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Foto di ambiente del Festival di Venezia

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Venezia 66                                                Lido di Venezia – (2 – 12 settembre 2009)

Al festival è tornato il cinema  
  

Spenti i riflettori sulla vetrina di cinema più importante d’Italia, è tempo di bilanci. Dopo dieci giorni di immersione in immagini provenienti da ogni parte del mondo bisogna riconoscere che Marco Müller si conferma un ottimo direttore d’orchestra, capace non solo di suscitare interesse su un evento mediatico in cui tutti, ma proprio tutti, fanno il possibile per apparire, e nemmeno di puntare solo sui nomi noti, come il festival di Cannes che riserva il concorso per lo più a chi è già affermato, ma soprattutto di osare. Müller è infatti riuscito a svecchiare il tacito protocollo festivaliero che vuole in concorso solo film d’autore, relegando i film di genere alle sezioni collaterali. Quest’anno è riuscito a candidare al Leone d’Oro addirittura una commedia, un documentario, un paio di thriller e persino un horror (ok, l’ennesimo film di zombi di Romero, Survival of the Dead, non è granché, ma il tentativo fatto è importante). E la giuria, presieduta da Ang Lee e composta da Sergey Vladimirovic Bodrov, Sandrine Bonnaire, Liliana Cavani, Luciano Ligabue, Joe Dante e Anurag Kashyap, ha dimostrato di gradire.

Alla commedia Soul Kitchen di Fatih Akin, infatti, è andato il Premio Speciale della Giuria. Difficile, in effetti, resistere a un film spassoso e ben fatto che racconta con brio le tragicomiche avventure del proprietario di un ristorante alla periferia di Amburgo. Più in linea con le aspettative gli altri premi. Impossibile non riconoscere il carisma e la grazia di Colin Firth, omosessuale cinquantenne per il debutto alla regia dello stilista texano Tom Ford con A Single Man, dall’omonimo testo letterario di Christopher Isherwood. Così come era dato quasi per scontato il Leone d’Oro al potente Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz, che racconta il terrore e lo spaesamento di quattro ragazzi dentro a un carro armato nel primo giorno della Prima Guerra del Libano (6 giugno 1982). Il regista ha dichiarato di volere in qualche modo espiare la sua colpa per essere stato, al tempo, dentro a quel carro armato e avere realmente ucciso un uomo nel primo giorno di combattimento. Un’esperienza che lo ha scioccato accompagnandolo negli incubi che hanno continuato a perseguitarlo a guerra conclusa. Il film come terapia personale, quindi, ma in grado di parlare a tutti grazie al linguaggio universale del cinema. Più dubbi riserva il Leone d’Argento per la Regia attribuito a Women Without Men dell’iraniana Shirin Neshat (famosa in tutto il mondo come video-artista), perché si tratta del tipico film da festival: estetizzante, confuso per chi non conosce i fatti, alla fine poco comunicativo. Si tratta di un’opera allegorica ambientata in Iran nel 1953 che intreccia i destini di quattro donne sullo sfondo del colpo di Stato tramato dalla CIA che riportò al potere lo Scià. Totale dissenso, invece, per la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile andata alla russa Ksenia Rappoport per l’italiano La doppia ora, il quasi thriller di Giuseppe Capotondi. Non basta venire dall’est per essere credibile nei panni di una dark-lady dell’est, sono necessarie sfumature, capacità seduttive, ironia, doti presenti solo nelle intenzioni per il personaggio interpretato dalla Rappoport. Se proprio non si voleva dimenticare l’Italia nell’attribuzione dei premi tanto valeva riconoscere la bravura di Margherita Buy, ne Lo spazio bianco di Francesca Comencini, che fa sempre la Buy (disagio e incertezza a un soffio dalla depressione), ma è molto naturale e spontanea. Ridicolo, infine, il Premio Mastroianni per l’attrice emergente a Jasmine Trinca per la sua interpretazione ne Il grande sogno di Michele Placido. E non perché la giovane attrice romana non sia brava, anzi, ma perché è già sulla scena da quasi dieci anni e definirla emergente suona quanto meno inappropriato. Tra i grandi esclusi sicuramente il discusso Baarìa di Giuseppe Tornatore che ha aperto la kermesse veneziana. Curioso che, a dispetto delle recensioni positive apparse un po’ ovunque, nessuno a Venezia ne parlasse bene. Chi diceva che mancava di una linea narrativa forte e coerente, chi colonna sonora di Ennio Morricone, chi criticava le inutili comparsate di tanti attori noti, sta di fatto che il passaparola al Lido non è stato dei migliori. Vedremo come si comporterà nelle sale quando uscirà a fine settembre. Delusione anche per l’assenza di premi a Lourdes, dell’austriaca Jessica Hausner, che analizza il mondo dei pellegrinaggi nei luoghi di culto. Il maggior pregio del film, oltre a quello di affrontare un tema inconsueto, è nel mantenere una certa distanza dalla materia trattata lasciando che sia lo spettatore, in base al proprio credo e alla propria sensibilità, a trovare le risposte alle domande sottese alla sceneggiatura. In molti, poi, pensavano (e alcuni anche temevano) che il filippino Lola di Brillante Mendoza potesse vincere qualcosa, ma la Giuria non ha evidentemente apprezzato, perlomeno non abbastanza, il rigore documentaristico, a tratti estenuante, con cui il regista pedina due donne molto anziane, la nonna di un ragazzo ucciso per un furto e quella del suo assassino. Niente da fare anche per il tedesco Werner Herzog, inserito in concorso con ben due opere: Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans, attualmente nelle sale e, diciamolo, decisamente superfluo, e l’onirico My Son, My Son, What Have Ye Done.

Con un concorso così vario e ricco di spunti poco il tempo per dedicarsi alle sezioni collaterali, tutte comunque in grado di offrire opere degne di visione. In generale, quindi, una mostra che pare avere ritrovato lo spirito giusto per parlare di cinema di qualità senza dimenticare l’esistenza di un pubblico. Peccato che la stampa non se ne sia accorta e abbia dedicato tanto, troppo, spazio (sicuramente più del dovuto) a personaggi che con il cinema hanno ben poco a che fare e che hanno astutamente sfruttato la vetrina festivaliera per far parlare di sé. Ma noi di Cenerentola resistiamo alla tentazione e lasciamo che sorridano, finché possono, dalle pagine ingannevoli di altre riviste.

 

Luca Baroncini

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Una soluzione razionale

 di Jörgen Bergmark 

con Pernilla August, Rolf Lassgård, Stina Ekblad, Magnus Roosmann

 
Due coppie di conoscenti intorno ai cinquant’anni. Gli uomini sono amici da lunga data. Le donne lavorano nella stessa scuola ma non si frequentano.

Nasce un’inaspettata passione tra il lui della coppia più solida e la lei di quella più vittima della routine matrimoniale. Se fossimo in un film italiano l’adulterio continuerebbe fino a quando qualcuno non darebbe del “cornuto!” ai congiunti traditi; un’opera francese opterebbe per un estenuante parlarsi addosso fino al suicidio di uno dei due, o magari di entrambi; la Spagna sceglierebbe un’allegra resa dei conti carnale in un lettone a quattro piazze. Trattandosi però di un film svedese, il rigore formale e l’approfondita analisi psicologica hanno il sopravvento.

I quattro decidono quindi, o perlomeno accettano, la soluzione razionale del titolo, tentando la strada di una pacifica convivenza in cui la nuova coppia e i rispettivi spaiati dividono lo stesso tetto. Le conseguenze saranno dapprima faticose e poi dolorose per tutti, a dimostrazione di come sia impossibile circoscrivere con la logica il magma tumultuoso e in continuo divenire delle passioni.

L’opera si caratterizza per la grande prova interpretativa del quartetto di attori protagonisti e per la lucida analisi psicologica con cui vengono motivate, anche nel non detto, le loro azioni. Sentiamo quello che provano attraverso uno sguardo, una postura, un dettaglio.

La partenza leggera e tutt’altro che superficiale non trova però corrispondenza negli sviluppi che (stereotipi del cinema nordico?) cedono al greve passando per un grottesco al limite del surreale. Scelta che non inficia le qualità cinematografiche dell’opera, ben diretta e orchestrata, ma ne limitano sicuramente la portata del respiro, meno ampio delle lecite aspettative.

 

Luca Baroncini

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Lo spazio bianco

 
di Francesca Comencini 

con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Antonia Truppo, Guido Caprino, Salvatore Cantalupo

 Lo spazio bianco è quello dell’attesa, in cui gli interrogativi cercano prepotentemente una risposta che deve maturare. È la situazione in cui si trova Maria, la quarantenne protagonista dell’intenso film di Francesca Comencini. Rimane incinta, decide di portare la gravidanza avanti nonostante molti dubbi e l’assenza di un uomo al suo fianco, ma la bambina nasce prematura, dopo solo sei mesi. In quei novanta giorni necessari per la completa formazione della piccola sarà l’incubatrice a garantire le funzioni vitali. Un tempo che servirà alla protagonista per maturare ciò che sta accadendo e per capire se l’attesa porterà alla vita oppure alla morte, in ogni caso a una nuova consapevolezza.

Francesca Comencini ha il pregio di raccontare la gravidanza di una donna uscendo dalle trappole della retorica e dell’ideologia. Siamo circondati da immagini di donne che sventolano la loro prole, più è numerosa meglio è, come se fosse una tappa obbligata, sciorinando solo i pregi, che non mancano, certo, ma glissando il più delle volte sulle reali difficoltà, fisiche, psicologiche e sociali.

È un percorso molto femminile quello impostato nella sceneggiatura, della stessa Comenicini insieme a Federica Pontremoli (dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella), ma l’uomo non è ospite indesiderato, semplicemente è assente dalla storia raccontata, che è universale ma anche ben specifica, connotata geograficamente (una Napoli lontana dal folclore) e temporalmente.

Non mancano le stoccate sulla precarietà (la protagonista è una professoressa che insegna alle scuole serali) o sull’assurdità della burocrazia (quando la protagonista deve dichiarare sua figlia nata “illegittimamente” perché senza il riconoscimento del padre). Il cinema non soggiace sterilmente a tutto ciò ma contribuisce, grazie alla scrittura sensibile, alle ottime prove degli attori (non solo Margherita Buy, ma anche i ruoli di contorno), all’ambientazione credibilmente suddivisa tra la veracità napoletana e il candore asettico dell’ospedale, a rappresentare un percorso non banale di difficile presa di coscienza. Poi, non sempre tutto scorre fluidamente, qualche forzatura si sente (il rapporto con gli studenti rischia a volte il didascalico), alcuni dialoghi hanno un sapore squisitamente letterario pur nell’efficacia del risultato, quella storia d’amore si poteva risparmiare, ma si tratta di un tentativo, riuscito, di esplorare un punto di vista con sincerità, naturalezza, e senza troppe tesi da dimostrare. Quello che, nelle molteplici opportunità offerte dalla soggettività dello sguardo, dovrebbe appunto fare il cinema.

 

Luca Baroncini

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Il grande sogno

 

di Michele Placido 

con Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Luca Argentero

 A proposito del festival di Venezia appena concluso, non si può non recensire, sia pur brevemente, il film in cui Michele Placido racconta la propria giovinezza di agente di polizia coinvolto nella rivolta del 1968. Della reazione del pubblico presente in sala abbiamo già detto (quindici minuti di applausi), di quella, stizzita, del ministro Renato Brunetta anche (vedi pagina tre). Rimane da dire che la critica non ha apprezzato particolarmente la pellicola.

A me invece è piaciuta. Non ero a Roma nel 1968; ho cominciato a partecipare alle assemblee studentesche a Bologna l’anno successivo: ma il clima e i dibattiti erano quelli. La prima parte del film, poi, è quasi un documentario.

Troppo lunga, nella seconda parte, la narrazione che ruota intorno alla vicenda della famiglia di Laura, la giovane donna amata dal protagonista e interpretata con bravura da  Jasmine Trinca.

 

Luciano Nicolini

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Videocracy

 

Documentario di Erik Gandini

 
Sempre dal festival di Venezia è giunto velocemente nelle sale “Videocracy”, il film del quale la RAI-TV ha rifiutato addirittura di proiettare i trailer.

Ci si sarebbe aspettato un attacco feroce contro Berlusconi e il suo governo. Nulla di tutto questo: ciò che racconta l’autore è ben noto agli Italiani e, checché ne abbiano detto alcuni critici (anche di sinistra, o sedicenti tali) non è neppure particolarmente fazioso. Certo, chi non sopporta il presidente del consiglio, dopo aver visto questo film, lo sopporterà ancor meno. Ma chi lo ama, probabilmente, lo amerà ancor di più.

Molti militanti di sinistra ritengono che “la gente non si renda conto” di quello che sta accadendo in Italia, e che occorra spiegarle tutto; i più sofisticati (è il caso dei critici), pur dando per scontato che occorra spiegarle tutto, si lamentano con chi lo fa perché, secondo loro, risulta poco artista e troppo didascalico.

In realtà “la gente” si rende conto benissimo e, in gran parte, approva ciò che fa il centro-destra; o quantomeno, lo sopporta in attesa che giunga dalla sinistra qualche alternativa desiderabile e credibile. Non saranno pellicole come “Videocracy” a farle cambiare idea. E neppure saranno coloro che le criticano perché “troppo didascaliche” o, addirittura, “faziose”.

Detto questo, la prima parte del documentario è veramente ben fatta: il berlusconismo spiegato agli Svedesi (che hanno prodotto il film); la seconda, dedicata a Fabrizio Corona, risulta invece piuttosto pesante e, tutto sommato, anche abbastanza fuori tema: Corona è certamente un prodotto della videocrazia ma, più che un protagonista, mi sembra rappresentarne un effetto collaterale, tra l’altro   non sempre gradito ai veri videocrati.

 

Luciano Nicolini

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Sex and City2 ?

 

Finite le vacanze e di fronte alla necessità di fronteggiare la crisi economica, ritornano come illuminato intervento sull’economia le quattro zitelline di Sex and the City, che da commedia tardo adolescenziale sta diventando sempre di più un infinito spot pubblicitario mirato alle tasche dei poveri consumatori. Anche in questo caso la svolta è stata data dal passaggio dal serial televisivo al film, in cui l’aspetto di “consigli per gli acquisti” e di sfrenato e sciocco consumismo delle quattro inossidabili zitelline è divenuto noiosamente dominante, qualcosa di molto simile a quanto era accaduto per il film “Il diavolo veste Prada” che aveva trasformato la graffiante satira del romanzo in un melenso spot pubblicitario con tanto di marchi di prodotti sparati a tradimento in faccia agli spettatori.

Ma torniamo alle nostre quattro zitelline di cui, a dire il vero, nessuno sentiva la mancanza, per riflettere su come ancora una volta per uscire dalla crisi economica si tenti di imbrogliare i consumatori, cercando di scucire dalle loro tasche i pochi soldi rimasti. Le quattro zitelline, mai uscite dall’adolescenza nonostante l’età ormai avanzata, indicano, come moschettieri della Confcommercio, nei porti sicuri dello shopping, nel rifugio caldo degli acquisti e delle merci la strada per sfuggire ad una vita di solitudine, depressione ed amorazzi immaturi, un modo per farsi quei regali che nessuno fa loro ed evitare di chiedersi come mai questo accade. Un messaggio in totale malafede e cinicamente manipolativo, che anziché indicare nelle relazioni umane, nell’attenzione alle persone, nella costruzione di relazioni significative e durature con gli altri e per gli altri l’equilibrio esistenziale, indica nella via delle merci, degli acquisti superflui e dell’esibizione di ricchezza l’antidoto per la vacuità delle relazioni umane in cui queste quattro zitelline si dibattono.

Oltretutto, questo atteggiamento esibizionista e di spreco di ricchezza è un chiaro insulto alle difficoltà in cui gli uomini e le donne reali si dibattono, ed è molto triste pensare che ci sia qualcuno che immagina che queste persone possano trovare conforto fuggendo dalla realtà sulle orme di queste quattro zitelline viziate. Qualcosa di molto simile ai rotocalchi che presentano ai poveracci la dorata vita che i ricchi fanno spesso proprio a loro spese, come in questi foschi tempi di recessione economica. Ben tornate zitelline, ma per la parità dei sessi dovremmo dire, come se fossero maschi, bentornate sfigate.

 

G. B. Salbaroli

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