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Pesce grosso mangia pesce piccolo Si moltiplicano i sintomi che segnalano il superamento
del punto di minimo della fase recessiva. Qualcuno, forse con un ottimismo un
po’ anticipato, ha concluso che stiamo per uscire dalla crisi. Nel numero
scorso di Cenerentola
abbiamo argomentato come, invece, la fase congiunturale che si sta aprendo in
questo autunno del 2009 sarà particolarmente dolorosa per le classi sociali
meno agiate. La disoccupazione,
conseguente alla chiusura di numerose aziende, continuerà a mordere sempre più
a fondo i lavoratori. La diminuzione della quota di reddito percepito dai
ceti produttivi si tradurrà in una stagnazione dei consumi interni che
penalizzerà anche le imprese rimaste in attività. Il rischio di un avvitamento
di tali andamenti non è stato ancora scongiurato.
Nell’arco degli ultimi dodici mesi, per fronteggiare il
possibile collasso finanziario, le banche centrali hanno immesso sui mercati
interbancari titanici flussi di liquidità a tassi di interesse da saldi di fine
stagione. Tutto questo denaro a basso costo in circolazione ha permesso la ripresa
di ogni tipo di mercato finanziario: obbligazionario, azionario e delle materie
prime. Banche soprattutto, ma anche compagnie di assicurazioni e hedge fund
non si sono fatti sfuggire l’occasione per rifarsi i conti. “Le banche –
testimoniano ormai tutti gli operatori – approfittano dei tassi a breve termine
bassissimi per realizzare guadagni quasi «automatici» sul mercato dei titoli di
Stato. Basta prendere in prestito soldi dalla Bce (pagando l’1%) e comprare un
titolo di Stato tedesco biennale (che ieri rendeva l’1,21%) per guadagnarci con
rischi minimi”2. Beh, non è male. Purtroppo queste regole del gioco
valgono solo per le grandi banche e non per i piccoli risparmiatori.
Una marcata accentuazione della componente speculativa
delle attività tipiche del settore creditizio, proprio all’indomani di un
tracollo che solo grazie alle migliaia di miliardi di euro stanziate dai
governi di tutto il mondo (con il denaro dei contribuenti) non si è trasformato
nel definitivo collasso del sistema finanziario globale, appare quantomeno
avventata. Anche alla luce della fase recessiva che, seppur in attenuazione, è
tuttora in atto. Si stanno gettando le basi del crollo prossimo venturo? Toni Iero E’ proprio irritato il ministro Brunetta. Che poi il film
di Placido sul ’68 e dintorni, benevolo nei confronti dei movimenti di quegli
anni, sia stato applaudito per quindici minuti al festival di Venezia, non la
manda giù. E così, nei giorni successivi, si
è scagliato contro la sinistra accusandola di essere composta da radical-chic
parassitari e autoreferenziali. In questo non ha tutti i torti: peccato che la destra con
la quale collabora quotidianamente sia chic senza neppure essere radical, e sia
dieci volte più parassitaria della sinistra. Ne è meno autoreferenziale: infatti pensa soltanto agli
affari suoi. Se non appare tale è solo perché, grazie al controllo di gran
parte dei mezzi d’informazione, è riuscita a far sì che agli affari suoi si
interessi l’intera popolazione italiana. Così sappiamo tutto (ciò che ci vogliono
far sapere) di Berlusconi e delle sue ville, di Noemi e dei suoi fidanzati
(veri e falsi), di Barbara e compagnia cantante (nel senso di Apicella). E,
invece, sappiamo ben poco di ciò che ci dovrebbe interessare: che cosa fanno i
militari italiani in Afghanistan, come vengono spesi i nostri soldi, e via dicendo. Un tempo le servette si preoccupavano degli amori delle
loro padrone, piuttosto che delle umiliazioni che subivano quotidianamente.
Grazie alla TV quel tempo è tornato. Redazionale Riaprono le scuole e le università. I problemi
non sono stati risolti, anzi… Mobilitarsi contro le manovre della Gelmini
è necessario, ma non basta. Che cosa proporre per la scuola secondaria superiore
e l’università?
Di che cosa stiamo parlando? Di qualcosa che è sotto gli
occhi di tutti, anche se spesso non ci si sofferma a ragionarci sopra: ancora
all’inizio del secolo scorso, c’era chi sosteneva che un buon modo per favorire
l’apprendimento era bacchettare gli scolari. Perfino nei primi anni sessanta
del novecento c’erano maestri che si aggiravano per la classe con la bacchetta
in mano… Ve lo immaginate adesso? E’ semplicemente impensabile.
Gran parte della pedagogia sostiene che non è con le punizioni (e tantomeno con
le punizioni corporali) che si favorisce l’apprendimento: i libertari hanno
vinto. Che poi tra i maestri (e magari anche tra quei pochi che libertari si
dichiarano apertamente) ci sia ancora chi umilia costantemente gli alunni è un
altro discorso; ma, fortunatamente, quasi nessuno lo rivendica. E che dire della necessità di integrare lavoro manuale e
lavoro intellettuale, sapere pratico e sapere teorico? Un tempo questa affermazione
era uno dei cavalli di battaglia della pedagogia libertaria, oggi, almeno a
parole, è stata fatta propria dai più. E tutte le volte che un movimento di
contestazione investe il mondo della scuola primaria, e della scuola
secondaria inferiore, si torna a pescare lì, nel pescoso mare della pedagogia
libertaria, anche se magari ci si dichiara marxisti, come facevano quasi tutti
nel sessantotto italiano, o cattolici (come il parroco di Barbiana, Lorenzo
Milani, e i suoi seguaci). Non altrettanto avviene per la scuola secondaria superiore
e l’università: con riferimento a quest’ultime il pensiero libertario non ha espresso
idee altrettanto forti, e lì in esso ben pochi vanno a pescare. A dire il vero, con riferimento alla scuola secondaria superiore
e all’università, sembra che i movimenti di contestazione non vadano a pescare
da nessuna parte. Eclatante è stato il caso del movimento dell’Onda, sviluppatosi
lo scorso anno in tutta l’Italia in risposta alle controriforme volute dal
governo e proposte dal ministro Maria Stella Gelmini. La parola d’ordine
sembrava essere quella della difesa dell’esistente; e se c’è stato, a livello
di elaborazione teorica, qualche lodevole tentativo di spingersi oltre (tentativi
che, come redazione di Cenerentola, non abbiamo mancato di sottolineare), dobbiamo
constatare che è subito abortito. C’è molto da fare, a cominciare dall’analisi, molto importante
a questo livello, del rapporto tra formazione università e inserimento nel
mondo del lavoro. E ci ripromettiamo di dare il nostro contributo. In questo numero facciamo parlare chi da
pochi anni ha terminato l’università. Alcuni lo fanno direttamente (Ilaria
Leccardi ed Elena Nicolini), altri indirettamente (attraverso una sintesi
operata da Annalisa Righi). Si tratta, per ora, di persone che hanno frequentato facoltà
di recente istituzione (Scienze della comunicazione e Scienze della formazione),
e che, ciò nonostante, lamentano sia le lacune nella preparazione teorica sia,
soprattutto, nella preparazione alla professione. L’esperienza più importante,
come è logico sia, rimane quella, non scontata,
di aver incontrato un buon docente. Nei
numeri successivi, proseguiremo il discorso con chi ha frequentato facoltà che
vantano origini più antiche (giurisprudenza, ingegneria, medicina e via dicendo). Sempre in questo numero, invece, riportiamo il dibattito
sulla trasformazione delle università in fondazioni, aperto nel movimento da un articolo pubblicato sulla
rivista Libertaria e, a pagina 16, un ricordo del pedagogista
libertario Francisco Ferrer.
inizio
pagina
Ho sempre voluto fare la giornalista. Ho iniziato a scrivere
ai tempi del liceo, su un giornale di Alessandria, la mia città. Una volta
diplomata, è venuto il momento di scegliere l’università. Puntavo in alto e ho
pensato: dove meglio di Bologna posso vivere la vita universitaria, la cultura,
nel senso più profondo? E quale facoltà se non Scienze della Comunicazione, per
la strada che voglio percorrere? E così, nell’estate del 2000, ho superato il
test d’ingresso e si sono aperte le porte. Dopo un primo anno luminoso, la riforma
universitaria, giunta come un macigno, mi ha posto davanti alla scelta:
continuare nel vecchio ordinamento o scegliere il nuovo (3 anni di laurea breve
più 2 di specializzazione)? E io, che speravo nella nascita di un indirizzo
giornalistico nel biennio specialistico, ho scelto di passare al nuovo. Quasi subito il primo brutto scherzo. Amante della
storia, non vedevo l’ora di iniziare l’unico corso previsto in questa materia, “Storia
contemporanea” che, noto ora, tra i miei colleghi giornalisti spesso è
un’emerita sconosciuta. Ma l’esame dato il primo anno in “Storia del teatro e
dello spettacolo” era stato convertito in due esami da 5 crediti: “Semiologia
dello spettacolo” e “Storia contemporanea”. Oltre a non poter più frequentare
il corso, per me era soprattutto un segnale dello svilimento del sapere. La
seconda beffa è arrivata col tirocinio. Speravo di trovare tra le offerte
dell’università una redazione locale per fare cronaca, o un ufficio stampa
dove lavorare su articoli e agenzie. Invece nulla. E così mi sono arrangiata, entrando
nella redazione di un giornale di archeologia e storia in cui ho svolto le ore
richieste e a cui si sono aggiunte altre collaborazioni, tra cui quella con Cenerentola. Una volta conseguita la prima laurea ho constatato che
nessuna specializzazione in media e giornalismo era stata attivata. La scelta
era tra Scienze della comunicazione pubblica e sociale oppure Semiotica. Non
so, di preciso, perché ho scelto quest’ultima, oltre al gusto di studiarla e
“praticarla”. Forse puntavo alla specializzazione che i primi tre anni non mi
avevano dato. E così è stato. Due anni di immersione in un approccio che mi
hanno permesso di analizzare diversi ambiti espressivi e volare in Argentina
per studiare il fenomeno delle fabbriche autogestite, argomento della mia tesi
in Analisi del discorso politico. Marzo 2006, laurea. Poi, il vuoto. È stato allora che mi
è tornata in mente la frase pronunciata il primo giorno di università da un
professore in una delle grandi aule di via Zamboni 38: “Buongiorno a tutti, non
per spaventarvi, ma sappiate che quando uscirete di qui dovrete inventarvi un
lavoro”. Aveva ragione. Una volta fuori dall’università, ho proseguito con le collaborazioni,
senza riuscire a crearmi una vera figura professionale. E così ho provato con
la scuola di giornalismo, a Torino. Le cose sono cambiate, da una parte in
meglio, perché ho fatto esperienze in grandi testate, collezionando
collaborazioni con giornali più e meno importanti. Dall’altra in peggio
perché, da professionista, sono entrata consapevolmente nel precariato
giornalistico, senza i diritti di chi gode di un contratto, toccando la
difficoltà di arrivare alla fine del mese. E l’Università? Le “mie” Scienze della Comunicazione? È
un’esperienza che mi porto dietro come un compagno di viaggio, felice di averla
frequentata anche se me l’ero immaginata diversa, più capace di avvicinarmi
alla professione che sognavo. Credo sia questa la sua pecca principale, come
quella di gran parte delle facoltà italiane: la trasmissione dei saperi, e
neanche tutti, ma quasi nessuna forma di avvicinamento al lavoro. Mi stupivo
quando qualche studente Erasmus mi raccontava che nel suo paese andava
all’università con la telecamera per fare riprese e servizi. C’è chi tra i
miei colleghi ha preferito rimanere in università come ricercatore, chi ha
aperto un’agenzia di comunicazione, chi lavora nell’editoria o nella pubblicità.
E nella gran parte dei casi, la strada è stata quella dello sfruttamento, degli
stage, del lavoro non pagato, che comunque si spera possa condurre a un futuro
più radioso. Eppure di questi tempi si fatica anche solo a sperare in meglio.
E, se mi guardo indietro, non penso di aver sbagliato facoltà, sarebbe stato
uguale anche con un’altra, ma mi rimane il rammarico per quell’esame di storia
mai dato. Ilaria Leccardi La nascita dei primi corsi di laurea in Scienze della Comunicazione,
all’inizio degli anni ‘90, viene percepita come un’importante innovazione nel
panorama universitario. Si tratta di un corso universitario a vocazione professionalizzante,
in grado di creare figure con una preparazione flessibile e come tali altamente
competitive nei più disparati contesti lavorativi. Il successo è enorme, gli
iscritti continuano costantemente ad aumentare, così come i corsi attivati in
tutta Italia. Questo fino al 1999, anno della riforma universitaria, in cui
cominciano a emergere macroscopici i limiti della impostazione
pluri-disciplinare. Sotto l’etichetta di Scienze della Comunicazione si raccolgono
infatti numerose branche di diverse discipline con il comune obbiettivo di
mettere a fuoco i processi di comunicazione umana, anche se si allude quasi
sempre alle comunicazioni di massa (giornalismo, radio, tv, cinema e i nuovi
mezzi di comunicazione legati al web). Le discipline maggiormente coinvolte
sono la sociologia, la semiotica, la linguistica e la filosofia del linguaggio,
la psicologia, ma a diverso titolo anche le tecnologie dell’informazione, i cultural-studies
e l’antropologia, la storia e la geografia, nonché le scienze politiche e l’economia.
Ne risulta un variegatissimo mosaico di corsi e di materie affrontate con una
certa superficialità, quando non attraverso programmi sommari: un’infarinatura
generale di praticamente tutte le scienze umane che convince il neo-laureato a
ripiegare su master a caro prezzo, sulle scuole di giornalismo ecc. È una situazione
paradossale per un corso di laurea che si voleva “professionalizzante” e che
comunque fornisce una preparazione strettamente legata ai tempi e alle
richieste del mercato globale. Un diploma di laurea che anche sulla carta
sembra non aprire di per sé sbocchi consolidati, anche a causa della disomogeneità
dei programmi di studio a seconda delle università: Scienze della Comunicazione
può in egual modo afferire a Lettere e Filosofia, a Sociologia, a Scienze
Politiche, a Psicologia, a Scienze della Formazione, a Economia e addirittura a
Scienze matematiche, fisiche e naturali. A questo si aggiunge un impianto didattico tradizionale: ancora
troppa preparazione teorica e didattica frontale, incapacità e impossibilità
dei docenti di aprire degli spazi di confronto e laboratorio con gli studenti,
possibilità di stage lasciate al caso, rare le occasione di studio all’estero. Elena Nicolini C’è una distinzione tra socializzazione ed
educazione. La prima è un fatto
istintivo, la seconda è intenzionale. Ciò premesso, una cosa è parlare di sistema educativo in generale, altro è parlare di quella
sua parte che da sempre è destinata alla
formazione dei futuri insegnanti /educatori del nido, della scuola
dell’infanzia, della primaria e oggi anche di quella professionale. Poiché se è vero che la pedagogia è la teoria
dell’educazione allora la teoria e l’offerta formativa di cui sopra sono tra
loro in un rapporto particolare e
delicato. C’erano una volta
l’Istituto Magistrale e la facoltà di Magistero. Oggi ci sono il Liceo delle Scienze sociali e la facoltà
di Scienze della formazione. Ovvero, per la scuola superiore attualmente tre
opzioni: Liceo Linguistico, Pedagogico,
Scienze sociali; e via con: curricula, programmi, orientamenti, progetti, sperimentazioni, compresenze,
tutor, laboratori, stage, tirocini… Poi l’Università con sei corsi di laurea
triennale, tra cui: Animatore Socio
Educativo, Formatore, Educatore di Nido…
e allora: tre più due, crediti,
specialistiche, master, scuola di
specializzazione, corsi di abilitazione, dottorato di ricerca e via con tirocini,
seminari, laboratori… Come dire,
l’offerta formativa si è
allargata secondo una logica di riproduzione di quantità, piegata alle esigenze
di una società le cui connotazioni più significative sono nel carattere globale
della comunicazione e del mercato.
Riproduzione allargata di quantità
spesso nominalistica, oltre che organizzativa ed economica. Altro non si tratta che di aver spostato materie
da un’opzione all’altra, aver diviso corsi in più corsi, sottocorsi, seminari,
aver creato trienni, bienni, e di aver
così, non ultimo, anche aumentato le
tasse. Oggi uno studente che desideri fare
il biennio di corso specialistico dopo
la laurea triennale deve sopportare un costo annuale per le tasse doppio
rispetto al costo annuale del primo triennio. Risultato: la frammentazione
organizzativa porta ad una frammentazione didattica con una perdita del
pensiero olistico a favore di una sua digitalizzazione, più funzionale alle strategie
dell’economia globale di mercato. Così
lo studente - un po’ frastornato
e molto impegnato nei calcoli di crediti, incastri di esami, seminari e
tirocini – passa più o meno indenne attraverso il percorso e ne fuoriesce,
felice di averlo terminato, con una
forma mentis molta diversa da quella dei suoi docenti più anziani, spesso con l’impossibilità di andare oltre la laurea
triennale a causa dei costi troppo alti e senza possibilità di sbocchi
lavorativi. C’è comunque
qualcosa che sfugge a questo macchinario a moltiplica e che viene apprezzato
dai giovani: l’interazione docente-allievo. E’ lì, in quello spazio
relazionale, che si trova la possibilità
di trasmettere e sviluppare un sapere
capace di contagiare. Un sapere basato
sull’ascolto e il rispetto dell’altro da
sè, sulla costruzione di una coscienza critica. In una parola, un sapere ancora
autonomo, per l’uomo e dell’uomo -
sdoganato dalle strategie utilitaristiche
del sistema – e che trova realizzazione ed espressione nell’elaborato della
tesi finale, purché sia di ricerca e non compilativa. Una riflessione però sorge spontanea: quei docenti
sono gli studenti di un tempo, quelli di
una scuola non diretta da logiche quantitative. Una scuola in cui l’educazione alla formazione degli altri
avveniva in modi e tempi diversi, forse anche con metodi maieutici,
secondo le dialettiche di un pensiero
non frammentato in compartimenti stagni.
E allora, quando la generazione di questi docenti finirà ed avremo
quindi insegnanti formati dalla scuola sopra descritta, il contagio
relazionale sarà bastato a trasmettere
quel Sapere, e con esso una certa forma mentis, o quest’ultima avrà subito
l’influenza delle logiche digitalizzanti col risultato che anche il sistema
dell’istruzione sarà diventato autoreferenziale? Annalisa Righi A proposito di fondazioni universitarie Un articolo pubblicato alla fine dello
scorso anno sulla rivista “Libertaria” ha innescato un interessante dibattito sulla
trasformazione delle università statali in fondazioni Però
questa cosa delle fondazioni per gestire le università non è da buttare via.
Anzi. Tanto che c’è già qualcuno che vi intravede una buona occasione e comincia
a ipotizzare fondazioni universitarie ad azionariato diffuso. Genitori, persone
che hanno a cuore i problemi dell’istruzione fino ad arrivare agli stessi
studenti detentori di quote della fondazione. Qui si apre un filone di
riflessione e di intervento molto importante: l’università non gestita dallo stato
clientelare, non gestita dalla grande impresa, ma in cui decidono le persone.
Che diventano soggetti e non più oggetti. Ne
riparleremo». L’articolo, uscito mentre era in corso
una mobilitazione (il movimento dell’Onda) che aveva tra i suoi obiettivi
proprio quello di impedire la trasformazione delle università in fondazioni, ha
destato un certo scalpore. E infatti, sul numero successivo della rivista (anno
11, n. 1-2, 2009), sono comparsi ben quattro interventi in merito: due decisamente
contrari (Persio Tincani e Salvo Vaccaro) e due moderatamente favorevoli alla
trasformazione (Giulio D’Errico & Martino Iniziato e Aldo Giannuli). I
motivi della contrarietà sono stati ben sintetizzati da Persio Tincani: «1)
Chiunque, indipendentemente dalla riforma Gelmini, avrebbe già potuto costituire
università private con capitale ad azionariato diffuso. Tuttavia, questo non è
mai stato fatto, e non si capisce per quale motivo, per effetto della riforma,
ciò invece adesso accadrebbe. Al contrario, numerose sono le università aperte
in Italia con i consistenti capitali privati di grandi banche, di grandi
industrie, oltre a quelle fondate con i capitali della chiesa. La riforma, del
resto, non è intervenuta su questo punto, perciò, chi volesse fondare un ateneo
con capitale ad azionariato diffuso potrebbe farlo anche subito, senza alcuna
necessità di trasformare atenei già esistenti. 2)
Che l’azionariato sia “diffuso” o “ristretto”, nulla cambia rispetto al
controllo che il proprietario può esercitare sui programmi di studio e sugli
oggetti della ricerca. Un azionariato “diffuso” di bigotti pretenderebbe (e con
tutto il diritto, dato che i contratti di lavoro sarebbero disciplinati dal diritto
privato) di insegnare nei corsi di biologia la creazione divina o il cosiddetto
“disegno intelligente”, ed espungerebbe dai corsi di giurisprudenza il positivismo
giuridico in favore di un giusnaturalismo confessionale. Se l’università è
privata, nessuno avrebbe argomenti per obiettare. Del resto, le università
private italiane, come 3)
Gestire un istituto scolastico costa moltissimo, ma gestire un istituto universitario
costa ancor di più, specialmente se abbisogna di laboratori idonei a compiere
ricerche e sperimentazioni. Una fondazione di diritto privato in grado di
sopportare gli alti costi di una ricerca qualificata, detto con i piedi per
terra, non è un’assemblea di piccoli azionisti ma una cordata di potentati economici:
banche, aziende, industrie. Questa, del resto, è la comprensibile ragione per
la quale nessuno ha mai ritenuto ragionevole fondare un ateneo con capitale ad
azionariato diffuso, perché in quel modo si può arrivare a fondare, al massimo,
una scuola materna. 4)
Un’università “ad azionariato diffuso”, se mai qualcuno la fonderà, dovrebbe
per forza di cose: a) decidere di essere un’università nella quale non si fa
ricerca seria accettando, per esempio, di avere una biblioteca composta da due
o tre scaffali e attrezzature di laboratorio prese dalla scatola del Piccolo chimico.
In questo caso, dovrà anche accettare di non avere iscritti, perché nessuno
dotato di un minimo di buon senso sceglierebbe di buttare via quattro o cinque
anni per ottenere un titolo di studio che il mondo del lavoro considererebbe, e
a ragione, carta straccia; b) decidere di fare ricerca seria e scaricare la
maggior parte dei costi sulle rette di iscrizione, creando un’università
riservata soltanto ai ricchi e ai ricchissimi. Un laboratorio di biologia, per
fare un altro esempio, non si mette in piedi con le rette che possono
permettersi di pagare trecento o quattrocento studenti benestanti». Personalmente sono, almeno in prima
approssimazione, contrario alla trasformazione delle università in fondazioni,
ed è questo uno dei motivi per i quali, lo scorso anno, ho aderito con
convinzione alle mobilitazioni promosse dall’Onda. Devo tuttavia osservare che: 1) Se è vero che chiunque,
indipendentemente dalla riforma Gelmini, avrebbe già potuto costituire
università private con capitale ad azionariato diffuso, è anche vero che
trasformare l’esistente consentirebbe di disporre di un capitale iniziale
(aule, biblioteche, laboratori, attrezzature) senza il quale, come afferma lo
stesso Tincani, l’impresa sarebbe assai più ardua. 2) Se è vero che un azionariato diffuso
non metterebbe al riparo dal rischio che gli azionisti imponessero scelte
culturalmente sbagliate (anzi!), è altrettanto vero che tale pericolo è insito
in qualsiasi esperimento democratico e, a maggior ragione, in qualsiasi esperimento
libertario. O vogliamo sostenere che debba esistere una sorta di aristocrazia che sola possa decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato insegnare? 3) Se è vero che gestire un istituto universitario costa moltissimo,
specialmente quando abbisogna di laboratori idonei a compiere ricerche e
sperimentazioni, non è vero che con capitale ad azionariato diffuso si possa
arrivare a fondare, al massimo, una scuola materna. Attraverso una sorta di
azionariato diffuso sono state gestite cose molto complesse, come cooperative e
mutue. 4) E’ vero solo in parte che
un’università ad azionariato diffuso dovrebbe per forza di cose decidere di
essere un’università nella quale non si fa ricerca seria, e accettare di non
avere iscritti, perché nessuno sceglierebbe di buttare via anni per ottenere un titolo di studio che il
mondo del lavoro considererebbe carta straccia. Innanzitutto si può fare
ricerca seria anche senza grandi mezzi finanziari, in secondo luogo non è
affatto detto che il mondo del lavoro considererebbe carta straccia il titolo
di studio rilasciato. Sull’altro
fronte, quello dei moderatamente favorevoli alla trasformazione in fondazioni,
troviamo l’intervento di Aldo Giannuli. «Non
ci sono dubbi – scrive – sulle
motivazioni scopertamente anticulturali del progetto Gelmini: un taglio brutale
ai finanziamenti per avviare il disimpegno dello stato dall’università per
svenderla ai privati. E’ una cosa così evidente che non vale la pena di
spenderci parole. Ma, detto questo, occorre completare il quadro dicendo che la
realtà universitaria attuale è semplicemente indifendibile: i profili
professionali sono inesistenti, l’offerta didattica penosa, l’attività
scientifica latitante, la selezione concorsuale indecente. (…) In
questo disastro nazionale, ci sono certamente le responsabilità del ceto politico
(sottofinanziamento ormai quarantennale, riforme sbagliate o in ritardo,
distribuzione clientelare delle risorse), nessuno lo nega, ma le
responsabilità più gravi sono proprio della corporazione docente e, più in particolare,
della ristretta “cupola” che ne è al vertice. Parliamo di quei 4-500 ordinari
che monopolizzano i rettorati, il Consiglio universitario nazionale, i raggruppamenti
concorsuali e così via che hanno usato il loro potere per una selezione
nepotistica e clientelare e per una gestione delle risorse finanziarie che dovrebbe
interessare di più le procure della repubblica (…). “Ma”,
qualcuno osserva, “se non facciamo reclutamento ora che quasi la metà del corpo
docente va in pensione, l’università morirà”. E allora siamo chiari: che questa
università di raccomandati, ladri e concubine vada in malora è solo una cosa
positiva. E
qualsiasi cosa è preferibile all’esistente, anche la privatizzazione. Però non
rinuncio a difendere il principio dell’università pubblica, anzi, ne voglio una
che lo sia per davvero e non la sinecura del baroname. A
questo proposito, una proposta alternativa di fondazione può offrire la risposta.
Penso a fondazioni nelle quali lo stato (sia attraverso l’amministrazione
centrale sia gli enti locali) sia presente con una rilevante quota (il 35-40
per cento) e continui ad assicurare un cospicuo gettito annuale. Assieme a esso
penso che l’altra quota rilevante (30-35 per cento) debba essere coperta con
azionariato obbligatorio dei dipendenti, azionariato temporaneo degli studenti.
Un’altra quota potrebbe essere assicurata da azionariato popolare: non più
dello 0,1 per cento a sottoscrittore. Eventualmente un residuo 10-15 per cento
potrebbe essere acquisito da banche e aziende. Ovviamente
questo implica: 1. che i dipendenti, soprattutto i docenti,
siano responsabili della propria retribuzione e, quindi, si vigilino
reciprocamente prevenendo abuso e clientelismi 2.
che l’università accetti realmente di misurarsi con il mercato, entrando
nell’ordine di idee che una parte sensibile delle sue entrate debba provenire
da ricavi su ricerche e corsi di formazione 3.
che si passi da un’idea di libertà della ricerca tutta individuale a un’altra
basata su progetti di gruppo stabiliti o sulla base della committenza o su
valutazioni di utilità sociale stabilite dagli organi di governo dell’ateneo.
Alla libera iniziativa individuale va riservato uno spazio minoritario (poniamo
il 20 per cento delle risorse) sotto forma di anni sabbatici 4.
che gli organi di governo dell’università non siano più organizzati secondo
l’attuale schema per caste (ordinari votati da ordinari, associati da
associati, studenti da studenti e così via) ma siano realmente democratici e,
quindi, eletti sulla base di una testa un voto e in cui tutti siano eleggibili. Solo
una rivoluzione culturale del genere può salvare l’università italiana dal suo
definitivo tracollo, dato che ho scarsa fiducia anche nelle reali capacità
dell’imprenditoria privata di far qualcosa in questa direzione» La
proposta di Aldo Giannuli non mi convince, forse perché prefigura un’università troppo
distante da come la desidererei: pubblica, democratica, libertaria; forse
perché, accettando la trasformazione delle università in fondazioni, apre una
vistosa falla dalla quale possono entrare sempre più prepotentemente i
potentati economici e finanziari. Devo
però rilevare che ha alcuni pregi: a) è abbastanza realistica; b) circoscrive e limita, almeno nei
termini in cui è formulata, l’intervento dei privati nell’università; c) garantisce, attraverso la riforma
degli organi di governo degli atenei, una loro gestione democratica. Dato l’attuale, sconsolante, contesto,
se ne può parlare.
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