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| Venezia
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Lido
di Venezia – (2 – 12 settembre 2009)
Al festival è tornato il cinema
Spenti i riflettori sulla vetrina di cinema più
importante d’Italia, è tempo di bilanci. Dopo dieci giorni di immersione in
immagini provenienti da ogni parte del mondo bisogna riconoscere che Marco
Müller si conferma un ottimo direttore d’orchestra, capace non solo di
suscitare interesse su un evento mediatico in cui tutti, ma proprio tutti,
fanno il possibile per apparire, e nemmeno di puntare solo sui nomi noti, come
il festival di Cannes che riserva il concorso per lo più a chi è già affermato,
ma soprattutto di osare. Müller è infatti riuscito a svecchiare il tacito
protocollo festivaliero che vuole in concorso solo film d’autore, relegando i
film di genere alle sezioni collaterali. Quest’anno è riuscito a candidare al
Leone d’Oro addirittura una commedia, un documentario, un paio di thriller e
persino un horror (ok, l’ennesimo film di zombi di Romero, Survival of the Dead, non è granché, ma il tentativo fatto è importante).
E la giuria, presieduta da Ang Lee e composta da Sergey Vladimirovic Bodrov, Sandrine
Bonnaire, Liliana Cavani, Luciano Ligabue, Joe Dante e Anurag Kashyap, ha
dimostrato di gradire. Alla commedia Soul
Kitchen di Fatih Akin, infatti, è andato il Premio Speciale della Giuria.
Difficile, in effetti, resistere a un film spassoso e ben fatto che racconta
con brio le tragicomiche avventure del proprietario di un ristorante alla
periferia di Amburgo. Più in linea con le aspettative gli altri premi.
Impossibile non riconoscere il carisma e la grazia di Colin Firth, omosessuale
cinquantenne per il debutto alla regia dello stilista texano Tom Ford con A Single Man, dall’omonimo testo letterario
di Christopher Isherwood. Così come era dato quasi per scontato il Leone d’Oro
al potente Lebanon dell’israeliano
Samuel Maoz, che racconta il terrore e lo spaesamento di quattro ragazzi dentro
a un carro armato nel primo giorno della Prima Guerra del Libano (6 giugno
1982). Il regista ha dichiarato di volere in qualche modo espiare la sua colpa
per essere stato, al tempo, dentro a quel carro armato e avere realmente ucciso
un uomo nel primo giorno di combattimento. Un’esperienza che lo ha scioccato
accompagnandolo negli incubi che hanno continuato a perseguitarlo a guerra
conclusa. Il film come terapia personale, quindi, ma in grado di parlare a
tutti grazie al linguaggio universale del cinema. Più dubbi riserva il Leone
d’Argento per Con un concorso così vario e ricco di spunti poco il
tempo per dedicarsi alle sezioni collaterali, tutte comunque in grado di
offrire opere degne di visione. In generale, quindi, una mostra che pare avere
ritrovato lo spirito giusto per parlare di cinema di qualità senza dimenticare
l’esistenza di un pubblico. Peccato che la stampa non se ne sia accorta e abbia
dedicato tanto, troppo, spazio (sicuramente più del dovuto) a personaggi che
con il cinema hanno ben poco a che fare e che hanno astutamente sfruttato la vetrina
festivaliera per far parlare di sé. Ma noi di Cenerentola resistiamo alla tentazione e
lasciamo che sorridano, finché possono, dalle pagine ingannevoli di altre
riviste. Luca Baroncini con Pernilla August, Rolf
Lassgård, Stina Ekblad, Magnus Roosmann
Nasce un’inaspettata passione tra il lui della coppia più
solida e la lei di quella più vittima della routine matrimoniale. Se fossimo in
un film italiano l’adulterio continuerebbe fino a quando qualcuno non darebbe
del “cornuto!” ai congiunti traditi; un’opera francese opterebbe per un
estenuante parlarsi addosso fino al suicidio di uno dei due, o magari di entrambi;
I quattro decidono quindi, o perlomeno accettano, la soluzione
razionale del titolo, tentando la strada di una pacifica convivenza in cui la
nuova coppia e i rispettivi spaiati dividono lo stesso tetto. Le conseguenze
saranno dapprima faticose e poi dolorose per tutti, a dimostrazione di come sia
impossibile circoscrivere con la logica il magma tumultuoso e in continuo
divenire delle passioni. L’opera si caratterizza per la grande prova
interpretativa del quartetto di attori protagonisti e per la lucida analisi
psicologica con cui vengono motivate, anche nel non detto, le loro azioni.
Sentiamo quello che provano attraverso uno sguardo, una postura, un dettaglio. La partenza leggera e tutt’altro che superficiale non
trova però corrispondenza negli sviluppi che (stereotipi del cinema nordico?)
cedono al greve passando per un grottesco al limite del surreale. Scelta che
non inficia le qualità cinematografiche dell’opera, ben diretta e orchestrata,
ma ne limitano sicuramente la portata del respiro, meno ampio delle lecite
aspettative. Luca Baroncini
con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore
Cantalupo Francesca Comencini ha il pregio di raccontare la gravidanza
di una donna uscendo dalle trappole della retorica e dell’ideologia. Siamo
circondati da immagini di donne che sventolano la loro prole, più è numerosa
meglio è, come se fosse una tappa obbligata, sciorinando solo i pregi, che non
mancano, certo, ma glissando il più delle volte sulle reali difficoltà, fisiche,
psicologiche e sociali. È un percorso molto femminile quello impostato nella
sceneggiatura, della stessa Comenicini insieme a Federica Pontremoli
(dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella), ma l’uomo non è ospite indesiderato,
semplicemente è assente dalla storia raccontata, che è universale ma anche ben
specifica, connotata geograficamente (una Napoli lontana dal folclore) e temporalmente.
Non mancano le stoccate sulla precarietà (la protagonista
è una professoressa che insegna alle scuole serali) o sull’assurdità della
burocrazia (quando la protagonista deve dichiarare sua figlia nata “illegittimamente”
perché senza il riconoscimento del padre). Il cinema non soggiace sterilmente a
tutto ciò ma contribuisce, grazie alla scrittura sensibile, alle ottime prove
degli attori (non solo Margherita Buy, ma anche i ruoli di contorno),
all’ambientazione credibilmente suddivisa tra la veracità napoletana e il
candore asettico dell’ospedale, a rappresentare un percorso non banale di
difficile presa di coscienza. Poi, non sempre tutto scorre fluidamente, qualche
forzatura si sente (il rapporto con gli studenti rischia a volte il didascalico),
alcuni dialoghi hanno un sapore squisitamente letterario pur nell’efficacia del
risultato, quella storia d’amore si poteva risparmiare, ma si tratta di un
tentativo, riuscito, di esplorare un punto di vista con sincerità, naturalezza,
e senza troppe tesi da dimostrare. Quello che, nelle molteplici opportunità
offerte dalla soggettività dello sguardo, dovrebbe appunto fare il cinema. Luca Baroncini di Michele Placido con Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Luca Argentero A me invece è piaciuta. Non ero a Roma nel 1968; ho cominciato
a partecipare alle assemblee studentesche a Bologna l’anno successivo: ma il
clima e i dibattiti erano quelli. La prima parte del film, poi, è quasi un
documentario. Troppo lunga, nella seconda parte, la narrazione che
ruota intorno alla vicenda della famiglia di Laura, la giovane donna amata dal
protagonista e interpretata con bravura da
Jasmine Trinca. Luciano Nicolini Documentario di Erik Gandini
Ci si sarebbe aspettato un attacco feroce contro Berlusconi
e il suo governo. Nulla di tutto questo: ciò che racconta l’autore è ben noto
agli Italiani e, checché ne abbiano detto alcuni critici (anche di sinistra, o
sedicenti tali) non è neppure particolarmente fazioso. Certo, chi non sopporta
il presidente del consiglio, dopo aver visto questo film, lo sopporterà ancor
meno. Ma chi lo ama, probabilmente, lo amerà ancor di più. Molti militanti di sinistra ritengono che “la gente non
si renda conto” di quello che sta accadendo in Italia, e che occorra spiegarle
tutto; i più sofisticati (è il caso dei critici), pur dando per scontato che
occorra spiegarle tutto, si lamentano con chi lo fa perché, secondo loro, risulta
poco artista e troppo didascalico. In realtà “la gente” si rende conto benissimo e, in gran
parte, approva ciò che fa il centro-destra; o quantomeno, lo sopporta in attesa
che giunga dalla sinistra qualche alternativa desiderabile e credibile. Non
saranno pellicole come “Videocracy” a farle cambiare idea. E neppure saranno
coloro che le criticano perché “troppo didascaliche” o, addirittura, “faziose”. Detto questo, la prima parte del documentario è veramente
ben fatta: il berlusconismo spiegato agli Svedesi (che hanno prodotto il film);
la seconda, dedicata a Fabrizio Corona, risulta invece piuttosto pesante e,
tutto sommato, anche abbastanza fuori tema: Corona è certamente un prodotto
della videocrazia ma, più che un protagonista, mi sembra rappresentarne un effetto
collaterale, tra l’altro non sempre
gradito ai veri videocrati. Luciano Nicolini
Finite le vacanze e di fronte
alla necessità di fronteggiare la crisi economica, ritornano come illuminato
intervento sull’economia le quattro zitelline di Sex and the City, che da
commedia tardo adolescenziale sta diventando sempre di più un infinito spot
pubblicitario mirato alle tasche dei poveri consumatori. Anche in questo caso
la svolta è stata data dal passaggio dal serial televisivo al film, in cui l’aspetto
di “consigli per gli acquisti” e di sfrenato e sciocco consumismo delle quattro
inossidabili zitelline è divenuto noiosamente dominante, qualcosa di molto simile
a quanto era accaduto per il film “Il diavolo veste Prada” che aveva
trasformato la graffiante satira del romanzo in un melenso spot pubblicitario
con tanto di marchi di prodotti sparati a tradimento in faccia agli spettatori.
Ma torniamo alle nostre quattro
zitelline di cui, a dire il vero, nessuno sentiva la mancanza, per riflettere su
come ancora una volta per uscire dalla crisi economica si tenti di imbrogliare
i consumatori, cercando di scucire dalle loro tasche i pochi soldi rimasti. Le
quattro zitelline, mai uscite dall’adolescenza nonostante l’età ormai avanzata,
indicano, come moschettieri della Confcommercio, nei porti sicuri dello
shopping, nel rifugio caldo degli acquisti e delle merci la strada per sfuggire
ad una vita di solitudine, depressione ed amorazzi immaturi, un modo per farsi
quei regali che nessuno fa loro ed evitare di chiedersi come mai questo accade.
Un messaggio in totale malafede e cinicamente manipolativo, che anziché indicare
nelle relazioni umane, nell’attenzione alle persone, nella costruzione di relazioni
significative e durature con gli altri e per gli altri l’equilibrio esistenziale,
indica nella via delle merci, degli acquisti superflui e dell’esibizione di
ricchezza l’antidoto per la vacuità delle relazioni umane in cui queste quattro
zitelline si dibattono. Oltretutto, questo atteggiamento
esibizionista e di spreco di ricchezza è un chiaro insulto alle difficoltà in
cui gli uomini e le donne reali si dibattono, ed è molto triste pensare che ci
sia qualcuno che immagina che queste persone possano trovare conforto fuggendo
dalla realtà sulle orme di queste quattro zitelline viziate. Qualcosa di molto
simile ai rotocalchi che presentano ai poveracci la dorata vita che i ricchi fanno
spesso proprio a loro spese, come in questi foschi tempi di recessione economica.
Ben tornate zitelline, ma per la parità dei sessi dovremmo dire, come se fossero
maschi, bentornate sfigate. G. B. Salbaroli |
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