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| Dissonanze. Quel democratico di Proudhon
Il concetto
di “dissonanza cognitiva” è noto da
tempo
agli psicologi. Quando concetti, nozioni e credenze vissute come
incoerenti o
opposte sono contemporaneamente presenti nell’apparato
cognitivo di un
individuo, si viene a creare un disagio psicologico che necessita di
esser
risolto. Un esempio noto è quello del fumatore. Egli sa che
fumare fa male, sa
al contempo che chi fa qualcosa che lo danneggia è stupido,
pertanto il
tabagista dovrebbe accettare l’idea di essere stupido; questa
idea, però,
contrasta con la benevola autoconsiderazione che è di ogni
individuo non
depresso. La soluzione può essere, allora, quella di
squalificare la
scientificità degli studi sui danni da fumo, oppure il
considerare il piacere
sicuro prodotto dal suo vizio più importante di un danno
incerto, come anche l’affermare
a se stessi che, “con l’inquinamento che
c’è”, il fumo di sigaretta è
piccola
e trascurabile cosa. Tutto pur di salvaguardare la propria immagine di
individuo razionale. Bene, alla dissonanza cognitiva e alle contorsioni
intellettuali
messe in campo per risolverla non è immune neppure il
pensatore di cose politiche,
l’analizzatore di grandi sistemi e neanche i tanti, troppi
autori di “brevi
saggi sull’universo”. Anzi. Si prendano gli
anarchici, noti compendiatori di
universi, tra l’altro, e il loro rapporto con il libero
scambio. E’ noto che
se sei per il libero scambio sei un capitalista,
c’è scritto su tutti i brevi
saggi. Libero scambio e anarchismo sono
“dissonanti”, non possono coesistere
nella stessa scatola cranica, specie se già occupata da
molti altri ingombri intellettuali,
quali, per esempio, quelli che fanno confondere il libero scambio col
capitalismo,
un sistema predatorio che nulla ha a che vedere con uno scambio
realmente “libero”.
Stranamente, però, anarchismo, che è per
definizione libertà, e impedimento
dello scambio, che è costrizione, sembrano non essere
particolarmente
dissonanti. Ora, intendo sottoporre al lettore un caso piuttosto
lampante di risoluzione
di una dissonanza cognitiva di tipo simile. L’argomento
è Proudhon. Per una
strana coincidenza, sull’ultimo numero di A
Rivista
Anarchica (n.
348, novembre 2009), Mirko Roberti sembra quasi rispondere al mio
invito,
pubblicato su vari fogli e noto anche a quella redazione, a leggere
Proudhon.
Egli, infatti, si produce in una singolare argomentazione proprio
proponendo
una “Lettura di Pierre Joseph Proudhon”.
Nell’introdurre alcuni brani del
francese, estrapolati qua e là, l’autore parte
dalla constatazione che «Il
pensiero proudhoniano è stato oggetto di molteplici
interpretazioni, le più
diverse, le più disparate». Ciò
è senz’altro vero e, del resto, era proprio
tale constatazione a motivare la mia proposta di approfondimento
dell’opera
proudhoniana. Tale approfondimento, in altri termini, avrebbe dovuto
far
cogliere al lettore la profonda coerenza interna del suo pensiero, onde
far
miseramente crollare una serie di luoghi comuni di pronto utilizzo,
appunto,
per le più diverse e contrastanti posizioni. Già,
ma l’invito del più noto
magazine libertario italiano sembra procedere in vista di ben altro
fine. Si,
perché Roberti scrive che «Alla radice di questa
varietà interpretativa vi è il
pensiero stesso di Proudhon, continuamente contraddittorio, dispersivo,
costruito più per spunti ed intuizioni, che per
schemi». La posizione di
Roberti è rispettabile come quella di qualunque studioso e,
in un dibattito
intellettuale, la differente interpretazione è per
definizione una necessità,
pena l’assenza del dibattito stesso. Senonché, ad
un certo punto diventa
piuttosto chiaro che l’autore tende a risolvere il disagio
psicologico che proprio
la lettura dell’autore di “Che
cos’è la proprietà?” procura
al suo anarchismo.
Proudhon, con la sua ostinazione a non sclerotizzare le posizioni in
dogmi e a
considerare mobile ogni cosa viva, a vedere, cioè, come
necessarie ed
ineliminabili perfino le «contrapposizioni e le
antinomie», incluse quelle «tra
proprietà privata e proprietà collettiva, tra
socializzazione e individualismo»,
perché «fanno tutte parte del tessuto della vita
sociale», provoca qualche
vertigine. Manca un saldo parapetto. Ecco allora che avviene
l’impensabile:
l’uomo che per primo osò definirsi
“anarchico” viene espulso dal novero degli
anarchici!
Scrive, infatti, Roberti: «I contenuti specifici della sua
dottrina, privilegiando
di volta in volta aspetti diversi della molteplicità
socio-economica, possono
definire Proudhon come teorico ora all’una ora
all’altra tendenza, rendendo
praticamente impossibile una “lettura anarchica”
del suo pensiero.
Quest’ultimo, inoltre, ha subito un’evoluzione
continua caratterizzata da
alcune fasi più inclini al democraticismo rivoluzionario o
al riformismo che
all’anarchismo». Uno scoop,
direi, che non solo finisce con l’accreditare
le letture fantasiose da cui si era partiti, ma che, nel cercare di
risolvere
una serie di dissonanze cognitive con l’espulsione di tanto
autore
dall’esclusivo club, finisce col rivelare un pericoloso
sfondo intellettuale.
Infatti, il motivo della scarsa coerenza anarchica dell’uomo
di Becancon
Roberti la vede nell’ «uso assolutamente originale
del metodo dialettico: a
differenza di Marx ed Hegel che definiscono la realtà nella
forma triadica di
una tesi e di una antitesi che si risolve sempre in una sintesi
superiore,
Proudhon afferma che le opposizioni e le antinomie sono la struttura
stessa del
“sociale”, e che il problema non sta nel risolverle
in una sintesi che
finirebbe per irrigidire la realtà, ma nel trovare e nel
costruire un
equilibrio funzionale capace di far convivere più tendenze
di per sé
contraddittorie». In altri termini, sembra che la colpa del
fondatore
dell’anarchismo moderno sia quella di considerare
l’identità anarchica come
qualcosa di anarchico. Ecco, questo non è
dissonante…. Luigi
Corvaglia Dissento con la parte iniziale dell’intervento. E non perché sono un tabagista, ma perché sono libertario. Essere libertari, notoriamente, può provocare danni alla salute (talvolta anche molto gravi) e non vorrei si concludesse che equivale ad essere stupidi… Concordo con Roberti nell’affermare che Proudhon non può essere definito anarchico: il movimento anarchico nacque nel 1872, a S. Imier; Proudhon morì nel 1865. Del movimento può essere definito un precursore (ma più di lui lo fu Carlo Pisacane). Mi trovo invece d’accordo con Corvaglia quando dice che capitalismo e libero scambio sono cose diverse e, come lui, ritengo che le triadi di Hegel abbiano poco a che fare con l’anarchismo. Luciano
Nicolini
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