetri Martin, Dan Fogler                                

Come sempre, un film come questo, del grande Taiwanese Ang Lee, si scontra con esigenze pratiche: parlare di Woodstock, del 1969, del più grande raduno rock, ma anche pacifista, del mondo (“love, peace and music”), si presta a critiche: si dirà che non ha capito il fenomeno, che non l’ha contestualizzato, metabolizzato etc.

Invece Lee agisce con grande intelligenza: non ci ridà il concerto, ce lo fa vedere dalla porta di servizio, parlandoci delle vicende di una famiglia ebraica, dove un giovane (trentenne, un po’ imbranato, ma non tanto), direttore della locale camera di commercio, coorganizza il concerto stesso mettendo a disposizione uno spazio. Conflitti con la madre, profuga da Minsk a piedi, ossessionata dal ricordo dei pogrom, con il padre, un po’ scoppiato, con la comunità locale. Ma poi tutto va bene, in un clima da “commedia seria” (da ridere, giustamente, c’è poco); le cose si ricompongono e i sogni sembrano non morire neppure all’alba, come sarebbe un classico...

Si risolvono anche i problemi personali di protagonista e famiglia; ma non si vorrebbe dire troppo allo spettatore ancora potenziale. Ang Lee, realista visionario, più che altrove, riesce a darci qualcosa di più di un “come eravamo”.

Notoriamente al concerto accorsero 250.000 persone, deluse un po’ dall’assenza di nomi quali Dylan, Rolling Stones, Beatles (prossimi a sciogliersi), Simon and Garfunkel, Led Zeppelin; ma bastarono e avanzarono  Jimi Hendrix (il suo assolo dissonante-straziante con l’inno nordamericano), The Who (gli “spacca chitarre”, tra l’altro), Janis Joplin, Joe Cocker, Grateful Dead, e soprattutto Jefferson Airplane, il cui “Volunteers” (“cerchiamo volontari per la rivoluzione”, uno dei  versi-chiave) risuona nel finale del film.  

Ora però, detto il contesto filmico, bisognerà dire del testo, ossia dell’evento mediatico ma soprattutto diretto, nel senso di un grande happening-concerto, che, commercialmente parlando, rappresentò un affare, ma fu anche un “affare” culturale. Quella contro-culturale, hippie (ma non era solo questo) rappresentò negli USA una vera rivoluzione, forse la sola dopo quella del 1776-83.    Rivoluzione  fondata su “pace, amore e musica”, ma soprattutto sulla riscoperta di sé e del Sé, certo “larvale” (la definizione è di Timothy Leary, teorico della controcultura), iniziale, confusa, prepolitica, a tratti misticheggiante e oltremodo generica. Una rivoluzione prepolitica, più che altro dell’individuo, non a caso richiamantesi a personalità quali Thoreau ed Emerson (i trascendentalisti americani del primo Ottocento, che cercavano una sintesi tra ideali libertari e  misticismo senza chiesa), una rivoluzione diversa da quella dei coetanei europei, ben presto divisi tra partitini, gruppi e gruppetti, che era invece “solo politica” o almeno pensava di esserlo.

Politici gli Europei, pre-politici gli Americani, dunque? Forse sì, anche se poi cogliere le sfumature sarebbe opportuno, dove va rilevato che agli Europei difettava l’approfondimento sul Sé, riscoperto dopo e fin troppo (new e next-age, religiosità deteriori e pre- e sub-culturali), mentre all’entusiasmo hippie difettava la dimensione di approfondimento economico e politico dei fenomeni sociali. Ci si poteva spingere anche a guardare al Vietnam, ma poi non si andava al di là del gridare “fascisti” (come fa un improvvisato gruppo teatrale nel film) non vedendo minimamente le cause della guerra.

Un consiglio: leggete il libro da cui il film è tratto, guardatevi la pellicola, poi riflettete e sognate, ma soprattutto riflettete su come in realtà, nonostante le generose speranze del “reduce” Ang Lee, forse i sogni fossero già morti, come rilevano quasi tutti gli analisti del fenomeno Woodstock.  

 
Eugen Galasso

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