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Popolazione, ambiente, risorse Negli ultimi numeri di Cenerentola, e in
particolare nel numero dello scorso settembre, abbiamo trattato il tema della
crisi economica. Una crisi che, come più volte abbiamo detto, non accenna a finire,
e che i lavoratori stanno pagando duramente. Dubitiamo che i paesi
dell’Occidente industrializzato (o ex-industrializzato?) ne usciranno indenni.
Ma, anche se riuscissero nell’impresa, riuscirebbero a salvare un pianeta affollato, inquinato,
sempre più povero di risorse? Lo abbiamo chiesto a Vittorio Marletto, fino allo
scorso anno presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.
Nell’articolo che segue troverete la sua risposta; in quello di pagina 4 il
punto di vista di Toni Iero; a pagina 6 qualche considerazione di Luciano
Nicolini sull’incremento demografico.
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C'è un brutto clima e non migliorerà di Vittorio Marletto pianetaserra.wordpress.com 21 gennaio 2010 Siete alla guida, di fianco a vostra moglie, dietro di voi il bambino. La radio accesa blatera dei soliti problemi ma voi siete distratti da una questione urgente, l’auto è in riserva da un pezzo e non si vedono stazioni di rifornimento, c’è il rischio di restare a piedi. All’improvviso vostra moglie, dopo aver dato un’occhiata alle sue spalle, esclama: “Oddio, la porta del bimbo è chiusa male!!”. Che fareste? Ovvio, dite voi, accosto più in fretta che posso, scendo dall’auto, chiudo bene la portiera e poi riparto. E invece no, infastiditi dalla voce di vostra moglie, con cui avete avuto un battibecco qualche minuto prima sulle solite questioni di soldi, non le date retta, allora lei alza la voce e ordina in tono isterico “Fermati, che il bimbo rischia di cadere!”. “Ma che dici?”, e contorcendo un po’ il collo provate a guardare anche voi, senza esito perché siete dalla parte sbagliata. In quell’istante la strada fa una curva stretta e la portiera del bimbo, che era davvero mal chiusa, si apre. Il finale della storia è aperto, non è detto che il bimbo cada, magari si aggrappa istintivamente a una maniglia, oppure se cade non è detto che muoia, magari si fa un po’ male e basta, magari invece batte la testa sull’asfalto e tutto termina in un’orribile atmosfera di tragedia. In questa storiaccia il padre che guida rappresenta la politica, la madre è la scienza, il bimbo rappresenta invece ciò che abbiamo di più caro, la vita nostra e delle generazioni future. L’auto in riserva è l’economia in crisi, che tanto preoccupa i governi, la porta che si apre è invece il problema climatico, un’imprevista e potenzialmente funesta conseguenza del nostro viaggio in macchina, che a sua volta rappresenta lo sviluppo economico e tecnologico che caratterizza la nostra civilizzazione occidentale (e da un po’ anche quella orientale). L’ostinazione irritata con cui il guidatore non dà retta alla moglie che strilla equivale al comportamento recente dei governi del mondo a Copenaghen, dove dopo anni di trattative non si è concluso nulla, anzi peggio, si è detto “sì, vogliamo evitare che il nostro bimbo cada, la portiera è effettivamente aperta, ma per il momento abbiamo altro da pensare che fermarci a richiuderla”. Un comportamento folle, da pazzi irresponsabili. Un rischio insopportabile trascurato con un’alzata di spalle, roba da divorzio non solo tra scienza e politica, ma tra l’umanità e i suoi cosiddetti governanti. Faccio notare che il solo governante occidentale che in questi anni abbia preso davvero sul serio la questione climatica, al punto da produrre una nuova politica e fare una proposta rilevante ai suoi partner internazionali, è stata Angela Merkel, donna di formazione scientifica, e non economica o legale, assurta al rango di cancelliere della Germania unita e poi di presidente di turno dell’Unione europea all’epoca del varo della cosiddetta politica europea del 20-20-20. Come ognuno sa questa politica europea prevede il taglio del 20% delle emissioni di anidride carbonica in Europa entro il 2020 e una quota del 20% di fonti rinnovabili, ma il progetto prevedeva di portare il taglio al 30% se altri paesi industrializzati avessero accettato di fare altrettanto. Per restare in Europa, c’è Sarkozy che si dichiara molto preoccupato ed “ecologista” ma poi ha costruito una legge per l’introduzione della “taxe carbone” in Francia talmente mal fatta che la corte costituzionale gliel’ha bocciata lo scorso 29 dicembre, due giorni prima della sua entrata in vigore. C’è la Gran Bretagna di Gordon Brown, che anche lui si dichiara molto preoccupato per il clima ma non riesce a varare un serio programma nazionale di energie rinnovabili, al punto che l’estate scorsa la grande azienda danese Vestas, che fa turbine eoliche, ha chiuso il suo stabilimento inglese dell’isola di Wight e spostato la produzione negli Usa e in Cina, paesi dove invece l’eolico cresce a due cifre. Usa e Cina occupano però rispettivamente la seconda e prima piazza mondiale nello sport di emettere CO2 in atmosfera, insieme fanno quasi la metà delle emissioni globali, e quindi hanno il preciso dovere di addivenire ad un accordo vincolante per il taglio delle emissioni stesse. Invece Obama e Hu Jintao, prima di Copenaghen, in un incontro a Singapore, si sono accordati per il nulla di fatto che ha trasformato la conferenza COP15 in quel pessimo risultato che con scherno abbiamo definito, forse primi al mondo, come Flopenaghen1. E adesso che si fa? Aspettiamo che il senato americano si decida, previa annacquatura, ad approvare la nuova legge sull’energia? Aspettiamo che i cinesi installino qualche altro gigawatt eolico nella speranza che serva a ridurre la loro insaziabile domanda di carbone? Aspettiamo che tra dieci anni l’Enel attivi in Italia le famose centrali nucleari francesi Areva, quelle simili all’impianto finlandese in costruzione, il cui cantiere subisce continui ritardi e aumento dei costi a causa di ogni sorta di difetti? Continuiamo a fare il tifo per la crisi economica, che sola sembra capace di abbattere davvero le emissioni serra, persino negli Usa (ma non nella Cina)? Non lo so. Quel che è certo sono i 500 miliardi di tonnellate di CO2 che abbiamo già ficcato in atmosfera e che stanno già cambiando il clima, il quale diventa sempre più caldo e instabile, provocando gravissimi danni alle persone, alle cose, e alla sacra economia di mercato. Danni cui si aggiungono quelli indotti da decisioni avventate come quella di combattere le emissioni di CO2 nei trasporti non riducendo dimensioni e percorrenze dei veicoli ma sostituendo benzina e nafta con carburanti vegetali, con impatti pesantissimi sulla povertà (aumento dei pezzi delle derrate) e sulle foreste tropicali (distrutte per far posto a coltivazioni energetiche). Quel che è certo è che i cambiamenti climatici continueranno anche se Obama e Hu Jintao si ravvedessero e firmassero quest’anno un patto vincolante alla COP16 in Messico, o dove diavolo vogliono loro. Perché un veicolo in corsa, anche se uno frena, per un po’ continua a muoversi. E quindi ha ragione chi dice “concentriamoci sull’adattamento”, cioè facciamo pure quel che possiamo per ridurre le emissioni, ma non trascuriamo la necessità inderogabile di adattare città e campagne al clima che verrà, che sta già arrivando. Alcuni esempi di adattamento si vedono già; dopo la strage dell’estate 2003 molti amministratori sono corsi ai ripari e hanno adottato piani di prevenzione, che si attivano appena si avvicina l’estate. Altre amministrazioni hanno adottato piani di sorveglianza e contenimento del consumo idrico, sia civile che agricolo, o di stoccaggio dell’acqua in bacini artificiali quando c’è, per usarla nei tempi sempre più lunghi in cui non c’è. Si arriverà a fare ben altro, ne vedremo delle belle e delle meno belle, comunque non sarà più lo stesso clima, che lo vogliamo o no. 1 vedi pianetaserra.wordpress.com/flopenaghen... Con tutta probabilità, il vero limite alla crescita non è rappresentato da un futuro e ipotetico esaurimento delle materie prime, quanto da un presente ed effettivo degrado ambientale Da più parti si sostiene che la crescita economica troverà un limite invalicabile nell’esaurimento delle risorse naturali, in particolare del petrolio, materia prima energetica per eccellenza. Recentemente è diventata popolare la cosiddetta teoria del picco di Hubbert, ossia il momento in cui si raggiunge il massimo storico di estrazione di una risorsa finita (come il greggio), seguito da una drastica e continua riduzione della produzione. Senza voler togliere nulla al dibattito accademico, rimane però la sconsolante realtà che caratterizza il mondo petrolifero: al momento non esistono statistiche sicure neanche sulla quantità di oro nero estratto e avviato ai consumi. I dati che circolano sono il frutto di stime elaborate da alcune agenzie più competenti in campo spionistico – informativo che minerario. Se questa è la situazione a proposito del petrolio portato in superficie, possiamo immaginare la qualità delle valutazioni sulle riserve nascoste nelle profondità della Terra! Non sappiamo quanto petrolio il pianeta sia in grado di fornire, anche perché l’ammontare del greggio disponibile è correlato con il suo prezzo: più è alto, più diventa conveniente sfruttare giacimenti oggi non utilizzati perché ritenuti antieconomici. Discorso analogo può essere fatto su altre materie prime non rinnovabili. È banale affermare che petrolio, ferro, carbone, etc. sono presenti sulla Terra in quantità finite. Il vero punto consiste nello stabilire quando tali risorse potrebbero esaurirsi, in funzione di un’ipotesi di consumo. È una stima la cui attendibilità è stata, spesso, piuttosto scarsa. Lo testimoniano diverse previsioni apocalittiche formulate in passato e, per fortuna, mai realizzatesi. Non bisogna, però, concludere che non vi sia alcun problema e si possa allegramente continuare a procedere nella nostra corsa verso un continuo aumento dei consumi. Non è così. Con tutta probabilità, il vero limite alla crescita non è rappresentato da un futuro e ipotetico esaurimento delle materie prime, quanto da un presente ed effettivo degrado ambientale prodotto dall’attuale modello di sviluppo: cambiamenti climatici, peggioramento della qualità dell’aria, aumento del ritmo di estinzione di specie ed ecosistemi, desertificazione di grandi aree, scarsità di acqua dolce utilizzabile in molte parti del mondo, migliaia di tonnellate di rifiuti di ogni genere che non si sa più dove mettere. I riflessi sulle comunità umane non sono meno preoccupanti: migrazioni, guerre per il controllo di materie prime, sfaldamento sociale, aumento delle disparità di reddito, diffusione di sistemi politici autoritari, ritorno della schiavitù. Davanti ad un quadro in rapido e rilevabile deterioramento vi è chi incoraggia un atteggiamento già piuttosto diffuso tra gli italiani: la colpa è della scienza, creatrice di sempre nuove diavolerie che non sa controllare. Occorre essere chiari al riguardo: sono misere fandonie, utili solo a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso un falso bersaglio. È proprio dalle applicazioni della ricerca scientifica che possono provenire possibili parziali soluzioni ai guai di oggi. Lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili è una condizione necessaria per contrastare il progressivo riscaldamento dell’atmosfera, cui contribuisce il rilevante peso che hanno i combustibili fossili (petrolio, carbone e gas) nella generazione di energia. Lo sviluppo delle biotecnologie risulterà fondamentale per migliorare la resa e la qualità delle produzioni agricole, rendendole in grado di soddisfare le necessità alimentari di una popolazione ancora in crescita, anche se a tassi più contenuti che in passato. Le nanotecnologie saranno alla base di processi più efficienti che ridurranno la quantità di energia assorbita dalle attività umane. E così via. Ma, proprio perché è fuorviante addebitare la responsabilità del degrado ambientale alla scienza, sarebbe altrettanto illusorio lasciar credere che essa possa rappresentare la soluzione del problema. Purtroppo non basterà mettere qualche filtro in più alle ciminiere o installare generatori eolici e pannelli solari per garantire la salute del pianeta (e degli uomini). Bisogna essere consapevoli che il degrado ambientale (e sociale) in atto è l’inevitabile sottoprodotto del nostro sistema economico. Le economie capitalistiche hanno bisogno di un continuo aumento dei consumi per stare in piedi. Poiché in tali sistemi non si produce per soddisfare i bisogni della collettività, bensì per generare profitto. Più produzione = più profitto, a condizione che si riescano a vendere le merci e i servizi realizzati. È questo il paradigma centrale dei guai ambientali che stiamo vivendo. Posta in questi termini, risulta chiara la contraddizione insanabile che attanaglia il sistema attuale: nelle società avanzate i consumi aggregati non solo dovranno essere diversi, ma anche minori. Quindi minori profitti. Ma le elite privilegiate non sono certo disposte ad accettare di ridurre i propri guadagni e agiscono su due fronti: stimolo ai consumi e aumento di profitti (e rendite) attraverso la compressione dei redditi dei lavoratori. Così, per la maggior parte della popolazione, il peggioramento della qualità della vita si coniuga su due fronti: degrado ambientale e minore disponibilità di potere di acquisto. Non è questa la sede per affrontare il tema dei consumi
legati ai bisogni. Sono comunque dell’opinione che, superato il capitalismo,
una società libertaria debba essere una società ricca. L’ambiente non potrà che
trarre giovamento da un contesto caratterizzato da una più equilibrata
distribuzione del reddito, da una maggiore coesione sociale, da una dinamica demografica
contenuta e da un sistema produttivo guidato dalla realizzazione di merci
destinate al soddisfacimento dei bisogni manifestati dagli individui e non
dall’inesauribile smania di accumulo di profitti per l’attuale ristretto
numero dei suoi proprietari. Toni Iero Trecento chilometri quadrati di pianura padana tra le province di Vercelli, Biella e Torino, tra le risaie e il lago di Viverone, fino alle propaggini della Serra di Ivrea. Un territorio di confine, che ospita i depositi di scorie nucleari di Saluggia e Trino, le centrali termoelettriche di Livorno Ferraris e Chivasso, le cave di Tronzano, la linea ad Alta velocità Milano-Torino e le discariche di Cavaglià e Alice Castello. In questo comune sono stoccati due milioni e cinquecentomila metri cubi di rifiuti. E di siti ce ne sono addirittura tre. Il più recente doveva essere una bonifica dei precedenti, ma si è trasformato in una nuova discarica, più grande delle altre due messe insieme: un milione e duecentomila metri cubi. Una concentrazione di impianti inquinanti forse unica in Italia. Che le cose stavano cambiando si capiva già a inizio anni '90, ma prima che si formasse una coscienza collettiva su quello che stava accadendo di anni ne sono passati ancora. Col tempo sono nati comitati operativi nei paesi della zona. Mancava solo un’unità d’azione. Così il 7 novembre 2007 si sono riuniti in un’unica sigla: Movimento Valledora. Un nome per dare seguito a una critica condivisa, un modo per dire che i problemi non sono singole realtà a sé, ma fanno parte di una più ampia problematica. «Siamo come Don Chisciotte e stiamo lottando contro un nemico invisibile, che ci arriva da ogni parte. La cattiva pianificazione territoriale», spiega Anna Andorno, portavoce del Movimento. Quel giorno di novembre si incontrarono i comitati di Livorno Ferraris (con la lotta contro l’inceneritore ne è stato l’ispiratore), Borgo d’Ale, Alice Castello, Cavaglià, Tronzano e Santhià, dove si era costituito un gruppo di donne. Si trovarono per firmare una carta d’intenti. In seguito si aggiunsero quelli di Viverone e Moncrivello. Finalmente si partiva, parola d’ordine: «Salvare ciò che resta del nostro territorio e delle nostre storie». L’inizio, darsi un metodo e coordinarsi, non è stato facile. «Ma siamo cresciuti – racconta Anna Andorno -, abbiamo acquisito competenze. Ci battiamo perché si riprenda a lottare per avere dignità e rispetto. Sembrerebbe un obiettivo timido, invece, è il primo passo verso qualcosa di rivoluzionario. Amare il proprio territorio non significa avere una senso protettivo o esclusivo nei suoi confronti, si tratta di ragionare in modo civico, di muoversi in una dimensione sociale, di non restare indifferenti ai problemi e di trattarli con partecipazione viva. Per fare questo abbiamo dovuto studiare, ricercare, informarci, chiedere consulenze, trattare con la diffidenza del potere politico». La loro zona la raccontano come un territorio di confine “da colonizzare”. Non sanno dove mettere un impianto inquinante? Allora, lo piazzano qui ai confini tra le province, sperando di non avere troppe noie dagli abitanti. Ma c’è chi non ci sta: «Facciamo informazione – spiega ancora Andorno - verso la popolazione, le scuole, i gruppi. Da qui, l’idea di un documentario. Cercavamo un mezzo per arrivare al maggior numero di persone possibile, ci siamo autotassati e abbiamo affidato l’incarico al regista più bravo della zona, Matteo Bellizzi (autore di “Sorriso amaro”, ndr)». Un lavoro duro, 35 ore di ripresa. «Abbiamo trascinato Matteo ai convegni, ai tour sulle discariche, ai dibattiti nelle piazze, nelle cascine per intervistare i contadini locali». Poi la suspense del montaggio e la nascita di “Valledora. La terra del rifiuto”. «Un film bellissimo, vero, caldo. Il nostro problema è riassunto in 63 minuti e c’è proprio tutto. Matteo ha creato i personaggi e finalmente Valledora ha la sua storia». In questi oltre due anni di lavoro il Movimento Valledora è diventata una presenza costante e “fastidiosa” sul territorio, con interventi puntuali ogni volta che si è prospettata l’apertura di un nuovo impianto potenzialmente inquinante. «Per ogni richiesta di apertura di cave, discariche o impianti richiediamo il progetto, informiamo la popolazione attraverso serate e volantinaggi, presentiamo osservazioni e tentiamo di incontrare le istituzioni». Una procedura che gli attivisti ripetono anche ad ogni nuova legge regionale o iniziativa provinciale che viene avanzata. E i primi segnali di ascolto da parte delle istituzioni sono arrivati. Il sindaco di Moncrivello (Vercelli) ha votato una mozione contro l’apertura di nuove cave sul territorio, anche se la ditta interessata ha comunque presentato una pratica di autorizzazione. Inoltre, la Regione Piemonte, anche sull’onda delle richieste del Movimento, ha commissionato il documento “Ipotesi di Piano strategico della Valledora”, che racconta lo scempio perpetrato a danno delle popolazioni locali e di quest’area in cui crescono i rischi per la salute se si considera la presenza delle falde acquifere e il pericolo che vengano inquinate dalle sostanze che si depositano nel sottosuolo. E poi le azioni legali, difficili da portare avanti autonomamente perché costose. «Lavoriamo per i ricorsi al Tar con gli avvocati di Legambiente, Pro Natura e Lipu. Attualmente è in corso un’indagine della magistratura su un nostro esposto per un presunto danno ambientale provocato da una cava. In passato invece abbiamo vinto contro la provincia di Biella il ricorso sul Bioreattore di Cavaglià e abbiamo ottenuto un’ispezione della provincia di Vercelli alla discarica Ciorlucca di Alice Castello, dove sono state rilevate irregolarità”. Un’attenzione allargata verso tutto ciò che può essere uso improprio del territorio e al tempo stesso risposta all’eccessivo consumo, a partire dalla più semplice delle azioni, come la raccolta differenziata. Anche per questo il Movimento Valledora ha aderito al Manifesto nazionale di “Stop al consumo del territorio”, un’iniziativa portata avanti da diversi comuni e associazioni italiane per sensibilizzare cittadinanza e istituzioni contro l’irrefrenabile marcia del cemento e lo sfruttamento incondizionato del paesaggio. In questo senso, ad esempio, a fronte della futura costruzione di tre nuove discariche nel comune di Livorno Ferraris il Movimento ha lanciato una petizione per l’impianto di 20mila alberi al posto di una discarica. «Siamo folli... – sorride Anna Andorno – Ma la nostra unica speranza è la coscienza dei cittadini. Che si risvegli e poi... nessuno ci fermerà». Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino inizio
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Se avete sottomano un computer, e vi recate sul sito www.neodemos.it (quello dal quale abbiamo tratto l’articolo di pagina 9), troverete in alto, sulla destra, un contatore che si aggiorna costantemente: si tratta del contatore relativo all’ammontare complessivo della popolazione mondiale. Nel momento in cui sto scrivendo siamo arrivati a 6 miliardi 847 milioni e 414.442 persone. Intendiamoci: si tratta di una cifra indicativa. Nessuno è in grado di calcolare quale sia l’ammontare preciso della popolazione mondiale in un determinato momento. Gli uomini nascono e muoiono continuamente e, presso molte popolazioni, non vengono neppure registrati. Il giochetto del contatore, però, è simpatico, e mostra come, ad ogni minuto, la popolazione mondiale aumenti di circa 150 persone, che vorrebbe dire circa 200 mila al giono. Una cifra pazzesca. Pensate che, con ogni probabilità, per due milioni di anni, nel corso del paleolitico, la popolazione mondiale non ha superato i cinque milioni di individui, che solo poche migliaia di anni fa ha superato i cento milioni di individui, e che solo duecento anni fa ha superato il miliardo… C’è da stupirsi se le risorse (e particolarmente quelle non rinnovabili) stanno andando incontro a un più o meno rapido esaurimento? Arditi economisti (temerari economisti, mi verrebbe da scrivere) sostengono che il nostro pianeta possiede risorse che, sapientemente utilizzate, potrebbero alimentare cento miliardi di persone. Ho seri dubbi in proposito ma, anche se fosse vero, in quale mondo toccherebbe loro vivere? Quando già oggi siamo circondati da rifiuti di ogni genere… Un utilizzo sapiente delle risorse - si dirà - comporta anche un adeguato riciclaggio. Certo. Ma, anche se fosse, di quali libertà, in un mondo di questo genere, potrebbero godere gli uomini? A me pare che stiamo già piuttosto stretti, e che la cosa, già oggi, stia creando notevoli problemi. Alcuni, tra i demografi, sostengono che l’incremento della popolazione si arresterà presto: in molti paesi dell’Occidente industrializzato la fecondità e al di sotto del livello di sostituzione delle generazioni, e il resto del mondo ci seguirà in questa tendenza. Può darsi. Intanto, la popolazione continua ad aumentare.
Luciano Nicolini
Sensazioni ambientali e percezioni ecologiste La sensibilità ecologista si è diffusa nell’opinione pubblica attorno agli anni settanta. In quel periodo, dopo l’importante sviluppo economico e tecnologico degli anni sessanta e la conseguente notevole prosperità materiale - produzione di materie plastiche, energia nucleare, elettronica, lo Sputnik, i primi robot, l’allunaggio, ma anche gli esperimenti nucleari di Francia e Cina, il crollo della diga del Vajont, lo straripamento dell’Arno - esce il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma. Tale rapporto metteva in guardia dall’eccesiva crescita economica, dalla limitatezza delle risorse naturali e dall’incapacità di metabolizzazione dell’inquinamento da parte del pianeta. L’anno dopo – 1973 - si assiste alla guerra del Kippur, all’innalzamento del prezzo del petrolio da parte dell’OPEC (organizzazione fondata nel 1960) e alla conseguente crisi energetica mondiale. In Italia si circola a targhe alterne. Nel luglio del 1976 è il momento della diossina a Seveso. Accanto ai primi movimenti ambientalisti, le lotte politiche e sociali e i movimenti pacifisti: la legge sul divorzio, l’istituzione dei consultori famigliari, la legge Basaglia, la 194… Erano anni di importanti cambiamenti sociali e di grandi progetti di libertà ed emancipazione. I ragazzi di quegli anni, uomini del decennio successivo, riproposero la loro coscienza ecologista attorno alla metà degli anni ottanta con i movimenti antinucleari e il partito dei Verdi. Nel 1985 si scoprì il primo buco nell’ozono sopra l’Antartide, nell’aprile del 1986 la nube radioattiva di Chernobyl si propaga su tutta l’Europa, a luglio - in Italia - viene istituito il ministero per l’ambiente. L’anno dopo viene stilato il protocollo di Montreal - entrato in vigore due anni dopo, orientato alla riduzione della produzione e dell’uso delle sostanze che minacciano lo strato di ozono - e i movimenti ecologisti segnano un risultato importante col referendum sull’abolizione del nucleare con la conseguente chiusura di tutte le centrali italiane. Gli anni novanta sono anni in corsa verso il nuovo millennio: comunicazione globale, internet, cellulari, grandi aziende nazionali che ormai sono reticoli globali d’impresa sovranazionali, i primi allevamenti di animali transgenici…. siamo in piena globalizzazione. I problemi ambientali sono tutt’altro che risolti, ma se ne parla assai meno. Solo verso la fine dei novanta riappaiono segnali ambientalisti: nel 1997 si firma il protocollo di Kyoto per limitare l’effetto serra, nel 1999 il “popolo di Seattle” - poi definito no global - fa fallire il vertice WTO. Ci incamminiamo così nel nuovo secolo: inizio degli anni 2000, movimento per la decrescita felice, nel 2005 viene reso operativo il protocollo di Kyoto e nel 2006 esce il Rapporto Stern: anche l’economia percepisce il pericolo, per il mercato, dei cambiamenti climatici. Ciò che appare allora è che la percezione dell’opinione pubblica, relativamente alle problematiche ambientali, non segue tanto lo stato di salute della Terra o la pubblicazione dei rapporti scientifici; se così fosse negli ultimi quarant’anni molto di più, e senza soluzione di continuità, sarebbe stato fatto a salvaguardia dell’ambiente. Ciò che appare invece è che la percezione degli effetti devastanti causati dal produttivismo e dal consumismo sfrenato - buco nell’ozono, piogge acide, effetto serra, inquinamento, estinzione delle specie, accumulazione di rifiuti e scorie, esaurimento delle risorse energetiche non rinnovabili… - sia piuttosto influenzata dai rapporti organizzativi di dominio e di controllo sociale tale per cui l’uomo resta intrappolato in un gioco di realizzazioni illusorie ed egoistiche che ne limitano la libertà di pensiero, di relazione e la capacità di vivere appieno, non solo il rapporto con l’altro da sé ma anche quello originario con la natura intesa come bene comune.
Annalisa Righi
La crisi climatica spiegata dal tg Ci sono fatti scientificamente provati e ampiamente
diffusi e discussi dai media. È noto, per esempio, che siamo di fronte alla più
grave crisi climatica che l’umanità abbia mai affrontato, con scenari gravi nel
medio periodo o apocalittici nel lungo. Elena Nicolini |
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