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| Lebanon
con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran La sua idea di regia è molto solida e originale: unità di
tempo (la vicenda si svolge in un’unica giornata) e di luogo (non si esce mai
dal carro armato in cui quattro soldati si trovano ad affrontare l’imprevedibile).
Non si rischia l’effetto teatro perché l’apparato cinema è molto presente:
alternanza di primi piani all’interno; esterno rappresentato dal mirino del
tiratore (ciò che a lui è dato vedere è ciò che noi spettatori possiamo
vedere); effetti sonori destabilizzanti; montaggio serrato. Si ha così modo di
vivere in prima persona l’esperienza dei soldati, completamente impreparati al
passaggio dalla teoria delle esercitazioni alla devastante pratica del campo di
battaglia, dove a dominare sono l’odore di carne bruciata, l’inaudita violenza
e il panico crescente. Nessun eroe a salvare tutti all’ultimo momento, ma persone
come tante in una situazione disumana, dove ruoli codificati e regole ferree
non bastano per vincere la paura e garantire la salvezza. Alla fine nessun vincitore,
ma una sconfitta collettiva. La sceneggiatura prova a caratterizzare il
quartetto protagonista dando coordinate precise (il comandante poco carismatico,
il tiratore sensibile, il servente al pezzo estroverso e l’autista taciturno)
che permettono di entrare nelle differenti psicologie. L’effetto claustrofobico
è assicurato ma si insinua anche una progressiva distanza che allontana dal
vissuto dei protagonisti a causa di una certa difficoltà nel riconoscerli (la fotografia
di Giora Bejach fa il possibile ma siamo pur sempre all’interno di un carro
armato) e della rapidità con cui gli eventi si succedono. Uno stato d’animo
forse ricercato e indotto volontariamente proprio per dimostrare e la
sovrapponibilità dei caratteri di fronte al terrore e lo spaesamento di chi
vive nel pericolo costante. La guerra viene quindi mostrata in tutta la sua assurdità
e il film, finanziato dall’Israeli Film Fund, si inserisce nel filone
inaugurato da “Valzer con Bashir” di Ari Folman, anch’esso diretto da un regista
che ha in precedenza combattuto al fronte in prima linea. L’espiazione attraverso
il cinema non si limita però alla rielaborazione di un senso di colpa ma trova
la strada dell’universalità grazie alla potenza dello strumento scelto, alla
capacità di utilizzarlo con competenza e alla sincerità del disagio messo in scena.
con Filippo Timi, Kseniya Rappoport, Antonia Truoppo, Gaetano Bruno
Ciò non significa, però, che il risultato soddisfi
appieno. Di riuscito c’è il tentativo di creare un’atmosfera spiazzante in cui
la perdita di certezze dei personaggi possa contagiare la dura scorza dello
spettatore, alimentando la curiosità e gli interrogativi verso il destino dei
personaggi; cosa in parte riuscita grazie al colpo di scena previsto dalla
sceneggiatura (con originalità non alla fine, ma a poco più della metà), che
ribalta previsioni e aspettative; ma sono proprio i ricercati incastri
narrativi l’anello debole della pellicola, perché accumulano indizi ed episodi
che poi, alla luce degli sviluppi, si perdono per strada o si limitano a
giocare d’astuzia (quel suicidio all’inizio, la sepoltura nel bosco, la
fotografia scattata a Buenos Aires). La sensazione è che il perimetro prevalga sul quadro, con
una costruzione non priva di fascino (a partire dal titolo e dalla sua
spiegazione) ma anche piuttosto inconcludente. Gli interpreti si adeguano,
senza superlativi, al clima plumbeo che grava sui loro personaggi, incerti tra
i richiami del cuore e dei sensi e il calcolo sotteso alla ruvida contingenza.
Inaspettata, comunque, Luca Baroncini
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