|
Home |
Il
nemico dei libertari è uno solo: “il
potere”. Uno soltanto? O dobbiamo parlare, piuttosto, di
“poteri”? Toni Iero,
autore dell’articolo che segue, sembrerebbe più orientato
verso la seconda affermazione. Elena Nicolini, a pagina
4, ci ricorda che, accanto al potere politico e a quello economico,
nell’Italia
di oggi è evidente l’arroganza di un potere forse
più antico, quello fondato sull’età; Annalisa
Righi, a pagina 5,
parla di un potere altrettanto vecchio, quello basato sulla differenza
di
genere, e di come si manifesta nel
nostro paese. A pagina 6 Eugen Galasso ne conclude che di
“poteri” si deve ragionare.
Ma dietro a ogni potere, come sempre hanno sostenuto i libertari,
c’è la forza
bruta. E quando è una minoranza a dominare, ad essa si
accompagna la
convinzione della necessità del dominio da parte dei dominati:
il nemico più
difficile da combattere.
![]() |
|
| sei in Cenerentola>archivio>numero119>attualità
Potere economico, potere politico, violenza Cos’è il potere economico? Chi lo detiene? È corretto
parlare di potere economico o è più rispondente alla realtà riferirsi, al
plurale, ai poteri economici? Nella realtà quotidiana, infatti, esistono numerose
sfaccettature del cosiddetto potere economico. Una prima distinzione la si ritrova
tra i detentori di capitali finanziari e i proprietari di grandi complessi
industriali. Vi sono poi gli immobiliaristi e i “faccendieri”, la grande
distribuzione e i network di cliniche private, i “media” e la criminalità
organizzata, il Vaticano e A fronte della frammentazione che caratterizza il potere
economico, vi è poi il potere politico. In realtà, anche in questo caso, è
difficile osservare blocchi monolitici. In primis vi è la divisione dei poteri,
alla base di qualsiasi democrazia liberale: il potere legislativo, appannaggio
del Parlamento; quello esecutivo, che si sostanzia nel governo (che oggi tende
pericolosamente a tracimare invadendo il campo di altri poteri) e, infine, il
potere giudiziario, esercitato dalla magistratura. In realtà, vi sono anche le
articolazioni territoriali (regioni, province, comuni), cui si sommano altre
entità formali e informali (aree metropolitane, consorzi, etc.). Occorre
inoltre considerare ulteriori centri di potere rappresentati da varie autorità
cui viene demandata la vigilanza su specifici settori (Banca d’Italia,
Antitrust, Consob, …). Aggiungiamo poi la dialettica che si sviluppa,
all’interno delle istituzioni, in virtù delle diverse componenti politiche ivi
rappresentate e cominciamo a delineare, anche qui, una situazione molto complessa.
La descrizione che ho fatto è largamente incompleta e superficiale.
Tuttavia, ne emerge la domanda: che tipo
di rapporti esistono tra due mondi così altamente caotici ed eterogenei? È evidente
a tutti che, in queste condizioni, parlare di un potere economico che sostiene
un potere politico per esserne, a sua volta, sostenuto è una semplificazione
che rischia di non cogliere le numerose contraddizioni esistenti tra e
all’interno di questi due insiemi. Solo la comprensione di questo universo
caotico, dove le amicizie personali sono importanti ma fluttuano e cambiano in
funzione degli interessi del momento o in cui posizioni politiche distanti
possono ritrovarsi a sostenere lo stesso schieramento economico, fornisce la
chiave di lettura per interpretare le dinamiche in atto nel paese. Vanno evitati due errori: il primo consiste nell’ignorare
la complessità e le contrapposizioni che emergono dal variegato mondo del
potere. Ogni volta che si prende
un’iniziativa o si lancia una lotta bisogna chiedersi chi sono le vere controparti
e quali i possibili alleati. Non sempre è così facile come si pensa. Ecco
l’importanza di conoscere i meccanismi di funzionamento delle istituzioni e di delineare
le relazioni che intercorrono tra gli interlocutori. Per riuscirvi serve una
rete di relazioni, un’organizzazione (e un progetto politico) almeno a livello
nazionale. Non riconoscere e, quindi, non saper sfruttare le contraddizioni
presenti all’interno del potere può essere fatale. Non solo si è più deboli, ma
si rischia anche di sbagliare bersaglio e vanificare potenziali sinergie con
forze o istituzioni che potrebbero aiutare il raggiungimento degli obiettivi
che il movimento si è dato, sia in specifiche situazioni, sia più in generale. D’altra parte, se è
fondamentale studiare e capire il funzionamento della macchina del potere, è
altrettanto indispensabile evitare di trasformarsi in un suo ingranaggio. È ciò che è successo ai partiti
politici di sinistra che, a volte anche in buona fede, hanno provato ad
applicare la lezione leninista: conquista lo Stato e poi usalo per il bene del
popolo. La conquista dello Stato, insurrezionale secondo la tradizione
bolscevica, tramite elezioni secondo la scelta socialdemocratica, in realtà, ha
portato tali forze a seguire la stessa logica dei nemici che dichiaravano di
voler combattere. L’effetto della cura, soprattutto dal lato bolscevico, è
stato spesso peggiore della malattia. Ma allora, il potere è uno o sono tanti, si deve combattere
frontalmente o è meglio attuare forme di lotta che si insinuino fin all’interno
delle sue articolazioni? La risposta a tali domande può apparire incoerente.
Ritengo che i poteri siano tanti ed occorra saper far leva sulle loro incompatibilità,
in continua fluttuazione. Però, sono consapevole che, di fronte ad un attacco
diretto, le differenze e i conflitti che caratterizzano i vari centri di potere
tenderebbero a sfumare. Quando ciò accade emerge la vera natura del potere,
basata sulla mistificazione, sulla corruzione e, in ultima istanza, sulla
capacità di esercitare la forza fisica contro i soggetti ritenuti pericolosi.
Per questi motivi, credo sia fondamentale per lo sviluppo dello organizzazioni
libertarie e delle lotte che esse portano avanti, evitare di portare il livello
dello scontro sul piano più congeniale al potere, quello della violenza. Toni Iero Berlusconi, i giudici, il parlamento Non è un caso che questo numero di Cenerentola sia principalmente dedicato ai rapporti tra i diversi poteri (o, se si preferisce, tra le diverse manifestazioni del potere). Da alcuni mesi a questa parte infatti, in Italia, si assiste a scaramucce tra governo, parlamento e magistratura. Il premier, in poche parole, sostiene che lui, eletto dal popolo, non può essere intralciato da chi, come i giudici, fa parte di una casta che eletta dal popolo non è. I magistrati, invece, sostengono che nessuno può porsi al di sopra delle leggi. Per questo, dopo aver cercato invano l’immunità personale, Silvio Berlusconi chiede ora che venga ripristinata l’immunità parlamentare. E’ questo un istituto che nacque insieme alla moderna democrazia, per proteggere i rappresentanti del popolo dalle angherie dei sovrani, dei nobili e del clero: cioè con intenti progressisti. In Italia è stato abolito in quanto si è sostenuto che, non essendoci più sovrani né nobili, ed essendo stato molto ridimensionato il potere dei preti, veniva utilizzato dai politici soltanto per garantirsi l’impunità. Non è questa la sede per addentrarsi nel dibattito tra favorevoli e contrari: ciò che è certo è che, in un paese nel quale un uomo che ha alle spalle i trascorsi di Berlusconi viene eletto a furor di popolo, il problema è ben altro, e ben più grave. Nel frattempo, per stare tranquillo, il premier ha fatto preparare una legge che fa decadere i processi che durano più di due anni. Molti, nel centro-sinistra e non solo, gridano allo scandalo. A noi, francamente, pare che scandaloso sia farli durare di più. Il problema è che, da un lato, non si possono cambiare le regole a metà di una partita, dall’altro, se davvero si volessero abbreviare i processi, occorrerebbe anche intervenire con adeguati finanziamenti (il che, ovviamente, non è stato fatto). Ci sono rapporti tesi anche tra governo e parlamento. Quest’ultimo, si dice, è stato ormai ridotto a un organismo che ratifica ciò che decide il governo. La cosa è evidente a tutti: arrivati a questo punto, al posto dei parlamentari potrebbero sedere tranquillamente delle veline (che, tra l’altro, hanno anche il pregio di essere più fotogeniche). Ma - è il caso di domandarsi – dov’erano coloro che adesso si lamentano (e in particolare gli esponenti del centro-sinistra), quando venivano approvate leggi che trasformavano il sistema quasi-proporzionale in sistema quasi-maggioritario? Dov’erano quando si decidevano assurdi “premi di maggioranza” per “aumentare la governabilità”? A festeggiare. Non avevano capito che, così facendo, si consegnava un potere pressoché assoluto nelle mani del governo? (red) In Italia esiste un preoccupante deficit di rappresentatività
dei giovani nei vertici, sia in politica che nel settore economico e culturale,
e questo soprattutto rispetto agli altri paesi europei: è uno squilibrio che si
traduce inevitabilmente in un esercizio di potere nei confronti dei giovani.
Ciò è in parte legato al deficit demografico che caratterizza il nostro paese:
l’Italia è il solo paese nel quale gli under 25 sono scesi sotto il 25% sulla
popolazione totale: i giovani italiani risultano avere il minor peso demografico
(e quindi elettorale) di tutta Europa, unito alla quota più bassa in fatto di
scolarizzazione, occupazione e salari. E comunque risultano essere sotto-rappresentati
all’interno di tutti i centri di potere, politico, economico e culturale. I parlamentari al di sotto dei 35 anni sono il 5,6% del
totale. Se dopo Mani pulite il ricambio si era fatto sentire ed eravamo
arrivati al 12,4%, siamo oggi tornati ai livelli della prima Repubblica. Il risultato
è che la fascia d’età tra i 50 e i 60 è sovra-rappresentata, cioè pesa in Parlamento
più di quanto pesa nella società. Mentre quella dei giovani è sotto-rappresentata,
cioè pesa meno in Parlamento che nella società. Non stupisce dunque che il nostro paese abbia il sistema
previdenziale più iniquo per i giovani e il maggior debito pubblico ereditato
dalle generazioni precedenti, a cui si aggiunge il maggior divario in requisiti
e trattamento pensionistico tra le vecchie e le giovani generazioni: l’esclusione
delle nuove generazioni dai luoghi di rappresentanza sembra il frutto di una
strategia mirata a proteggere la leadership delle classi dirigenti. I giovani
hanno meno politiche dedicate perché la stessa classe dirigente privilegia i
propri interessi. Le proposte di riforma sono più difficili da attuare e la generazione
più forte (gli over 65) ha il sopravvento su quella meno numerosa (la popolazione
attiva). Lo stesso succede in azienda; in una economia come quella
italiana, basata sulla piccola e media azienda familiare, è raro che il
patriarca rinunci alla sua posizione dominante, e se avviene è quasi sempre in
favore di un figlio o di un parente stretto. L’Italia è sempre stata un paese a
bassa mobilità, dove solo il 3% dei figli degli operai riesce a salire qualche
gradino della scala sociale per diventare libero professionista o imprenditore.
Ma le cose stanno peggiorando. All’università la situazione è ancor più paradossale; nel
nostro paese, solo 4 docenti universitari su cento possono vantare meno di 34
anni. La metà dei professori ordinari ha superato i 60 anni e quasi 8
docenti su 100 hanno spento almeno 70 candeline. I giovani sono pochissimi, gli
under 50 ammontano a meno del 19%. Tra i ricercatori a tempo indeterminato solo
il 2% ha meno di 30 anni. Pochi riveritissimi baroni decidono il destino –
precario ai limite dell’immaginabile – di ogni dottore di ricerca, innanzitutto
favorendo e sistemando parenti e amici, e in ogni caso appoggiando chi, messa
da parte qualsiasi velleità culturale, si è adattato a fare il modesto
segretario, il fedele portavoce, nella speranza che con gli anni, magari una
ventina di anni, qualcosa cambi.
Elena Nicolini
inizio
pagina
- Rosy Bindi, Emma Marcegaglia, Rita Levi Montalcini… - Ad aprile 2009 scoppia su tutti i giornali il
caso “Ciarpame senza pudore”. Così Veronica Lario definisce le candidature
delle veline al Parlamento Europeo. - L’Istat diffonde i dati di un’indagine, effettuata nel
2006, dedicata al fenomeno della violenza fisica e sessuale subita dalle donne. Il campione
comprende 25mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate telefonicamente. Il
31,9% è stato vittima di violenze e, con
ogni probabilità, come è ammesso dagli stessi autori dell’indagine, si tratta
di una sottostima. (Fonte: Istat, 2008, “La
violenza contro le donne”).
In quest’ottica la posizione sociale femminile trova la
sua collocazione e le annotazioni sopra
riportate, riferite all’Italia di oggi, rivelano la ragione della loro
apparizione. Da una parte, le riflessioni, le organizzazioni, ed anche
la realizzazione di quello che è stato il percorso teorico, operativo e
culturale dei movimenti per l’emancipazione femminile e la parità tra i sessi,
che ha permesso formalmente un’uguaglianza giuridica: molte donne hanno
raggiunto incarichi professionali e
cariche politiche importanti, e nulla hanno da invidiare ai colleghi maschi
neppure nell’esercizio del potere che lo
svolgimento delle funzioni richiede. Dall’altra, i
vissuti dolorosi e conflittuali delle
donne succubi nella quotidianità di uomini padroni che impongono con forza coattiva e violenta la soddisfazione dei loro desideri
in cambio di protezione o di un minimo di sostentamento. In mezzo, una nuova realtà. Quella delle donne che oggi,
nel mondo delle pari opportunità,
rispolverano ed usano i cliché della femminilità come arma per
raggiungere il potere per eccellenza, quello politico. Un fenomeno che, in
parte, è sempre esistito, ma che oggi è più frequentemente riscontrabile
proprio grazie all’emancipazione legale di quello che era considerato il sesso
debole. Ciò che appare allora è che il potere, pur restando
ancora legato alle tradizionali dinamiche relazionali di subordinazione (protezione/
obbedienza), ne fuoriesce per ricreare se stesso, ricostruendo ed
istituzionalizzando le motivazioni e le circostanze che rendono probabile
l’accettazione del potere medesimo contemporaneamente al mantenimento del sistema e del suo ordine
predeterminato. Annalisa Righi Non pongo la questione come data e risolta una volta per
tutte, ma ritengo che l’approccio foucaultiano (con gli sviluppi
successivi, Deleuze e Guattari, ma non solo) al problema del potere sia indispensabile
per capire l’oggi e il domani. Ben altra cosa rispetto alle analisi tradizionali,
che ponevano il problema del potere in termini classisti, ossia di conflitti
tra “proletariato”, “borghesia”, “aristocrazia”. Anche altra cosa rispetto alle
teorie che tuttora cincischiano sulla “democrazia”, cioè a dire su che cosa
sia, quali siano i suoi limiti, i confini tra democrazia e potere
oligarchico, ossia di pochi, del premier, del governo e del parlamento, ma
anche a quella posta da Montesquieu in poi, la tripartizione dei poteri: esecutivo,
legislativo, giudiziario. La prospettiva “post-moderna” di cui sopra individua la
questione di come vi sia una “microfisica dei poteri” ossia conflitti tra un
potere e l’altro, ma anche all’interno di un singolo potere. Intendiamoci, però:
non è che la questione sociale sia rimossa, anzi rimane prepotentemente: chi
paga i costi di ogni crisi economica, compresa l’ultima?
Evidentemente chi lavora a reddito fisso o saltuario, comunque
basso, chi è disoccupato, chi non gode di introiti. Più problematico è che tali
gruppi di persone siano definibili “proletariato”, “classe operaia”; ma, definizioni
a parte, il problema rimane. In altri termini, c’è ancora scontro politico - economico,
ma i conflitti clamorosi che si manifestano oggi, per esempio, in modo
eclatante in Italia, in forma più attutita altrove, tra potere esecutivo e
giudiziario, ma anche tra parlamento (legislativo) e governo (esecutivo),
dimostrano come non basti più la semplice buona fede a sorreggere la
debole impalcatura della tripartizione a garanzia di un “tranquillo andamento
di bilanciamento” nelle “democrazie” occidentali. Il caso italiano è fin troppo
vistoso, pieno di scandali e controscandali, anche grotteschi. Esistono,
però, anche conflitti altri, rilevati appunto da Foucault e autori citati,
per esempio tra polizia e potere giudiziario, ma in Italia anche tra polizia e
carabinieri (ciò è notorio da decenni), tra guardia di finanza e altre “forze
di sicurezza”, tra organi investigativi e di “controspionaggio” (perché non dire
semplicemente spionaggio?), ma anche all’interno di un potere. Non si dica per esempio che tutte le procure vanno d’amore
e d’accordo, che scavalcamenti e lotte di corridoio (ma non solo) non sono
all’ordine del giorno. Lo stesso vale in ogni altro ambito lavorativo-professionale
e di potere, dove naturalmente la guerra tra poveri (ancora la priorità della
questione sociale!) è particolarmente dannosa, andando sempre e comunque a favore,
questo sì, di un Potere (stavolta maiuscolo, non per caso) che, nelle
microdinamiche potenzialmente infinite dei suoi contrasti e conflitti, sa però
ricompattarsi nelle urne (partiti moderati e conservatori, quando non
filo-fascisti, para-nazisti e razzisti, come dimostrano le recenti
elezioni in tutta Europa, e anche altrove). Lo stesso vale nell’esercizio
quotidiano e consueto della res publica, di ciò che, per ovvi motivi, non
possiamo in alcun modo più chiamare “polis”. In questo senso, credo, si
possa recuperare una funzione vitale, per esempio, di libertari e anarchici:
nello smascheramento di poteri conflittuali sì, ma capaci di ricompattarsi
quando si rende necessario. Ciò presuppone la rinuncia al manicheismo (nero contro bianco,
Bene contro Male), che vede nel Potere un monolite, un moloch-mostro
grigio e dalle mille teste; una tentazione di origine ottocentesca, che l’anarchismo,
più che il libertarismo, si trascina dietro almeno dai tempi di quell’uomo,
peraltro ammirevole, costretto sempre sulle barricate, che non
aveva il tempo, se non a sprazzi, di dedicarsi alla riflessione teorica e che
rispondeva al nome di Michail Bakunin. Sfruttare (ma in senso positivo, cioè adoperare positivamente,
non solo cavalcare la tigre) una questione sociale, ecologica, di libertà, smascherando
il ruolo puramente strumentale di forze, quali partiti, sindacati,
movimenti credo sia il compito principale per i libertari oggi, che siano
anarchici o che operino in qualche forma (sindacati, comitati vari,
associazioni di volontariato laico, dato che in quello confessionale ciò
è impossibile). Presenza consapevole e intelligente nelle lotte, ma anche
smascheramento di quanto si muove dentro, fuori e trasversalmente a queste
lotte, nella consapevolezza, appunto, che i poteri anche più litigiosi, al loro
interno e con gli altri poteri, sanno ricompattarsi provvisoriamente e in via
mai definitiva e neppure troppo forte, ma forte abbastanza da resistere a
pressioni esterne, quando ciò diventi necessario. Ecco allora che lo smascheramento
dei poteri, costruiti non semplicemente su uno schema classista, risulta fecondo
e necessario, sempre che non ci faccia “buttare via il bambino con l’acqua
sporca”, cioè in altri termini: la questione sociale rimane fondamentale, solo
che si disloca e annida dove non ce lo aspetteremmo; ci aspetta
dove magari, a prima vista, non sapremmo trovarla. Alcuni altri esempi: le lotte sindacali attuali sono
da considerare con particolare attenzione; ma non si tratta di seguire la “triplice”
dove, per dire, le lotte di studenti e professori all’università sono
lotte di persone che sfuggono alle gestioni “ufficiali”. Sono da considerare
perché progettano un nuovo modello di rapporto formazione-lavoro, anche per il
futuro, come quelle dei ferrovieri che, con l’accento messo sulla sicurezza
ribaltano l’ottimismo efficientista dell’ “Alta velocità”, già ampiamente deficitario
e foriero di ritardi molto gravi per gli altri treni e di incidenti a
ripetizione. Eugen Galasso A L’Avana, il 6 novembre scorso, si è tenuta una manifestazione “contro la violenza”. L’iniziativa, nata spontaneamente, sembra rappresentare
il risveglio di una sinistra libertaria a Cuba e ha visto la partecipazione di circa
duecento persone, per lo più giovani. Un avvenimento molto importante in un paese
governato da decenni da un regime autoritario e nel quale, da decenni, il
dissenso assume quasi sempre connotazioni di destra. A Cuba, ai tempi della rivoluzione, era presente una forte
componente anarcosindacalista, che fu poi messa a tacere dal partito di Fidel Castro.
Il seme libertario non è andato
del tutto perduto. Riuscirà a germogliare?
«Compañero/as: Llamamos a crear una red de apoyo a la militancia anti-autoritaria
emergente, pues los destinos de Cuba y de su Revolución dependen en estos momentos de nuestra capacidad
común de resistencia.
desde Un appello che ci sembra non necessiti di traduzioni. (red)
Torino: si apre il processo Eternit Il 10 dicembre si apre a Torino il processo contro la
multinazionale dell’amianto Eternit. Un momento storico per tutti coloro che,
da oltre trent’anni, lottano per far sì che venga riconosciuta la responsabilità
penale dei dirigenti dell’industria che ha provocato in Italia già più di 1600
morti, oltre a centinaia di persone colpite da malattie asbesto correlate. Sul
banco degli imputati il barone belga Jean Luis De Cartier De Marchienne e il
miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, i più potenti signori dell’amianto a
livello internazionale. L’accusa, portata avanti dalla Procura di Torino
guidata dal pm Raffaele Guariniello, è di disastro doloso e rimozione
volontaria di cautele. Come testimonia anche la tragica lista riportata nelle
114 pagine della richiesta di rinvio a giudizio, la città italiana che ha
pagato il prezzo maggiore è Casale Monferrato (Alessandria), dove l’azienda ha
chiuso nel 1986, con oltre 1200 tra lavoratori, familiari e cittadini comuni,
morti per cause legate all’esposizione da amianto (mesotelioma pleurico, asbestosi,
tumore polmonare). A questi si aggiungono i casi degli altri tre centri sul
territorio italiano che ospitavano gli stabilimenti Eternit: Cavagnolo
(Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Ma il processo che prende le mosse a Torino, e che deve
molto all’impegno delle associazioni dei familiari delle vittime, come quella
di Casale Monferrato presieduta dalla “pasionaria” Romana Blasotti Pavesi, e al
Comitato Vertenza Amianto, coordinato da Bruno Pesce, ha un valore storico
soprattutto per la sua dimensione internazionale. È la prima volta infatti che
i massimi dirigenti dell’industria assassina, con sedi in tutto il mondo,
vengono portati a processo. Non ci sono riusciti in Svizzera, non ci sono
riusciti in Belgio, le nazioni dei due imputati. E il processo che si è
celebrato a Casale negli anni ’90 e che ha portato alla condanna Luigi
Giannitrapani, Giuseppe Tavella, Giovanni Battista Parodi e Luigi Reposo, non
toccava che i dirigenti locali dell’azienda. Dell’importanza di questa dimensione sopranazionale si è
parlato a lungo nella conferenza nazionale sull’amianto, tenutasi a Torino dal
6 all’8 novembre, dove si è sottolineato che, sebbene gli effetti pericolosi di
questa sostanza si conoscessero almeno già da inizio anni ’60, si è dovuto
aspettare il 2005 perché entrasse in vigore una disposizione che ne vieta l’uso
in Europa (In Italia la legge che ne impedisce l’impiego risale al 1992).
Eppure il problema ha davvero toccato tutto il continente. Come ha testimoniato
l’avvocato Jean Paul Taissonniere, in Francia, dove l’uso di amianto è vietato
dal ‘97, si stima che entro il 2025 si possa arrivare a 100mila morti per amianto.
Difficile anche la situazione in Belgio, il paese dove è nata Il materiale Eternit (cemento con fibre di amianto) è subdolo,
perché oltre a colpire i lavoratori che ne hanno respirato le polveri in
fabbrica, ha ucciso moltissima gente che con quelle lavorazioni nulla aveva a
che fare, solo perché viveva vicino agli stabilimenti, o perché nella propria
città l’Eternit è stato usato per anni su edifici pubblici e privati, per
costruire marciapiedi e pavimentazioni. Un nemico che, dalle stime degli
esperti, porterà al picco di casi di mesotelioma intorno al Ilaria Leccardi
|
||