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Marisa Berenson e Tilda Swinton

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Dieci inverni                                       
  
di Valerio Mieli

con Isabella Ragonese, Michele Riondino, Liuba Zaizeva, Glen Blackall, Sergei Zhigunov

 
I “Dieci inverni” del titolo sono quelli che racchiudono il legame che si crea tra Camilla e Silvestro. Lei lascia il paese dell’entroterra per frequentare l’Università a Venezia e il giorno in cui si trasferisce incontra sul vaporetto lui, esuberante e un po’ invadente. La singolarità dell’opera di debutto di Valerio Mieli, anche co-sceneggiatore, è quella di suddividere il racconto in dieci quadri che si protraggono nell’arco di dieci anni (dal 1999 ai giorni nostri) scegliendo di mostrare, per ogni anno, solo quello che succede in alcune giornate della stagione invernale. Uno stratagemma narrativo molto potente, gestito con la capacità di creare interrogativi e di stimolare curiosità verso il destino dei protagonisti che, pur attraendosi, impiegheranno molto tempo prima di imparare a comunicare e arrivare davvero e conoscersi. Nei due lustri in cui è racchiusa la vicenda la vita scorrerà tra obiettivi cercati e raggiunti, eventi subiti, nodi irrisolti, asperità caratteriali e quel pizzico di fatalità necessario per agguantare il lieto fine. Originale nelle premesse, diretto con attenzione ai caratteri e sensibilità, interpretato con partecipazione, il film scorre piacevolmente nonostante qualche intoppo derivante dalla tanta carne al fuoco. In fondo lo spettatore diventa testimone di tracce di vita, non solo amorosa, e attraverso pochi dettagli deve capire l’evolversi dei personaggi includendo il rapporto con gli amici, i familiari, le ambizioni professionali. L’accumulo porta a qualche svolta poco credibile (tutta la parte russa in cui la protagonista diventa la signora borghese di un uomo attempato) e la ricerca delle mezzetinte trova un equilibrio tra pieni e vuoti non evitando alcune forzature. Determinante il contributo della città di Venezia, non solo sfondo da cartolina, ma suggestivo contrappunto al sentire dei personaggi. In ogni caso un tentativo apprezzabile di uscire dalle convenzioni del superficiale filone giovanilistico in cui il cinema italiano sembra perdersi (ultima sciocchezza “Amore 14” di Federico Moccia), cercando una strada personale che non vuole solo limitarsi a compiacere il pubblico ma anche, e soprattutto, raccontare una storia.

 
Luca Baroncini


 

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Io sono l'amore

 

di Luca Guadagnino

con Tilda Swinton, Flavio Parenti, Edoardo Gabbriellini, Alba Rohrwacher, Pippo Delbono, Marisa Berenson, Gabriele Ferzetti

 
Anche i ricchi piangono, continuano a raccontarci, ma perché sempre a loro guarda il cinema? Forse perché si suppone che il contorno sia più interessante e in grado di attrarre rispetto alle solite “due camere e cucina” in cui più che sognare ci si limita a sopravvivere. Sta di fatto che Luca Guadagnino sceglie di soffermarsi sull’ennesimo nucleo familiare altolocato in un interno: il padre severo (il carismatico Pippo Delbono), la madre di origine russa bella ed elegante (Tilda Swinton, mai così charmant), i tre figli (tra cui Alba Rohrwacher, oramai prigioniera di personaggi dalla fragile apparenza e dalla forte determinazione) e relativi compagni/e e i capostipiti (la classe fatta donna Marisa Berenson e il carismatico Gabriele Ferzetti in un cameo). Il pranzo della domenica mette in tavola prelibati manicaretti e una manciata di insoddisfazioni inconfessabili (pulsioni nascoste, sogni di carriera, colpi di fulmine). Va dato merito al regista di provare a tradurre l’ordinarietà del soggetto in stile, con quelle didascalie retrò a sottolineare la rigidità dei confini entro cui i personaggi si ritrovano a muoversi, liberi solo in teoria, nella pratica prigionieri di convenzioni millenarie impossibili da scalfire. Eppure una forte passione squarcia il velo del noto e prova a farsi strada, ma abbandonare le sicurezze del presente non può che portare a un malessere che solo il tempo potrà, forse, volgere in positivo. Il problema del film è che dopo un avvio un po’ ingessato ma apprezzabile, per la ricerca formale sottesa alle immagini, non riesce a tradurre le molte problematiche esposte in altrettante svolte risolutive, finendo per soffermarsi su un rapporto affettivo dei più triti (l’attempata e il giovinetto) con tanto di dramma finale appiccicato per arrivare alla chiusa imposta dal già lungo minutaggio. Il resto dei personaggi passa così in secondo piano e la freddezza dei rapporti familiari viene solo accennata senza farsi decisivo sentire. Tutto scorre in superficie, quindi, la sospensione di incredulità vacilla e l’imbarazzo trova modo di mutuarsi in dialoghi improbabili (se, quando una sconvolta protagonista con il carisma della Swinton pronuncia con convinzione “Io amo Giovanni”, il pubblico sghignazza significa che si è perso il polso della situazione). Forse una maggiore ironia nel tratteggiare i personaggi e un rigore meno esibito (leggi “prendersi meno sul serio”) avrebbero giovato al risultato. 

 

Luca Baroncini

 

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