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| Il cinema al tempo della crisi
Nei tempi bui che stiamo vivendo, in cui la contrazione
dei consumi è un dato di fatto, si potrebbe pensare che l’intrattenimento sia
un’ovvia rinuncia. Del resto è vero, senza mangiare non si può stare, mentre i
sogni aiutano di sicuro a vivere meglio ma non sono beni di prima necessità. In
realtà i dati statistici sulla stagione cinematografica da poco conclusa (per
convenzione il 31 luglio) ribaltano le aspettative. Il cinema, infatti, gode in
Italia buona salute e si conferma la forma di intrattenimento preferita dagli Italiani;
probabilmente, alla luce degli aumenti che hanno interessato un po’ tutti i
settori, anche quella più economica, o meno costosa che dir si voglia (la pirateria,
intanto, continua la sua corsa). Sta di fatto che dopo il record di presenze e
incassi del 2007/2008 arriva il segno meno, ma si limita a un poco preoccupante
2%. Il dato non deve stupire, perché la storia ci insegna che in tempo di crisi
il cinema si è sempre difeso con onore evidenziando la tendenza della natura
umana a fuggire dalla cupezza del quotidiano per cercare rifugio nel sogno. Non
è un caso, quindi, che i generi più gettonati siano la commedia e l’azione. Se
fuga deve essere, che sia il più possibile rassicurante, una parentesi dal
grigio e non un tuffo nel nero. Le percentuali confortanti nascondono, però, sfumature
più inclini al pessimismo. Dando un’occhiata alle classifiche pubblicate dal
circuito Cinetel, che copre circa l’85% del mercato, risulta infatti che solo
pochi film, quelli più pubblicizzati provenienti dall’America, sono stati in
grado di catalizzare l’attenzione del pubblico, mentre agli altri non sono restate
che le briciole. Incassi record per un numero limitato di titoli, quindi, e
tanti film lanciati allo sbaraglio e senza la dovuta promozione, apparsi nelle
sale senza che nessuno abbia avuto tempo e modo di accorgersene. La diretta
conseguenza è un arricchimento delle strutture in grado di accaparrarsi il film
del momento (le multisale periferiche destinate a una programmazione quasi esclusivamente
commerciale) e una situazione a rischio di sofferenza per chi è invece meno
concorrenziale (le monosale cittadine). I primi tre incassi della stagione vedono al vertice il divertente
cartone animato Madagascar 2, al
secondo posto l’immancabile Natale a Rio
e al terzo l’inutilmente frenetico Angeli
e demoni. Guarda caso tutti seguiti di film di successo, a dimostrazione
che andare sul sicuro è la primaria ispirazione dei produttori, sempre più
decisi a non rischiare. Se dal dato globale passiamo a quello specifico
relativo al cinema italiano, il quadro peggiora notevolmente. Considerando
infatti che incassi e spettatori della stagione appena terminata sono quasi in
linea con l’anno precedente, colpisce la brusca frenata subita dalla quota di
mercato del cinema nazionale, che passa dal 32% al 24,2%. Un 8% che arricchisce
il bottino, già cospicuo, delle produzioni americane. Gli Stati Uniti, infatti,
in parallelo aumentano la propria quota di mercato raggiungendo il 63%. Cosa è
successo a 4,6 milioni di spettatori che nella scorsa stagione avevano scelto
titoli italiani? Cosa è cambiato? Cosa non ha funzionato? Intanto è crollato il
filone giovanilistico, quello delle notti prima degli esami e degli amori
adolescenziali tre metri sopra il cielo; ma non ha funzionato nemmeno il cinema
d’autore. È mancato un titolo forte come Gomorra,
capace di porsi in modo trasversale accontentando sia il cinefilo che lo
spettatore occasionale. Anche la commedia, genere principe per l’Italia, non
ha avuto picchi degni di nota. Gli unici a resistere sono Carlo Verdone,
insieme a Sergio Castellitto e Riccardo Scamarcio con Italians (avrà inciso il titolo fortemente patriottico?), il trio
Aldo, Giovanni e Giacomo con Il cosmo
sul comò (lontano, comunque, dai fasti dei loro film precedenti), il corale
Ex di Fausto Brizzi e l’inossidabile
cine-panettone Natale a Rio,
addirittura in crescita. Non aiuta il disinteresse delle istituzioni, con un
faticoso reintegro di parte del F.U.S., il Fondo Unico dello Spettacolo,
ottenuto dopo scioperi e manifestazioni che hanno acceso i riflettori sulla
difficile situazione di chi opera nel settore. Al cinema italiano, però, oltre
ai necessari investimenti, mancano anche idee, forza e creatività, con una
sempre più sconsolante superficialità nel ritrarre personaggi, ambienti e
vicende che non rappresentano più nessuno. Allarmante anche la oramai definitiva scomparsa del cinema
di genere. E quel poco che viene fatto non è nemmeno distribuito (dov’è finito Giallo di Dario Argento, pronto da più
di un anno?). Si producono principalmente commedie incentrate sul comico del
momento, di derivazione per lo più televisiva, o film d’autore che non ce la
fanno a evitare gli “ismi” di chi si crogiola nel proprio ego. Ovviamente il
calo vistoso degli incassi e della quota di mercato del cinema italiano fa
discutere gli addetti ai lavori che evidenziano almeno tre motivi nella disaffezione
dello spettatore: la riduzione delle sale destinate al cinema di qualità, la scarsa
fantasia e i bassi investimenti nella promozione dei film e l’irrazionalità
delle uscite, con concentrazioni dannose di titoli rivolti allo stesso target
di pubblico. Qualunque siano le cause, se il cinema tutto sommato se
la cava, anche in un periodo di crisi come l’attuale, quello italiano è
rimandato alla prossima stagione, in cui si spera che l’auspicabile aumento dei
numeri e una ritrovata qualità possano finalmente incontrarsi. Luca Baroncini |
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