Schermi di gennaio
C’era una volta un tempo in cui i film di Natale mantenevano
intatto il loro potenziale commerciale per almeno un mese, comunque fino a gennaio
inoltrato. Ora invece il tutto per tutto le case di distribuzione lo giocano in
circa tre settimane. Questa, infatti, è la tenuta media attuale dei film nelle
sale. Un periodo risicato in cui ciò che conta è la visibilità (avere il maggior
numero di schermi a disposizione) e l’efficienza della macchina promozionale.
Difficilmente, quindi, De Sica, Pieraccioni o Sherlock Holmes faranno parlare
di sé anche dopo l’Epifania. Anche perché dovranno fare spazio ad alcuni dei
titoli più importanti dell’anno.
Ad aprire le danze, il 5 gennaio, è l’atteso Il
riccio di Mona Achache, che ha mantenuto il titolo originale francese
anziché quello del romanzo da cui è tratto e con cui è noto in Italia (“L’eleganza
del riccio” di Muriel Barbery). Forse è una questione di diritti, in quanto il
film è una libera trasposizione, in ogni caso i lettori del romanzo, che ha
raggiunto nel febbraio 2008 il primo posto nella classifica generale delle
vendite editoriali italiane, accorreranno in massa.
Venerdì 8 gennaio
si contenderanno il pubblico ben tre titoli quanto mai diversi e di sicuro
successo. Carlo Verdone, regista e interprete di Io, loro e Lara, è un prete missionario in profonda crisi
spirituale; a complicare ulteriormente le cose ci penserà la graziosa Laura
Chiatti; per chi vuole ridere, ma della commedia all’italiana non ne vuole
sapere, arriva il vincitore del Leone Speciale della Giuria all’ultimo Festival
di Venezia Soul Kitchen che, oltre
al titolo del divertente film di Fatih Akin, è un ristorante situato in un
quartiere periferico di Amburgo intorno a cui
gravita un campionario di varia umanità. La ricetta di Akin prevede
caratterizzazioni irresistibili, luoghi evocativi, scelte musicali azzeccate e
interpreti strepitosi.
Chi, invece, dopo i bagordi e il buonismo delle feste, ha
bisogno di cambiare registro può optare per l’atteso Paranormal Activity, film fenomeno americano che deve il suo mito
al fatto di essere costato solo quindicimila dollari e di essere cresciuto grazie
al passaparola fino a raggiungere, solo negli U.S.A., la cifra record di 107
milioni di dollari. Si racconta di una giovane coppia che decide di trasferirsi
in una grande casa in cui nota strani fenomeni che si manifestano soprattutto
durante la notte. Per capire cosa avviene realmente mentre loro stanno dormendo
i due, spaventati, decidono di installare un impianto di video sorveglianza. La
leggenda vuole che Steven Spielberg, terrorizzato, sia dovuto uscire dalla sala
in cui lo proiettavano. In ogni caso la promozione è servita e il film, almeno
nelle prime settimane, farà sicuramente parlare di sé.
Venerdì 15 gennaio
è invece tutto per James Cameron e il suo Avatar,
di sicuro uno dei titoli su cui si riversano le maggiori aspettative dell’anno.
Un po’ perché segna il ritorno al grande schermo del regista di “Titanic” dopo
dodici anni, ma soprattutto perché sembra che la sua fantasia e competenza
tecnica abbiano creato un universo virtuale di sconvolgente impatto visivo,
valorizzato dall’utilizzo degli appositi occhiali per la visione
tridimensionale nelle sale attrezzate. Marketing gigantesco o nuove frontiere
nel modo di fare e pensare il cinema? Lo scopriremo solo vedendo. La storia
intanto, ambientata sul pianeta Pandora nel 2154, prevede una guerra in cui il
punto di vista è quello alieno. Gli umani non sono infatti le vittime di un
attacco extra-terrestre, ma gli invasori che vogliono impadronirsi di
strategiche ricchezze minerarie.
Chi proprio è allergico al kolossal può trovare, sempre a
partire dal 15 gennaio, una
dimensione più consona al proprio sentire con An Education, diretto da Lone Scherfig e sceneggiato dallo
scrittore Nick Hornby sulla base delle memorie autobiografiche della
giornalista inglese Lynn Barber. Perno del racconto è il rapporto affettivo che
si crea tra la sedicenne Jenny Miller, una bella e diligente studentessa che
sogna la vita eccitante e bohemien di Parigi, e il trentenne David,
affascinante frequentatore della bella vita londinese.
Ma gennaio ha in serbo ancora molti titoli. Ben dieci in
uscita contemporanea il 22 gennaio,
con il rischio, concreto, di sottrarsi spettatori a vicenda. Arriverà uno dei sicuri
protagonisti della notte degli Oscar, Nine
di Rob Marshall, rivisitazione in chiave musical del mito di Federico Fellini
con un cast di dive che include Nicole Kidman, Penelope Cruz, Kate Hudson,
Marion Cotillard e l’icona nostrana Sophia Loren. Nel ruolo del regista riminese
il carismatico Daniel Day-Lewis. Proverà a farsi spazio, e con tutta
probabilità non faticherà nell’impresa, anche Tra le nuvole di Jason Reitman, film che interpreta il grigiore
della contemporaneità mantenendo un registro brillante da commedia. Il
protagonista è un “tagliatore di teste” aziendale che dopo tanti anni sempre in
viaggio tra una sede e l’altra della società per cui lavora si sente pronto a
mettere radici e cambiare vita. A incollare il pubblico allo schermo uno degli
attori più amati e chiacchierati di sempre: il bravo e piacione George Clooney.
Il 22 è
prevista l’uscita anche di A Single Man,
debutto alla regia dello stilista di moda Tom Ford che, sulla base dell’omonimo
romanzo di Christopher Isherwood, racconta la giornata di un professore di
inglese cinquantenne in cerca di un senso nella vita dopo la perdita dell’amato
compagno. Il film ha valso al protagonista Colin Firth la Coppa Volpi come
Migliore Attore al Festival di Venezia e sono in molti a scommettere su di lui
anche per gli Oscar. Tra gli altri titoli previsti in questo affollato fine
settimana anche Manolete di Menno
Meyjes, ripescaggio del 2007 con Penelope Cruz e Adrien Brody sulla vita del
noto torero Manuel Rodríguez, il thriller futuristico Game con Gerard Butler e Kyra Sedgwick, la commedia romantica Che fine hanno fatto i Morgan? con
Sarah Jessica Parker e Hugh Grant ma, soprattutto, l’italiano L’uomo che verrà di Giorgio Diritti. Il
film, ambientato nel 1943, racconta gli eventi antecedenti la strage di
Marzabotto visti attraverso gli occhi di una bambina di otto anni e ha vinto il
Marc’Aurelio d’Oro del pubblico e il Gran Premio della Giuria al Festival di
Roma, dove è stato presentato in concorso. La domanda a questo punto è:
riuscirà questo piccolo film a farsi notare in mezzo a colossi che hanno
campagne promozionali pianificate da mesi? Non era forse meglio posizionarlo in
periodi meno affollati? Anche in questo caso, lo scopriremo solo vedendo.
Luca Baroncini
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A Christmas Carol
Film di
Robert Zemeckis
dal racconto “A Christmas
Carol” di Charles Dickens
con Jim Carrey
Charles Dickens, il più grande esponente del realismo in
Inghilterra, se non in tutta Europa, oltre a romanzi epocali quali “Oliver
Twist” e “David Copperfield”, pubblicò, tra il 1843 e il 1848, i “Christmas
Books” (Racconti di Natale), di cui questo “A Christmas Carol” è giustamente il
più famoso. La trama, in breve: l’anziano Ebenezer Scrooge, titolare dell’impresa
Scrooge e Marley, è oltremodo tirchio e convinto che i poveri siano destinati
naturalmente alla prigione o all’ospizio (testualmente). In ufficio tartassa un
dipendente che ha un bambino destinato a sicura morte per inedia, non rispetta
festività come il Natale etc., finché la visita di tre spiriti (dei Natali
passati, di quello presente e di quello futuro), gli mostra gli orrori del
capitalismo selvaggio. Scrooge, l’ex-super taccagno, diventa buono e generoso.
Capitalismo compassionevole à la George W. Bush? No, per
due motivi: A) Dickens viveva nell’Ottocento (1812-1870), quindi quasi due
secoli prima del neo-conservatorismo americano; B) lo scrittore era,
politicamente, membro dei “Tories” (il partito conservatore), ma era anche
estremamente aperto all’istanza sociale, se non socialista. Avendo sperimentato la
povertà da giovane, era convinto dell’ “obbligo di aiutare l’orfano e la vedova”,
metafora biblica che esprime la necessità della giustizia sociale.
In passato, “A Christmas Carol” era stato più
volte trasposto per lo schermo, anche in una riduzione filmica con lo
straordinario Alec Guinness, in vari musical, in cartoon, in jingle, ossia
canzoni (anche pubblicitarie), rime facili, motivettisigla... In genere,
almeno per il cinema, la TV,
il teatro, l’operazione funziona, purché si rispetti la storia e il senso di essa,
lacrimosa e anzi strappalacrime, se volete. Perché rende una produzione
di senso ineccepibile: l’individuo non porterà con sé nella tomba i suoi
beni, meno che mai non condividendoli socialmente. Con Zemeckis (regista di “Back
to the Future”, tra il resto) e la produzione Disney si ha la fusione totale
tra film d’attori e d’animazione, perché gli attori diventano cartoon e viceversa.
Carrey, famoso per “The Mask”, ma anche “Una settimana da
Dio”, diventa strumento per quella “buona novella” che il film, come l’opera
letteraria, veicola. Solo che (e questo forse è il problema) certi effetti sono
debordanti, al limite del troppo, francamente.
Tuttavia, concludo con il sentimento ma anche con
la ragione: in questi tempi di individualismo egoistico, ricordare che la vita
va vissuta anche con gli altri, se non proprio per gli altri, e che nessun uomo
è un’isola, non fa male. Che poi il film esca sotto Natale è ovvio, comprensibile,
normale: lo si vorrebbe forse vedere proposto in luglio o agosto?
Semmai riproposto...
Eugen Galasso
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