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scritta su un muro a Barcellona - No al pla de Bolonya per una educacio al servizio de la societat j no del mercat

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Pesce grosso mangia pesce piccolo 

Si moltiplicano i sintomi che segnalano il superamento del punto di minimo della fase recessiva. Qualcuno, forse con un ottimismo un po’ anticipato, ha concluso che stiamo per uscire dalla crisi. Nel numero scorso di Cenerentola abbiamo argomentato come, invece, la fase congiunturale che si sta aprendo in questo autunno del 2009 sarà particolarmente dolorosa per le classi sociali meno agiate. La disoccupazione, conseguente alla chiusura di numerose aziende, continuerà a mordere sempre più a fondo i lavoratori. La diminuzione della quota di reddito percepito dai ceti produttivi si tradurrà in una stagnazione dei consumi interni che penalizzerà anche le imprese rimaste in attività. Il rischio di un avvitamento di tali andamenti non è stato ancora scongiurato.

 
Nel frattempo, per la prima volta nella storia italiana, chi ha acquistato dei titoli di Stato (i Bot trimestrali offerti in asta il 10 settembre) ha dovuto accollarsi un rendimento netto negativo. Proprio così. Il risparmiatore che ha prestato al governo italiano mille euro ne otterrà, alla scadenza, 999! È la conseguenza di un rendimento lordo dello 0,385 % cui vengono detratte le imposte e le commissioni dovute alla banca. Torna in auge il vecchio suggerimento popolare di tenere il denaro contante sotto il materasso. Un bel problema per le persone che, volendo evitare investimenti rischiosi, cercano di difendere i propri sudati risparmi dall’inflazione.

 
Ben diversi si presentano i risultati conseguiti dalle grandi banche che, nel secondo trimestre di quest’anno, hanno archiviato bilanci con ricavi enormi: 32 miliardi di dollari per Bank of America, quasi 30 miliardi per Citigroup, 25 miliardi per JP Morgan, Goldman Sachs poco meno di 14 miliardi, etc. La prima considerazione riguarda la natura di questi profitti: secondo i calcoli di «Analisi mercati finanziari» del Sole 24 Ore, in media, il 59% dei ricavi ottenuti delle grandi banche derivano da attività di trading, dividendi e commissioni. “Insomma: la banche mondiali assomigliano oggi più a fondi che a istituzioni creditizie. Più che finanziare imprese e famiglie, speculano sui mercati”1. Non vi è dubbio che gli investimenti fatti dalle banche si siano rivelati molto più redditizi di quelli del piccolo risparmiatore che acquista Bot. Si tratta di abilità da parte degli istituti di credito o c’è qualche elemento sistematico che sta aiutando le banche nella loro performance reddituale?

Nell’arco degli ultimi dodici mesi, per fronteggiare il possibile collasso finanziario, le banche centrali hanno immesso sui mercati interbancari titanici flussi di liquidità a tassi di interesse da saldi di fine stagione. Tutto questo denaro a basso costo in circolazione ha permesso la ripresa di ogni tipo di mercato finanziario: obbligazionario, azionario e delle materie prime. Banche soprattutto, ma anche compagnie di assicurazioni e hedge fund non si sono fatti sfuggire l’occasione per rifarsi i conti. “Le banche – testimoniano ormai tutti gli operatori – approfittano dei tassi a breve termine bassissimi per realizzare guadagni quasi «automatici» sul mercato dei titoli di Stato. Basta prendere in prestito soldi dalla Bce (pagando l’1%) e comprare un titolo di Stato tedesco biennale (che ieri rendeva l’1,21%) per guadagnarci con rischi minimi”2. Beh, non è male. Purtroppo queste regole del gioco valgono solo per le grandi banche e non per i piccoli risparmiatori.

 
È suggestivo osservare che le manovre poste in essere dalle autorità pubbliche, invece di sanzionare gli istituti di credito, in buona parte responsabili della genesi della crisi attuale, consentano loro di tornare a fare affari come se non fosse successo nulla. Questo meccanismo dell’indebitamento a breve per investire a lungo termine alla ricerca di profitto è il fattore fondamentale sulla base del quale l’economista Hyman Minsky, uno dei più originali interpreti della lezione keynesiana, sosteneva che il sistema bancario opera costantemente in regime di speculazione.

Una marcata accentuazione della componente speculativa delle attività tipiche del settore creditizio, proprio all’indomani di un tracollo che solo grazie alle migliaia di miliardi di euro stanziate dai governi di tutto il mondo (con il denaro dei contribuenti) non si è trasformato nel definitivo collasso del sistema finanziario globale, appare quantomeno avventata. Anche alla luce della fase recessiva che, seppur in attenuazione, è tuttora in atto.

Si stanno gettando le basi del crollo prossimo venturo?

 

Toni Iero

 1 Morya Longo, Dalla speculazione il 59% degli utili per le banche, Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2009

 2  Ibid.

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Brunetta e la sinistra

E’ proprio irritato il ministro Brunetta. Che poi il film di Placido sul ’68 e dintorni, benevolo nei confronti dei movimenti di quegli anni, sia stato applaudito per quindici minuti al festival di Venezia, non la manda giù. E così, nei giorni successivi, si è scagliato contro la sinistra accusandola di essere composta da radical-chic parassitari e autoreferenziali.

In questo non ha tutti i torti: peccato che la destra con la quale collabora quotidianamente sia chic senza neppure essere radical, e sia dieci volte più parassitaria della sinistra.

Ne è meno autoreferenziale: infatti pensa soltanto agli affari suoi. Se non appare tale è solo perché, grazie al controllo di gran parte dei mezzi d’informazione, è riuscita a far sì che agli affari suoi si interessi l’intera popolazione italiana. Così sappiamo tutto (ciò che ci vogliono far sapere) di Berlusconi e delle sue ville, di Noemi e dei suoi fidanzati (veri e falsi), di Barbara e compagnia cantante (nel senso di Apicella). E, invece, sappiamo ben poco di ciò che ci dovrebbe interessare: che cosa fanno i militari italiani in Afghanistan, come vengono spesi i nostri soldi, e via dicendo.

Un tempo le servette si preoccupavano degli amori delle loro padrone, piuttosto che delle umiliazioni che subivano quotidianamente. Grazie alla TV quel tempo è tornato.

 

Redazionale

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Quali proposte per l'università italiana?  

Riaprono le scuole e le università. I problemi non sono stati risolti, anzi…

Mobilitarsi contro le manovre della Gelmini è necessario, ma non basta. Che cosa proporre per la scuola secondaria superiore e l’università?

 
Il problema si pone, eccome. Se infatti, per quanto riguarda l’istruzione primaria il movimento libertario ha prodotto, nel corso dei suoi primi centoquarant’anni di vita, proposte eccellenti, talmente eccellenti da esser state fatte proprie (sia pur di malavoglia) anche da gran parte della pedagogia ufficiale, per quanto riguarda la formazione secondaria superiore e quella universitaria le sue proposte sono carenti.

Di che cosa stiamo parlando? Di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti, anche se spesso non ci si sofferma a ragionarci sopra: ancora all’inizio del secolo scorso, c’era chi sosteneva che un buon modo per favorire l’apprendimento era bacchettare gli scolari. Perfino nei primi anni sessanta del novecento c’erano maestri che si aggiravano per la classe con la bacchetta in mano…

Ve lo immaginate adesso? E’ semplicemente impensabile. Gran parte della pedagogia sostiene che non è con le punizioni (e tantomeno con le punizioni corporali) che si favorisce l’apprendimento: i libertari hanno vinto. Che poi tra i maestri (e magari anche tra quei pochi che libertari si dichiarano apertamente) ci sia ancora chi umilia costantemente gli alunni è un altro discorso; ma, fortunatamente, quasi nessuno lo rivendica.

E che dire della necessità di integrare lavoro manuale e lavoro intellettuale, sapere pratico e sapere teorico? Un tempo questa affermazione era uno dei cavalli di battaglia della pedagogia libertaria, oggi, almeno a parole, è stata fatta propria dai più. E tutte le volte che un movimento di contestazione investe il mondo della scuola primaria, e della scuola secondaria inferiore, si torna a pescare lì, nel pescoso mare della pedagogia libertaria, anche se magari ci si dichiara marxisti, come facevano quasi tutti nel sessantotto italiano, o cattolici (come il parroco di Barbiana, Lorenzo Milani, e i suoi seguaci).

Non altrettanto avviene per la scuola secondaria superiore e l’università: con riferimento a quest’ultime il pensiero libertario non ha espresso idee altrettanto forti, e lì in esso ben pochi vanno a pescare.

A dire il vero, con riferimento alla scuola secondaria superiore e all’università, sembra che i movimenti di contestazione non vadano a pescare da nessuna parte. Eclatante è stato il caso del movimento dell’Onda, sviluppatosi lo scorso anno in tutta l’Italia in risposta alle controriforme volute dal governo e proposte dal ministro Maria Stella Gelmini. La parola d’ordine sembrava essere quella della difesa dell’esistente; e se c’è stato, a livello di elaborazione teorica, qualche lodevole tentativo di spingersi oltre (tentativi che, come redazione di Cenerentola, non abbiamo mancato di sottolineare), dobbiamo constatare che è subito abortito.

C’è molto da fare, a cominciare dall’analisi, molto importante a questo livello, del rapporto tra formazione università e inserimento nel mondo del lavoro. E ci ripromettiamo di dare il nostro contributo.

In questo numero facciamo parlare chi da pochi anni ha terminato l’università. Alcuni lo fanno direttamente (Ilaria Leccardi ed Elena Nicolini), altri indirettamente (attraverso una sintesi operata da Annalisa Righi).

Si tratta, per ora, di persone che hanno frequentato facoltà di recente istituzione (Scienze della comunicazione e Scienze della formazione), e che, ciò nonostante, lamentano sia le lacune nella preparazione teorica sia, soprattutto, nella preparazione alla professione. L’esperienza più importante, come è logico sia,  rimane quella, non scontata, di aver incontrato un  buon docente. Nei numeri successivi, proseguiremo il discorso con chi ha frequentato facoltà che vantano origini più antiche (giurisprudenza, ingegneria, medicina e via dicendo).

Sempre in questo numero, invece, riportiamo il dibattito sulla trasformazione delle università in fondazioni, aperto nel  movimento da un articolo pubblicato sulla rivista Libertaria  e, a pagina 16, un ricordo del pedagogista libertario Francisco Ferrer.

 
Redazionale


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Ho sempre voluto fare la giornalista
 

Ho sempre voluto fare la giornalista. Ho iniziato a scrivere ai tempi del liceo, su un giornale di Alessandria, la mia città. Una volta diplomata, è venuto il momento di scegliere l’università. Puntavo in alto e ho pensato: dove meglio di Bologna posso vivere la vita universitaria, la cultura, nel senso più profondo? E quale facoltà se non Scienze della Comunicazione, per la strada che voglio percorrere? E così, nell’estate del 2000, ho superato il test d’ingresso e si sono aperte le porte. Dopo un primo anno luminoso, la riforma universitaria, giunta come un macigno, mi ha posto davanti alla scelta: continuare nel vecchio ordinamento o scegliere il nuovo (3 anni di laurea breve più 2 di specializzazione)? E io, che speravo nella nascita di un indirizzo giornalistico nel biennio specialistico, ho scelto di passare al nuovo.

Quasi subito il primo brutto scherzo. Amante della storia, non vedevo l’ora di iniziare l’unico corso previsto in questa materia, “Storia contemporanea” che, noto ora, tra i miei colleghi giornalisti spesso è un’emerita sconosciuta. Ma l’esame dato il primo anno in “Storia del teatro e dello spettacolo” era stato convertito in due esami da 5 crediti: “Semiologia dello spettacolo” e “Storia contemporanea”. Oltre a non poter più frequentare il corso, per me era soprattutto un segnale dello svilimento del sapere. La seconda beffa è arrivata col tirocinio. Speravo di trovare tra le offerte dell’università una redazione locale per fare cronaca, o un ufficio stampa dove lavorare su articoli e agenzie. Invece nulla. E così mi sono arrangiata, entrando nella redazione di un giornale di archeologia e storia in cui ho svolto le ore richieste e a cui si sono aggiunte altre collaborazioni, tra cui quella con Cenerentola.

Una volta conseguita la prima laurea ho constatato che nessuna specializzazione in media e giornalismo era stata attivata. La scelta era tra Scienze della comunicazione pubblica e sociale oppure Semiotica. Non so, di preciso, perché ho scelto quest’ultima, oltre al gusto di studiarla e “praticarla”. Forse puntavo alla specializzazione che i primi tre anni non mi avevano dato. E così è stato. Due anni di immersione in un approccio che mi hanno permesso di analizzare diversi ambiti espressivi e volare in Argentina per studiare il fenomeno delle fabbriche autogestite, argomento della mia tesi in Analisi del discorso politico.

Marzo 2006, laurea. Poi, il vuoto. È stato allora che mi è tornata in mente la frase pronunciata il primo giorno di università da un professore in una delle grandi aule di via Zamboni 38: “Buongiorno a tutti, non per spaventarvi, ma sappiate che quando uscirete di qui dovrete inventarvi un lavoro”. Aveva ragione.

Una volta fuori dall’università, ho proseguito con le collaborazioni, senza riuscire a crearmi una vera figura professionale. E così ho provato con la scuola di giornalismo, a Torino. Le cose sono cambiate, da una parte in meglio, perché ho fatto esperienze in grandi testate, collezionando collaborazioni con giornali più e meno importanti. Dall’altra in peggio perché, da professionista, sono entrata consapevolmente nel precariato giornalistico, senza i diritti di chi gode di un contratto, toccando la difficoltà di arrivare alla fine del mese.

E l’Università? Le “mie” Scienze della Comunicazione? È un’esperienza che mi porto dietro come un compagno di viaggio, felice di averla frequentata anche se me l’ero immaginata diversa, più capace di avvicinarmi alla professione che sognavo. Credo sia questa la sua pecca principale, come quella di gran parte delle facoltà italiane: la trasmissione dei saperi, e neanche tutti, ma quasi nessuna forma di avvicinamento al lavoro. Mi stupivo quando qualche studente Erasmus mi raccontava che nel suo paese andava all’università con la telecamera per fare riprese e servizi. C’è chi tra i miei colleghi ha preferito rimanere in università come ricercatore, chi ha aperto un’agenzia di comunicazione, chi lavora nell’editoria o nella pubblicità. E nella gran parte dei casi, la strada è stata quella dello sfruttamento, degli stage, del lavoro non pagato, che comunque si spera possa condurre a un futuro più radioso. Eppure di questi tempi si fatica anche solo a sperare in meglio. E, se mi guardo indietro, non penso di aver sbagliato facoltà, sarebbe stato uguale anche con un’altra, ma mi rimane il rammarico per quell’esame di storia mai dato.

 

Ilaria Leccardi

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Scienze della comunicazione

La nascita dei primi corsi di laurea in Scienze della Comunicazione, all’inizio degli anni ‘90, viene percepita come un’importante innovazione nel panorama universitario. Si tratta di un corso universitario a vocazione professionalizzante, in grado di creare figure con una preparazione flessibile e come tali altamente competitive nei più disparati contesti lavorativi. Il successo è enorme, gli iscritti continuano costantemente ad aumentare, così come i corsi attivati in tutta Italia. Questo fino al 1999, anno della riforma universitaria, in cui cominciano a emergere macroscopici i limiti della impostazione pluri-disciplinare. Sotto l’etichetta di Scienze della Comunicazione si raccolgono infatti numerose branche di diverse discipline con il comune obbiettivo di mettere a fuoco i processi di comunicazione umana, anche se si allude quasi sempre alle comunicazioni di massa (giornalismo, radio, tv, cinema e i nuovi mezzi di comunicazione legati al web). Le discipline maggiormente coinvolte sono la sociologia, la semiotica, la linguistica e la filosofia del linguaggio, la psicologia, ma a diverso titolo anche le tecnologie dell’informazione, i cultural-studies e l’antropologia, la storia e la geografia, nonché le scienze politiche e l’economia. Ne risulta un variegatissimo mosaico di corsi e di materie affrontate con una certa superficialità, quando non attraverso programmi sommari: un’infarinatura generale di praticamente tutte le scienze umane che convince il neo-laureato a ripiegare su master a caro prezzo, sulle scuole di giornalismo ecc. È una situazione paradossale per un corso di laurea che si voleva “professionalizzante” e che comunque fornisce una preparazione strettamente legata ai tempi e alle richieste del mercato globale. Un diploma di laurea che anche sulla carta sembra non aprire di per sé sbocchi consolidati, anche a causa della disomogeneità dei programmi di studio a seconda delle università: Scienze della Comunicazione può in egual modo afferire a Lettere e Filosofia, a Sociologia, a Scienze Politiche, a Psicologia, a Scienze della Formazione, a Economia e addirittura a Scienze matematiche, fisiche e naturali. A questo si  aggiunge un impianto didattico tradizionale: ancora troppa preparazione teorica e didattica frontale, incapacità e impossibilità dei docenti di aprire degli spazi di confronto e laboratorio con gli studenti, possibilità di stage lasciate al caso, rare le occasione di studio all’estero.

 

Elena Nicolini

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Pedagogia ed educazione

C’è una distinzione tra socializzazione ed educazione.  La prima è un fatto istintivo, la seconda  è intenzionale.

Ciò premesso, una cosa è parlare di sistema educativo  in generale, altro è parlare di quella sua  parte che da sempre è destinata alla formazione dei futuri insegnanti /educatori del nido, della scuola dell’infanzia, della primaria e oggi anche di quella professionale.  Poiché se è vero che la pedagogia è la teoria dell’educazione allora la teoria e l’offerta formativa di cui sopra sono tra loro in un  rapporto particolare e delicato.

C’erano una volta  l’Istituto Magistrale e la facoltà di Magistero.

Oggi ci sono il Liceo delle Scienze sociali e la facoltà di Scienze della formazione.

Ovvero,  per  la scuola superiore attualmente tre opzioni:  Liceo Linguistico, Pedagogico, Scienze sociali; e via con: curricula, programmi, orientamenti,  progetti, sperimentazioni, compresenze, tutor, laboratori, stage, tirocini… Poi l’Università con sei corsi di laurea triennale, tra cui:  Animatore Socio Educativo, Formatore, Educatore di Nido…  e allora: tre più due,  crediti, specialistiche,  master, scuola di specializzazione, corsi di abilitazione, dottorato di ricerca e via con tirocini, seminari, laboratori…

Come dire,  l’offerta formativa  si è allargata secondo una logica di riproduzione di quantità, piegata alle esigenze di una società le cui connotazioni più significative sono nel carattere globale della comunicazione e del mercato.  Riproduzione allargata di quantità  spesso nominalistica, oltre che organizzativa ed economica.  Altro non si tratta che di aver spostato materie da un’opzione all’altra, aver diviso corsi in più corsi, sottocorsi, seminari, aver  creato trienni, bienni, e di aver così, non ultimo, anche  aumentato le tasse. Oggi  uno studente che desideri fare il  biennio di corso specialistico dopo la laurea triennale deve sopportare un costo annuale per le tasse doppio rispetto al costo annuale del primo triennio.

Risultato: la  frammentazione organizzativa porta ad una frammentazione didattica con una perdita del pensiero olistico a favore di una sua digitalizzazione, più funzionale alle strategie dell’economia globale di mercato. Così  lo studente -  un po’ frastornato e molto impegnato nei calcoli di crediti, incastri di esami, seminari e tirocini – passa più o meno indenne attraverso il percorso e ne fuoriesce, felice di averlo terminato,  con una forma mentis molta diversa da quella dei suoi docenti più anziani, spesso  con l’impossibilità di andare oltre la laurea triennale a causa dei costi troppo alti e senza possibilità di sbocchi lavorativi.

C’è comunque  qualcosa che sfugge a questo macchinario a moltiplica e che viene apprezzato dai giovani: l’interazione docente-allievo. E’ lì, in quello spazio relazionale, che si trova  la possibilità di  trasmettere e sviluppare un sapere capace di contagiare. Un sapere  basato sull’ascolto  e il rispetto dell’altro da sè, sulla costruzione di una coscienza critica. In una parola, un sapere ancora autonomo,   per l’uomo e dell’uomo - sdoganato dalle strategie  utilitaristiche del sistema – e che trova realizzazione ed espressione nell’elaborato della tesi finale, purché sia di ricerca e non compilativa. 

Una riflessione però sorge spontanea: quei docenti sono  gli studenti di un tempo, quelli di una scuola non diretta  da  logiche quantitative. Una scuola in cui  l’educazione alla formazione degli altri avveniva in modi e tempi diversi, forse anche con metodi maieutici, secondo  le dialettiche di un pensiero non frammentato in compartimenti stagni.  E allora, quando la generazione di questi docenti finirà ed avremo quindi insegnanti formati dalla scuola sopra descritta, il contagio relazionale  sarà bastato a trasmettere quel Sapere, e con esso una certa forma mentis, o quest’ultima avrà subito l’influenza delle logiche digitalizzanti col risultato che anche il sistema dell’istruzione sarà diventato autoreferenziale?

 

   Annalisa Righi



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A proposito di fondazioni universitarie

Un articolo pubblicato alla fine dello scorso anno sulla rivista “Libertaria” ha innescato un interessante dibattito sulla trasformazione delle università statali in fondazioni

 «Nella progettata riforma dell’università – è scritto nell’editoriale di Libertaria (anno 10, n. 3-4, 2008) - occhieggia la possibilità di creare fondazioni. Queste potrebbero affiancarsi o sostituirsi allo stato nella gestione e nel finanziamento delle accademie. La sinistra istituzionale e quella da poco (e a mala voglia) ritornata a essere extraparlamentare gridano allo scandalo perché così si apre la strada alla grande industria, ai potentati economici e finanziari per farsi le loro università a immagine e somiglianza, per sfornare manager, studiosi e scienziati da inserire nel loro business. Tutto vero. Chi può negare che questo sia l’intento di un “governo d’affari” come quello guidato da Silvio Berlusconi? Senza dimenticare che anche quelli di sinistra erano solo meno plateali nel perseguire i propri business.

Però questa cosa delle fondazioni per gestire le università non è da buttare via. Anzi. Tanto che c’è già qualcuno che vi intravede una buona occasione e comincia a ipotizzare fondazioni universitarie ad azionariato diffuso. Genitori, persone che hanno a cuore i problemi dell’istruzione fino ad arrivare agli stessi studenti detentori di quote della fondazione. Qui si apre un filone di riflessione e di intervento molto importante: l’università non gestita dallo stato clientelare, non gestita dalla grande impresa, ma in cui decidono le persone. Che diventano soggetti e non più oggetti.

Ne riparleremo».

L’articolo, uscito mentre era in corso una mobilitazione (il movimento dell’Onda) che aveva tra i suoi obiettivi proprio quello di impedire la trasformazione delle università in fondazioni, ha destato un certo scalpore. E infatti, sul numero successivo della rivista (anno 11, n. 1-2, 2009), sono comparsi ben quattro interventi in merito: due decisamente contrari (Persio Tincani e Salvo Vaccaro) e due moderatamente favorevoli alla trasformazione (Giulio D’Errico & Martino Iniziato e Aldo Giannuli).

 

I motivi della contrarietà sono stati ben sintetizzati da Persio Tincani:

«1) Chiunque, indipendentemente dalla riforma Gelmini, avrebbe già potuto costituire università private con capitale ad azionariato diffuso. Tuttavia, questo non è mai stato fatto, e non si capisce per quale motivo, per effetto della riforma, ciò invece adesso accadrebbe. Al contrario, numerose sono le università aperte in Italia con i consistenti capitali privati di grandi banche, di grandi industrie, oltre a quelle fondate con i capitali della chiesa. La riforma, del resto, non è intervenuta su questo punto, perciò, chi volesse fondare un ateneo con capitale ad azionariato diffuso potrebbe farlo anche subito, senza alcuna necessità di trasformare atenei già esistenti.

2) Che l’azionariato sia “diffuso” o “ristretto”, nulla cambia rispetto al controllo che il proprietario può esercitare sui programmi di studio e sugli oggetti della ricerca. Un azionariato “diffuso” di bigotti pretenderebbe (e con tutto il diritto, dato che i contratti di lavoro sarebbero disciplinati dal diritto privato) di insegnare nei corsi di biologia la creazione divina o il cosiddetto “disegno intelligente”, ed espungerebbe dai corsi di giurisprudenza il positivismo giuridico in favore di un giusnaturalismo confessionale. Se l’università è privata, nessuno avrebbe argomenti per obiettare. Del resto, le università private italiane, come la Cattolica di Milano, già adesso hanno il diritto di rimuovere docenti che, a insindacabile giudizio degli organi accademici interni, insegnano dottrine in contrasto con il messaggio cristiano (…)

3) Gestire un istituto scolastico costa moltissimo, ma gestire un istituto universitario costa ancor di più, specialmente se abbisogna di laboratori idonei a compiere ricerche e sperimentazioni. Una fondazione di diritto privato in grado di sopportare gli alti costi di una ricerca qualificata, detto con i piedi per terra, non è un’assemblea di piccoli azionisti ma una cordata di potentati economici: banche, aziende, industrie. Questa, del resto, è la comprensibile ragione per la quale nessuno ha mai ritenuto ragionevole fondare un ateneo con capitale ad azionariato diffuso, perché in quel modo si può arrivare a fondare, al massimo, una scuola materna.

4) Un’università “ad azionariato diffuso”, se mai qualcuno la fonderà, dovrebbe per forza di cose: a) decidere di essere un’università nella quale non si fa ricerca seria accettando, per esempio, di avere una biblioteca composta da due o tre scaffali e attrezzature di laboratorio prese dalla scatola del Piccolo chimico. In questo caso, dovrà anche accettare di non avere iscritti, perché nessuno dotato di un minimo di buon senso sceglierebbe di buttare via quattro o cinque anni per ottenere un titolo di studio che il mondo del lavoro considererebbe, e a ragione, carta straccia; b) decidere di fare ricerca seria e scaricare la maggior parte dei costi sulle rette di iscrizione, creando un’università riservata soltanto ai ricchi e ai ricchissimi. Un laboratorio di biologia, per fare un altro esempio, non si mette in piedi con le rette che possono permettersi di pagare trecento o quattrocento studenti benestanti».

Personalmente sono, almeno in prima approssimazione, contrario alla trasformazione delle università in fondazioni, ed è questo uno dei motivi per i quali, lo scorso anno, ho aderito con convinzione alle mobilitazioni promosse dall’Onda. Devo tuttavia osservare che:

1) Se è vero che chiunque, indipendentemente dalla riforma Gelmini, avrebbe già potuto costituire università private con capitale ad azionariato diffuso, è anche vero che trasformare l’esistente consentirebbe di disporre di un capitale iniziale (aule, biblioteche, laboratori, attrezzature) senza il quale, come afferma lo stesso Tincani, l’impresa sarebbe assai più ardua.

2) Se è vero che un azionariato diffuso non metterebbe al riparo dal rischio che gli azionisti imponessero scelte culturalmente sbagliate (anzi!), è altrettanto vero che tale pericolo è insito in qualsiasi esperimento democratico e, a maggior ragione, in qualsiasi esperimento libertario. O vogliamo sostenere che debba esistere una sorta  di aristocrazia che sola possa decidere  cosa è giusto e cosa è sbagliato insegnare?

3) Se è vero che gestire un  istituto universitario costa moltissimo, specialmente quando abbisogna di laboratori idonei a compiere ricerche e sperimentazioni, non è vero che con capitale ad azionariato diffuso si possa arrivare a fondare, al massimo, una scuola materna. Attraverso una sorta di azionariato diffuso sono state gestite cose molto complesse, come cooperative e mutue.

4) E’ vero solo in parte che un’università ad azionariato diffuso dovrebbe per forza di cose decidere di essere un’università nella quale non si fa ricerca seria, e accettare di non avere iscritti, perché nessuno sceglierebbe di buttare via  anni per ottenere un titolo di studio che il mondo del lavoro considererebbe carta straccia. Innanzitutto si può fare ricerca seria anche senza grandi mezzi finanziari, in secondo luogo non è affatto detto che il mondo del lavoro considererebbe carta straccia il titolo di studio  rilasciato. 

 

Sull’altro fronte, quello dei moderatamente favorevoli alla trasformazione in fondazioni, troviamo l’intervento di Aldo Giannuli.

«Non ci sono dubbi – scrive – sulle motivazioni scopertamente anticulturali del progetto Gelmini: un taglio brutale ai finanziamenti per avviare il disimpegno dello stato dall’università per svenderla ai privati. E’ una cosa così evidente che non vale la pena di spenderci parole. Ma, detto questo, occorre completare il quadro dicendo che la realtà universitaria attuale è semplicemente indifendibile: i profili professionali sono inesistenti, l’offerta didattica penosa, l’attività scientifica latitante, la selezione concorsuale indecente. (…)

In questo disastro nazionale, ci sono certamente le responsabilità del ceto politico (sottofinanziamento ormai quarantennale, riforme sbagliate o in ritardo, distribuzione clientelare delle risorse), nessuno lo nega, ma le responsabilità più gravi sono proprio della corporazione docente e, più in particolare, della ristretta “cupola” che ne è al vertice. Parliamo di quei 4-500 ordinari che monopolizzano i rettorati, il Consiglio universitario nazionale, i raggruppamenti concorsuali e così via che hanno usato il loro potere per una selezione nepotistica e clientelare e per una gestione delle risorse finanziarie che dovrebbe interessare di più le procure della repubblica (…).

Dipingere il tutto come il conflitto tra un governo oscurantista e il tempio immacolato della cultura è una delle più solenni e insopportabili  imposture.  In questo quadro parliamo dei tagli. Giustissima la rivendicazione di più fondi per il diritto allo studio (case dello studente, mense, magari presalario) o per potenziare le biblioteche. Andiamoci con i piedi di piombo sull’acquisto di macchinari e attrezzature varie, dove è forte il dubbio di “acquisti pelosi”. Invece nemmeno un euro per concorsi e reclutamento sino a quando non saranno riformati seriamente i meccanismi concorsuali e di governo dell’università. Dare oggi denaro a questa corporazione corrotta e irresponsabile significa solo che qualche barone li userà per assumere il quarto figlio e la terza amante e promuovere il secondo portaborse. Con il risultato di caricare l’università di altri parassiti per ulteriori venti o trent’anni.

“Ma”, qualcuno osserva, “se non facciamo reclutamento ora che quasi la metà del corpo docente va in pensione, l’università morirà”. E allora siamo chiari: che questa università di raccomandati, ladri e concubine vada in malora è solo una cosa positiva.

E qualsiasi cosa è preferibile all’esistente, anche la privatizzazione. Però non rinuncio a difendere il principio dell’università pubblica, anzi, ne voglio una che lo sia per davvero e non la sinecura del baroname.

A questo proposito, una proposta alternativa di fondazione può offrire la risposta. Penso a fondazioni nelle quali lo stato (sia attraverso l’amministrazione centrale sia gli enti locali) sia presente con una rilevante quota (il 35-40 per cento) e continui ad assicurare un cospicuo gettito annuale. Assieme a esso penso che l’altra quota rilevante (30-35 per cento) debba essere coperta con azionariato obbligatorio dei dipendenti, azionariato temporaneo degli studenti. Un’altra quota potrebbe essere assicurata da azionariato popolare: non più dello 0,1 per cento a sottoscrittore. Eventualmente un residuo 10-15 per cento potrebbe essere acquisito da banche e aziende.

Ovviamente questo implica:

1.  che i dipendenti, soprattutto i docenti, siano responsabili della propria retribuzione e, quindi, si vigilino reciprocamente prevenendo abuso e clientelismi

2. che l’università accetti realmente di misurarsi con il mercato, entrando nell’ordine di idee che una parte sensibile delle sue entrate debba provenire da ricavi su ricerche e corsi di formazione

3. che si passi da un’idea di libertà della ricerca tutta individuale a un’altra basata su progetti di gruppo stabiliti o sulla base della committenza o su valutazioni di utilità sociale stabilite dagli organi di governo dell’ateneo. Alla libera iniziativa individuale va riservato uno spazio minoritario (poniamo il 20 per cento delle risorse) sotto forma di anni sabbatici

4. che gli organi di governo dell’università non siano più organizzati secondo l’attuale schema per caste (ordinari votati da ordinari, associati da associati, studenti da studenti e così via) ma siano realmente democratici e, quindi, eletti sulla base di una testa un voto e in cui tutti siano eleggibili.

Solo una rivoluzione culturale del genere può salvare l’università italiana dal suo definitivo tracollo, dato che ho scarsa fiducia anche nelle reali capacità dell’imprenditoria privata di far qualcosa in questa direzione»

La proposta di Aldo Giannuli non mi convince,  forse perché prefigura un’università troppo distante da come la desidererei: pubblica, democratica, libertaria; forse perché, accettando la trasformazione delle università in fondazioni, apre una vistosa falla dalla quale possono entrare sempre più prepotentemente i potentati economici e finanziari.

Devo però rilevare che ha alcuni pregi:

a) è abbastanza realistica;

b) circoscrive e limita, almeno nei termini in cui è formulata, l’intervento dei privati nell’università;

c) garantisce, attraverso la riforma degli organi di governo degli atenei, una loro gestione democratica.

Dato l’attuale, sconsolante, contesto, se ne può parlare.

 
Luciano Nicolini

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