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Samuel Maoz

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Lebanon                                         
  
di Samuel Maoz

con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss, Reymond Amsalem, Itay Tiran

Cinema terapeutico per chi lo fa e shoccante per chi lo vive nel buio di una sala. “Lebanon” è infatti interamente ambientato all’interno di un carro armato il 6 giugno 1982, giorno di inizio della prima guerra in Libano. È lo stesso regista, l’Israeliano Samuel Maoz, a dichiarare in conferenza stampa al Festival di Venezia, dove il film ha vinto il Leone d’Oro, che “in quel carro armato ci sono stato per davvero e ho impiegato oltre vent’anni per uscirne”.

La sua idea di regia è molto solida e originale: unità di tempo (la vicenda si svolge in un’unica giornata) e di luogo (non si esce mai dal carro armato in cui quattro soldati si trovano ad affrontare l’imprevedibile). Non si rischia l’effetto teatro perché l’apparato cinema è molto presente: alternanza di primi piani all’interno; esterno rappresentato dal mirino del tiratore (ciò che a lui è dato vedere è ciò che noi spettatori possiamo vedere); effetti sonori destabilizzanti; montaggio serrato. Si ha così modo di vivere in prima persona l’esperienza dei soldati, completamente impreparati al passaggio dalla teoria delle esercitazioni alla devastante pratica del campo di battaglia, dove a dominare sono l’odore di carne bruciata, l’inaudita violenza e il panico crescente. Nessun eroe a salvare tutti all’ultimo momento, ma persone come tante in una situazione disumana, dove ruoli codificati e regole ferree non bastano per vincere la paura e garantire la salvezza. Alla fine nessun vincitore, ma una sconfitta collettiva. La sceneggiatura prova a caratterizzare il quartetto protagonista dando coordinate precise (il comandante poco carismatico, il tiratore sensibile, il servente al pezzo estroverso e l’autista taciturno) che permettono di entrare nelle differenti psicologie. L’effetto claustrofobico è assicurato ma si insinua anche una progressiva distanza che allontana dal vissuto dei protagonisti a causa di una certa difficoltà nel riconoscerli (la fotografia di Giora Bejach fa il possibile ma siamo pur sempre all’interno di un carro armato) e della rapidità con cui gli eventi si succedono. Uno stato d’animo forse ricercato e indotto volontariamente proprio per dimostrare e la sovrapponibilità dei caratteri di fronte al terrore e lo spaesamento di chi vive nel pericolo costante.

La guerra viene quindi mostrata in tutta la sua assurdità e il film, finanziato dall’Israeli Film Fund, si inserisce nel filone inaugurato da “Valzer con Bashir” di Ari Folman, anch’esso diretto da un regista che ha in precedenza combattuto al fronte in prima linea. L’espiazione attraverso il cinema non si limita però alla rielaborazione di un senso di colpa ma trova la strada dell’universalità grazie alla potenza dello strumento scelto, alla capacità di utilizzarlo con competenza e alla sincerità del disagio messo in scena.

 
Luca Baroncini

 

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La doppia ora

 di Giuseppe Capotondi 

con Filippo Timi, Kseniya Rappoport, Antonia Truoppo, Gaetano Bruno

 
Una storia di quasi amore che sfocia nel noir e sfiora l’horror. Mancava nel panorama piuttosto monocorde del cinema italiano un’opera che osasse affrontare il cinema di genere, in questo caso più di uno, con uno stile personale. Ed è quello che tenta di fare Giuseppe Capotondi, affermato regista di spot pubblicitari e video musicali, al suo debutto nel cinema.

Ciò non significa, però, che il risultato soddisfi appieno. Di riuscito c’è il tentativo di creare un’atmosfera spiazzante in cui la perdita di certezze dei personaggi possa contagiare la dura scorza dello spettatore, alimentando la curiosità e gli interrogativi verso il destino dei personaggi; cosa in parte riuscita grazie al colpo di scena previsto dalla sceneggiatura (con originalità non alla fine, ma a poco più della metà), che ribalta previsioni e aspettative; ma sono proprio i ricercati incastri narrativi l’anello debole della pellicola, perché accumulano indizi ed episodi che poi, alla luce degli sviluppi, si perdono per strada o si limitano a giocare d’astuzia (quel suicidio all’inizio, la sepoltura nel bosco, la fotografia scattata a Buenos Aires).

La sensazione è che il perimetro prevalga sul quadro, con una costruzione non priva di fascino (a partire dal titolo e dalla sua spiegazione) ma anche piuttosto inconcludente. Gli interpreti si adeguano, senza superlativi, al clima plumbeo che grava sui loro personaggi, incerti tra i richiami del cuore e dei sensi e il calcolo sotteso alla ruvida contingenza. Inaspettata, comunque, la Coppa Volpi come migliore attrice attribuita al Festival di Venezia a Kseniya Rappoport, che si limita a replicare lo spaesamento del ruolo che le ha dato la notorietà (“La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore) senza trovare le sfumature di una dark-lady dell’est.

 

Luca Baroncini

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