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Il nemico dei libertari è uno solo: “il potere”. Uno soltanto? O dobbiamo parlare, piuttosto, di “poteri”? Toni Iero, autore dell’articolo che segue, sembrerebbe più orientato verso la  seconda affermazione. Elena Nicolini, a pagina 4, ci ricorda che, accanto al potere politico e a quello economico, nell’Italia di oggi è evidente l’arroganza di un potere forse più antico, quello  fondato sull’età; Annalisa Righi, a pagina 5, parla di un potere altrettanto vecchio, quello basato sulla differenza di genere, e di come si manifesta  nel nostro paese. A pagina 6 Eugen Galasso ne conclude che di “poteri” si deve ragionare. Ma dietro a ogni potere, come sempre hanno sostenuto i libertari, c’è la forza bruta. E quando è una minoranza a dominare, ad essa si accompagna la convinzione della necessità del dominio da parte dei dominati: il nemico più difficile da combattere.

 
Polizia
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Potere economico, potere politico, violenza 

Cos’è il potere economico? Chi lo detiene? È corretto parlare di potere economico o è più rispondente alla realtà riferirsi, al plurale, ai poteri economici? Nella realtà quotidiana, infatti, esistono numerose sfaccettature del cosiddetto potere economico. Una prima distinzione la si ritrova tra i detentori di capitali finanziari e i proprietari di grandi complessi industriali. Vi sono poi gli immobiliaristi e i “faccendieri”, la grande distribuzione e i network di cliniche private, i “media” e la criminalità organizzata, il Vaticano e la Lega delle Cooperative e via dicendo. Un aggrovigliato coacervo di rapporti, trasversalità, dipendenze, indebitamenti e relazioni a volte anche conflittuali. Si pensi al tipico caso dei contrapposti interessi tra sistema bancario e industriali o a scontri all’interno dello stesso settore come quello tra petrolieri e altri fornitori di energia (nucleare, idroelettrico, biocarburanti, etc.). A tutto ciò occorre aggiungere le tensioni competitive tra imprese che concorrono sullo stesso mercato. Se ne ricava un quadro caotico e in continua evoluzione.

A fronte della frammentazione che caratterizza il potere economico, vi è poi il potere politico. In realtà, anche in questo caso, è difficile osservare blocchi monolitici. In primis vi è la divisione dei poteri, alla base di qualsiasi democrazia liberale: il potere legislativo, appannaggio del Parlamento; quello esecutivo, che si sostanzia nel governo (che oggi tende pericolosamente a tracimare invadendo il campo di altri poteri) e, infine, il potere giudiziario, esercitato dalla magistratura. In realtà, vi sono anche le articolazioni territoriali (regioni, province, comuni), cui si sommano altre entità formali e informali (aree metropolitane, consorzi, etc.). Occorre inoltre considerare ulteriori centri di potere rappresentati da varie autorità cui viene demandata la vigilanza su specifici settori (Banca d’Italia, Antitrust, Consob, …). Aggiungiamo poi la dialettica che si sviluppa, all’interno delle istituzioni, in virtù delle diverse componenti politiche ivi rappresentate e cominciamo a delineare, anche qui, una situazione molto complessa.

La descrizione che ho fatto è largamente incompleta e superficiale. Tuttavia,  ne emerge la domanda: che tipo di rapporti esistono tra due mondi così altamente caotici ed eterogenei? È evidente a tutti che, in queste condizioni, parlare di un potere economico che sostiene un potere politico per esserne, a sua volta, sostenuto è una semplificazione che rischia di non cogliere le numerose contraddizioni esistenti tra e all’interno di questi due insiemi. Solo la comprensione di questo universo caotico, dove le amicizie personali sono importanti ma fluttuano e cambiano in funzione degli interessi del momento o in cui posizioni politiche distanti possono ritrovarsi a sostenere lo stesso schieramento economico, fornisce la chiave di lettura per interpretare le dinamiche in atto nel paese.

Vanno evitati due errori: il primo consiste nell’ignorare la complessità e le contrapposizioni che emergono dal variegato mondo del potere. Ogni volta che si prende un’iniziativa o si lancia una lotta bisogna chiedersi chi sono le vere controparti e quali i possibili alleati. Non sempre è così facile come si pensa. Ecco l’importanza di conoscere i meccanismi di funzionamento delle istituzioni e di delineare le relazioni che intercorrono tra gli interlocutori. Per riuscirvi serve una rete di relazioni, un’organizzazione (e un progetto politico) almeno a livello nazionale. Non riconoscere e, quindi, non saper sfruttare le contraddizioni presenti all’interno del potere può essere fatale. Non solo si è più deboli, ma si rischia anche di sbagliare bersaglio e vanificare potenziali sinergie con forze o istituzioni che potrebbero aiutare il raggiungimento degli obiettivi che il movimento si è dato, sia in specifiche situazioni, sia più in generale.

D’altra parte, se è fondamentale studiare e capire il funzionamento della macchina del potere, è altrettanto indispensabile evitare di trasformarsi in un suo ingranaggio. È ciò che è successo ai partiti politici di sinistra che, a volte anche in buona fede, hanno provato ad applicare la lezione leninista: conquista lo Stato e poi usalo per il bene del popolo. La conquista dello Stato, insurrezionale secondo la tradizione bolscevica, tramite elezioni secondo la scelta socialdemocratica, in realtà, ha portato tali forze a seguire la stessa logica dei nemici che dichiaravano di voler combattere. L’effetto della cura, soprattutto dal lato bolscevico, è stato spesso peggiore della malattia.

Ma allora, il potere è uno o sono tanti, si deve combattere frontalmente o è meglio attuare forme di lotta che si insinuino fin all’interno delle sue articolazioni? La risposta a tali domande può apparire incoerente. Ritengo che i poteri siano tanti ed occorra saper far leva sulle loro incompatibilità, in continua fluttuazione. Però, sono consapevole che, di fronte ad un attacco diretto, le differenze e i conflitti che caratterizzano i vari centri di potere tenderebbero a sfumare. Quando ciò accade emerge la vera natura del potere, basata sulla mistificazione, sulla corruzione e, in ultima istanza, sulla capacità di esercitare la forza fisica contro i soggetti ritenuti pericolosi. Per questi motivi, credo sia fondamentale per lo sviluppo dello organizzazioni libertarie e delle lotte che esse portano avanti, evitare di portare il livello dello scontro sul piano più congeniale al potere, quello della violenza.

Toni Iero

Berlusconi, i giudici, il parlamento

Non è un caso che questo numero di Cenerentola sia principalmente dedicato ai rapporti tra i diversi poteri (o, se si preferisce, tra le diverse manifestazioni del potere). Da alcuni mesi a questa parte infatti, in Italia, si assiste a scaramucce tra governo, parlamento e magistratura.

Il premier, in poche parole, sostiene che lui, eletto dal popolo, non può essere intralciato da chi, come i giudici, fa parte di una casta che eletta dal popolo non è. I magistrati, invece, sostengono che nessuno può porsi al di sopra delle leggi.

Per questo, dopo aver cercato invano l’immunità personale, Silvio Berlusconi chiede ora che venga  ripristinata l’immunità parlamentare.

E’ questo un istituto che nacque insieme alla moderna democrazia, per proteggere i rappresentanti del popolo dalle angherie dei sovrani, dei nobili e del clero: cioè con intenti progressisti. In Italia è stato abolito in quanto si è sostenuto che, non essendoci più sovrani né nobili, ed essendo stato molto ridimensionato il potere dei preti, veniva utilizzato dai politici soltanto per garantirsi l’impunità.

Non è questa la sede per addentrarsi nel dibattito tra favorevoli e contrari: ciò che è certo è che, in un paese nel quale un uomo che ha alle spalle i trascorsi di Berlusconi viene eletto a furor di popolo, il problema è ben altro, e ben più grave.

Nel frattempo, per stare  tranquillo, il premier ha fatto preparare una legge che fa decadere i processi che durano più di due anni. Molti, nel centro-sinistra e non solo, gridano allo scandalo. A noi, francamente, pare che scandaloso sia farli durare di più. Il problema è che, da un lato, non si possono cambiare le regole a metà di una partita, dall’altro, se davvero si volessero abbreviare i processi, occorrerebbe anche intervenire con adeguati finanziamenti (il che, ovviamente, non è stato fatto).

Ci sono rapporti tesi anche tra governo e parlamento. Quest’ultimo, si dice, è stato ormai ridotto a un organismo che ratifica ciò che decide il governo.

La cosa è evidente a tutti: arrivati a questo punto, al posto dei parlamentari potrebbero sedere tranquillamente delle veline (che, tra l’altro, hanno anche il pregio di essere più fotogeniche). Ma - è il caso di domandarsi – dov’erano coloro che adesso si lamentano (e in particolare gli esponenti del centro-sinistra), quando venivano approvate leggi che trasformavano il sistema quasi-proporzionale in sistema quasi-maggioritario? Dov’erano quando si decidevano assurdi “premi di maggioranza” per “aumentare la governabilità”? A festeggiare.

Non avevano capito che, così facendo, si consegnava un potere pressoché assoluto nelle mani del governo?

(red)

 

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L'Italia è una repubblica gerontocratica

In Italia esiste un preoccupante deficit di rappresentatività dei giovani nei vertici, sia in politica che nel settore economico e culturale, e questo soprattutto rispetto agli altri paesi europei: è uno squilibrio che si traduce inevitabilmente in un esercizio di potere nei confronti dei giovani. Ciò è in parte legato al deficit demografico che caratterizza il nostro paese: l’Italia è il solo paese nel quale gli under 25 sono scesi sotto il 25% sulla popolazione totale: i giovani italiani risultano avere il minor peso demografico (e quindi elettorale) di tutta Europa, unito alla quota più bassa in fatto di scolarizzazione, occupazione e salari. E comunque risultano essere sotto-rappresentati all’interno di tutti i centri di potere, politico, economico e culturale.

I parlamentari al di sotto dei 35 anni sono il 5,6% del totale. Se dopo Mani pulite il ricambio si era fatto sentire ed eravamo arrivati al 12,4%, siamo oggi tornati ai livelli della prima Repubblica. Il risultato è che la fascia d’età tra i 50 e i 60 è sovra-rappresentata, cioè pesa in Parlamento più di quanto pesa nella società. Mentre quella dei giovani è sotto-rappresentata, cioè pesa meno in Parlamento che nella società.

Non stupisce dunque che il nostro paese abbia il sistema previdenziale più iniquo per i giovani e il maggior debito pubblico ereditato dalle generazioni precedenti, a cui si aggiunge il maggior divario in requisiti e trattamento pensionistico tra le vecchie e le giovani generazioni: l’esclusione delle nuove generazioni dai luoghi di rappresentanza sembra il frutto di una strategia mirata a proteggere la leadership delle classi dirigenti. I giovani hanno meno politiche dedicate perché la stessa classe dirigente privilegia i propri interessi. Le proposte di riforma sono più difficili da attuare e la generazione più forte (gli over 65) ha il sopravvento su quella meno numerosa (la popolazione attiva).

Lo stesso succede in azienda; in una economia come quella italiana, basata sulla piccola e media azienda familiare, è raro che il patriarca rinunci alla sua posizione dominante, e se avviene è quasi sempre in favore di un figlio o di un parente stretto. L’Italia è sempre stata un paese a bassa mobilità, dove solo il 3% dei figli degli operai riesce a salire qualche gradino della scala sociale per diventare libero professionista o imprenditore. Ma le cose stanno peggiorando.

Secondo una ricerca del Cnel («Urg! Urge ricambio generazionale», 2008), per la prima volta uomini e donne che hanno studiato più dei loro genitori, e che teoricamente dovrebbero trovare un lavoro migliore, in realtà guadagnano meno di loro e devono rinunciare allo stile di vita col quale sono cresciuti. Non solo hanno sempre maggiori difficoltà a trovare il primo lavoro, anche precario, anche sotto-pagato, ma pure la prospettiva di far carriera è diventata per loro un miraggio. Sei italiani su dieci, nella categoria under 30, sono costretti a ricorre al sostegno economico dei genitori. In Europa solo la Spagna è messa peggio di noi.

All’università la situazione è ancor più paradossale; nel nostro paese, solo 4 docenti universitari su cento possono vantare meno di 34 anni.  La metà dei professori ordinari ha superato i 60 anni e quasi 8 docenti su 100 hanno spento almeno 70 candeline. I giovani sono pochissimi, gli under 50 ammontano a meno del 19%. Tra i ricercatori a tempo indeterminato solo il 2% ha meno di 30 anni. Pochi riveritissimi baroni decidono il destino – precario ai limite dell’immaginabile – di ogni dottore di ricerca, innanzitutto favorendo e sistemando parenti e amici, e in ogni caso appoggiando chi, messa da parte qualsiasi velleità culturale, si è adattato a fare il modesto segretario, il fedele portavoce, nella speranza che con gli anni, magari una ventina di anni, qualcosa cambi.

 
L’unica soluzione non violenta a questa situazione sembra essere la “fuga di cervelli”, risposta solo apparentemente individuale, visto che migliaia di laureati ogni anno scelgono di lasciare l’Italia. Dove sono finiti i giovani del popolo di Seattle? La mancanza di visioni per il futuro sembra averli rassegnati. Che speranze hanno i giovani dell’Onda? Ogni tentativo di protesta o di ribellione viene preventivamente punito e sedato. Attraverso l’assedio sistematico a tutte le forme di cultura e di aggregazione giovanile viene attuata quella  repressione preventiva che Valerio Evangelisti chiama “Ucciderli da piccoli” (www. carmillaonline.com).

 

Elena Nicolini

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Relazioni  di genere e potere sistemico
   

- Rosy Bindi, Emma Marcegaglia, Rita Levi Montalcini…

 -  Ad aprile 2009 scoppia su tutti i giornali il caso “Ciarpame senza pudore”. Così Veronica Lario definisce le candidature delle veline al Parlamento Europeo.

- L’Istat diffonde i dati di un’indagine, effettuata nel 2006, dedicata al fenomeno della violenza fisica e  sessuale subita dalle donne. Il campione comprende 25mila donne tra i 16 e i 70 anni, intervistate telefonicamente. Il 31,9%  è stato vittima di violenze e, con ogni probabilità, come è ammesso dagli stessi autori dell’indagine, si tratta di una sottostima.  (Fonte: Istat, 2008, “La violenza  contro le donne”).

 
Si desidera porre l’accento sulla posizione sociale della donna, strettamente legata al concetto di potere. Un concetto ampio e variegato, la  cui storia coinvolge molteplici discipline, conoscenze e autori, oltre alla reale gestione della pluralità degli spazi sociali, istituzionali e privati. Ciò nonostante, aldilà della produzione speculativa che la riflessione su questo concetto ha generato, si può individuare il significato fondamentale del termine in un tipo specifico di  rapporto fra due soggetti nel quale uno impone all’altro la propria  volontà  e ne determina il comportamento.  Una relazione asimmetrica, quindi, il cui presupposto essenziale è la presenza di un soggetto più forte. Se proviamo ad immaginare i primitivi rapporti di gruppo o di clan dei nostri progenitori,  ad altro non si può attribuire la posizione di supremazia di un individuo su un altro se non alla prerogativa della forza fisica la quale, per l’appunto,  diventa la naturale discriminante regolatrice dei rapporti sociali. In particolare nelle interazioni uomo/donna, dove il rapporto sopradescritto si carica inoltre di dinamiche reattive basate su sentimenti di  protezione/obbedienza.

In quest’ottica la posizione sociale femminile trova la sua collocazione e le annotazioni  sopra riportate, riferite all’Italia di oggi, rivelano la ragione della loro apparizione.

Da una parte, le riflessioni, le organizzazioni, ed anche la realizzazione di quello che è stato il percorso teorico, operativo e culturale dei movimenti per l’emancipazione femminile e la parità tra i sessi, che ha permesso formalmente un’uguaglianza giuridica: molte donne hanno raggiunto incarichi  professionali e cariche politiche importanti, e nulla hanno da invidiare ai colleghi maschi neppure nell’esercizio del  potere che lo svolgimento delle funzioni richiede.

Dall’altra,  i vissuti dolorosi e conflittuali  delle donne succubi nella quotidianità di uomini padroni  che impongono con forza coattiva e  violenta la soddisfazione dei loro desideri in cambio di protezione o di un minimo di sostentamento. 

In mezzo, una nuova realtà. Quella delle donne che oggi, nel mondo delle pari opportunità,  rispolverano ed usano i cliché della femminilità come arma per raggiungere il potere per eccellenza, quello politico. Un fenomeno che, in parte, è sempre esistito, ma che oggi è più frequentemente riscontrabile proprio grazie all’emancipazione legale di quello che era considerato il sesso debole.

Ciò che appare allora è che il potere, pur restando ancora legato alle tradizionali dinamiche relazionali di subordinazione (protezione/ obbedienza), ne fuoriesce per ricreare se stesso, ricostruendo ed istituzionalizzando le motivazioni e le circostanze che rendono probabile l’accettazione del potere medesimo contemporaneamente al  mantenimento del sistema e del suo ordine predeterminato. 

Annalisa Righi

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Potere o poteri?

Non pongo la questione come data e risolta una volta per tutte,  ma ritengo che l’approccio foucaultiano (con gli sviluppi successivi, Deleuze e Guattari, ma non solo) al problema del potere sia indispensabile per capire l’oggi e il domani. Ben altra cosa rispetto alle analisi tradizionali, che ponevano il problema del potere in termini classisti, ossia di conflitti tra “proletariato”, “borghesia”, “aristocrazia”. Anche altra cosa rispetto alle teorie che tuttora cincischiano sulla “democrazia”, cioè a dire su che cosa sia, quali siano i suoi limiti, i confini tra democrazia e potere oligarchico, ossia di pochi, del premier, del governo e del parlamento, ma anche a quella posta da Montesquieu in poi, la tripartizione dei poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario.

La prospettiva “post-moderna” di cui sopra individua la questione di come vi sia una “microfisica dei poteri” ossia conflitti tra un potere e l’altro, ma anche all’interno di un singolo potere. Intendiamoci, però: non è che la questione sociale sia rimossa, anzi rimane prepotentemente: chi paga i costi di ogni crisi economica, compresa l’ultima? Evidentemente  chi lavora a reddito fisso o saltuario, comunque basso, chi è disoccupato, chi non gode di introiti. Più problematico è che tali gruppi di persone siano definibili “proletariato”, “classe operaia”; ma, definizioni a parte, il problema rimane. In altri termini, c’è ancora scontro politico - economico, ma i conflitti clamorosi che si manifestano oggi, per esempio, in modo eclatante in Italia, in forma più attutita altrove, tra potere esecutivo e giudiziario,  ma anche tra parlamento (legislativo) e governo (esecutivo), dimostrano come non basti più la semplice buona fede a sorreggere la debole impalcatura della tripartizione a garanzia di un “tranquillo andamento di bilanciamento” nelle “democrazie” occidentali. Il caso italiano è fin troppo vistoso, pieno di scandali e controscandali, anche grotteschi. Esistono, però, anche conflitti altri, rilevati appunto da Foucault e autori citati, per esempio tra polizia e potere giudiziario, ma in Italia anche tra polizia e carabinieri (ciò è notorio da decenni), tra guardia di finanza e altre “forze di sicurezza”, tra organi investigativi e di “controspionaggio” (perché non dire semplicemente spionaggio?), ma anche all’interno di un potere.

Non si dica per esempio che tutte le procure vanno d’amore e d’accordo, che scavalcamenti e lotte di corridoio (ma non solo) non sono all’ordine del giorno. Lo stesso vale in ogni altro ambito lavorativo-professionale e di potere, dove naturalmente la guerra tra poveri (ancora la priorità della questione sociale!) è particolarmente dannosa, andando sempre e comunque a favore, questo sì, di un Potere (stavolta maiuscolo, non per caso) che, nelle microdinamiche potenzialmente infinite dei suoi contrasti e conflitti, sa però ricompattarsi nelle urne (partiti moderati e conservatori, quando non filo-fascisti, para-nazisti e razzisti, come dimostrano le recenti elezioni in tutta Europa, e anche altrove). Lo stesso vale nell’esercizio quotidiano e consueto della res publica, di ciò che, per ovvi motivi, non possiamo in alcun modo più chiamare “polis”.  In questo senso, credo, si possa recuperare una funzione vitale, per esempio, di libertari e anarchici: nello smascheramento di poteri conflittuali sì,  ma capaci di ricompattarsi quando si rende necessario. Ciò presuppone la rinuncia al manicheismo (nero contro bianco, Bene contro Male), che vede nel Potere un monolite, un moloch-mostro grigio e dalle mille teste; una tentazione di origine ottocentesca, che l’anarchismo, più che il libertarismo, si trascina dietro almeno dai tempi di quell’uomo, peraltro ammirevole,  costretto sempre sulle barricate, che non aveva il tempo, se non a sprazzi, di dedicarsi alla riflessione teorica e che rispondeva al nome di Michail Bakunin.

Sfruttare (ma in senso positivo, cioè adoperare positivamente, non solo cavalcare la tigre) una questione sociale, ecologica, di libertà, smascherando il ruolo puramente strumentale di forze, quali partiti, sindacati, movimenti credo sia il compito principale per i libertari oggi, che siano anarchici o che operino in qualche forma (sindacati, comitati vari,  associazioni di volontariato laico, dato che in quello confessionale ciò è impossibile). Presenza consapevole e intelligente nelle lotte, ma anche smascheramento di quanto si muove dentro, fuori e trasversalmente a queste lotte, nella consapevolezza, appunto, che i poteri anche più litigiosi, al loro interno e con gli altri poteri, sanno ricompattarsi provvisoriamente e in via mai definitiva e neppure troppo forte, ma forte abbastanza da resistere a pressioni esterne, quando ciò diventi necessario. Ecco allora che lo smascheramento dei poteri, costruiti non semplicemente su uno schema classista, risulta fecondo e necessario, sempre che non ci faccia “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, cioè in altri termini: la questione sociale rimane fondamentale, solo che si disloca e annida dove non ce lo aspetteremmo; ci aspetta dove magari, a prima vista, non sapremmo trovarla. 

Alcuni altri esempi: le lotte sindacali attuali sono da considerare con particolare attenzione; ma non si tratta di seguire la “triplice” dove, per dire, le lotte di studenti e professori all’università  sono lotte di persone che sfuggono alle gestioni “ufficiali”. Sono da considerare perché progettano un nuovo modello di rapporto formazione-lavoro, anche per il futuro, come quelle dei ferrovieri che, con l’accento messo sulla sicurezza ribaltano l’ottimismo efficientista dell’ “Alta velocità”, già ampiamente deficitario e foriero di ritardi molto gravi per gli altri treni e di incidenti a ripetizione.

  

      Eugen Galasso

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Notizie da Cuba

A L’Avana, il 6 novembre scorso, si è tenuta una  manifestazione “contro la violenza”.

L’iniziativa, nata spontaneamente, sembra rappresentare il risveglio di una sinistra libertaria a Cuba e ha visto la partecipazione di circa duecento persone, per lo più giovani. Un avvenimento molto importante in un paese governato da decenni da un regime autoritario e nel quale, da decenni, il dissenso assume quasi sempre connotazioni di destra. 

A Cuba, ai tempi della rivoluzione, era presente una forte componente anarcosindacalista, che fu poi messa a tacere dal partito di Fidel Castro. Il seme  libertario  non è  andato del tutto perduto. Riuscirà a germogliare?

 
Scrivono i compagni locali:

«Compañero/as:
Pedimos a la izquierda internacional todo el apoyo posible en aras de proteger el esfuerzo que está realizando la generación más joven de la Revolución Cubana contra la derecha burocrática anquilosada en el poder.

Llamamos a crear una red de apoyo a la militancia anti-autoritaria emergente, pues los destinos de Cuba y de su Revolución dependen en estos  momentos  de  nuestra capacidad común de resistencia.
Agrupémonos!


                                                      
Saludos libertarios

               desde La Habana».

 

Un appello che ci sembra non necessiti di traduzioni.

 

(red)

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Torino: si apre il processo Eternit

Il 10 dicembre si apre a Torino il processo contro la multinazionale dell’amianto Eternit. Un momento storico per tutti coloro che, da oltre trent’anni, lottano per far sì che venga riconosciuta la responsabilità penale dei dirigenti dell’industria che ha provocato in Italia già più di 1600 morti, oltre a centinaia di persone colpite da malattie asbesto correlate. Sul banco degli imputati il barone belga Jean Luis De Cartier De Marchienne e il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, i più potenti signori dell’amianto a livello internazionale. L’accusa, portata avanti dalla Procura di Torino guidata dal pm Raffaele Guariniello, è di disastro doloso e rimozione volontaria di cautele.

Come testimonia anche la tragica lista riportata nelle 114 pagine della richiesta di rinvio a giudizio, la città italiana che ha pagato il prezzo maggiore è Casale Monferrato (Alessandria), dove l’azienda ha chiuso nel 1986, con oltre 1200 tra lavoratori, familiari e cittadini comuni, morti per cause legate all’esposizione da amianto (mesotelioma pleurico, asbestosi, tumore polmonare). A questi si aggiungono i casi degli altri tre centri sul territorio italiano che ospitavano gli stabilimenti Eternit: Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli).

Ma il processo che prende le mosse a Torino, e che deve molto all’impegno delle associazioni dei familiari delle vittime, come quella di Casale Monferrato presieduta dalla “pasionaria” Romana Blasotti Pavesi, e al Comitato Vertenza Amianto, coordinato da Bruno Pesce, ha un valore storico soprattutto per la sua dimensione internazionale. È la prima volta infatti che i massimi dirigenti dell’industria assassina, con sedi in tutto il mondo, vengono portati a processo. Non ci sono riusciti in Svizzera, non ci sono riusciti in Belgio, le nazioni dei due imputati. E il processo che si è celebrato a Casale negli anni ’90 e che ha portato alla condanna Luigi Giannitrapani, Giuseppe Tavella, Giovanni Battista Parodi e Luigi Reposo, non toccava che i dirigenti locali dell’azienda.

Dell’importanza di questa dimensione sopranazionale si è parlato a lungo nella conferenza nazionale sull’amianto, tenutasi a Torino dal 6 all’8 novembre, dove si è sottolineato che, sebbene gli effetti pericolosi di questa sostanza si conoscessero almeno già da inizio anni ’60, si è dovuto aspettare il 2005 perché entrasse in vigore una disposizione che ne vieta l’uso in Europa (In Italia la legge che ne impedisce l’impiego risale al 1992). Eppure il problema ha davvero toccato tutto il continente. Come ha testimoniato l’avvocato Jean Paul Taissonniere, in Francia, dove l’uso di amianto è vietato dal ‘97, si stima che entro il 2025 si possa arrivare a 100mila morti per amianto. Difficile anche la situazione in Belgio, il paese dove è nata la Eternit, ma dove nessun procedimento penale è mai stato avanzato contro i suoi vertici. Il motivo, secondo quanto afferma l’avvocato Jan Fermon, è che: “Per tantissimi anni la Eternit ha portato avanti una politica con connotazioni mafiose, avvelenando diversi luoghi in tutto il mondo e influenzando la letteratura scientifica in materia. Una politica che ha richiesto il silenzio e l’omertà delle vittime, prevedendo un risarcimento di qualche decina di migliaia di euro per i casi di mesotelioma, a patto che le persone non dichiarino di essere state risarcite e per quale motivo”. Oggi, la Etex, nuovo nome di Eternit Belgique, pur non utilizzando più amianto nelle sue produzioni, è ancora in grado di influenzare l’opinione pubblica belga su questi temi.

Il materiale Eternit (cemento con fibre di amianto) è subdolo, perché oltre a colpire i lavoratori che ne hanno respirato le polveri in fabbrica, ha ucciso moltissima gente che con quelle lavorazioni nulla aveva a che fare, solo perché viveva vicino agli stabilimenti, o perché nella propria città l’Eternit è stato usato per anni su edifici pubblici e privati, per costruire marciapiedi e pavimentazioni. Un nemico che, dalle stime degli esperti, porterà al picco di casi di mesotelioma intorno al 2020. In tutta Italia si contano circa 23 milioni di tonnellate di materiali edili contenenti amianto. Ma questa sostanza killer non è presente solo nelle costruzioni e negli edifici. Usato per anni come isolante, se ne trovano ancora grandi quantità anche in ambito marittimo. Per inquadrare le dimensioni del problema, si può dire che fino ad oggi nel solo arsenale di Taranto, dove dal 1990 al 2009 si sono registrati 154 casi di malattie professionali da amianto, sono state smaltite 600mila tonnellate di questa sostanza killer che imbottiva navi e sommergibili.

 

Ilaria Leccardi