|
Home |
Nel corso delle ultime settimane si è
fatto un gran parlare, in Italia, di crisi della cosiddetta “seconda
repubblica”. Come sottolinea Toni Iero nel suo articolo, si potrebbe parlare,
piuttosto, di declino della democrazia; e il problema riguarda, in diversa
misura, tutto il mondo occidentale. Sempre maggior potere, come ci illustrano a
pagina 4 Eugen Galasso e a pagina 5 Elena Nicolini, viene infatti acquisito dai mezzi di comunicazione di
massa, e da chi li controlla. A pagina 6, Annalisa Righi ci parla del caso
francese: il fenomeno è presente, sia pure in misura minore, anche oltralpe, nel paese che, due secoli fa,
tentò di esportare in tutta l’Europa la “democrazia borghese”. A pagina 7,
Nerio Casoni, partendo dagli avvenimenti che hanno recentemente interessato
l’Honduras (anche lì è in atto il “declino della democrazia”?), affronta il
problema del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia
partecipativa, con particolare riferimento all’America Latina.
![]() |
|
| sei in Cenerentola>archivio>numero118>attualità
In difesa della democrazia borghese
Le moderne società democratiche dovrebbero basarsi su
alcuni principi di fondo che, in prima approssimazione, possono essere così tratteggiati:
libere elezioni a suffragio universale, tutela dei diritti delle minoranze,
libertà di associazione, libertà di espressione del proprio pensiero,
indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, rispetto della dignità
della persona, istruzione garantita a tutti i cittadini, vigilanza antitrust a
favore della concorrenza sui mercati, amministrazioni pubbliche efficienti
guidate da persone oneste, accesso ai referendum popolari coniugato al rispetto
dei risultati che ne scaturiscono e così via. In realtà, nella vita di tutti i giorni, è ben facile
rendersi conto del degrado cui quasi tutti questi principi sono stati oggetto.
Ciò è vero tanto in Italia quanto, anche se in misura minore, in altre nazioni. Se allarghiamo il quadro considerando l’ascesa economica
(e geopolitica) di paesi con scarse caratteristiche democratiche, Cina in
testa, si arriva alla conclusione che stiamo vivendo una fase connotata da una
crisi dei sistemi di partecipazione democratica. Questo nonostante la retorica
usata dalla maggioranza dei leader mondiali, che amano fregiarsi di auto assegnate
patenti di campioni di democraticità. Non è certo la prima volta che ciò
accade. Se riandiamo con la memoria storica agli anni ’30 del novecento
troviamo, prendendo in esame i principali paesi dell’Europa, la nascita o il
consolidamento di regimi autoritari in Italia, Spagna, Germania e Russia. C’è
voluta una guerra mondiale per rimuovere una parte di tali tirannie. Perché parlare di democrazia e della sua crisi? Il mondo
libertario spesso mostra un atteggiamento di palese disprezzo nei confronti del
cosiddetto sistema democratico, cui viene sprezzantemente attribuito
l’aggettivo “borghese”. Vi sono buone ragioni per aggiornare al contesto
attuale tale posizione. Innanzi tutto una
società libertaria (come dice il termine) deve porsi l’obiettivo di aumentare le libertà individuali e sociali di
cui gode la popolazione. Ecco quindi che le conquiste garantite, almeno
teoricamente, nelle società democratiche rappresentano la base imprescindibile
da cui partire nella costruzione di un modello sociale ed economico più giusto.
Perderle significa fare un passo indietro nella difficile strada che porta verso la libertà. Va poi considerato come, alla luce dei rapporti di forza
esistenti oggi, la debolezza e, talvolta, l’inconsistenza della presenza
libertaria nella maggioranza dei paesi faccia sì che le nostre organizzazioni
siano le strutture più gracili contro cui il potere può accanirsi. In realtà,
senza il fragile scudo rappresentato dalle garanzie formalmente previste
all’interno di un sistema democratico, è in gioco la stessa esistenza del movimento
libertario. Ne è testimonianza quanto accaduto nei paesi dell’Europa Orientale,
dove la presenza libertaria, dopo decenni di dittature staliniste, è ancor più
trascurabile che non in Europa Occidentale. Con tutto ciò non voglio fare una banale apologia della
democrazia borghese. È ben chiaro come, anche nei migliori esempi, tale sistema
sia vittima delle inevitabili contraddizioni che si manifestano tra gli interessi
dei potenti e quelli della maggioranza della popolazione. Tuttavia è con
preoccupazione che si deve guardare il fenomeno del suo deterioramento. Ritengo
non vi sia alcuna contraddizione tra la lotta per l’emancipazione sociale e la
difesa (o il rafforzamento) delle garanzie di stampo liberale previste all’interno della società democratiche. Anche
per tale ragione, il movimento libertario dovrebbe porsi, come obiettivo
intermedio, il raggiungimento di tali garanzie nelle società che oggi ne sono
sprovviste.
Toni Iero Dal grande corteo antirazzista del 17 ottobre allo sciopero generale del 23 Si è svolta a Roma, lo scorso 17 ottobre, la grande manifestazione antirazzista fortemente voluta da Socialismo Rivoluzionario e dall’Unicobas e sostenuta da un numero impressionante di organizzazioni che si occupano, a vario titolo, dei diritti dei migranti. Buoni gli obiettivi (primi fra tutti la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione e la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro), buone le modalità organizzative, caratterizzate da apertura ed egualitarismo, con le quali la manifestazione è stata prima convocata e poi costruita, buona la partecipazione al corteo (si parla di alcune decine di migliaia di persone). Meno buona, in verità, la ricaduta mediatica dell’evento. I giornali, soprattutto quelli del centro-sinistra, hanno messo l’accento sulla partecipazione della CGIL e di diversi esponenti del Partito Democratico (che, all’ultimo momento, per evitare figuracce, sono stati “costretti” ad aderire); hanno invece “dimenticato” di illustrare gli obiettivi della manifestazione. Fornendo, in questo modo, l’ennesima dimostrazione che, al giorno d’oggi, non vale ciò che è, ma ciò che si riesce a far apparire. Pazienza. La prossima volta vedremo di attrezzarci meglio sul piano dell’informazione… Minor successo ha avuto lo sciopero generale proclamato per il 23 ottobre da quasi tutto il sindacalismo conflittuale (USI inclusa), per chiedere al governo interventi a sostegno del reddito e dell’occupazione. Si è però fatto notare, grazie alle manifestazioni, piuttosto partecipate, di Roma, Milano e Torino, nonché alle interruzioni provocate nei trasporti, assai spiacevoli per gli utenti ma indispensabili, nel contesto attuale, per ottenere un minimo di attenzione dai mezzi di comunicazione di massa, concordi quando si tratta di oscurare le iniziative dei sindacati più combattivi. E’ un discreto inizio, per un inverno che si annuncia assai duro per le classi subalterne. E che sarà tanto più duro quanto meno sapranno rendersi protagoniste del loro futuro immediato. (red) Certo i compianti Guy Debord e Raul Vaneigem, che avevano
previsto l’avvento di una “società dello spettacolo”, non “l’avevano fatta fuori
dal vaso”; come non era successo neppure ad Andy Warhol, forse
ingiustamente considerato il padre della pop art, trascurando Rauschenberg.
Warhol che aveva preconizzato il quarto d’ora di celebrità per tutti, aveva
provveduto a fare da promoter allo stesso con la sua Factory, che aveva lanciato,
tra gli altri, i Velvet Underground, Nico e tanti musicisti rock e pop-rock. Se Warhol aveva accettato in pieno le regole del gioco,
Debord e Vaneigem l’avevano fatto più criticamente, sottolineando anche,
sempre, il rovescio della medaglia, cioè i rischi insiti nella cosa.
Criticamente, cioè, alla lettera (il greco krìnein significa “distinguere”),
sapendo separare gli aspetti positivi (svecchiamento della cultura e dei
modelli di comportamento sociali) da quelli negativi (superficialità, incapacità e rifiuto dichiarato
di approfondire). Con quello humor e quell’ironia che, presente sempre in
Debord, in Vaneigem, oggi in Paul Virilio, rappresenta lo scarto rispetto all’esistente.
Per amore di completezza, citerò ancora Marshall Mc
Luhan, grande teorico dei mass-media, che riteneva il mezzo più importante
del messaggio, cioè di quanto esso veicola, con una sorta di ottimismo di
fondo, ma anche con qualche fraintendimento, per esempio quando parlava di
media freddi (che non favoriscono la partecipazione emotiva, potenziando invece
la riflessione critica – come, per Mc Luhan, la TV) e caldi (radio, telefono
etc.). Ora, se fosse ancora vivo e vedesse Oggi, guardando alla situazione italiana, ma non solo, il
panorama appare sconfortante: Né convince chi chiede continuamente di “abbassare i
toni”, come fa Livia Turco, che poi però strepita non meno d’altri,
sia ad “Omnibus”, di mattina, sia all’ “Infedele” di Gad Lerner, di sera, o
altrove (“Porta a Porta”, “Ballarò”, “Anno Zero”). Ecco un altro punto importante da
sottolineare: che anchorman TV diversi abbiano stili diversi è ovvio,
perché risponde alle strutture personologiche differenti dei singoli - che
Santoro non sia uguale ad Alessio Vinci, il nuovo conduttore di “Matrix”
dopo il rifiuto di Mentana, è lampante - ma il vero problema è che i conduttori
hanno bisogno di risse, di scambi d’insulti etc. Che ciò avvenga con toni
forti, come quando ci sono Tonino Di Pietro (per cui l’italiano rimane un
optional), Luigi De Magistris o “Pancho” Pardi (passato dalle aule universitarie
al parlamento), oppure con quelli lievi da democristiani provetti come il
ministro Giovanardi o Gianfranco Rotondi, conta poco, in realtà. I toni s’abbassano
e s’alzano per aumentare gli ascolti. Altrove, fuori d’Italia, i toni sono più misurati, paludati, quasi
ingessati: ma è difficile sentir dire qualcosa di significativo, al di là della
retorica, dalla cancelliera CDU (democristiana) Angela Merkel, mentre più umorale
è il vero vincitore delle ultime elezioni, l’ultraliberista leader della FDP
Guido Westerwelle. Negli USA, invece, domina la retorica presidenziale:
ascoltate, se vi capita, lo speaker presidenziale (lo stesso di quando c’era
Bush) quando annuncia a squarciagola: “Ladies and Gentlemen, the President of
United States of America”. Tanto per riaffermare lo strapotere del “nuovo”
imperialismo USA... I toni sono più latini in Francia: pensiamo
alla questione di Fréderic Mitterand, nipote di François, ministro del
governo Sarkozy, accusato di pedofilia; accusa da cui lui, gay dichiarato
quanto per nulla pedofilo (almeno così sembra), si difende con veemenza. Quanto
alla Spagna, magari con un po’ di nonchalance celtiberica in più, sembra di
essere in Italia, quando Zapatero e Mariano Rajoy (il leader popolar-conservatore
del PPE) s’affrontano in Parlamento, ma anche nei talk-show TV. Molto più
cruenti e truculenti, se possibile, i toni in Latinoamerica, dove a Chávez,
populista “di sinistra” in Venezuela, corrispondono, sul fronte conservatore,
i toni di Alvaro Uribe in Colombia. Oltre a ciò, teniamo conto dei blog (Adinolfi per il PD,
Vendola per “Sinistra e libertà”; molti blog anche a destra, per esempio
con Gasparri...). Insomma l’immagine stritola i contenuti, i significati
(quasi assenti) sono veicolati da significanti che rimandano solo a sè, meramente
autoreferenziali. Verrebbe da dire, con espressione celebre, “dietro lo
spot niente”... inizio
pagina
Al di là del dibattito nazionale sulla libertà di stampa, in parte
strumentalizzato dalla politica, è tuttavia necessario constatare che tutte le
principali agenzie internazionali di monitoraggio valutano con preoccupazione
la situazione italiana. L’Italia è il più delle volte definita un paese solo
parzialmente libero da ingerenze e censure. Problema in parte strutturale, ma
che si aggrava dal 1994, con l’imporsi del conflitto di interessi del
presidente del consiglio. E così perdiamo posizioni nelle classifiche
internazionali. L’annuale rapporto di Reporters sans frontieres,
reso noto pochi giorni fa, è solo ultimo in ordine cronologico a gettare
l’allarme. L’Italia scende al 49° posto nella classifica sulla libertà di
stampa, mentre solo l’anno scorso si trovava al 44° e nel 2007 era al
35°. Si legge nel rapporto, “le vessazioni di Berlusconi nei confronti dei
media, le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro i giornalisti che
si occupano di criminalità organizzata, e una proposta di legge che ridurrebbe
drasticamente la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche
spiegano il perché l’Italia perda posizioni per il secondo anno consecutivo”. La situazione però
si aggrava in tutta Europa, che perde il primato delle prime venti posizioni.
Grave la situazione anche in Francia (43° posto) e Slovacchia (46°) che mostrano
un progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa e perdono progressivamente posizioni. Ma ha senso parlare di una emergenza italiana o si tratta
piuttosto di una situazione di strutturale criticità? In ogni società, denaro,
media e potere politico sono strettamente correlati e la situazione dell’informazione
in Italia è stata fin dal dopo guerra strettamente legata agli interessi di
gruppi politici o industriali. Di fianco ai giornali di partito nascono
quotidiani finanziati dai grandi gruppi industriali al fine di promuovere i
propri interessi. La mancanza, fin dalle origini, di un’editoria “pura” che
tragga i suoi redditi esclusivamente dalla vendita del giornale e dalla
connessa raccolta pubblicitaria, ha corrotto il sistema e lo ha esposto agli
interessi di singoli o di singoli gruppi di interesse economico e politico. La
fragilità economica del settore è stata inoltre la giustificazione per una precarizzazione
estrema del lavoro di giornalista che ha causato la morte del giornalismo d’inchiesta
a favore di un tipo di giornalismo spesso superficiale, pettegolo e autoreferenziale. La situazione della televisione è, però, anche più preoccupante;
in particolare se si considera che il 30% degli Italiani si rivolge ad essa come
unica fonte di informazione (dato questo, unico in Europa, solo Il Governo ha avuto negli anni sempre più poteri nei riguardi
della Rai. Il Tesoro è l’azionista al 99,95% del capitale. Le Comunicazioni decidono
il canone e il contratto di servizio triennale. Uno dei nove componenti del
Cda, quello decisivo per avere la maggioranza, è nominato direttamente dal
Governo, senza passare dal Parlamento grazie alla legge Gasparri. Il Governo
assegna le frequenze digitali. Affermare che il problema della libertà d’informazione in
Italia nasca con il governo Berlusconi sarebbe fuorviante, tuttavia stando ai
rapporti delle principali organizzazioni non governative e istituzioni di
controllo internazionali si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento
e deterioramento degli spazi di libera espressione. E non si deve pensare che
questa ingerenza della politica sui media in Italia influisca esclusivamente
sui prodotti giornalistici in senso stretto, ma condiziona l’intero sistema
culturale, dettando un tenore e imponendo quell’immaginario collettivo attraverso
cui tendiamo ad interpretare la realtà e i fatti. Elena Nicolini Francia: alcuni affaires in ordine di apparizione Nell’ottobre 2008 il Fondo Monetario Internazionale (FMI)
decide di indagare il Direttore generale,
Dominique Strauss-Kahn (capace e
noto economista, già più volte ministro nei governi di centro sinistra), per una
presunta relazione sessuale avuta con la responsabile del Dipartimento
Africa, l’economista Piroska Nagy. Comincia la discussione mediatica incentrata sulla valutazione di un eventuale
abuso di potere, e non sui pettegolezzi privati e moralistici della relazione
in sé. Durante il mese di luglio 2009 si apprende che il giornalista
francese della rete televisiva TF1,
Jérôme Bourreau – Guggenheim, è
stato licenziato in tronco per aver espresso il suo disaccordo alla legge Hadopi.
Legge poi approvata dall’Assemblea
Nazionale, voluta dal Governo e caldeggiata personalmente da Nicolas
Sarkozy, che prevede la disconnessione
graduale degli utenti che scaricano da Internet file coperti da copyright. Il
dibattito è ancora aperto. L’8 ottobre Thierry Solègre, consigliere del dipartimento
Hauts-de-Seine, annuncia la candidatura
di Jean Sarkozy – figlio del Presidente della Repubblica - per le elezioni alla
presidenza dell’Epad: ente pubblico della
gestione del quartiere degli affari parigino, Questi affaires dei cugini d’oltralpe sono utili per alcune
riflessioni relative agli equilibri, sempre difficili, tra potere, politica e informazione. Ciò che appare, in prima battuta, è che i problemi che oggi
si generano dai rapporti tra potere, politica e informazione appaiono ovunque
gli stessi. Diverso però è il modo di osservarli e quindi di agirli. Come dire,
se è vero che in ogni paese si creano, o
si possono creare, situazioni non
conformi ai principi democratici di uguaglianza
e promozione sociale perché, per usare
le parole di un noto illuminista francese, “è un’esperienza eterna che
qualunque uomo che ha del potere è portato ad abusarne” 1 allora
però, ci sono paesi in cui è più difficile che questo tentativo si concretizzi. Nello specifico ciò che si evince di diverso sul
territorio francese quindi, non sono i meccanismi perversi prodotti dal potere.
Ciò che appare diverso è la prassi democratica agita dai cittadini. 2 Ricordiamo a questo proposito che un sondaggio del CSA
(istituto indipendente di sondaggi), apparso
il 16 ottobre sul quotidiano Le Parisien, indicava che il 64% dei Francesi
disapprovava la candidatura di Jean Sarkozy; di questa percentuale ben il 51%
si dichiarava simpatizzante della destra. Quello in Honduras è il primo golpe del ventunesimo secolo.
Questo non invidiabile primato si può ricondurre a un tentativo egemonico da
parte di componenti della borghesia più oscurantista, in contrasto con quella
che ha in Zelaya il suo rappresentante. Il tentativo dei progressisti di promuovere un’assemblea
costituente ha fatto apparire con il golpe militare (non osteggiato dal clero)
il soprannominato El Gorilla (alias Roberto Micheletti) e il Partito Nazionale,
a difesa dei valori della patria, della famiglia e dell’esercito, in contrapposizione
al partito di Unificazione Democratica. Un tentativo “troglodita” di risoluzione delle dinamiche
sociali in atto, tendenti al miglioramento delle condizioni di vita, che pone
in discussione un concetto, quello della democrazia, scelto come tema centrale
di questo numero di Cenerentola. Democrazia, l’aspirazione rivoluzionaria del XX secolo,
si è trasformata in uno slogan universalmente adottato, ma privo di contenuto. Nella prima metà del secolo scorso il dibattito s’incentrò
sulla desiderabilità della democrazia, prevedendo una limitazione delle forme
partecipative e delle sovranità allargate, privilegiando la formazione di
governi attraverso procedure di tipo elettorale. Questa fu la forma egemonica
delle prassi democratiche nelle quali il cittadino non possiede altra capacità
che quella di scegliere un leader, in cui il pluralismo è la incorporazione di
partiti e lotta fra élites. Un altro importante dibattito permeò la discussione sulle
democrazie nel secondo dopoguerra: quello circa le condizioni strutturali della
democrazia, che si incentrò sulla compatibilità tra democrazia e capitalismo. Una volta vinta la battaglia per la democrazia rappresentativa,
si sarebbe sviluppata una tendenza alla redistribuzione, determinata dal giungere
al potere della socialdemocrazia; quest’ultima avrebbe limitato l’invadenza
della proprietà, i cui guadagni sarebbero stati ridistribuiti a favore delle
classi meno abbienti. Ma lo smantellamento delle politiche sociali a partire
dagli anni ‘80 ha messo in discussione queste tesi sulla redistribuzione. Oggi ci troviamo in un paradosso in cui, parallelamente
all’estensione delle sedicenti democrazie, assistiamo ad un enorme degrado
delle prassi democratiche. Le elezioni sostituiscono procedure di rappresentanza
delle differenze e di autodeterminazione da parte dei cittadini. Il motivo principale per cui non prevalse l’idea di una gestione
partecipativa fu l’emergere di forme complesse
che hanno portato al consolidarsi di burocrazie specializzate nell’amministrazione
dello Stato. Con la fine della guerra fredda e lo sviluppo del
processo di globalizzazione la teoria egemonica della democrazia deve affrontare
un insieme di questioni irrisolte che rimandano al dibattito tra democrazia rappresentativa
e democrazia partecipativa, presente in quei paesi in cui è più acuta la
diversità etnica, in cui gruppi sociali hanno difficoltà a vedere riconosciuti
i loro diritti ed in cui i loro interessi si scontrano con le élites al potere.
L’ampliamento della democrazia, che iniziò negli anni ‘70
in Europa e giunse negli anni ‘80 in America Latina, ha rimesso in discussione
la democrazia sul rapporto procedure/partecipazione, ridisegnando una nuova grammatica
sociale fra Stato e società. Fu messa in discussione l’adeguatezza della soluzione
non partecipativa e burocratica, nacque una nuova politica basata sulla
creatività degli attori sociali. Reinvenzioni della democrazia partecipativa sono legate a
processi di democratizzazione in atto nei paesi del Sud, dove il fascismo aveva
dominato, governando fino agli anni ‘70/’80. Processi di liberazione e democratizzazione condividono
un elemento comune: la possibilità d’innovazione intesa come partecipazione allargata
al processo decisionale. Mentre le società capitaliste hanno consolidato una
concezione egemonica della democrazia rappresentativa, cercando di stabilizzare la tensione tra
capitalismo e democrazia tramite la priorità data all’accumulazione rispetto alla
redistribuzione sociale e attraverso la limitazione della partecipazione dei
cittadini. Certo le democrazie non godono di ottima salute, e anche le
strategie di resistenza e di rivoluzione non stanno troppo bene; così sarà fino
a quando non riusciranno in ciò che fino ad ora non sono riuscite a produrre:
il superamento della forma Stato. Nerio Casoni
|
||