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Utopia: oasi o miraggio? Da vent’anni a questa parte si fa un gran parlare di crollo delle utopie. Ma che cosa è un’utopia? Come illustra Luciano Nicolini, nell’articolo che segue, si tratta sostanzialmente di un progetto. Ma anche di un luogo verso il quale dirigersi. Un’oasi, nel caso di utopia realizzabile, un miraggio qualora sia irrealizzabile. In ogni caso, le utopie sono necessarie per andare avanti. Si può pensare di agire in modo efficace sulla realtà sociale senza avere un progetto? E poi, è proprio vero che questo passaggio dal secondo al terzo millennio ha visto il crollo di tutte le utopie? In verità, almeno un’utopia (irrealizzabile) ha resistito per gran parte di questi anni: quella liberista. Toni Iero, nell’articolo di pagina 3,
commentando le recenti crisi della Grecia e del Dubai, ci mostra come tale
utopia sia soltanto un miraggio. Elena
Nicolini, a pagina 4, torna sull’argomento, con particolare riferimento alla
vita quotidiana dei giovani in Italia; Annalisa Righi, a pagina 6, parla del
rapporto avuto con le utopie socialiste dalle diverse generazioni che si sono
succedute; Eugen Galasso, a pagina 8, della necessità di utopie socialiste
realizzabili.
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Non mi riferisco all’“Isola dei famosi”. Quella c’è. Almeno in televisione. Mi riferisco all’isola sulla quale molti grandi utopisti hanno voluto collocare quella che, secondo il loro punto di vista, sarebbe stata una società ideale. Un’isola che, per definizione, non esiste. Ma il cui sistema di vita, è bene sottolinearlo, in molti casi potrebbe essere messo in pratica. Un’utopia, infatti, è sostanzialmente un progetto: e, notoriamente, esistono progetti irrealizzabili ma anche progetti realizzabili. Personalmente preferisco i secondi e, come molti tra i lettori sanno, nel mio piccolo, ne ho anche ideato uno, ricostruibile a partire da quei famigerati “Appunti per una costituzione libertaria” pubblicati nel 1995 e poi riportati sul numero 88 di Cenerentola (li si può trovare nell’archivio del sito www. cenerentola.info) Per Max Horkheimer, scrive Annalisa Righi in apertura del suo articolo a pagina 6,: “l’utopia ha due aspetti: è la critica di ciò che è e la rappresentazione di ciò che dovrebbe essere. La sua importanza è raccolta essenzialmente nel primo momento”. Non condivido interamente il punto di vista del filosofo, e non perchè nell’utopia non si possano effettivamente riscontrare i due aspetti da lui citati, ma perché non credo che l’importanza dell’utopia sia “raccolta essenzialmente nel primo momento”. Avere un progetto (realizzabile o irrealizzabile che sia) è importante per portare avanti una critica coerente dell’esistente, e chi, come gran parte della sinistra italiana, ha rinunciato ad averlo non riesce più neppure a far questo. Ma è altrettanto importante per costruire effettivamente una società diversa da quella nella quale viviamo. In mancanza di un progetto, e ancor più in mancanza di un progetto realizzabile, anche nei rari casi in cui una situazione di crisi porta la gente a rivolgersi a chi, per decenni, inascoltato, ha criticato l’esistente, non si è in grado di offrire risposte; e si ricade, necessariamente, (quando va bene) nella riproposizione di ciò che si voleva modificare. Che poi, anche a causa della complessità del mondo (che nessuno può pretendere di comprendere interamente), il progetto possa essere cambiato in corso d’opera è abbastanza ovvio. Ma questo accade anche quando si mettono in atto progetti molto più semplici di quelli dei quali sto parlando, come quello relativo a una linea ferroviaria. E nessuno troverebbe saggio dare avvio alla costruzione di una linea ferroviaria senza prima averne esaminato il progetto… Luciano Nicolini Dubai, Grecia e utopia liberista Purtroppo, come avevamo previsto, i rassicuranti messaggi sulla fine della crisi, allegramente dispensati su molti mezzi di informazione da politici, banchieri ed economisti sono miseramente naufragati contro le ondate prodotte dalla crisi di Dubai World e dalla drammatica situazione economica della Grecia. Vediamo qualche elemento che caratterizza questi due nuovi focolai di tensione. Dubai è uno dei sette emirati arabi uniti che si affacciano sul Golfo Persico. È conosciuto per i mastodontici progetti immobiliari e per essere l’unico posto al mondo dove si svolge “il festival internazionale dello shopping”! Qui si trova il Burj Al Arab, albergo sul mare a forma di vela, la cui camera più economica costa 2.500 dollari a notte. Dubai non produce petrolio. Però il suo sceicco, Mohammed bin Rashid al-Maktum, aveva grandi progetti. L’autocrate, tra gli entusiasmi della business community mondiale, ha voluto fare dell’emirato un centro finanziario e commerciale di visibilità internazionale. Si è cominciato quindi a costruire. Grandi hotel, centri commerciali, ville, residence. Poiché lo spazio disponibile era insufficiente per l’appetito dei palazzinari, si è pensato bene di creare anche delle isole artificiali su cui continuare a dare sbocco alla follia edificatrice. Il copioso afflusso di capitali ha innescato il “solito” gioco della speculazione: oggi compro un appartamento per 100 mila dollari, domani lo rivendo per 200 mila e chi lo acquista sa che dopodomani potrà ricavarne 300 mila. In questo brioso clima, i progetti immobiliari sono cresciuti a ritmi esponenziali, portando a speculare non più solo sui palazzi, ma anche sul valore dei terreni su cui sarebbero stati costruiti gli edifici. Bastava un progetto, anche campato in aria, per determinare incredibili rialzi del valore di un lotto edificabile. Allegria, qui il denaro nasce dalla sabbia innaffiata da buona volontà! Poi, qualcuno deve essersi reso conto che, se mancano gli acquirenti finali, ossia persone disposte ad andare ad abitare le ville e gli appartamenti costruiti o solo immaginati da qualche progettista, il gioco non poteva andare avanti per molto tempo. Fine dei sogni. Solo che stavolta con il cerino acceso in mano è rimasta anche Dubai World, l’onnipotente holding statale cui fanno capo giganti del real estate, dell’energia, della logistica, della finanza. Incapace di onorare i suoi debiti, Dubai World si è appellata ai creditori per ottenere il congelamento, almeno fino alla prossima primavera, dei suoi passivi: circa 60 miliardi di dollari. Così, in pochi mesi, il gioiello del Golfo Persico è diventato l’incubo delle borse mondiali. Per salvare Dubai dal crack è dovuto intervenire l’emirato vicino (Abu Dhabi) che, forte del suo petrolio, ha messo sul tappeto, in più riprese, ben 25 miliardi di dollari. Eppure bastava poco per capire che non si devono costruire castelli sulla sabbia… Atene: per chi suona la campana? BBB+ è il giudizio che l’agenzia di rating Fitch ha recentemente attribuito al debito sovrano della Grecia. A partire da quel momento, lo spettro dell’insolvenza di uno Stato dell’Unione Europea si è materializzato sui mercati finanziari. La paura si è rapidamente estesa a Irlanda e Spagna, al punto tale che l’euro ha cominciato a deprezzarsi sul dollaro. Si ventila la possibilità che i governi in difficoltà possano decidere il ritorno alle monete nazionali con l’obiettivo di dare il via a svalutazioni competitive. Se accadesse, l’intero edificio della moneta unica europea sarebbe in pericolo. Dopo le elezioni, in Grecia, si è scoperto che il governo uscente (di centro destra) aveva adottato approcci fantasiosi nella contabilità pubblica: così, nel 2009, invece di un confortante deficit di poco superiore al 6% del Pil, è emerso che il vero disavanzo era più del doppio, arrivando addirittura al 12,7% del Pil. Si prevede che il debito pubblico potrebbe arrivare al 130% del Pil alla fine del 2010. Ci si chiede, poiché le redini dei tassi di interesse dell’euro le tiene la Banca Centrale Europea, come farà l’esecutivo di Atene ad onorare un debito così alto senza avere la possibilità di gestire una politica monetaria autonoma? Questo dubbio apre le porte all’ipotesi di una fuga degli investitori che, già il prossimo anno, potrebbero decidere di non sottoscrivere le nuove emissioni di titoli greci. Nel frattempo la situazione sociale nel paese si va vieppiù deteriorando. Le manifestazioni di protesta con scontri tra dimostranti e polizia sono il frutto di drammatici problemi sul fronte dell’occupazione che colpisce il reddito delle classi meno abbienti. Il nuovo governo a guida socialista sta predisponendo delle misure destinate a tranquillizzare i mercati finanziari (blocco delle retribuzioni pubbliche superiori ai 2 mila euro mensili e limiti alle nuove assunzioni, riduzione delle spese militari, taglio del 10% sul welfare e sulle spese operative statali, soppressione dei bonus per i dirigenti bancari pubblici, aumento dell’imposizione fiscale sul capital gain e privatizzazione di società pubbliche non strategiche). Alcuni tra questi provvedimenti, però, rischiano di gettare ulteriore benzina sul fuoco di un malessere sociale molto diffuso. Il peggio è ormai alle nostre spalle! Fatidica frase. Il peggio … ma per chi? In che contesto si collocano le notizie di cui abbiamo parlato sopra? Le vicende di Dubai ci ricordano che lo spropositato aumento delle quotazioni immobiliari non è circoscritto solo agli Usa o alla Spagna. Nel mondo vi sono numerose altre bolle, di dimensioni certamente inferiori a quella esplosa nel 2007 in America, ma comunque in grado di perturbare i mercati finanziari. E, soprattutto, capaci di apportare nuovi problemi a banche già piuttosto provate dalle precedenti manifestazioni della crisi. È difficile dire da dove giungeranno le prossime cattive notizie, tuttavia la probabilità di ulteriori episodi di crack speculativi non è abbastanza bassa per dormire sonni tranquilli. Il collasso ellenico è ancora più inquietante. Come abbiamo visto, la Grecia non è sola nei guai. Irlanda, Spagna, Ucraina, paesi baltici sono quelli considerati più immediatamente a rischio. Ma, in realtà, la campana di Atene suona per molte altre nazioni, Italia inclusa. Il problema non è tanto la permanenza nell’area euro. La Germania ha risorse ampiamente sufficienti per intervenire in soccorso dello Stato mediterraneo. Il punto è un altro. Gli eventi greci confermano che gli Stati, dopo aver salvato dal collasso i loro sistemi bancari, non hanno più risorse per sostenere la domanda aggregata. Fuori dal gergo economico, ciò vuol dire che non ci sono i soldi per stimolare l’attività economica e mantenere l’occupazione sui livelli attuali. Senza adeguati interventi pubblici di stimolo congiunturale è probabile che il ciclo economico porti ad una forte accentuazione della disoccupazione. Più disoccupati significa meno consumi, quindi meno lavoro per le imprese, le quali saranno costrette ad ulteriori licenziamenti in un circolo vizioso dai nefasti risultati. Se poi la preoccupazione per la tenuta dei conti pubblici dovesse prevalere su altre considerazioni (vi sono sconsiderati che vanno in giro facendo questi discorsi) e dovessimo assistere a manovre fiscali restrittive, come quella che sta varando il governo ellenico, si farebbe un pericoloso passo verso la catastrofe. Non dobbiamo illuderci: per adesso, l’aumento dei consumi cinesi e indiani non è sufficiente a compensare il calo della spesa delle famiglie americane ed europee. L’auspicata crescita delle esportazioni verso i paesi asiatici emergenti, anche se si verificasse davvero, non può bastare per tenere in piedi le economie avanzate. Occorre un continuo ed attento intervento pubblico, da finanziare anche attraverso un aumento dell’imposizione fiscale sulle classi abbienti. Dopo aver fomentato attese di imminente ripresa economica additando qualsiasi indicatore che segnalasse un alleggerimento delle tendenze negative, qualcuno ha affermato che il 2010 potrebbe rivelarsi come l’anno della “Grande Delusione”. Minsky ci ha insegnato che il capitalismo è un sistema caratterizzato dall’alternarsi di diverse fasi economiche, con la tendenza a generare momenti di forte instabilità come l’attuale. Per decenni, hanno cercato di farci credere che il libero mercato fosse uno strumento in grado di mettere d’accordo tutti: imprese, lavoratori, consumatori. Sono riusciti ad indurre i partiti di sinistra e i sindacati loro collegati a rinunciare alla lotta di classe, illudendoci di essere entrati in una nuova epoca dove l’interesse dei lavoratori coincide con quello del loro datore di lavoro. Hanno mentito. Il libero mercato non esiste. L’asimmetria tra il potere delle grandi imprese e quello dei lavoratori / consumatori è tale da non lasciare a questi ultimi alcun margine di manovra. Analogamente, nel mondo delle aziende, le piccole entità innovative subiscono il predominio di quelle maggiori, che hanno un potere contrattuale ben consolidato (per anni, la Coca Cola ha preteso l’esclusiva nella grande distribuzione organizzata, impedendo la stessa presenza di prodotti concorrenti sugli scaffali). Su tutto poi pesa il sistema statale, fonte di distorsione per i perversi rapporti incrociati che si stabiliscono tra potere economico e potere politico. Insomma, a ben guardare, la favola del libero mercato si è rivelato una patetica utopia, presentataci da chi lo controlla (e perciò lo rende non libero) come un sistema funzionante e soddisfacente. È uno di quei rari casi in cui una utopia (peraltro di dubbia desiderabilità) viene spacciata per realtà consolidata. Le contorsioni mentali che gli economisti hanno dovuto effettuare per dare credibilità al mito del libero mercato rappresentano una delle pagine più comiche della storia del pensiero umano. Chi ci ha creduto, ha voluto crederci. Il re è nudo! Toni Iero È nei fatti che la pretesa progressista e potenzialmente egalitaria (almeno nel senso di uguali possibilità di mobilità sociale e realizzazione individuale) del modello liberale si infrange, rivelando la natura essenzialmente conservatrice del liberismo economico. Emerge così l’inconsistenza e la fragilità di un modello economico, politico e sociale basato esclusivamente sulla tutela della proprietà e sul mercato come prerequisito alla tutela di qualsiasi altro diritto civile. Già sulla carta l’utopia liberista del modello liberale entrava in crisi di fronte all’analisi non solo filosofica e politica, ma anche economica di molti studiosi. Ma nel mondo globale di oggi, dove il potere (non solo economico, ma anche quello politico) è saldamente nelle mani di pochi soggetti raccolti in cartelli e oligopoli, emerge con forza la valenza strumentale della retorica liberista. L’eguaglianza formale proclamata dai liberali non ha senso finché permangono enormi disuguaglianze economiche. Ma l’eguaglianza economica non è certo l’obbiettivo ultimo del modello liberale, anzi come ha dimostrato l’economista premio nobel Amartya Sen, l’arricchimento di alcuni avviene inevitabilmente a scapito di altri: è la legge della giungla, dove il più forte vince e prospera. Ciò che in sostanza il modello liberale difende è la legittimità della competizione. Così, accettando l’inevitabile condizione di disparità all’interno di cui si compete, si legittima quel modello sociale e di realizzazione personale di tipo agonistico che costituisce la retorica più potente del mondo contemporaneo. Eppure alla prova dei fatti la metafora della competizione sportiva non tiene, così come il mito del “Self made man” (“l’Uomo che si è fatto da solo”), incarnazione individualista dell’utopia liberale. Di fronte alla bassissima mobilità sociale del nostro paese, all’impoverimento progressivo della società, all’aumento del divario tra super-ricchi e poveri, alla proliferazione di classi, corporazioni ed élite, alla tutela degli interessi economici delle multinazionali a scapito dei consumatori, dei cittadini (copyright, brevetti ecc.) la retorica liberale così facilmente invocata sembra valere esclusivamente e tutela dei potenti, giustificando il potere attraverso la retorica del “merito”. Aumenta, d’altro canto, la frustrazione e il senso di impotenza della gran massa di giovani precari, ma anche operai e lavoratori in genere, peggio se donne o di origine straniera, subdolamente privati della possibilità di soddisfare quel sogno di successo economico e realizzazione professionale, creato e diffuso dallo stesso sistema che nei fatti glielo nega. È un doppio scacco, economico e morale, che non solo contribuisce all’accumulo di capitale nelle mani di pochi, ma priva le coscienze degli individui della volontà di autodeterminazione. Non dovrebbe stupire la proliferazione dei sogni impossibili di facile successo promessi dal gioco, sia esso d’azzardo (Slot machine, Gratta e vinci, Superenalotto, Win for life, ecc. costituiscono il 3,7% del Pil italiano) o televisivo come il Grande fratello o X-factor in cui si è assistito, proprio nell’ultima edizione, alla riproposizione della classica narrazione di riscatto sociale incarnata da Damiano, l’operaio che si affranca attraverso il successo televisivo. Si comprende il desiderio di evasione: reale, come nel caso della “fuga dei cervelli”, ma anche fittizia, grazie all'uso di droghe, e simbolica, là dove il consumismo spinto consente la soddisfazione dei bisogni edonistici e manipolazione del proprio apparire. In tutti i casi emerge la mancanza di una coscienza politica di responsabilità personale e potere nei confronti del cambiamento, che lascia il posto al cinismo, al disgusto e al senso di impotenza nei confronti della “cosa pubblica”. È proprio questo in definitiva il successo ultimo di quella straordinaria trovata retorica che è il Self made man. inizio
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Per Max Horkheimer: “l’utopia ha due aspetti: è la critica di ciò che è e la rappresentazione di ciò che dovrebbe essere. La sua importanza è raccolta essenzialmente nel primo momento”. Secondo Maria Luisa Berneri ciò che ha da sempre spinto l’uomo ad interpretare criticamente i disagi ed i mali del suo tempo, e del suo spazio, spingendolo a pensare un altrove in cui regnano serenità, pace, giustizia, uguaglianza, è il suo bisogno di felicità. Quell’aria che respiravo da bambina comincia a rarefarsi. Alla mia casa sempre meno approdi, non tanto per i compagni di mio padre e per i loro progetti, piuttosto per le mie compagnie ed i progetti della mia generazione… De Andrè cantava “L’Indiano”. Frequento le superiori, sono rappresentante di classe e d’istituto, si organizzano assemblee, scioperi, proteste. C’è la guerra Iran - Iraq, si gridano slogan: “Reagan, Reagan vieni a pescare con noi ci manca il verme”, ma manca qualcosa. Finita l’assemblea, finita la manifestazione, si va ognuno nelle proprie case. C’è la sensazione di un malessere e la percezione di un meccanismo che non va per la direzione giusta. Si pensa ad un luogo migliore verso il quale incamminarsi, ma si resta lì, tra la manifestazione, Seneca, qualche equazione e le merendine preconfezionate. I bambini di quegli anni (che sono i ventenni di oggi) vengono allevati con i fazzoletti di carta aromatizzati all’eucalipto, i fast food, i videogiochi della Nintendo, il tempo lungo che non è il tempo pieno… Caduta del muro di Berlino. Anni ’90. Microsoft, i cellulari, la pulizia etnica, la polverizzazione dei grandi partiti. Forza Italia, l’Ulivo, l’Unione Europea… E le utopie? Questo gioioso motore che ha da sempre mosso l’uomo a criticare l’immagine dello spazio presente a favore di uno luogo perfettamente immaginato? Ciò che appare allo sguardo è un processo di proliferazione di luoghi e spazi in cui virtualmente, ma anche realmente, i singoli individui possono spostarsi placando il loro “bisogno alla felicità” attraverso la fruizione immediata ed egoistica di molteplici piaceri. Una realtà, quindi, che rimuove le utopie, rende sterile l’immaginazione, seda lo spirito critico rarefacendo le spinte rivoluzionarie e progressiste che da sempre hanno permesso l’individuazione di valori universali, collettivamente condivisi, verso i quali orientarsi per favorire la trasformazione dell’esperienza per la realizzazione di un mondo migliore per tutti. A proposito di utopie realizzabili In questo articolo non parlerò di Platone, Campanella, Saint-Simon, Fourier, insomma di tutti quei pensatori che, dall’antichità in poi, ma più massicciamente tra Sette e Ottocento, hanno voluto proporre modelli di società “altra”. No, più modestamente, vorrei proporre alcune cose per un’utopia appunto “modesta”, in quanto realizzabile. Ecco allora questa proposta: A) Un’economia autogestita che tolleri il mercato, senza sacralizzarlo. Privilegiare e incoraggiare l’autogestione non vuol dire (non può voler dire) imporla, oppure illudersi che sia l’unico modello valido in economia, che venga assunta da tutti come stella polare. Tollerare il libero mercato vuol dire accettarlo senza favorirlo, fare in modo che l’autogestione sia favorita, ma che la libera associazione (io direi contratto) tra produttori e consumatori possa prevedere forme di mercato. Non parlo dell’economia statalizzata, dell’economia di piano dei “domani che cantano” del “socialismo realizzato”, che ha visto il disastro e lo sfacelo, oppure la repressione più selvaggia. Economia mista, dunque (cioè compresenza di economia privata, pubblica, cooperativa e autogestionaria)? No, l’esperienza, per esempio, nel Nicaragua degli anni Ottanta, è ampiamente fallita, non solo per l’intervento USA mediato dai “Contras”, ma per implosione interna, che ha favorito il ritorno, a quasi venti anni di distanza, prima di Violeta Chamorro, poi dell’iperliberista Alemàn. Al di là del Nicaragua, comunque, esperienze simili sono state parzialmente attuate nella Polonia di fine anni Ottanta, prima del passaggio al capitalismo, e altrove, in forme diverse, sempre con risultati deludenti, a dir poco; B) La libertà è questione fondamentale; nel lavoro e nella privacy deve essere totale; ma rimane il problema del potere, che il libertarismo crede di poter risolvere, talora, “abolendo lo stato”, quasi ciò fosse possibile in un colpo solo. In effetti, poi, storicamente, anche il libertarismo anarchico più integrale, quando ha potuto governare (per pochissimo tempo, invero) in Spagna e nell’Ucraina machnovista, ha dovuto scendere a patti con questo Moloch /eterno nemico che è lo stato. Farlo deperire progressivamente e lentamente credo vada decisamente meglio; sia cosa più opportuna, purché si tenga conto, per esempio, del problema dei delitti, che ci saranno sempre e comunque. Oggi, credo un’utopia sociologica sia senz’altro crollata: quella, di derivazione rousseauiana, ma anche altra e successiva, per cui i crimini sarebbero tutti di derivazione sociale (povertà e/o miseria come cause primarie) e quindi non da sanzionare con pene, ma favorendo il “recupero”. Chiaro che da qui a un revival punitivo ce ne corre, ma riproporre tout court il “riscatto” attraverso l’inserimento e il reinserimento sociale sembra quantomeno insufficiente. Togliere le eventuali cause sociali ed economiche del crimine è comunque necessario, ma il loro apporto al problema è, come si diceva, decisamente ridotto, rispetto ad altre epoche… La crisi economica, come più volte avevamo preannunciato, continua; la disoccupazione aumenta; la corruzione dilaga in tutta l’Italia, a tutti i livelli, e i suoi effetti si fanno sentire. Credete sia un caso se la caduta di venti centimetri di neve, fatto del tutto normale, ha gravemente turbato per un’intera settimana il traffico ferroviario? Eppure di queste cose si parla ben poco… Si parla di aggressioni, di attentati e di leggi liberticide. Tutto è cominciato il 13 dicembre, quando si è appreso dalle TV che uno squilibrato ha colpito Berlusconi con un souvenir (ma, a tutt’oggi, la dinamica dell’avvenimento non è del tutto chiara). Undici giorni dopo, nel corso della messa di natale, è stata la volta di Ratzinger: una squilibrata si è lanciata verso di lui facendolo cadere. Pare volesse soltanto toccarlo (e, in effetti, non risulta fosse armata). Ne ha fatto le spese un anziano cardinale che, nel parapiglia che è seguito, si è seriamente danneggiato un femore. Non basta: il 16 dicembre si è appreso dalle TV che, a Milano, un ordigno è esploso all’Università Bocconi. Fortunatamente, non c’è stato nessun danno a persone o a cose. Se ne sarebbe accorto un dipendente che avrebbe “scambiato l’esplosione con un corto circuito”. Successivamente, l’attentato sarebbe stato rivendicato da una sedicente “Federazione anarchica informale”. Ma, in casi come questo, il condizionale è d’obbligo… Ciò che è certo è che la Federazione Anarchica Italiana ha diffuso il comunicato stampa che, di seguito, riportiamo: «La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana - FAI denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica delle esplosioni di Milano e Gradisca d’Isonzo. Il nome degli anarchici viene strumentalmente associato a deliranti rivendicazioni che accompagnano detonazioni e fiammate, in un momento assai significativo, a poche ore dallo svolgimento di decine e decine di manifestazioni pubbliche che il Movimento anarchico ha promosso a Milano e in tutta Italia per tenere viva la memoria della strage di Stato, dell’assassinio di Pinelli e delle montature antianarchiche che quarant’anni fa a piazza Fontana aprirono la stagione della strategia della tensione. Lo Stato, i suoi apparati e i loro servi non possono tollerare che, a distanza di quarant’anni, la memoria storica su quei tragici fatti sia ancora viva e presente nell’opinione pubblica. Per i poliziotti di professione e per quelli di vocazione, risulta intollerabile che nelle piazze, nelle scuole, e nei luoghi di lavoro gli anarchici continuino a ricordare e a far ricordare la natura criminale del potere e delle sue strutture di dominio. Ed è per questo che, con infame puntualità, la polvere da sparo viene utilizzata nel tentativo di coprire la miseria in cui si dibatte la classe dirigente del paese. Ancora una volta, la lotta antirazzista e l’opposizione ai Centri di Identificazione ed Espulsione per immigrati viene criminalizzata attraverso l’esercizio poliziesco della provocazione dinamitarda, proprio in un momento in cui il livello del conflitto espresso dagli immigrati smaschera giorno per giorno la natura totalitaria e razzista di questi lager contemporanei. L’acronimo FAI, associato a una presunta “federazione anarchica informale”, torna a essere vigliaccamente utilizzato per creare confusione e gettare discredito sull’impegno quotidiano profuso a viso aperto dai militanti e dai simpatizzanti della Federazione Anarchica Italiana nelle lotte sociali al fianco dei lavoratori, degli sfruttati, degli oppressi. Respingiamo fermamente la provocazione, invitiamo i cittadini a non lasciarsi confondere dal clamore mediatico ed esortiamo gli operatori dell’informazione a non prestarsi a logiche di interessata disinformazione. Nel denunciare questo miserabile copione, esprimiamo tutto il nostro sdegno per l’infamia di questi atti, funzionali alle logiche del potere, con cui si cerca di distruggere e infangare quello che gli anarchici cercano di costruire ogni giorno: una società libera dal potere, libera dalla sopraffazione, in cui la solidarietà, l’uguaglianza e la giustizia sociale siano pratiche reali e quotidiane». Gran parte della stampa e delle TV, lungi dall’aderire a quest’ invito, ha continuato per giorni a dare risalto all’accaduto, parlando di “attentato anarchico” e chiedendo provvedimenti liberticidi. Come sempre: chi paga l’orchestra decide la musica. (red) L'Aquila otto mesi dopo Girare per le strade de L’Aquila è come provare a districarsi in un labirinto di sensi unici. Le vie dove un tempo scorreva il traffico regolare oggi si stringono per lasciare spazio a cantieri e impalcature. Sui marciapiedi ancora tanti calcinacci e mattoni. Basta voltarsi un attimo e le ferite delle case sono ancora tutte lì, con la vita della gente che le abitava esposta al cielo. Il terremoto ha messo fine a ogni forma di intimità. Non sono crollati solo i muri, ma in una città dove gli stessi abitanti raccontano di un tessuto sociale già fragile prima del sisma, a disperdersi sono stati i legami, le forme di riconoscimento, la capacità di parlare. “Anche i giovani che si ritrovavano alle “colonne” del centro storico ora non sanno dove andare - spiega Annamaria, giovane insegnante di educazione fisica – se ne vanno tutti al centro commerciale, verso Coppito, appena fuori città. Ma non è la stessa cosa”. Quello che ti colpisce a L’Aquila non sono solo le rovine, già cancellate dai tg berlusconiani, ma il senso di smarrimento negli occhi della gente. Persino nel modo di guidare. Lungo le strade ci sono incroci ma non si svolta, il rischio è di finire in vicoli resi ciechi dai calcinacci. Si va sempre dritto. Come la vita, che va avanti ma non si capisce dove. Da via XX Settembre che taglia la città si passa a fianco della Casa dello Studente o a quel che ne rimane, si prende una strada in salita e si arriva a Collemaggio, il luogo della storica basilica ma anche dell’ex manicomio. Proprio qui, dal 31 ottobre è arrivato un gruppo di ragazzi, che prima stava al parco Unicef di via Strinella, nelle tende. Sono quelli del 3e32. Si chiamano come l’ora in cui la notte del 6 aprile L’Aquila tremò più forte e sono un coordinamento di comitati che fin dal primo giorno dopo il sisma hanno cercato di tenere viva la coscienza della cittadinanza. Con l’arrivo dell’autunno e la minaccia del freddo la sistemazione di via Strinella non era più abbastanza. E così hanno deciso di occupare uno stabile nel comprensorio dell’ex ospedale psichiatrico. Lo hanno ristrutturato e adibito a sala presentazioni. E poi lo hanno completato, costruendogli affianco una nuova casetta in legno, dove hanno allestito un internet point, perché all’Aquila ora è difficile pure trovare un luogo dove connettersi. Nel complesso che ha preso il nome di CaseMatte si mangia anche, con pastasciutte preparate in enormi padelle, tanto da sfamare senza problemi una ventina di persone. E alla sera, tolto il lungo tavolo da pranzo, la stanza si trasforma in luogo per incontri, presentazioni, dibattiti. Il giorno della nostra visita, a fine novembre, l’ospite è il giornalista Manuele Bonaccorsi, autore di “Potere assoluto. La Protezione civile al tempo di Bertolaso” (Edizioni Alegre, 2009). Proprio lui, Guido Bertolaso, uno dei protagonisti della ricostruzione post terremoto, ma che qui alle CaseMatte è ben poco amato. Quella sera nella piccola casetta arriva anche Sabina Guzzanti con la sua troupe, una presenza costante ormai, che da mesi sta girando un documentario su L’Aquila terremotata. Poco più in alto, tra i padiglioni di Collemaggio, c’è il Centro di salute mentale, anche questo un luogo di “resistenza”, dove si prova a far ripartire progetti di cittadinanza. La mente organizzativa è Alessandro Sirolli, psicologo e direttore del Centro, negli anni ’70 allievo di Basaglia, che assieme ai suoi “matti” ha dato il via a una serie di iniziative: presentazioni di libri, teatro e l’idea di un cinebus: “Un pullman da 50 posti con telo e proiettore incorporati – spiega –, che giri tra le periferiche new town del piano C.A.S.E. del governo per offrire alla gente ormai isolata dalla città momenti di aggregazione e dibattito. Tanti anni fa con la chiusura dei manicomi siamo riusciti a portare i “matti” tra la gente. Oggi ci riproviamo, partendo dalla nostra esperienza, per andare a ritrovare un contatto con i cittadini. Facendoli venire qui, nel nostro Centro, ma anche andando da loro”. Quello dell’isolamento e della forzata lontananza dalla città è uno dei temi che più tocca la popolazione. E quando nelle assemblee pubbliche gli abitanti prendono la parola, l’inquietudine non può più essere celata. C’è chi se n’è andato via da L’Aquila, verso il mare in un albergo, “ma non si sente fortunato” precisa una ragazza. Chi sta nelle case prefabbricate o si trova ancora in roulotte. Oppure in tenda, al fondo delle liste d’attesa. E poi c’è chi di notte elude i controlli della Protezione civile e rientra nella propria abitazione, in piena zona rossa. “La prima cosa che fa è tirare giù le tapparelle. Più in fretta che può, perché nessuno lo veda” racconta una psicologa. I rapporti con i volontari di Bertolaso non sono mai stati idilliaci: “Nelle tendopoli ci trattavano come appestati – sottolinea una donna, durante il dibattito alle CaseMatte -, come ‘terroni’, pensate che un responsabile della Protezione civile andava in giro con la scritta ‘Io sono Hitler’. I suoi lo giustificavano, dicevano che era una burla”. In queste settimane, a L’Aquila - col freddo che si attacca alla pelle - si vive in un insopportabile limbo d’attesa. Sul che sarà. “Se avessero dato le autorizzazioni che ci negano – spiega con foga un signore di mezz’età – a quest’ora mi sarei ristrutturato la casa e forse ci abiterei già”. Invece, il centro storico è come il giorno dopo il sisma. In bilico.
Ilaria Leccardi e Mauro Ravarino
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