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Quanto durerà la crisi economica? Questo numero di Cenerentola è, in larga parte, dedicato alla crisi. Non è la prima volta che ne parliamo. Ci vantiamo, anzi, di averne parlato prima che cominciasse (anche se non ne avevamo previsti i tempi e i modi). L’argomento sarà introdotto da due articoli di Toni Iero (uno sullo stato della crisi, l’altro sul perchè gran parte degli economisti non se l’aspettava); seguiranno un intervento di Roberto Zani sulla ricaduta della crisi sui popoli europei e, per gli amanti del mistero, due brevi articoli che trattano l’uno di 134 miliardi di dollari improvvisamente comparsi nel doppiofondo di una valigia e l’altro di 35 miliardi di euro scomparsi dalle tasche degli Italiani. Annalisa
Righi ci parlerà dei riflessi della crisi sul mercato della casa, Luca
Baroncini di quelli sul cinema. Infine troverete, naturalmente, le consuete rubriche… Redazionale Le radici della crisi attuale si
trovano, come abbiamo più volte scritto su Cenerentola, nel progressivo impoverimento
dei lavoratori, cominciato agli inizi degli anni ’80 con i processi di
deregolamentazione e privatizzazione, lanciati dalla signora Thatcher nel
Regno Unito e da Reagan negli Stati Uniti. È interessante esaminare, sia pure
schematicamente, il percorso che in questi decenni ha consentito di mantenere elevato
il livello dei consumi americani pur in presenza di una riduzione del potere
d’acquisto dei salari. Durante gli anni ’80 le famiglie erano partite con una
buona dotazione patrimoniale, costruita grazie all’accumulo di risparmio derivante
dai redditi percepiti nei decenni precedenti. Insomma, all’inizio c’erano
“scorte monetarie” da consumare. Nel corso degli anni ’90 è stato l’ottimo andamento
dei mercati finanziari a garantire la propensione al consumo, in virtù dell’ “effetto
ricchezza” derivante dall’aumento del valore dei risparmi (in primis dei fondi
pensione) di proprietà delle famiglie. La caduta della borsa, in coincidenza
con lo scoppio della bolla della new economy, ha posto fine a quell’allegro
periodo. Così, il primo decennio del nuovo secolo ha visto i consumi delle famiglie
americane crescere sulla base dell’indebitamento, facilitato dal basso livello
dei tassi di interesse garantito dalla Fed di Greenspan. Quando, per una serie
di motivi (quali il costo della guerra in Iraq, il deprezzamento del dollaro,
il riaffacciarsi di sintomi inflazionistici) la banca centrale americana ha
proceduto ad aumentare i tassi, anche l’ultimo ciclo di creatività finanziaria si
è concluso. Questa volta con una drammatica recessione mondiale. Potranno inventarsi qualcos’altro?
Probabilmente no. Il motivo per cui vi sono limitati margini per trovare un
altro “trucco” che permetta di sostenere i consumi Usa senza aumentare le retribuzioni
dei lavoratori è che, negli Stati Uniti, i soldi veri sono finiti. Le scelte politiche
e sociali che hanno caratterizzato le epoche sommariamente descritte sopra
hanno avuto una conseguenza inimmaginabile: mettere in ginocchio la maggiore
economia mondiale! Oggi, in America, i consumatori sono
poveri e non vi è più nessuna istituzione finanziaria disposta a fare loro
credito. La massiccia campagna di saldi varata questa estate dai negozi
americani ha avuto l’effetto di attrarre frotte di entusiasti turisti europei,
ma ha richiamato ben pochi statunitensi. Ecco il motivo per cui, lucidamente,
la nuova amministrazione Obama sta cercando di sostituire i consumi privati con
la spesa pubblica per infrastrutture, sanità e sviluppo di fonti energetiche rinnovabili.
In tale contesto, l’enfasi posta sullo sviluppo delle energie alternative
ha due precise finalità: ridurre la dipendenza degli Usa dal petrolio straniero
e far ripartire un processo di reindustrializzazione all’interno del paese. Il
primo obiettivo, se conseguito, permetterebbe di mettere alle strette, dal
punto di vista economico, molti regimi petroliferi che oggi sono, apertamente o
subdolamente, antiamericani (Venezuela, Iran, Russia, Arabia Saudita). Colpisce
il fatto che lo sviluppo di energie rinnovabili sia uno dei capisaldi
dell’imponente piano di stimolo varato dal governo di Pechino: sembrerebbe
proprio che in questa partita Cina e America giochino nella stessa squadra. Il
secondo punto, ossia la reindustrializzazione dell’economia americana, è il
disperato tentativo della componente più lungimirante della classe dirigente
degli Stati Uniti per ricostruire un sistema produttivo logorato da trenta anni
di finanziarizzazione. Quasi tutti gli osservatori si concentrano sui danni finanziari
subiti da banche e hedge fund, quando il problema centrale è, oggi, il fatto
che la base industriale degli Usa si è pericolosamente assottigliata. Uno degli
insegnamenti di questa crisi è che, per qualsiasi nazione, non c’è sostenibile
ricchezza economica senza una strutturata capacità produttiva nell’industria. Industria significa anche lavoro per
operai, formazione di manodopera qualificata, ricerca tecnologica e lo sviluppo
di un indotto che permetterà di far fluire verso ampi strati della popolazione
una parte dei redditi che fino ad oggi andavano altrove. Non stupisce, in tale
contesto, rilevare come oggi in America vi sia un occhio di riguardo nei confronti
della sindacalizzazione dei lavoratori, ritenuta un fattore in grado di aiutare
il processo di redistribuzione del reddito. Infatti, per fornire una solida
base alla futura ripresa, è necessario venga ricostituito il patrimonio delle
famiglie americane. A questo fine contribuiranno sia fenomeni “automatici” (uno
dei primi effetti della crisi è stato proprio l’aumento della propensione al
risparmio degli Statunitensi), sia opportune politiche governative. Il quadro idilliaco appena tratteggiato
presenta, in realtà, diverse incognite. Naturalmente, le lobby finanziarie e,
più in generale, le componenti conservatrici del mondo politico ed economico
Usa cercheranno di mettere i bastoni tra le ruote del presidente. Questo è
ovvio. Ma non è l’unico problema che dovrà affrontare Obama e, probabilmente,
neanche il principale. Il vero aspetto, del tutto nuovo per gli Stati Uniti, è
che le scelte di politica economica adesso dipendono dai soldi che i dirigenti
cinesi sono disposti a prestare al governo federale. La grande nazione
nordamericana ha perso buona parte della sua autonomia di bilancio. La
condizione delle casse statali si presenta drammatica: il documento “Economic
Indicators - May Per garantirsi il denaro necessario a
finanziare le proprie politiche interne, all’amministrazione Obama non è
bastato promettere che avrebbe rimborsato il debito. L’esecutivo americano ha
dovuto abbozzare un piano di rientro dal deficit, un po’ come sono stati
costretti a fare i tanti governicchi che si sono alternati nella storia della
fragile italietta. Secondo quanto previsto dagli Stati Uniti, nei prossimi anni
il bilancio federale dovrebbe trarre vantaggio dal ritiro delle truppe
americane dall’Iraq, da tagli di alcune spese pubbliche e da una maggiore
pressione fiscale sui redditi più elevati. Sono indicazioni ancora troppo generiche
per avere consistenza e credibilità. Come si può ben intuire, riportare a casa
i soldati dal Medio Oriente comporta dei rischi di tenuta del regime iracheno,
tagliare le spese pubbliche e aumentare le tasse ai ricchi è un’impresa più
facile da annunciare che da attuare. Anche ammettendo che il presidente
riesca a uscire dal pantano iracheno, superare gli ostacoli interni e
convincere i Cinesi a continuare ad acquistare titoli di Stato Usa, non vi è
garanzia che il suo progetto abbia successo. Si troverà un’efficiente
alternativa energetica al petrolio? La lobby petrolifera riuscirà ad impedirne
l’adozione? Le imprese Usa vinceranno l’agguerrita concorrenza internazionale
in tale campo? Il Congresso approverà la riforma sanitaria? Il complesso
militar-industriale non vanificherà il disimpegno dalla guerra perseguito dal
presidente? Questi sono solo alcuni dei tanti punti interrogativi che
costellano il percorso del mandato di Barack Obama! Inoltre, non va trascurata la
possibilità che, alla luce della difficile situazione in cui versa l’America,
si inneschino dinamiche incontrollate di fuga dal dollaro. A giustificare tale
azione potrebbero concorrere ragioni tanto economiche, quanto di ordine
geopolitico. Le prime potrebbero motivare molti paesi esportatori di materie
prime e di manufatti, le seconde potrebbero invogliare potenze (piccole e
grandi) antagoniste degli Usa come Russia, Venezuela, Iran. La possibilità di
un’improvvisa ondata di vendite di titoli denominati in dollari sui mercati
mondiali espone il sistema monetario internazionale ad un permanente pericolo
di collasso. La
spiacevole verità è che questa crisi ha una valenza sistemica e non solo non
durerà poco (come invece vorrebbero convincerci) ma, soprattutto, sta sconvolgendo
il quadro economico e geopolitico mondiale. Le cose non torneranno più come
prima. Faremmo bene a tenerne conto. Toni
Iero Per l’ennesima volta, gli economisti (tranne poche eccezioni)
non sono stati capaci di anticipare l’arrivo di una tempesta finanziaria, nella
circostanza attuale quella derivante dallo scoppio della bolla immobiliare
americana. Ma se un economista non è in grado di segnalarci l’arrivo di un
uragano economico, cosa ci sta a fare? Un argomento così scottante è stato
trattato, nelle scorse settimane, in un seminario tenuto presso Non vi è dubbio che l’incapacità predittiva della
scienza economica (e dei suoi professionisti) ne comprometta seriamente
l’immagine e, in definitiva, la sua stessa credibilità. A cosa servono tutti
quei professoroni (spesso antipatici, viste le arie che si danno) se non sono
in grado di prevedere neanche crisi di questa entità? Tale idealizzazione sta alla base della costruzione e applicazione
di modelli matematici che pretendono di simulare il comportamento degli
operatori economici. Tuttavia l’introduzione di tale modellistica non sembra
aver portato vantaggi alla disciplina economica. Anzi, la dissennata
applicazione della matematica a schemi non in grado di cogliere aspetti centrali
del funzionamento economico ha portato banchieri ed economisti a salutare (ed
adottare), come novità apportatrici di efficienza e stabilità, alcune attività,
tipico il caso delle cartolarizzazioni, che, invece, aumentavano il rischio di
implosione del sistema (come purtroppo si è dolorosamente sperimentato dal
vivo).
Un richiamo di buon senso che ha anche il pregio di identificare
la macroeconomia come un fattore determinante per l’arte di governo. Arte e non
scienza. L’utilizzo di modelli semplificatori della realtà è un aspetto fondamentale
in qualsiasi campo della ricerca, ma esso deve rappresentare uno stimolo per
ragionare. Troppo spesso, invece, il principale pregio di molta della
matematica usata dagli economisti è quello di evitare la noiosa attività di
pensare. D’altra parte, come si è visto, i modelli matematici costruiti per le
previsioni economiche funzionano bene proprio quando non servono, ossia nelle
fasi del ciclo in cui non accade nulla di rilevante. Per fare un’analogia,
sarebbe come se gli astronomi ogni sera ci comunicassero con enfasi che l’indomani
il sole sorgerà ad Est, ma si facessero cogliere impreparati tutte le volte
che si manifesta un’eclissi. Che opinione avremmo di siffatta astronomia? Apro una piccola parentesi per un argomento che ritengo
strettamente collegato alla questione della (in)capacità previsionale degli
economisti. Per decenni, molti libertari hanno vissuto un senso di inferiorità
nei confronti del mondo marxista poiché quest’ultimo si fregiava di possedere
una solida base di analisi economica. In realtà, come oggi appare sempre più
chiaro, molti degli assiomi su cui è stato edificato il marxismo appartengono
ad una disciplina (l’economia) dimostratasi incapace di prevedere alcunché. Vi
ricordate la definizione di socialismo scientifico altezzosamente contrapposta
alla progettualità libertaria? Cos’hanno di scientifico dogmi incontestabili,
un profeta (Marx) che tutto ha visto e previsto, un apparato autoritario per
cui la verità è appannaggio del segretario del partito del momento? Non
scherziamo, la scienza è tutt’altra cosa ed è basata sul metodo. Questa parola,
metodo, riveste un ruolo importante proprio nella pratica adottata dal movimento
libertario: l’approccio scientifico è tipico del nostro mondo e faremmo bene a
ricordarlo più spesso, in primis a noi stessi. Alla luce di queste
considerazioni, è poi così sorprendente che le società costruite sull’ideologia
marxista, prima di implodere proprio a causa della loro inefficienza economica
(curioso, no?), abbiano dato vita ad alcune tra le peggiori dittature apparse
sul pianeta?
1 Robert Skidelsky,
Perché gli economisti non hanno visto la recessione?, Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2009 2 Ibid. inizio
pagina
I popoli europei pagheranno a caro prezzo
la politica economica dell’Unione in tempo di crisi Dire che la politica economica deve seguire un’impostazione
anticiclica dovrebbe essere, dopo la crisi del ’29, un’ovvietà. Nei momenti di
crescita, il governo e le istituzioni economiche cercano in tutti i modi di
evitare l’eccessivo surriscaldamento dell’economia, sia per ridurre l’inflazione
che per sistemare i conti pubblici. Nella fase di crisi avviene l’opposto, intervenendo
a sostegno del sistema economico. Per fare ciò, gli strumenti a disposizione
sono principalmente la leva fiscale (tasse e spesa pubblica) di competenza del
governo, e la leva monetaria (tassi d’interesse e controllo della massa
monetaria) di competenza della banca centrale.
Dall’inizio di questa crisi ci viene assicurato che un
“nuovo ’29” non può verificarsi poiché le istituzioni sono prontamente
intervenute a sostegno dell’economia. Ciò è avvenuto al fine di evitare il
crack del circuito finanziario e creditizio. Se però passiamo sul terreno dell’economia
reale, e quindi sull’eventualità che la crisi finanziaria si trasformi in una
lunga depressione come accadde negli anni ’30, Cina e Usa (tanto per citare le
due maggiori potenze che pure hanno problemi e strutture molto diverse)
dimostrano una dinamicità molto superiore a quella europea, intervenendo
massicciamente in svariati settori. L’unico campo in cui i governi europei si
sono trovati d’accordo è stato quello degli incentivi alla rottamazione delle
automobili, misura peraltro già deliberata in più occasioni dato che questo
settore si trascina da lungo tempo in una crisi di sovrapproduzione (eppure risulta
ancora strategico, nel contesto di un assetto economico che andrebbe drasticamente
rinnovato); e poco più. In ogni caso, sono ugualmente saltati gli stretti parametri
del “Patto di stabilità e crescita”, relativo ai vincoli dei conti pubblici che
i paesi dell’eurozona devono rispettare. Nato dal trattato di Maastricht che
istituì l’UE, il Patto è figlio degli anni ’90, cioè di un periodo di crescita
che poteva permettere quelle politiche economiche restrittive e “virtuose” tali
da soddisfare anche i paesi più esigenti (come Realizzata l’unione monetaria europea, l’unione politica
è rimasta largamente incompiuta: così l’unica istituzione economica dell’UE in
grado di attuare una politica economica vincolante per tutti è i dirigenti della Bce appaiono come gli ultimi rigidi
praticanti di una teoria inattuale. Anche la storia della crisi del ’29 sembra dare torto ai
nostri banchieri. Dopo una prima serie di crack bancari, il circuito creditizio
si assestò e - come raccontò l’economista keynesiano J. K. Galbraith - il
governo americano decise finalmente di intervenire aumentando l’offerta di
denaro e abbassando drasticamente i tassi d’interesse: “Molte banche avevano abbondanza
di denaro [...]. Attraverso una politica austera della banca centrale si può,
come tirando un filo, diminuire il volume dei prestiti bancari e bloccare
quindi un aumento nell’offerta di denaro o mettere in atto una riduzione. Non
si può invece, così come non avrebbe alcun effetto spingere su un filo, aumentare
i prestiti bancari e l’offerta di denaro. Questa asimmetria nella politica monetaria
e bancaria sarebbe stata importante per Keynes negli anni a venire […]. Così la
spesa pubblica per stimolare la domanda divenne la risposta all’inefficacia
della politica monetaria durante la depressione”1. C’è di più. Eurostat ha segnalato che da giugno
l’eurozona è in deflazione. Questa parola aveva addirittura perso il suo
significato originario per assumere quello di semplice diminuzione dell’inflazione.
Per ritrovarla nella sua vera accezione occorre tornare ancora una volta alla
Grande Depressione (o recarci in situazioni “esotiche” come il Giappone,
entrato in quel tunnel quasi vent’anni fa). La deflazione è una fase in cui il
reddito lordo si allontana drasticamente da quello raggiungibile con il pieno
impiego delle risorse produttive esistenti (forza lavoro, impianti produttivi,
materie prime ecc.). E’ circa l’opposto dell’inflazione: una riduzione del
livello generale dei prezzi causata da una diminuzione dell’attività economica,
della produzione e del reddito. Le variazioni negative di queste grandezze si
influenzano reciprocamente, creando una spirale micidiale. Per il presidente
della Bce Trichet si tratterebbe di un fenomeno passeggero, causato
dall’abbassamento del prezzo del petrolio (eppure negli Usa la deflazione dura
da febbraio...). Addirittura paradossale l’intervento del membro italiano del
consiglio direttivo della Bce, Bini Smaghi: “Non lasceremo che l’inflazione riprenda
a salire. I governi devono saperlo, non lasceremo che l’inflazione metta a
posto i bilanci degli stati europei e per questo devono attuare strategie di
uscita dalla crisi diverse, rispettando i parametri previsti dal Patto di
stabilità. In caso contrario sarebbe un disastro”2. Trichet si dice
convinto che la ripresa avverrà nel 2010, confortato dalle previsioni delle
principali organizzazioni economiche internazionali che, dopo aver indicato per
l’eurozona una variazione negativa del PIL dello “zero virgola” nel prossimo
anno, sono passati ad un positivo “zero virgola”. Anche gli ultimi dati del secondo
trimestre 2009 segnalano un arresto della caduta del PIL. Ma se le stime relative
all’intero anno 2009 sono riviste continuamente (e di molto), che valore hanno
queste previsioni sul 2010? Se poi andiamo a ricontrollare tutte le previsioni
(sbagliate) fatte negli anni recenti, diventa chiaro che nessuno è in grado di
sapere cosa succederà nel 2010, né quanto durerà questa crisi. Lo stesso
Trichet continua ad affermare che “stiamo ancora navigando in acque inesplorate”,
però ha bacchettato gli stati membri a rientrare con sollecitudine nei parametri
del Patto di stabilità. Insomma, i costosi interventi per salvare il circuito
bancario e creditizio erano necessari; per il resto, non resterebbe altro da
spendere che un po’ di ottimismo. Non a caso, proprio Berlusconi si è
guadagnato un plauso dalla Bce per non aver fatto sostanzialmente nulla contro
la crisi! Anche La disoccupazione dell’eurozona è già oltre il 9% ed è
prevista in forte aumento nel 2010, perché ha un andamento ciclico ritardato
rispetto agli altri indicatori. Se la manodopera è così sottoutilizzata, la
domanda interna - che dipende dal consumo dei lavoratori - non potrà riprendersi.
Inoltre, l’attuale euro forte sul mercato valutario non aiuta certo le esportazioni.
In definitiva, una domanda così debole non giustifica preoccupazioni inflazionistiche.
Le autorità economiche europee non vogliono ammettere che la vera causa della
deflazione è la diminuzione della domanda e dei consumi, convinti - da perfetti
liberisti - che interventi di sostegno siano addirittura dannosi. Se
2 Adnkronos, 23 giugno Sul "fortunato" ritrovamento di una valigia contenente 134 miliardi di dollari (Sì,
avete letto bene, centotrentaquattro miliardi di
dollari: pari all’uno per cento del Prodotto Interno
Lordo degli Usa) Erano i primi giorni di luglio quando il nostro redattore
Nerio Casoni, navigando in internet, s’imbattè in una notizia singolare: un
mese prima le guardie di finanza avevano fermato, in Italia, due Giapponesi che
tentavano di portare in Svizzera, nel doppiofondo di una valigia, titoli di
stato statunitensi per un valore di 134 miliardi di dollari. Alla faccia del doppiofondo! La cosa sembrava impossibile, tanto più che, inizialmente,
la notizia era stata riportata, senza troppa enfasi, soltanto da Il Giornale. Facemmo alcune verifiche ma,
francamente, non sapevamo che cosa pensare. E’ venuto in nostro soccorso, il 31 luglio, Il venerdì di
Repubblica, dal
quale abbiamo appreso che: - il governo americano afferma che quei titoli sono falsi
(se fossero veri dovrebbe sganciarne più di un terzo a quello italiano!) - secondo il
procuratore capo Alessandro Maria Lodolini “se fossero veri avrebbe potuto
essere la stangata del secolo. Ma anche se falsi, c’è da capire a chi pensavano
di vendere un bottino del genere, certo non a privati”… Neppure a piccoli stati, verrebbe da aggiungere. E poichè
è abbastanza inverosimile che i governi di grandi nazioni possano farsi
raggirare da due pataccari giapponesi, diventa verosimile l’ipotesi che le
obbligazioni siano autentiche. A tale proposito Riccardo Staglianò, l’autore della bella
inchiesta apparsa su Il venerdì di Repubblica, riporta il parere del Turner Radio
Network, secondo
cui i due individui fermati (e rapidamente spariti nel nulla) sarebbero, in
realtà, «funzionari governativi che, avendo Tokyo perso fiducia nella capacità
di Washington di far fronte al proprio indebitamento, cercavano di sbarazzarsi
di una cospicua quota». Sbarazzarsi di obbligazioni per 134 miliardi di dollari?
Ottima idea, con i tempi che corrono. E ottima anche quella di farlo senza dare
troppo nell’occhio… Ma chi c’era, in Svizzera, ad aspettare i due Giapponesi?
Chi poteva permettersi di acquistarle? Di certo non il nostro salumiere
(malgrado, da un po’ di tempo in qua, abbia aumentato il prezzo della
mortadella). Riassumendo. Se quelle obbligazioni fossero autentiche si darebbero
due possibilità: 1) siamo vicini al crollo finale degli Stati Uniti d’America
(tenetevi forte!) 2) c’è qualche governo che sta acquistando grandi quantità
di obbligazioni statunitensi per farle poi pesare aumentando la propria forza
politica e militare. In entrambi i casi si tratterebbe dell’ennesimo segnale che gli USA stanno perdendo la guerra per l’egemonia sul pianeta. Obama è stato eletto per gestire la ritirata. Redazionale Scalfari, Brunetta e i conti che non tornano“Non piangerò mai sul denaro che spendo.
Ne riavrò. Forse più.”- così cantava Gianni Morandi. Eugenio Scalfari, invece, non è dello
stesso parere, almeno per quanto riguarda i denari spesi dalla pubblica
amministrazione italiana. E per tutto il mese di luglio, dalle colonne de “ Alla fine, la richiesta di chiarimenti è
stata fatta propria dai principali esponenti del centro-sinistra. E’
sempre la solita storia: “Quando la volpe non arriva all’uva dice che l’uva è acerba”.
Il tentativo, mal riuscito, è insomma quello di affermare con diverse bugie
convergenti una verità del tutto inesistente. E i “magnifici quattro esponenti
dell’opposizione – Di Pietro, Bersani, Franceschini e anche Ferrero – incapaci
di proposte valide, non si smentiscono nell’evidenziare un presunto “buco nero” della spesa corrente ampliato, rispetto al 2008, di 35
miliardi di euro da parte del Governo. Per
fortuna i documenti ufficiali, Ruef e Dpef (cfr. per il primo, pagg. 34-36, e
per il secondo, pagg. 21-28), parlano chiaro e solo una mala esposizione dei
dati, senza illustrazione delle circostanze che li hanno prodotti, può indurre
in errori così grossolani. In
particolare, è vero il dato delle spese di Personale che passa da 171,160 del Lo
stesso dicasi per “l’anomalia” dei Consumi
intermedi,
di cui si accusa la crescita nel 2008, per 804 milioni di euro e nel 2009, per
4.654 milioni di euro. In particolare, nel 2008, i maggiori Consumi Intermedi
si riferiscono alle maggiori consegne di infrastrutture militari e per spese degli
enti locali (cfr. Ruef pagg. 35-36). In un quadro di stagnazione economica, è
doveroso per il Governo svolgere un’azione di stimolo ai consumi attraverso la
spesa corrente, proprio per sostenere la domanda in modo effettivo ed immediato
per gli effetti moltiplicativi che tali consumi hanno sull’economia. Qualche
considerazione, invece, va fatta sulla crescita pensionistica, che i magnifici
quattro hanno ignorato: l’effetto della crescita è dovuto principalmente allo
snellimento e allo svecchiamento della pubblica amministrazione, e quindi è
coerente, insieme alla lotta ai “fannulloni”, con la crescita della
produttività del lavoro all’interno del comparto pubblico che ha invertito, in
un solo anno, una storica tendenza negativa. La
mala fede politica, purtroppo, non evidenzia lo sforzo considerevole che il
Governo ha fatto e sta facendo per sostenere gli aggregati economici con la
spesa sociale che ha consentito all’Italia, finora, di contenere l’incremento
della disoccupazione in misura decisamente inferiore agli altri Paesi Europei,
non ultima Per
concludere una riflessione sugli Investimenti: la spesa prevista per il 2009
cresce di 4,2 miliardi di euro, oltre il 12% sul 2008. E ciò non è poco dato il
momento economico, anche se gli effetti moltiplicatori sull’economia potranno
essere visibili solo negli anni seguenti migliorando conseguentemente il
Prodotto Interno Lordo e i saldi di finanza pubblica. Tutto
questo dimostra ancora una volta – conclude
il ministro - la pervicace superficialità e inconsistenza con le quali
l’opposizione affronta la crisi nel nostro Paese, limitandosi a spararla grossa
senza fornire alcuna idea veramente utile di stimolo per la ripresa economica.
A Franceschini, a Bersani, a Di Pietro e a Ferrero do un consiglio per le
vacanze: studino un po’ di più prima di parlare».
Non si limita ad eludere la domanda. Si
permette anche di deridere gli avversari. Comincia l’articolo riferendosi alla
sola spesa corrente (che è aumentata di “soli” 26 miliardi, al netto degli
interessi); ne “giustifica” 4 con l’aumento delle spese per il personale, 4 e
mezzo con quello dei consumi intermedi e 9 e mezzo con quello della spesa pensionistica. La somma farebbe 18. E gli altri otto
miliardi? Poi passa a parlare degli investimenti,
evidenziando come siano aumentati di circa 4 miliardi. Diciotto più quattro fa 22: per arrivare
a 35 ne mancano ancora 13. Avrà pertanto buon gioco Scalfari nell’accusarlo,
qualche giorno dopo, di aver eluso la domanda. Per la verità, Scalfari lo accusa di non
aver spiegato come siano stati spesi ben 27 miliardi di euro. A noi, che siamo
più buoni, basterebbe spiegasse come siano stati utilizzati i 13 dei quali dicevamo. Ma, anche rimanendo nell’ambito delle
cifre “giustificate” da Brunetta, ci chiediamo: quei 4 miliardi in più per il
personale sono stati distribuiti fra i dipendenti o fra i loro dirigenti? E i 4
miliardi e mezzo in più che, ci sembra di capire, “si riferiscono alle maggiori
consegne di infrastrutture militari e per spese degli enti locali” sono stati
destinati alle infrastrutture militari oppure agli enti locali? E, nel secondo
caso, come sono stati utilizzati? “In un quadro di stagnazione economica –
dice Brunetta – è doveroso per il Governo svolgere un’azione di stimolo ai
consumi attraverso la spesa corrente”, ma non ci sembra indifferente che
vengano spesi per riempire ulteriormente gli arsenali o, piuttosto, per riempire
i granai. Redazionale
I prezzi delle case sono veramente diminuiti? Quotazioni in EURO per mq delle abitazioni in alcuni capoluoghi
italiani. c. = centro / p. =
periferia
La tabella sopra riportata è stata realizzata da chi
scrive consultando le quotazioni medie dei prezzi delle compravendite che
periodicamente ogni anno vengono pubblicate dalle Guide del Consulente Immobiliare,
quindicinale del gruppo Sole 24 Ore,
estrapolando i dati di nove capoluoghi di regione, considerati grandi
aree urbane. Altro dato: sfogliando il quotidiano Il Sole 24
Ore, nell’inserto Economia & Lavoro, spesso
si trovano articoli riguardanti il mercato immobiliare con la notizia del calo
dei prezzi, articoli che citano rapporti e pareri di noti gruppi di
intermediazione immobiliare (cfr. per esempio: 3 novembre 2008 – 21 luglio 2008
– 23 marzo 2009 - …) Una precisazione: la preferenza a Il Sole 24
Ore come fonte è
stata accordata per l’autorevolezza che lo contraddistingue nell’universo
dell’informazione economica. Sicuramente c’è stata una
riduzione delle compravendite stimata nell’anno 2008 - per il settore residenziale - del 15, 1%
(Economia & Lavoro del 17/03/2009) e che ancora prosegue nel 2009. Eppure i giornali parlano di calo dei prezzi. Facciamo un passo indietro. Attorno al 2003/04, anche chi, forse, non sperava di poter
acquistare la propria casa ha potuto farlo grazie alla facilità di erogazione
dei mutui: tasso variabile molto basso –
erogazione del 100% del valore. Questo ha portato ad un aumento della richiesta
e del costo degli appartamenti. Nel 2007 un momento di défaillance: i mutui a
tasso variabile cominciano a crescere. Anche da noi si parla di mutui subprime.
Iniziano problemi di solvibilità aggiustati poi, volontariamente in prima
battuta, dal decreto Bersani che permette di rinegoziare o surrogare il mutuo e, involontariamente in seconda battuta, dalla crisi economica che
scoppia - dichiaratamente col fallimento della banca americana Lehman Brothers
(settembre 2008) – col
conseguente crollo dei mercati azionari, la diminuzione dei tassi di interesse
e poi, la stretta del credito con tutto
quello che comporta… La naturale e logica conseguenza cui tutto ciò avrebbe
dovuto portare, ovvero il calo del costo
al metro quadro delle case, a tutt’oggi in Italia, stando ai dati di cui sopra,
ancora non si è realizzata. Esiste piuttosto una situazione di stallo causata
da un aumento dell’offerta, da un calo delle compravendite e da tempi più
lunghi col risultato che si vende di meno, ma non ancora a meno. Ecco allora che l’unica strada per far ripartire
il mercato immobiliare appare
quella di abbassarne i prezzi, ed è proprio ciò che gli addetti all’intermediazione
stanno cercando di ottenere, informando di una diminuzione fittizia. Strategie
della profezia autoavverante …
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