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| Corso
di laurea in storia
Sullo scorso
numero di Cenerentola (il
117) abbiamo aperto un dibattito sul futuro
dell’università italiana. Si è
parlato di due corsi di laurea di recente istituzione: Scienze della
comunicazione
e Scienze della formazione. Si è parlato anche di fondazioni
universitarie
(tutti gli articoli sono disponibili nell’archivio del sito
www.cenerentola.info). Questa volta
ospitiamo un intervento di Antonio Senta sul corso di laurea in Storia.
E un
breve commento di Nicolini… Con
l’agognata pergamena in tasca si aprivano però
radiose
possibilità: ci si poteva mettere in coda alle graduatorie
per l’insegnamento
(o iscriversi alla scuola di specializzazione per
l’insegnamento, per poi
probabilmente rimanere ugualmente esclusi), provare un esame di
dottorato, o
tentare di fare uno dei tanti lavori per cui la laurea in storia non
serve a
nulla. Ma di che ci si lamenta, mi si dirà? A che servono
mai gli storici, a
che sono mai serviti? Ah, mi fossi iscritto a un corso di marketing,
ora sì! E
così ho fatto altri lavori, continuando a portare
avanti ricerche storiche, senza mai prendere un euro. Per la mia
esperienza,
quindi, la riforma Gelmini non è altro che
l’ennesimo colpo di scure su un
corpo, quello della ricerca “libera”, martoriato da
una società che della
storia non sa che farsene. Sono troppo
drastico? Sarà stata la mia personale esperienza
lavorativa, anche se ho un dubbio che sia condizione abbastanza comune.
Ora, anche
su queste pagine si aprono i dibattiti sul futuro
dell’università. Ben venga! Nell’ultimo
anno molteplici sono state le mobilitazioni
degli studenti e dei lavoratori delle università. Deboli
– è stato detto – sono
state le analisi e gli obiettivi dell’Onda, che non sono
andati oltre la
difesa dello status quo. Molto
di
diverso, mi pare, non ci si poteva aspettare, dato il livello di
acquiescenza
generale. Ho partecipato e partecipo alle mobilitazioni in favore della
scuola
e dell’università
pubblica e contro il
loro progressivo e rapido smantellamento; penso che anche dai
precari-disoccupati
della ricerca e dell’insegnamento, dagli studenti sempre
più polli di allevamento
debba partire una contestazione forte. Se
è vero che le proteste si sono fermate a un “no ai
tagli”,
evidenziando i propri limiti di immaginario, ben peggiori, a mio modo
di vedere,
sono ora altre proposte di superamento della “scuola
pubblica”, segnate dal
tentativo di utilizzare “virtuosamente” il concetto
delle fondazioni: il mix
azionariato diffuso e finanziamenti dello stato, di banche e aziende,
anche se
in salsa libertaria, mi fa venire il voltastomaco, onestamente. Avremo
libertà
di ricerca così? Non credo proprio. Da quando
studio mi è stato detto, o fatto capire, che
“gli storici non servono più”, tanto
più gli storici che si occupano di altre
storie, non solo di quella dei generali, delle battaglie, dei
“processi produttivi.”
Bene, mai farsi abbattere, e così ho colto la palla al
balzo: mi sono fatto la
mie ricerche, da solo e in collaborazione con alcuni tra i tanti
ricercatori
più fuori che dentro le università. E ho scoperto
che anche fuori dalle aule
universitarie ci sono storici e ricercatori bravi. L’università
è onestamente un edificio sgretolato, ed è
in questo lo specchio della società: le crepe sono nate dal
suo stesso ventre,
ora sembra compito facile facile per il governo provare a smantellarla
definitivamente. Con chi si oppone a questo disegno, con chi pensa che
i saperi
siano tali solo se indipendenti e critici, possiamo costruire altre
storie e
un’altra università, non certo rabberciare la
vecchia. Se intendiamo l’università
come luogo di elaborazione di saperi critici e non asserviti ai poteri
di
turno, costruiamone di nuove: occupiamo gli edifici universitari
– ché i
mattoni ci sono già – e allo stesso tempo
portiamoli fuori, questi saperi, facciamoli
vivere per strada, nei circoli, nei centri sociali, al bar, nei luoghi
di
lavoro. Poco
realistico, si può obiettare. Chiedo scusa, allora:
è che dalla storia
– di concreto -
non si impara nulla, se non una cosa: il fatto che nella
storia ci sia ben poco di stabile ed eterno.
Antonio Senta Il contributo di Antonio Senta, come i precedenti, mette l’accento sui difetti dell’università italiana: parcellizzazione del sapere, tendenza a fare del luogo di studio un esamificio, rette salate, scarso collegamento con il mondo del lavoro. Senta, inoltre, è assai critico nei confronti di chi, come Aldo Giannuli, tenta «di utilizzare “virtuosamente” il concetto delle fondazioni: il mix azionariato diffuso e finanziamenti dello stato, di banche e aziende, anche se in salsa libertaria», proprio non lo convince. «Se intendiamo l’università come luogo di elaborazione di saperi critici e non asserviti ai poteri di turno,- dice - costruiamone di nuove: occupiamo gli edifici universitari (ché i mattoni ci sono già) e allo stesso tempo portiamoli fuori, questi saperi, facciamoli vivere per strada, nei circoli, nei centri sociali, al bar, nei luoghi di lavoro». Bene: se per “occupazione degli edifici universitari” intendiamo quella forma di lotta che, periodicamente, gli studenti mettono in campo, questa rappresenta, appunto, una forma di lotta e non la soluzione del problema; se invece intendiamo, come sembra intendere Senta, una loro occupazione permanente, mi sfugge in cosa differisca da quell’università nella quale «gli organi di governo non siano più organizzati secondo l’attuale schema per caste (ordinari votati da ordinari, associati da associati, studenti da studenti e cosi via) ma siano realmente democratici e, quindi, eletti sulla base di una testa un voto e in cui tutti siano eleggibili» che propone Giannuli. La sola differenza è che quest’ultimo si pone anche, giustamente, il problema di come si possano trovare i denari necessari al suo funzionamento. La proposta che fa è, come ho già avuto modo di scrivere, discutibile. Ma il problema esiste, e non si può eludere: dunque, parliamone! Luciano
Nicolini La libertà di autorganizzarsi Conosciamo le People's Organization Colin Ward attraverso studi approfonditi ci ha chiaramente illustrato come l’anarchismo, il concetto libertario, non sia un’idea o una concezione metafisica, un cambiamento da aspettare con la rivoluzione sociale, con l’insurrezione, ma un’essenza, uno stile di vita di gruppo e individuale che è sempre esistito, che vive alle spalle dello stato e alle sue spalle si sviluppa: l’anarchismo pragmatico.Un esempio
di anarchismo pragmatico lo ritroviamo nelle
organizzazioni di comunità diffuse negli Stati Uniti: sono
le People’s Organization;
personalmente seguo on-line il lavoro di una di queste strutture in
Virginia
(http:// richmondjwj.org/),
l’idea di
queste strutture è da ritrovarsi nel pensiero e nella figura
di Saul Alinsky:
nato e cresciuto nei ghetti di Chicago, frequentò
l’università di Sociologia e
iniziò presto ad occuparsi di disagi di quartiere, di bande,
di migranti e collaborazioni
con i sindacati. La metodologia di Alinsky consiste nel conquistarsi la
fiducia
delle chiese, dei comitati e delle associazioni di quartiere, di vivere
con
loro e di impegnarsi con queste strutture unite in un organismo che
diviene una
People’s Organization. Queste
“associazioni’’ presero vita negli anni
‘30
organizzando i primi ed indimenticabili boicottaggi di grandi magazzini
che si
rifiutavano di pagare salari decenti, i primi picchettaggi di banche
che
prestavano soldi ai boss e ai grandi costruttori criminali locali,
addirittura
formarono i primi “Tribunali Pubblici”
(l’idea è ripresa anche nei recenti
studi sul neo-mutualismo di Kevin Carson) dove le parti in causa
vengono
invitate pubblicamente ad esprimere le loro ragioni e una giuria
comunitaria
elabora un verdetto. Una delle forme di protesta più
conosciute e ricordate è
quella della People’s Organization di Chicago negli anni
‘60 che ebbe problemi
con l’amministrazione comunale della città. Con
uno studio si analizzò che la
prima cosa che facevano le persone appena scese dagli aerei era quella
di precipitarsi
nei bagni pubblici dell’aeroporto di Chicago. Il sindaco
aveva scommesso molto
su questo aeroporto e Alinsky ha
elaborato un buon metodo di lotta, non-violento,
pragmatico e senza nessuna congettura marxista o comunista (lo stesso
Alinsky
considera l’ideologia comunista bigotta e fondamentalmente
conservatrice) insomma
una forma di lotta autenticamente
libertaria. Che dite,
perché non provare anche in Italia ad
analizzare meglio le lotte e l’organizzazione di queste
People’s Organization
e cercar di praticarle? Non potrebbe essere una nuova idea di sindacato
veramente di base e antidogmatico quindi fondamentalmente pragmatico? A voi le
considerazioni. “A voi le considerazioni” – conclude Domenico Letizia – e, chiaramente, non mi lascio scappare l’occasione per farne alcune! In primo luogo, a quanto sembra di capire, Letizia ci propone il sindacalismo. “Conquistarsi la fiducia delle chiese, dei comitati e delle associazioni di quartiere, vivere con loro e impegnarsi con queste strutture unite in un organismo” che vada al di là degli interessi particolari, boicottare le aziende che si rifiutano di pagare salari decenti, picchettare le banche che prestano soldi ai criminali è ciò che i sindacalisti (quelli veri, non i burocrati di regime) hanno sempre fatto, e continuano a fare. Se si vuole cercare di cambiare il mondo, è necessario farlo, anche se, probabilmente, non è sufficiente. Ho invece qualche perplessità circa i “Tribunali pubblici”, e non perché non possano essere un valido strumento di propaganda, ma perché diffido delle “giurie comunitarie”, e non vorrei che la cosa, poi, prendesse piede… Ancora più perplesso mi lascia la forma di lotta consistente nell’occupare i bagni degli aeroporti: è un’arma a doppio taglio! Come accade per un normale blocco stradale, può rivelarsi efficace ma, come accade per un normale blocco stradale, danneggia, più che la controparte, persone che nulla hanno a che vedere con la vertenza e che, alle lunghe, potrebbero seccarsi e solidarizzare con l’avversario. Luciano Nicolini |
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