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Nel corso delle ultime settimane si è fatto un gran parlare, in Italia, di crisi della cosiddetta “seconda repubblica”. Come sottolinea Toni Iero nel suo articolo, si potrebbe parlare, piuttosto, di declino della democrazia; e il problema riguarda, in diversa misura, tutto il mondo occidentale. Sempre maggior potere, come ci illustrano a pagina 4 Eugen Galasso e a pagina 5 Elena Nicolini, viene infatti  acquisito dai mezzi di comunicazione di massa, e da chi li controlla. A pagina 6, Annalisa Righi ci parla del caso francese: il fenomeno è presente, sia pure in misura minore,  anche oltralpe, nel paese che, due secoli fa, tentò di esportare in tutta l’Europa la “democrazia borghese”. A pagina 7, Nerio Casoni, partendo dagli avvenimenti che hanno recentemente interessato l’Honduras (anche lì è in atto il “declino della democrazia”?), affronta il problema del rapporto tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, con particolare riferimento all’America Latina.

 
Persona che entra in una casa attraverso un buco nel muro
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In difesa della democrazia borghese 


La palese falsità della bizzarra scusa inventata da G. W. Bush per invadere Afghanistan e Iraq, “inviamo i soldati per esportare la democrazia”, ben rappresenta il deterioramento delle istituzioni dei paesi che più amano definirsi democratici. Imporre con la forza la democrazia è una contraddizione in termini, che ricorda la pretesa di aumentare la libertà della popolazione con i gulag di sovietica memoria.

Le moderne società democratiche dovrebbero basarsi su alcuni principi di fondo che, in prima approssimazione, possono essere così tratteggiati: libere elezioni a suffragio universale, tutela dei diritti delle minoranze, libertà di associazione, libertà di espressione del proprio pensiero, indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, rispetto della dignità della persona, istruzione garantita a tutti i cittadini, vigilanza antitrust a favore della concorrenza sui mercati, amministrazioni pubbliche efficienti guidate da persone oneste, accesso ai referendum popolari coniugato al rispetto dei risultati che ne scaturiscono e così via.

In realtà, nella vita di tutti i giorni, è ben facile rendersi conto del degrado cui quasi tutti questi principi sono stati oggetto. Ciò è vero tanto in Italia quanto, anche se in misura minore, in altre nazioni.

Se allarghiamo il quadro considerando l’ascesa economica (e geopolitica) di paesi con scarse caratteristiche democratiche, Cina in testa, si arriva alla conclusione che stiamo vivendo una fase connotata da una crisi dei sistemi di partecipazione democratica. Questo nonostante la retorica usata dalla maggioranza dei leader mondiali, che amano fregiarsi di auto assegnate patenti di campioni di democraticità. Non è certo la prima volta che ciò accade. Se riandiamo con la memoria storica agli anni ’30 del novecento troviamo, prendendo in esame i principali paesi dell’Europa, la nascita o il consolidamento di regimi autoritari in Italia, Spagna, Germania e Russia. C’è voluta una guerra mondiale per rimuovere una parte di tali tirannie.

Perché parlare di democrazia e della sua crisi? Il mondo libertario spesso mostra un atteggiamento di palese disprezzo nei confronti del cosiddetto sistema democratico, cui viene sprezzantemente attribuito l’aggettivo “borghese”. Vi sono buone ragioni per aggiornare al contesto attuale tale posizione. Innanzi tutto una società libertaria (come dice il termine) deve porsi l’obiettivo di aumentare le libertà individuali e sociali di cui gode la popolazione. Ecco quindi che le conquiste garantite, almeno teoricamente, nelle società democratiche rappresentano la base imprescindibile da cui partire nella costruzione di un modello sociale ed economico più giusto. Perderle significa fare un passo  indietro  nella difficile strada che porta verso la libertà.

Va poi considerato come, alla luce dei rapporti di forza esistenti oggi, la debolezza e, talvolta, l’inconsistenza della presenza libertaria nella maggioranza dei paesi faccia sì che le nostre organizzazioni siano le strutture più gracili contro cui il potere può accanirsi. In realtà, senza il fragile scudo rappresentato dalle garanzie formalmente previste all’interno di un sistema democratico, è in gioco la stessa esistenza del movimento libertario. Ne è testimonianza quanto accaduto nei paesi dell’Europa Orientale, dove la presenza libertaria, dopo decenni di dittature staliniste, è ancor più trascurabile che non in Europa Occidentale.

Con tutto ciò non voglio fare una banale apologia della democrazia borghese. È ben chiaro come, anche nei migliori esempi, tale sistema sia vittima delle inevitabili contraddizioni che si manifestano tra gli interessi dei potenti e quelli della maggioranza della popolazione. Tuttavia è con preoccupazione che si deve guardare il fenomeno del suo deterioramento. Ritengo non vi sia alcuna contraddizione tra la lotta per l’emancipazione sociale e la difesa (o il rafforzamento) delle garanzie di stampo liberale previste  all’interno della società democratiche. Anche per tale ragione, il movimento libertario dovrebbe porsi, come obiettivo intermedio, il raggiungimento di tali garanzie nelle società che oggi ne sono sprovviste.

 
Il potere fa sovente un uso smodato e mistificatorio del termine democrazia. Ma proprio ciò rappresenta un’evidente contraddizione all’interno del sistema autoritario che cerca di proclamarsi democratico. L’esistenza di interstizi, anche di natura legale, all’interno delle stesse istituzioni ci consente una libertà di azione impensabile in regimi assolutisti. Perché dovremmo rinunciare a fare leva sull’incoerenza degli avversari?

  

Toni Iero

Dal grande corteo antirazzista del 17 ottobre allo sciopero generale del 23

Si è svolta a Roma, lo scorso 17 ottobre, la grande manifestazione antirazzista  fortemente voluta da Socialismo Rivoluzionario e dall’Unicobas e sostenuta da un numero impressionante di organizzazioni che si occupano, a vario titolo, dei diritti dei migranti.

Buoni gli obiettivi (primi fra tutti la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione e la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro), buone le modalità organizzative, caratterizzate da apertura ed egualitarismo, con le quali la manifestazione è stata prima convocata e poi  costruita, buona la partecipazione al corteo (si parla di alcune decine di migliaia di persone).

Meno buona, in verità, la ricaduta mediatica dell’evento. I giornali, soprattutto quelli del centro-sinistra, hanno messo l’accento sulla partecipazione della CGIL e di diversi esponenti del Partito Democratico (che, all’ultimo momento, per evitare figuracce, sono stati “costretti” ad aderire);  hanno invece “dimenticato” di illustrare gli obiettivi della manifestazione. Fornendo, in questo  modo, l’ennesima dimostrazione che, al giorno d’oggi, non vale ciò che è, ma ciò che si riesce a far apparire.

Pazienza. La prossima volta vedremo di attrezzarci meglio sul piano dell’informazione…

Minor successo ha avuto lo sciopero generale proclamato per il 23 ottobre da quasi tutto il sindacalismo conflittuale (USI inclusa), per chiedere al governo interventi a sostegno del reddito e dell’occupazione.

Si è però fatto notare, grazie alle manifestazioni, piuttosto partecipate, di Roma, Milano e Torino, nonché alle interruzioni provocate nei trasporti, assai spiacevoli per gli utenti ma indispensabili, nel contesto attuale, per ottenere un minimo di attenzione dai mezzi di comunicazione di massa, concordi quando si tratta di oscurare le iniziative dei sindacati più combattivi.   

E’ un discreto inizio, per un inverno che si annuncia assai duro per le classi subalterne. E che sarà tanto più duro quanto meno sapranno rendersi protagoniste del loro futuro immediato.

(red)

 

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Siamo arrivati alla "società dello spettacolo?"

Certo i compianti Guy Debord e Raul Vaneigem, che avevano previsto l’avvento di una “società dello spettacolo”, non “l’avevano fatta fuori dal vaso”; come non era successo neppure ad Andy Warhol, forse ingiustamente considerato il padre della pop art, trascurando Rauschenberg. Warhol che aveva preconizzato il quarto d’ora di celebrità per tutti, aveva provveduto a fare da promoter allo stesso con la sua Factory, che aveva lanciato, tra gli altri, i Velvet Underground, Nico e tanti musicisti rock e pop-rock.

Se Warhol aveva accettato in pieno le regole del gioco, Debord e Vaneigem l’avevano fatto più criticamente, sottolineando anche, sempre, il rovescio della medaglia, cioè i rischi insiti nella cosa. Criticamente, cioè, alla lettera (il greco krìnein significa “distinguere”), sapendo separare gli aspetti positivi (svecchiamento della cultura e dei modelli di comportamento sociali) da quelli negativi  (superficialità, incapacità e rifiuto dichiarato di approfondire). Con quello humor e quell’ironia che, presente sempre in Debord, in Vaneigem, oggi in Paul Virilio, rappresenta lo scarto rispetto all’esistente.

Per amore di completezza, citerò ancora Marshall Mc Luhan, grande teorico dei mass-media, che riteneva il mezzo più importante del messaggio, cioè di quanto esso veicola, con una sorta di ottimismo di fondo, ma anche con qualche fraintendimento, per esempio quando parlava di media freddi (che non favoriscono la partecipazione emotiva, potenziando invece la riflessione critica – come, per Mc Luhan, la TV) e caldi (radio, telefono etc.). Ora, se fosse ancora vivo e vedesse la TV d’oggi, cambierebbe opinione, per non dire di Internet e Facebook,  ancora inesistenti all’epoca del mass-mediologo. Che poi qualcosa non tornasse, nei suoi conti, lo dimostra la contraddizione seguente: Mc Luhan sostenne sempre che l’esistenza della TV aveva salvato gli USA da un golpe, o comunque da reazioni incontrollate, all’epoca dell’assassinio di Kennedy; poi, invece, quando venne in Italia nel tempo culminante degli attentati brigatisti, sostenne la necessità di “staccare la spina” alla TV, ovviamente, non tanto alla radio! 

Oggi, guardando alla situazione italiana, ma non solo, il panorama appare sconfortante: la TV scollacciata à la “Drive In”, inventata da Berlusconi e dall’autore di programmi Antonio Ricci, non è da condannare certo per moralismo, ma per quel presenzialismo in TV che ammorba tutto, con la differenza che le “veline” o chi le precedeva (donne, sempre) debbono star zitte, mentre i politici (uomini e donne, si pensi ad Alessandra Mussolini) devono gridare per farsi sentire, presenziare sempre gridando più forte dei loro avversari.

Né convince chi chiede continuamente di “abbassare i toni”, come fa Livia Turco, che poi però strepita non meno d’altri, sia ad “Omnibus”, di mattina, sia all’ “Infedele” di Gad Lerner, di sera, o altrove (“Porta a Porta”, “Ballarò”, “Anno Zero”).

Ecco un altro punto importante da sottolineare: che anchorman TV diversi abbiano stili diversi è ovvio, perché risponde alle strutture personologiche differenti dei singoli - che Santoro non sia uguale ad  Alessio Vinci, il nuovo conduttore di “Matrix” dopo il rifiuto di Mentana, è lampante - ma il vero problema è che i conduttori hanno bisogno di risse, di scambi d’insulti etc. Che ciò avvenga con toni forti, come quando ci sono Tonino Di Pietro (per cui l’italiano rimane un optional), Luigi De Magistris o “Pancho” Pardi (passato dalle aule universitarie al parlamento), oppure con quelli lievi da democristiani provetti come il ministro Giovanardi o Gianfranco Rotondi, conta poco, in realtà. I toni s’abbassano e s’alzano per aumentare gli ascolti.

Altrove, fuori d’Italia, i toni sono più misurati, paludati, quasi ingessati: ma è difficile sentir dire qualcosa di significativo, al di là della retorica, dalla cancelliera CDU (democristiana) Angela Merkel, mentre più umorale è il vero vincitore delle ultime elezioni, l’ultraliberista leader della FDP Guido Westerwelle. Negli USA, invece, domina la retorica presidenziale: ascoltate, se vi capita, lo speaker presidenziale (lo stesso di quando c’era Bush) quando annuncia a squarciagola: “Ladies and Gentlemen, the President of United States of America”. Tanto per riaffermare lo strapotere del “nuovo” imperialismo USA...   I toni sono più latini in Francia: pensiamo alla questione di Fréderic Mitterand, nipote di François, ministro del governo Sarkozy, accusato di pedofilia; accusa da cui lui, gay dichiarato quanto per nulla pedofilo (almeno così sembra), si difende con veemenza. Quanto alla Spagna, magari con un po’ di nonchalance celtiberica in più, sembra di essere in Italia, quando Zapatero e Mariano Rajoy (il leader popolar-conservatore del PPE) s’affrontano in Parlamento, ma anche nei talk-show TV. Molto più cruenti e truculenti, se possibile, i toni in Latinoamerica, dove a Chávez, populista “di sinistra” in Venezuela, corrispondono, sul fronte conservatore, i toni di Alvaro Uribe in Colombia.

Oltre a ciò, teniamo conto dei blog (Adinolfi per il PD, Vendola per “Sinistra e libertà”; molti blog anche a destra,  per esempio con Gasparri...). Insomma l’immagine stritola i contenuti, i significati (quasi assenti) sono veicolati da significanti che rimandano solo a sè, meramente autoreferenziali.

Verrebbe da dire, con espressione celebre, “dietro lo spot niente”...  

 Eugen Galasso


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Il sistema fragile dell'informazione in Italia
  

Al di là del dibattito nazionale sulla libertà di stampa, in parte strumentalizzato dalla politica, è tuttavia necessario constatare che tutte le principali agenzie internazionali di monitoraggio valutano con preoccupazione la situazione italiana. L’Italia è il più delle volte definita un paese solo parzialmente libero da ingerenze e censure. Problema in parte strutturale, ma che si aggrava dal 1994, con l’imporsi del conflitto di interessi del presidente del consiglio. E così perdiamo posizioni nelle classifiche internazionali.

L’annuale rapporto di Reporters sans frontieres, reso noto pochi giorni fa, è solo ultimo in ordine cronologico a gettare l’allarme. L’Italia scende al 49° posto nella classifica sulla libertà di stampa, mentre solo l’anno scorso si trovava al 44° e nel 2007 era al 35°. Si legge nel rapporto, “le vessazioni di Berlusconi nei confronti dei media, le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata, e una proposta di legge che ridurrebbe drasticamente la possibilità dei media di pubblicare intercettazioni telefoniche spiegano il perché l’Italia perda posizioni per il secondo anno consecutivo”.

La situazione però si aggrava in tutta Europa, che perde il primato delle prime venti posizioni. Grave la situazione anche in Francia (43° posto) e Slovacchia (46°) che mostrano un progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa e perdono progressivamente posizioniLa Francia, ad esempio, perde otto punti a causa delle indagini giudiziarie che hanno condotto all’arresto di alcuni giornalisti e delle interferenze sui mezzi di comunicazione da parte dei politici, tra cui il presidente Nicolas Sarkozy.

Ma ha senso parlare di una emergenza italiana o si tratta piuttosto di una situazione di strutturale criticità? In ogni società, denaro, media e potere politico sono strettamente correlati e la situazione dell’informazione in Italia è stata fin dal dopo guerra strettamente legata agli interessi di gruppi politici o industriali. Di fianco ai giornali di partito nascono quotidiani finanziati dai grandi gruppi industriali al fine di promuovere i propri interessi.

La mancanza, fin dalle origini, di un’editoria “pura” che tragga i suoi redditi esclusivamente dalla vendita del giornale e dalla connessa raccolta pubblicitaria, ha corrotto il sistema e lo ha esposto agli interessi di singoli o di singoli gruppi di interesse economico e politico. La fragilità economica del settore è stata inoltre la giustificazione per una precarizzazione estrema del lavoro di giornalista che ha causato la morte del giornalismo d’inchiesta a favore di un tipo di giornalismo spesso superficiale, pettegolo e autoreferenziale.

La situazione della televisione è, però, anche più preoccupante; in particolare se si considera che il 30% degli Italiani si rivolge ad essa come unica fonte di informazione (dato questo, unico in Europa, solo la Spagna con un 25% si avvicina al dato italiano - fonte EURISPES 2008). Il rapporto ONU sulla libertà di stampa sottolinea “il network televisivo pubblico RAI è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All’epoca e fin ai principali cambiamenti alla fine degli anni '80, la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito politico al potere: la Democrazia Cristiana”.

Il Governo ha avuto negli anni sempre più poteri nei riguardi della Rai. Il Tesoro è l’azionista al 99,95% del capitale. Le Comunicazioni decidono il canone e il contratto di servizio triennale. Uno dei nove componenti del Cda, quello decisivo per avere la maggioranza, è nominato direttamente dal Governo, senza passare dal Parlamento grazie alla legge Gasparri. Il Governo assegna le frequenze digitali.

Affermare che il problema della libertà d’informazione in Italia nasca con il governo Berlusconi sarebbe fuorviante, tuttavia stando ai rapporti delle principali organizzazioni non governative e istituzioni di controllo internazionali si delinea abbastanza chiaramente un generale peggioramento e deterioramento degli spazi di libera espressione. E non si deve pensare che questa ingerenza della politica sui media in Italia influisca esclusivamente sui prodotti giornalistici in senso stretto, ma condiziona l’intero sistema culturale, dettando un tenore e imponendo quell’immaginario collettivo attraverso cui tendiamo ad interpretare la realtà e i fatti.

 

Elena Nicolini

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Francia: alcuni affaires in ordine di apparizione

Nell’ottobre 2008 il Fondo Monetario Internazionale (FMI) decide di indagare il Direttore generale,  Dominique Strauss-Kahn  (capace e noto economista, già più volte ministro nei governi di centro sinistra),  per una  presunta relazione sessuale avuta con la responsabile del Dipartimento Africa, l’economista Piroska Nagy. Comincia la discussione mediatica  incentrata sulla valutazione di un eventuale abuso di potere, e non sui pettegolezzi privati e moralistici della relazione in sé.

Durante il mese di luglio 2009 si apprende che il giornalista francese della rete televisiva TF1,  Jérôme Bourreau – Guggenheim,   è stato licenziato in tronco per aver espresso il suo disaccordo alla legge Hadopi. Legge poi approvata dall’Assemblea  Nazionale, voluta dal Governo e caldeggiata personalmente da Nicolas Sarkozy,  che prevede la disconnessione graduale degli utenti che scaricano da Internet file coperti da copyright. Il dibattito è ancora aperto.

L’8 ottobre Thierry Solègre,  consigliere del dipartimento Hauts-de-Seine,  annuncia la candidatura di Jean Sarkozy – figlio del Presidente della Repubblica - per le elezioni alla presidenza dell’Epad:  ente pubblico della gestione del quartiere degli affari parigino, la Défense,  il quartiere di business europeo più grande. Scoppia la tempesta. La sinistra grida allo scandalo, accusa di nepotismo, compara l’attuale Francia  all’Impero romano, denuncia  “il clan Sarko”  Dall’altra parte, i politici di centro destra, appoggiano la candidatura dichiarandola legittima per  doti e capacità.  Sarkozy  junior denuncia una campagna di manipolazione e disinformazione giocata su esagerazioni e caricature.  Dopo tutta una serie di critiche, difese e rappresentazioni più o meno pittoresche (giovedì 22 ottobre  - davanti alla Grande Arche a Parigi  - 25 persone, circa, si sono riunite inscenando la parodia di una repubblica delle banane), il giovane Sarko comunica la rinuncia alla candidatura per la presidenza.

Questi affaires dei cugini d’oltralpe sono utili per alcune riflessioni relative agli equilibri, sempre difficili,  tra potere, politica e informazione.

Ciò che appare, in prima battuta, è che i problemi che oggi si generano dai rapporti tra potere, politica e informazione appaiono ovunque gli stessi. Diverso però è il modo di osservarli e quindi di agirli. Come dire, se è vero che in ogni paese si creano,  o si possono creare,  situazioni non conformi ai  principi democratici di uguaglianza e promozione sociale perché,  per usare le parole di un noto illuminista francese, “è un’esperienza eterna che qualunque uomo che ha del potere è portato ad abusarne” 1 allora però, ci sono paesi in cui è più difficile che questo tentativo si concretizzi.

Nello specifico ciò che si evince di diverso sul territorio francese quindi, non sono i meccanismi perversi prodotti dal potere. Ciò che appare diverso è la prassi democratica agita dai cittadini. La  Francia,  madre della Rivoluzione delle rivoluzioni, dei Cahiers de doléances, della Costituente,  della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”,  di dodici Costituzioni e di cinque Repubbliche. La Francia,  figlia degli illuministi, dei philosophes, dei sans-culottes, di Montesquieu. Ecco, i Francesi,  pur con i loro difetti, sembra riescano a mantenere un’attenzione per la cosa pubblica più efficace, un’osservazione politica più attenta agli aspetti laici e liberali (nel senso più alto del termine) capace ancora di alimentare e promuovere  la libertà di pensiero sdoganato dai pesi e contrappesi del  potere politico e orientato dalla responsabilità individuale2 in rapporto a quella collettiva.

                     Annalisa Righi

   1 Montesquieu, Lo spirito delle leggi,  libro XI, cap. IV.

 

2 Ricordiamo a questo proposito che un sondaggio del CSA (istituto indipendente di sondaggi),  apparso il 16 ottobre sul quotidiano  Le Parisien, indicava che il 64% dei Francesi disapprovava la candidatura di Jean Sarkozy; di questa percentuale ben il 51% si dichiarava simpatizzante della destra.

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Centroamerica: quello in Honduras è il primo golpe del secolo

Quello in Honduras è il primo golpe del ventunesimo secolo. Questo non invidiabile primato si può ricondurre a un tentativo egemonico da parte di componenti della borghesia più oscurantista, in contrasto con quella che ha in Zelaya il suo rappresentante.

Il tentativo dei progressisti di promuovere un’assemblea costituente ha fatto apparire con il golpe militare (non osteggiato dal clero) il soprannominato El Gorilla (alias Roberto Micheletti) e il Partito Nazionale, a difesa dei valori della patria, della famiglia e dell’esercito, in contrapposizione al partito di Unificazione Democratica.

Un tentativo “troglodita” di risoluzione delle dinamiche sociali in atto, tendenti al miglioramento delle condizioni di vita, che pone in discussione un concetto, quello della democrazia, scelto come tema centrale di questo numero  di Cenerentola.

Democrazia, l’aspirazione rivoluzionaria del XX secolo, si è trasformata in uno slogan universalmente adottato, ma privo di contenuto.

Nella prima metà del secolo scorso il dibattito s’incentrò sulla desiderabilità della democrazia, prevedendo una limitazione delle forme partecipative e delle sovranità allargate, privilegiando la formazione di governi attraverso procedure di tipo elettorale. Questa fu la forma egemonica delle prassi democratiche nelle quali il cittadino non possiede altra capacità che quella di scegliere un leader, in cui il pluralismo è la incorporazione di partiti e lotta fra élites.

Un altro importante dibattito permeò la discussione sulle democrazie nel secondo dopoguerra: quello circa le condizioni strutturali della democrazia, che si incentrò sulla compatibilità tra democrazia e capitalismo.

Una volta vinta la battaglia per la democrazia rappresentativa, si sarebbe sviluppata una tendenza alla redistribuzione, determinata dal giungere al potere della socialdemocrazia; quest’ultima avrebbe limitato l’invadenza della proprietà, i cui guadagni sarebbero stati ridistribuiti a favore delle classi meno abbienti. Ma lo smantellamento delle politiche sociali a partire dagli anni ‘80 ha messo in discussione queste tesi sulla redistribuzione.

Oggi ci troviamo in un paradosso in cui, parallelamente all’estensione delle sedicenti democrazie, assistiamo ad un enorme degrado delle prassi democratiche. Le elezioni sostituiscono procedure di rappresentanza delle differenze e di autodeterminazione da parte dei cittadini.

Il motivo principale per cui non prevalse l’idea di una gestione partecipativa fu l’emergere di forme complesse  che hanno portato al consolidarsi di burocrazie specializzate nell’amministrazione dello Stato.

Con la fine della guerra fredda e lo sviluppo del processo di globalizzazione la teoria egemonica della democrazia deve affrontare un insieme di questioni irrisolte che rimandano al dibattito tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa, presente in quei paesi in cui è più acuta la diversità etnica, in cui gruppi sociali hanno difficoltà a vedere riconosciuti i loro diritti ed in cui i loro interessi si scontrano con le élites al potere.

L’ampliamento della democrazia, che iniziò negli anni ‘70 in Europa e giunse negli anni ‘80 in America Latina, ha rimesso in discussione la democrazia sul rapporto procedure/partecipazione, ridisegnando una nuova grammatica sociale fra Stato e società. Fu messa in discussione l’adeguatezza della soluzione non partecipativa e burocratica, nacque una nuova politica basata sulla creatività degli attori sociali.

Reinvenzioni della democrazia partecipativa sono legate a processi di democratizzazione in atto nei paesi del Sud, dove il fascismo aveva dominato, governando fino agli anni ‘70/’80.

Processi di liberazione e democratizzazione condividono un elemento comune: la possibilità d’innovazione intesa come partecipazione allargata al processo decisionale. Mentre le società capitaliste hanno consolidato una concezione egemonica della democrazia rappresentativa,  cercando di stabilizzare la tensione tra capitalismo e democrazia tramite la priorità data all’accumulazione rispetto alla redistribuzione sociale e attraverso la limitazione della partecipazione dei cittadini.

Certo le democrazie non godono di ottima salute, e anche le strategie di resistenza e di rivoluzione non stanno troppo bene; così sarà fino a quando non riusciranno in ciò che fino ad ora non sono riuscite a produrre: il superamento della forma Stato.

 

Nerio Casoni

 
(Parte delle osservazioni contenute in questo articolo sono tratte dal volume curato dal sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos
Democratizar a democracia. Os caminhos da democracia participativa, Civilizacao Brasileira RJ 2002)



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