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Corso di laurea in storia                                               

Sullo scorso numero di Cenerentola (il 117) abbiamo aperto un dibattito sul futuro dell’università italiana. Si è parlato di due corsi di laurea di recente istituzione: Scienze della comunicazione e Scienze della formazione. Si è parlato anche di fondazioni universitarie (tutti gli articoli sono disponibili nell’archivio del sito www.cenerentola.info).  Questa volta ospitiamo un intervento di Antonio Senta sul corso di laurea in Storia. E un breve commento di Nicolini…

 Lettere, corso di laurea in Storia, indirizzo contemporaneo. Questa la dizione esatta della mia laurea del 2004, vecchio ordinamento. In cinque anni la riforma del “3+2” e dei “crediti” ha modificato, in peggio, alcune caratteristiche del corso di laurea, già tuttavia presenti: parcellizzazione del sapere, poca o nulla possibilità di scelta del piano di studi, tendenza a fare del luogo di studio un “esamificio”, rette salate.

Con l’agognata pergamena in tasca si aprivano però radiose possibilità: ci si poteva mettere in coda alle graduatorie per l’insegnamento (o iscriversi alla scuola di specializzazione per l’insegnamento, per poi probabilmente rimanere ugualmente esclusi), provare un esame di dottorato, o tentare di fare uno dei tanti lavori per cui la laurea in storia non serve a nulla. Ma di che ci si lamenta, mi si dirà? A che servono mai gli storici, a che sono mai serviti? Ah, mi fossi iscritto a un corso di marketing, ora sì!

E così ho fatto altri lavori, continuando a portare avanti ricerche storiche, senza mai prendere un euro. Per la mia esperienza, quindi, la riforma Gelmini non è altro che l’ennesimo colpo di scure su un corpo, quello della ricerca “libera”, martoriato da una società che della storia non sa che farsene.

Sono troppo drastico? Sarà stata la mia personale esperienza lavorativa, anche se ho un dubbio che sia condizione abbastanza comune.

Ora, anche su queste pagine si aprono i dibattiti sul futuro dell’università. Ben venga! Nell’ultimo anno molteplici sono state le mobilitazioni degli studenti e dei lavoratori delle università. Deboli – è stato detto – sono state le analisi e gli obiettivi dell’Onda, che non sono andati oltre la difesa dello status quo.  Molto di diverso, mi pare, non ci si poteva aspettare, dato il livello di acquiescenza generale. Ho partecipato e partecipo alle mobilitazioni in favore della scuola e dell’università  pubblica e contro il loro progressivo e rapido smantellamento; penso che anche dai precari-disoccupati della ricerca e dell’insegnamento, dagli studenti sempre più polli di allevamento debba partire una contestazione forte.

Se è vero che le proteste si sono fermate a un “no ai tagli”, evidenziando i propri limiti di immaginario, ben peggiori, a mio modo di vedere, sono ora altre proposte di superamento della “scuola pubblica”, segnate dal tentativo di utilizzare “virtuosamente” il concetto delle fondazioni: il mix azionariato diffuso e finanziamenti dello stato, di banche e aziende, anche se in salsa libertaria, mi fa venire il voltastomaco, onestamente. Avremo libertà di ricerca così? Non credo proprio.

Da quando studio mi è stato detto, o fatto capire, che “gli storici non servono più”, tanto più gli storici che si occupano di altre storie, non solo di quella dei generali, delle battaglie, dei “processi produttivi.” Bene, mai farsi abbattere, e così ho colto la palla al balzo: mi sono fatto la mie ricerche, da solo e in collaborazione con alcuni tra i tanti ricercatori più fuori che dentro le università. E ho scoperto che anche fuori dalle aule universitarie ci sono storici e ricercatori bravi.

L’università è onestamente un edificio sgretolato, ed è in questo lo specchio della società: le crepe sono nate dal suo stesso ventre, ora sembra compito facile facile per il governo provare a smantellarla definitivamente. Con chi si oppone a questo disegno, con chi pensa che i saperi siano tali solo se indipendenti e critici, possiamo costruire altre storie e un’altra università, non certo rabberciare la vecchia. Se intendiamo l’università come luogo di elaborazione di saperi critici e non asserviti ai poteri di turno, costruiamone di nuove: occupiamo gli edifici universitari – ché i mattoni ci sono già – e allo stesso tempo portiamoli fuori, questi saperi, facciamoli vivere per strada, nei circoli, nei centri sociali, al bar, nei luoghi di lavoro.

Poco realistico, si può obiettare. Chiedo scusa, allora: è che dalla storia – di concreto - non si impara nulla, se non una cosa: il fatto che nella storia ci sia ben poco di stabile ed eterno. 

Antonio Senta

 

Il contributo di Antonio Senta, come i precedenti, mette l’accento sui difetti dell’università italiana: parcellizzazione del sapere, tendenza a fare del luogo di studio un esamificio, rette salate, scarso collegamento con il mondo del lavoro.    Senta, inoltre, è assai critico nei confronti di chi, come Aldo Giannuli, tenta «di utilizzare “virtuosamente” il concetto delle fondazioni: il mix azionariato diffuso e finanziamenti dello stato, di banche e aziende, anche se in salsa libertaria», proprio non lo convince.

«Se intendiamo l’università come luogo di elaborazione di saperi critici e non asserviti ai poteri di turno,- dice - costruiamone di nuove: occupiamo gli edifici universitari (ché i mattoni ci sono già) e allo stesso tempo portiamoli fuori, questi saperi, facciamoli vivere per strada, nei circoli, nei centri sociali, al bar, nei luoghi di lavoro».

Bene: se per “occupazione degli edifici universitari” intendiamo quella forma di lotta che, periodicamente, gli studenti mettono in campo, questa rappresenta, appunto, una forma di lotta e non la soluzione del problema; se invece intendiamo, come sembra intendere Senta, una loro occupazione permanente, mi sfugge in cosa differisca da quell’università  nella quale «gli organi di governo non siano più organizzati secondo l’attuale schema per caste (ordinari votati da ordinari, associati da associati, studenti da studenti e cosi via) ma siano realmente democratici e, quindi, eletti sulla base di una testa un voto e in cui tutti siano eleggibili» che propone Giannuli.

La sola differenza è che quest’ultimo si pone anche, giustamente, il problema di come si possano trovare i denari necessari al suo funzionamento. La  proposta che fa è, come ho già avuto modo di scrivere,  discutibile. Ma il problema esiste, e non si può eludere: dunque, parliamone!  

Luciano Nicolini

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La libertà di autorganizzarsi

Conosciamo le People's Organization

Colin Ward attraverso studi approfonditi ci ha chiaramente illustrato come l’anarchismo, il concetto libertario, non sia un’idea o una concezione metafisica, un cambiamento da aspettare con la rivoluzione sociale, con l’insurrezione, ma un’essenza, uno stile di vita di gruppo e individuale che è sempre esistito, che vive alle spalle dello stato e alle sue spalle si sviluppa: l’anarchismo pragmatico.

Un esempio di anarchismo pragmatico lo ritroviamo nelle organizzazioni di comunità diffuse negli Stati Uniti: sono le People’s Organization; personalmente seguo on-line il lavoro di una di queste strutture in Virginia (http://  richmondjwj.org/), l’idea di queste strutture è da ritrovarsi nel pensiero e nella figura di Saul Alinsky: nato e cresciuto nei ghetti di Chicago, frequentò l’università di Sociologia e iniziò presto ad occuparsi di disagi di quartiere, di bande, di migranti e collaborazioni con i sindacati. La metodologia di Alinsky consiste nel conquistarsi la fiducia delle chiese, dei comitati e delle associazioni di quartiere, di vivere con loro e di impegnarsi con queste strutture unite in un organismo che diviene una People’s Organization. Queste “associazioni’’ presero vita negli anni ‘30 organizzando i primi ed indimenticabili boicottaggi di grandi magazzini che si rifiutavano di pagare salari decenti, i primi picchettaggi di banche che prestavano soldi ai boss e ai grandi costruttori criminali locali, addirittura formarono i primi “Tribunali Pubblici” (l’idea è ripresa anche nei recenti studi sul neo-mutualismo di Kevin Carson) dove le parti in causa vengono invitate pubblicamente ad esprimere le loro ragioni e una giuria comunitaria elabora un verdetto. Una delle forme di protesta più conosciute e ricordate è quella della People’s Organization di Chicago negli anni ‘60 che ebbe problemi con l’amministrazione comunale della città. Con uno studio si analizzò che la prima cosa che facevano le persone appena scese dagli aerei era quella di precipitarsi nei bagni pubblici dell’aeroporto di Chicago. Il sindaco aveva scommesso molto su questo aeroporto e la People’s Organization organizza una forma di protesta facendo trovare i bagni pubblici sempre occupati. Il sindaco, spaventato da questa forma di protesta e anche dallo “sbeffeggio” della stampa, convoca subito le parti e tutti i problemi trovano una soluzione.

Alinsky ha elaborato un buon metodo di lotta, non-violento, pragmatico e senza nessuna congettura marxista o comunista (lo stesso Alinsky considera l’ideologia comunista bigotta e fondamentalmente conservatrice)  insomma una forma di lotta autenticamente libertaria.

Che dite, perché non provare anche in Italia ad analizzare meglio le lotte e l’organizzazione di queste People’s Organization e cercar di praticarle? Non potrebbe essere una nuova idea di sindacato veramente di base e antidogmatico quindi fondamentalmente pragmatico?

A voi le considerazioni.

 Domenico Letizia

“A voi le considerazioni” – conclude Domenico Letizia – e, chiaramente,  non mi lascio scappare l’occasione per farne alcune!

In primo luogo, a quanto sembra di capire, Letizia ci propone il sindacalismo. “Conquistarsi la fiducia delle chiese, dei comitati e delle associazioni di quartiere,  vivere con loro e  impegnarsi con queste strutture unite in un organismo” che vada al di là degli interessi particolari, boicottare le aziende che si rifiutano di pagare salari decenti,  picchettare le banche che prestano soldi ai criminali è ciò che i sindacalisti (quelli veri, non i burocrati di regime) hanno sempre fatto, e continuano a fare. Se si vuole cercare di cambiare il mondo, è necessario farlo, anche se, probabilmente, non è sufficiente. 

Ho invece qualche perplessità circa  i “Tribunali pubblici”, e non perché non possano essere un valido strumento di propaganda, ma perché diffido delle “giurie comunitarie”, e non vorrei che la cosa, poi, prendesse piede…

Ancora più perplesso mi lascia la forma di lotta consistente nell’occupare i bagni degli aeroporti: è un’arma a doppio taglio! Come accade per un normale blocco stradale, può rivelarsi efficace ma, come accade per un normale blocco stradale, danneggia, più che la controparte, persone che nulla hanno a che vedere con la vertenza e che, alle lunghe, potrebbero seccarsi e solidarizzare con l’avversario.

 Luciano Nicolini

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