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Donna preoccupata

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Quanto durerà la crisi economica? 

Questo numero di Cenerentola è, in larga parte, dedicato alla crisi. Non è la prima volta che ne parliamo. Ci vantiamo, anzi, di averne parlato prima che cominciasse (anche se non ne avevamo previsti i tempi e i modi).

L’argomento sarà introdotto da due articoli di Toni Iero (uno sullo stato della crisi, l’altro sul perchè gran parte degli economisti non se l’aspettava); seguiranno un intervento di Roberto Zani sulla ricaduta della crisi sui popoli europei e, per gli amanti del mistero, due brevi articoli che trattano l’uno di 134 miliardi di dollari improvvisamente comparsi nel doppiofondo di una valigia e l’altro di 35 miliardi di euro scomparsi dalle tasche degli Italiani.

Annalisa Righi ci parlerà dei riflessi della crisi sul mercato della casa, Luca Baroncini di quelli sul cinema. Infine troverete, naturalmente, le  consuete rubriche…

Redazionale

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Una navigazione pericolosa

Le radici della crisi attuale si trovano, come abbiamo più volte scritto su Cenerentola, nel progressivo impoverimento dei lavoratori, cominciato agli inizi degli anni ’80 con i processi di deregolamentazione e privatizzazione, lanciati dalla signora Thatcher nel Regno Unito e da Reagan negli Stati Uniti. È interessante esaminare, sia pure schematicamente, il percorso che in questi decenni ha consentito di mantenere elevato il livello dei consumi americani pur in presenza di una riduzione del potere d’acquisto dei salari. Durante gli anni ’80 le famiglie erano partite con una buona dotazione patrimoniale, costruita grazie all’accumulo di risparmio derivante dai redditi percepiti nei decenni precedenti. Insomma, all’inizio c’erano “scorte monetarie” da consumare. Nel corso degli anni ’90 è stato l’ottimo andamento dei mercati finanziari a garantire la propensione al consumo, in virtù dell’ “effetto ricchezza” derivante dall’aumento del valore dei risparmi (in primis dei fondi pensione) di proprietà delle famiglie. La caduta della borsa, in coincidenza con lo scoppio della bolla della new economy, ha posto fine a quell’allegro periodo. Così, il primo decennio del nuovo secolo ha visto i consumi delle famiglie americane crescere sulla base dell’indebitamento, facilitato dal basso livello dei tassi di interesse garantito dalla Fed di Greenspan. Quando, per una serie di motivi (quali il costo della guerra in Iraq, il deprezzamento del dollaro, il riaffacciarsi di sintomi inflazionistici) la banca centrale americana ha proceduto ad aumentare i tassi, anche l’ultimo ciclo di creatività finanziaria si è concluso. Questa volta con una drammatica recessione mondiale.

Potranno inventarsi qualcos’altro? Probabilmente no. Il motivo per cui vi sono limitati margini per trovare un altro “trucco” che permetta di sostenere i consumi Usa senza aumentare le retribuzioni dei lavoratori è che, negli Stati Uniti, i soldi veri sono finiti. Le scelte politiche e sociali che hanno caratterizzato le epoche sommariamente descritte sopra hanno avuto una conseguenza inimmaginabile: mettere in ginocchio la maggiore economia mondiale!

Oggi, in America, i consumatori sono poveri e non vi è più nessuna istituzione finanziaria disposta a fare loro credito. La massiccia campagna di saldi varata questa estate dai negozi americani ha avuto l’effetto di attrarre frotte di entusiasti turisti europei, ma ha richiamato ben pochi statunitensi. Ecco il motivo per cui, lucidamente, la nuova amministrazione Obama sta cercando di sostituire i consumi privati con la spesa pubblica per infrastrutture, sanità e sviluppo di fonti energetiche rinnovabili. In tale contesto, l’enfasi  posta  sullo sviluppo delle energie alternative ha due precise finalità: ridurre la dipendenza degli Usa dal petrolio straniero e far ripartire un processo di reindustrializzazione all’interno del paese. Il primo obiettivo, se conseguito, permetterebbe di mettere alle strette, dal punto di vista economico, molti regimi petroliferi che oggi sono, apertamente o subdolamente, antiamericani (Venezuela, Iran, Russia, Arabia Saudita). Colpisce il fatto che lo sviluppo di energie rinnovabili sia uno dei capisaldi dell’imponente piano di stimolo varato dal governo di Pechino: sembrerebbe proprio che in questa partita Cina e America giochino nella stessa squadra. Il secondo punto, ossia la reindustrializzazione dell’economia americana, è il disperato tentativo della componente più lungimirante della classe dirigente degli Stati Uniti per ricostruire un sistema produttivo logorato da trenta anni di finanziarizzazione. Quasi tutti gli osservatori si concentrano sui danni finanziari subiti da banche e hedge fund, quando il problema centrale è, oggi, il fatto che la base industriale degli Usa si è pericolosamente assottigliata. Uno degli insegnamenti di questa crisi è che, per qualsiasi nazione, non c’è sostenibile ricchezza economica senza una strutturata capacità produttiva nell’industria.

Industria significa anche lavoro per operai, formazione di manodopera qualificata, ricerca tecnologica e lo sviluppo di un indotto che permetterà di far fluire verso ampi strati della popolazione una parte dei redditi che fino ad oggi andavano altrove. Non stupisce, in tale contesto, rilevare come oggi in America vi sia un occhio di riguardo nei confronti della sindacalizzazione dei lavoratori, ritenuta un fattore in grado di aiutare il processo di redistribuzione del reddito. Infatti, per fornire una solida base alla futura ripresa, è necessario venga ricostituito il patrimonio delle famiglie americane. A questo fine contribuiranno sia fenomeni “automatici” (uno dei primi effetti della crisi è stato proprio l’aumento della propensione al risparmio degli Statunitensi), sia opportune politiche governative.

Il quadro idilliaco appena tratteggiato presenta, in realtà, diverse incognite. Naturalmente, le lobby finanziarie e, più in generale, le componenti conservatrici del mondo politico ed economico Usa cercheranno di mettere i bastoni tra le ruote del presidente. Questo è ovvio. Ma non è l’unico problema che dovrà affrontare Obama e, probabilmente, neanche il principale. Il vero aspetto, del tutto nuovo per gli Stati Uniti, è che le scelte di politica economica adesso dipendono dai soldi che i dirigenti cinesi sono disposti a prestare al governo federale. La grande nazione nordamericana ha perso buona parte della sua autonomia di bilancio. La condizione delle casse statali si presenta drammatica: il documento “Economic Indicators - May 2009”, realizzato dal Council of Economic Advisers e presentato al Joint Economic Committee del Congresso degli Stati Uniti, prevede, per il 2009, un deficit del bilancio federale pari a 1800 miliardi di dollari (circa il 13% del Pil) e un debito pubblico superiore ai 12800 miliardi di dollari (più del 90% del Pil). Tali cifre indicano che il rischio insolvenza del governo degli Stati Uniti non è più un’eventualità da escludere a priori. Il disperato bisogno di prestiti pone gli Usa in una condizione di ricattabilità da parte dei suoi creditori. Questa è una novità di portata inimmaginabile che ben spiega i toni sommessi dell’attuale politica estera americana.

Per garantirsi il denaro necessario a finanziare le proprie politiche interne, all’amministrazione Obama non è bastato promettere che avrebbe rimborsato il debito. L’esecutivo americano ha dovuto abbozzare un piano di rientro dal deficit, un po’ come sono stati costretti a fare i tanti governicchi che si sono alternati nella storia della fragile italietta. Secondo quanto previsto dagli Stati Uniti, nei prossimi anni il bilancio federale dovrebbe trarre vantaggio dal ritiro delle truppe americane dall’Iraq, da tagli di alcune spese pubbliche e da una maggiore pressione fiscale sui redditi più elevati. Sono indicazioni ancora troppo generiche per avere consistenza e credibilità. Come si può ben intuire, riportare a casa i soldati dal Medio Oriente comporta dei rischi di tenuta del regime iracheno, tagliare le spese pubbliche e aumentare le tasse ai ricchi è un’impresa più facile da annunciare che da attuare.

Anche ammettendo che il presidente riesca a uscire dal pantano iracheno, superare gli ostacoli interni e convincere i Cinesi a continuare ad acquistare titoli di Stato Usa, non vi è garanzia che il suo progetto abbia successo. Si troverà un’efficiente alternativa energetica al petrolio? La lobby petrolifera riuscirà ad impedirne l’adozione? Le imprese Usa vinceranno l’agguerrita concorrenza internazionale in tale campo? Il Congresso approverà la riforma sanitaria? Il complesso militar-industriale non vanificherà il disimpegno dalla guerra perseguito dal presidente? Questi sono solo alcuni dei tanti punti interrogativi che costellano il percorso del mandato di Barack Obama!

Inoltre, non va trascurata la possibilità che, alla luce della difficile situazione in cui versa l’America, si inneschino dinamiche incontrollate di fuga dal dollaro. A giustificare tale azione potrebbero concorrere ragioni tanto economiche, quanto di ordine geopolitico. Le prime potrebbero motivare molti paesi esportatori di materie prime e di manufatti, le seconde potrebbero invogliare potenze (piccole e grandi) antagoniste degli Usa come Russia, Venezuela, Iran. La possibilità di un’improvvisa ondata di vendite di titoli denominati in dollari sui mercati mondiali espone il sistema monetario internazionale ad un permanente pericolo di collasso.

La spiacevole verità è che questa crisi ha una valenza sistemica e non solo non durerà poco (come invece vorrebbero convincerci) ma, soprattutto, sta sconvolgendo il quadro economico e geopolitico mondiale. Le cose non torneranno più come prima. Faremmo bene a tenerne conto.

 

Toni Iero

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Perchè le crisi sorprendono sempre gli economisti?
  

Per l’ennesima volta, gli economisti (tranne poche eccezioni) non sono stati capaci di anticipare l’arrivo di una tempesta finanziaria, nella circostanza attuale quella derivante dallo scoppio della bolla immobiliare americana. Ma se un economista non è in grado di segnalarci l’arrivo di un uragano economico, cosa ci sta a fare? Un argomento così scottante è stato trattato, nelle scorse settimane, in un seminario tenuto presso la British Academy incentrato proprio sulla domanda “perché nessuno ha previsto la crisi?”.

Non vi è dubbio che l’incapacità predittiva della scienza economica (e dei suoi professionisti) ne comprometta seriamente l’immagine e, in definitiva, la sua stessa credibilità. A cosa servono tutti quei professoroni (spesso antipatici, viste le arie che si danno) se non sono in grado di prevedere neanche crisi di questa entità?

Fin dalle origini, all’inizio del XVIII secolo, si è voluto presentare lo studio dell’economia come una disciplina affine alle scienze naturali (fisica, biologia, etc.), perciò con una forte valenza previsionale. Sono ormai passati tre secoli, trecento anni di fallimenti in campo predittivo. Che vi sia qualcosa da rivedere? È di questa opinione Robert Skidelsky, autorevole biografo di Keynes. In un recente articolo, egli sostiene che le semplificazioni adottate per rendere utilizzabile la teoria neoclassica del mercato efficiente, in definitiva, hanno portato a creare nelle teste di tanti economisti un mondo virtuale, ben diverso da quello reale in cui tutti gli altri vivono. Responsabile di ciò è «una persistente inclinazione dell’economia a descrivere in modo idealizzato il comportamento umano»1.

Tale idealizzazione sta alla base della costruzione e applicazione di modelli matematici che pretendono di simulare il comportamento degli operatori economici. Tuttavia l’introduzione di tale modellistica non sembra aver portato vantaggi alla disciplina economica. Anzi, la dissennata applicazione della matematica a schemi non in grado di cogliere aspetti centrali del funzionamento economico ha portato banchieri ed economisti a salutare (ed adottare), come novità apportatrici di efficienza e stabilità, alcune attività, tipico il caso delle cartolarizzazioni, che, invece, aumentavano il rischio di implosione del sistema (come purtroppo si è dolorosamente sperimentato dal vivo).

 
Va poi aggiunto come la teoria economica dominante abbia rappresentato anche un comodo alibi per giustificare “scientificamente” la straordinaria disparità di redditi che i rapporti di forza tra le classi sociali hanno creato nelle società occidentali nel corso degli ultimi decenni. Non va molto lontano dal vero chi ritiene che, nei fatti, una discreta parte degli economisti abbia operato come propagandista degli interessi dei ceti dominanti, plaudendo ad un sistema iniquo rivelatosi poi anche insostenibile.

 
Il professor Robert Skidelsky propone, seguendo il motto keynesiano «L’economia è una scienza morale, e non naturale», di cambiare il percorso formativo degli economisti associando alle materie economiche «la storia economica e politica, la storia del pensiero economico, la filosofia morale e politica e la sociologia.»2.

Un richiamo di buon senso che ha anche il pregio di identificare la macroeconomia come un fattore determinante per l’arte di governo. Arte e non scienza. L’utilizzo di modelli semplificatori della realtà è un aspetto fondamentale in qualsiasi campo della ricerca, ma esso deve rappresentare uno stimolo per ragionare. Troppo spesso, invece, il principale pregio di molta della matematica usata dagli economisti è quello di evitare la noiosa attività di pensare. D’altra parte, come si è visto, i modelli matematici costruiti per le previsioni economiche funzionano bene proprio quando non servono, ossia nelle fasi del ciclo in cui non accade nulla di rilevante. Per fare un’analogia, sarebbe come se gli astronomi ogni sera ci comunicassero con enfasi che l’indomani il sole sorgerà ad Est, ma si facessero cogliere impreparati tutte le volte che si manifesta un’eclissi. Che opinione avremmo di siffatta astronomia?

Apro una piccola parentesi per un argomento che ritengo strettamente collegato alla questione della (in)capacità previsionale degli economisti. Per decenni, molti libertari hanno vissuto un senso di inferiorità nei confronti del mondo marxista poiché quest’ultimo si fregiava di possedere una solida base di analisi economica. In realtà, come oggi appare sempre più chiaro, molti degli assiomi su cui è stato edificato il marxismo appartengono ad una disciplina (l’economia) dimostratasi incapace di prevedere alcunché. Vi ricordate la definizione di socialismo scientifico altezzosamente contrapposta alla progettualità libertaria? Cos’hanno di scientifico dogmi incontestabili, un profeta (Marx) che tutto ha visto e previsto, un apparato autoritario per cui la verità è appannaggio del segretario del partito del momento? Non scherziamo, la scienza è tutt’altra cosa ed è basata sul metodo. Questa parola, metodo, riveste un ruolo importante proprio nella pratica adottata dal movimento libertario: l’approccio scientifico è tipico del nostro mondo e faremmo bene a ricordarlo più spesso, in primis a noi stessi. Alla luce di queste considerazioni, è poi così sorprendente che le società costruite sull’ideologia marxista, prima di implodere proprio a causa della loro inefficienza economica (curioso, no?), abbiano dato vita ad alcune tra le peggiori dittature apparse sul pianeta?

 
Toni Iero

 

1 Robert Skidelsky, Perché gli economisti non hanno visto la recessione?, Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2009

2  Ibid.


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Maastricht Forever

I popoli europei pagheranno a caro prezzo la politica economica dell’Unione in tempo di crisi

Delle innumerevoli difficoltà incontrate dall’Unione Europea durante questa crisi internazionale ci limiteremo a interpretare, recuperando i concetti basilari di politica economica in una società capitalistica, le principali misure intraprese dalle autorità.     

Dire che la politica economica deve seguire un’impostazione anticiclica dovrebbe essere, dopo la crisi del ’29, un’ovvietà. Nei momenti di crescita, il governo e le istituzioni economiche cercano in tutti i modi di evitare l’eccessivo surriscaldamento dell’economia, sia per ridurre l’inflazione che per sistemare i conti pubblici. Nella fase di crisi avviene l’opposto, intervenendo a sostegno del sistema economico. Per fare ciò, gli strumenti a disposizione sono principalmente la leva fiscale (tasse e spesa pubblica) di competenza del governo, e la leva monetaria (tassi d’interesse e controllo della massa monetaria) di competenza della banca centrale. 

Dall’inizio di questa crisi ci viene assicurato che un “nuovo ’29” non può verificarsi poiché le istituzioni sono prontamente intervenute a sostegno dell’economia. Ciò è avvenuto al fine di evitare il crack del circuito finanziario e creditizio. Se però passiamo sul terreno dell’economia reale, e quindi sull’eventualità che la crisi finanziaria si trasformi in una lunga depressione come accadde negli anni ’30, Cina e Usa (tanto per citare le due maggiori potenze che pure hanno problemi e strutture molto diverse) dimostrano una dinamicità molto superiore a quella europea, intervenendo massicciamente in svariati settori. L’unico campo in cui i governi europei si sono trovati d’accordo è stato quello degli incentivi alla rottamazione delle automobili, misura peraltro già deliberata in più occasioni dato che questo settore si trascina da lungo tempo in una crisi di sovrapproduzione (eppure risulta ancora strategico, nel contesto di un assetto economico che andrebbe drasticamente rinnovato); e poco più.

In ogni caso, sono ugualmente saltati gli stretti parametri del “Patto di stabilità e crescita”, relativo ai vincoli dei conti pubblici che i paesi dell’eurozona devono rispettare. Nato dal trattato di Maastricht che istituì l’UE, il Patto è figlio degli anni ’90, cioè di un periodo di crescita che poteva permettere quelle politiche economiche restrittive e “virtuose” tali da soddisfare anche i paesi più esigenti (come la Germania) ai fini della creazione della moneta comune.

Realizzata l’unione monetaria europea, l’unione politica è rimasta largamente incompiuta: così l’unica istituzione economica dell’UE in grado di attuare una politica economica vincolante per tutti è la Banca Centrale Europea. L’obiettivo statutario della Bce è quello di mantenere bassa l’inflazione; il principale strumento di intervento è il tasso di interesse overnight (con cui una singola banca può ottenere un prestito alla Bce) che influenza direttamente il costo del denaro dell’eurozona. L’altro strumento collegato, la gestione delle liquidità, viene anch’esso utilizzato dall’inizio della crisi dalla Bce e dalle banche centrali nazionali, con robuste iniezioni nel circuito finanziario nel tentativo di riprendere il controllo di una massa monetaria “impazzita” a causa degli effetti perversi dei diabolici strumenti finanziari derivati. L’interesse fissato dalla Bce è così sceso ai minimi storici, ma resta stabilmente il più elevato tra quelli fissati dagli altri principali istituti centrali (Usa, Gran Bretagna, Giappone, Svizzera ecc...), sempre al fine di scongiurare rischi inflazionistici.

La Bce continua ad osservare una rigida impostazione monetarista. Pasdaran del neoliberismo, i  monetaristi sostengono che l’unico valido strumento di politica economica è la leva monetaria e la gestione dell’offerta di denaro, con l’obiettivo della stabilità dei prezzi e della lotta all’inflazione. La leva fiscale danneggerebbe invece il libero sviluppo del mercato. Questa teoria si impose negli anni ’80, dopo che il “patto fordista” tra stato capitalista e sindacati, attuato con una politica keinesiana di spesa pubblica per la piena occupazione, causò effetti inflazionistici patologici. Oggi però siamo in un contesto praticamente opposto; e di fronte al pragmatismo sincretico delle altre potenze economiche (qualcuno l’ha definito, in mancanza di meglio, keinesismo in salsa neoliberista),  

i dirigenti della Bce appaiono come gli ultimi rigidi praticanti di una teoria inattuale.

Anche la storia della crisi del ’29 sembra dare torto ai nostri banchieri. Dopo una prima serie di crack bancari, il circuito creditizio si assestò e - come raccontò l’economista keynesiano J. K. Galbraith - il governo americano decise finalmente di intervenire aumentando l’offerta di denaro e abbassando drasticamente i tassi d’interesse: “Molte banche avevano abbondanza di denaro [...]. Attraverso una politica austera della banca centrale si può, come tirando un filo, diminuire il volume dei prestiti bancari e bloccare quindi un aumento nell’offerta di denaro o mettere in atto una riduzione. Non si può invece, così come non avrebbe alcun effetto spingere su un filo, aumentare i prestiti bancari e l’offerta di denaro. Questa asimmetria nella politica monetaria e bancaria sarebbe stata importante per Keynes negli anni a venire […]. Così la spesa pubblica per stimolare la domanda divenne la risposta all’inefficacia della politica monetaria durante la depressione”1.   

C’è di più. Eurostat ha segnalato che da giugno l’eurozona è in deflazione. Questa parola aveva addirittura perso il suo significato originario per assumere quello di semplice diminuzione dell’inflazione. Per ritrovarla nella sua vera accezione occorre tornare ancora una volta alla Grande Depressione (o recarci in situazioni “esotiche” come il Giappone, entrato in quel tunnel quasi vent’anni fa). La deflazione è una fase in cui il reddito lordo si allontana drasticamente da quello raggiungibile con il pieno impiego delle risorse produttive esistenti (forza lavoro, impianti produttivi, materie prime ecc.). E’ circa l’opposto dell’inflazione: una riduzione del livello generale dei prezzi causata da una diminuzione dell’attività economica, della produzione e del reddito. Le variazioni negative di queste grandezze si influenzano reciprocamente, creando una spirale micidiale. Per il presidente della Bce Trichet si tratterebbe di un fenomeno passeggero, causato dall’abbassamento del prezzo del petrolio (eppure negli Usa la deflazione dura da febbraio...). Addirittura paradossale l’intervento del membro italiano del consiglio direttivo della Bce, Bini Smaghi: “Non lasceremo che l’inflazione riprenda a salire. I governi devono saperlo, non lasceremo che l’inflazione metta a posto i bilanci degli stati europei e per questo devono attuare strategie di uscita dalla crisi diverse, rispettando i parametri previsti dal Patto di stabilità. In caso contrario sarebbe un disastro”2. Trichet si dice convinto che la ripresa avverrà nel 2010, confortato dalle previsioni delle principali organizzazioni economiche internazionali che, dopo aver indicato per l’eurozona una variazione negativa del PIL dello “zero virgola” nel prossimo anno, sono passati ad un positivo “zero virgola”. Anche gli ultimi dati del secondo trimestre 2009 segnalano un arresto della caduta del PIL. Ma se le stime relative all’intero anno 2009 sono riviste continuamente (e di molto), che valore hanno queste previsioni sul 2010? Se poi andiamo a ricontrollare tutte le previsioni (sbagliate) fatte negli anni recenti, diventa chiaro che nessuno è in grado di sapere cosa succederà nel 2010, né quanto durerà questa crisi. Lo stesso Trichet continua ad affermare che “stiamo ancora navigando in acque inesplorate”, però ha bacchettato gli stati membri a rientrare con sollecitudine nei parametri del Patto di stabilità. Insomma, i costosi interventi per salvare il circuito bancario e creditizio erano necessari; per il resto, non resterebbe altro da spendere che un po’ di ottimismo. Non a caso, proprio Berlusconi si è guadagnato un plauso dalla Bce per non aver fatto sostanzialmente nulla contro la crisi! Anche la Commissione Europea ha dichiarato che i programmi di stimolo della zona euro stanno dando i loro frutti e i governi dovranno ritornare ad un comportamento di “prudenza fiscale”. La chiamano exit strategy...

La disoccupazione dell’eurozona è già oltre il 9% ed è prevista in forte aumento nel 2010, perché ha un andamento ciclico ritardato rispetto agli altri indicatori. Se la manodopera è così sottoutilizzata, la domanda interna - che dipende dal consumo dei lavoratori - non potrà riprendersi. Inoltre, l’attuale euro forte sul mercato valutario non aiuta certo le esportazioni. In definitiva, una domanda così debole non giustifica preoccupazioni inflazionistiche. Le autorità economiche europee non vogliono ammettere che la vera causa della deflazione è la diminuzione della domanda e dei consumi, convinti - da perfetti liberisti - che interventi di sostegno siano addirittura dannosi.

Se la Bce non verrà contrastata nella sua difesa dei “sacri parametri di Maastricht”, derogabili solo in casi di eccezionale crisi del sistema finanziario, anche in (eventuali) tempi di lunga depressione ci si continuerà a preoccupare solo di conti pubblici e buon andamento dell’euro. E non importa se la crisi sta già approfondendo ulteriormente le disuguaglianze sociali, anche se tutti riconoscono che non fanno certo bene all’andamento economico generale. Ci ritorna in mente quel governo italiano della “Destra storica” presieduto da Marco Minghetti che nel 1876 riuscì a raggiungere l’agognato traguardo del pareggio di bilancio. Ma la gente moriva di fame e si era solo all’inizio di una depressione che terminò 20 anni dopo.  

                                                                               
                                                                                                                     
Roberto Zani

 
1 J. K. Galbraith, Storia dell’economia, Milano, 1988 

2 Adnkronos, 23 giugno

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Sul "fortunato" ritrovamento di una valigia contenente 134 miliardi di dollari

(Sì, avete letto bene, centotrentaquattro miliardi di dollari: pari all’uno per cento del Prodotto Interno Lordo degli Usa)

Erano i primi giorni di luglio quando il nostro redattore Nerio Casoni, navigando in internet, s’imbattè in una notizia singolare: un mese prima le guardie di finanza avevano fermato, in Italia, due Giapponesi che tentavano di portare in Svizzera, nel doppiofondo di una valigia, titoli di stato statunitensi per un valore di 134 miliardi di dollari.

Alla faccia del doppiofondo!

La cosa sembrava impossibile, tanto più che, inizialmente, la notizia era stata riportata, senza troppa enfasi, soltanto da Il Giornale. Facemmo alcune verifiche ma, francamente, non sapevamo che cosa pensare.

E’ venuto in nostro soccorso, il 31 luglio, Il venerdì di Repubblica, dal quale abbiamo appreso che:

- il governo americano afferma che quei titoli sono falsi (se fossero veri dovrebbe sganciarne più di un terzo a quello italiano!)

-  secondo il procuratore capo Alessandro Maria Lodolini “se fossero veri avrebbe potuto essere la stangata del secolo. Ma anche se falsi, c’è da capire a chi pensavano di vendere un bottino del genere, certo non a privati”…

Neppure a piccoli stati, verrebbe da aggiungere. E poichè è abbastanza inverosimile che i governi di grandi nazioni possano farsi raggirare da due pataccari giapponesi, diventa verosimile l’ipotesi che le obbligazioni siano autentiche.

A tale proposito Riccardo Staglianò, l’autore della bella inchiesta apparsa su Il venerdì di Repubblica, riporta il parere del Turner Radio Network, secondo cui i due individui fermati (e rapidamente spariti nel nulla) sarebbero, in realtà, «funzionari governativi che, avendo Tokyo perso fiducia nella capacità di Washington di far fronte al proprio indebitamento, cercavano di sbarazzarsi di una cospicua quota».

Sbarazzarsi di obbligazioni per 134 miliardi di dollari? Ottima idea, con i tempi che corrono. E ottima anche quella di farlo senza dare troppo nell’occhio…

Ma chi c’era, in Svizzera, ad aspettare i due Giapponesi? Chi poteva permettersi di acquistarle? Di certo non il nostro salumiere (malgrado, da un po’ di tempo in qua, abbia aumentato il prezzo della mortadella).

Riassumendo.

Se quelle obbligazioni fossero autentiche si darebbero due possibilità:

1) siamo vicini al crollo finale degli Stati Uniti d’America (tenetevi forte!)

2) c’è qualche governo che sta acquistando grandi quantità di obbligazioni statunitensi per farle poi pesare aumentando la propria forza politica e militare.

In entrambi i casi si tratterebbe dell’ennesimo segnale che gli USA stanno perdendo la guerra per l’egemonia sul pianeta. Obama è stato eletto per gestire la ritirata.

Redazionale

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Scalfari, Brunetta e i conti che non tornano

“Non piangerò mai sul denaro che spendo. Ne riavrò. Forse più.”- così cantava Gianni Morandi.

Eugenio Scalfari, invece, non è dello stesso parere, almeno per quanto riguarda i denari spesi dalla pubblica amministrazione italiana. E per tutto il mese di luglio, dalle colonne de “la Repubblica”,  ha continuato a chiedere come mai la sua spesa totale, al netto degli interessi,  fosse aumentata di 35 miliardi di euro rispetto all’anno precedente.

Alla fine, la richiesta di chiarimenti è stata fatta propria dai principali esponenti del centro-sinistra.

«Caro direttore – ha risposto il ministro “per la pubblica amministrazione e l’innovazione” Renato Brunetta sul  numero del 5 agosto – ho letto ieri su Repubblica la polemica, tutta estiva, sul presunto “buco nero” dei 35 miliardi di spesa corrente, scoprendo con una certa sorpresa di esserne addirittura uno dei principali responsabili.

E’ sempre la solita storia: “Quando la volpe non arriva all’uva dice che l’uva è acerba”. Il tentativo, mal riuscito, è insomma quello di affermare con diverse bugie convergenti una verità del tutto inesistente. E i “magnifici quattro esponenti dell’opposizione – Di Pietro, Bersani, Franceschini e anche Ferrero – incapaci di proposte valide, non si smentiscono nell’evidenziare un presunto “buco nero” della spesa corrente ampliato, rispetto al 2008, di 35 miliardi di euro da parte del Governo.

Per fortuna i documenti ufficiali, Ruef e Dpef (cfr. per il primo, pagg. 34-36, e per il secondo, pagg. 21-28), parlano chiaro e solo una mala esposizione dei dati, senza illustrazione delle circostanze che li hanno prodotti, può indurre in errori così grossolani.

In particolare, è vero il dato delle spese di Personale che passa da 171,160 del 2008 a 175, 041 milioni di euro nel 2009, ma ciò è dovuto non già alle “stravaganze di Brunetta” in materia di “fannulloni” e di “spoil System”, bensì solo al rinvio al 2009 di alcuni rinnovi contrattuali e degli effetti di slittamento salariale, sempre al 2009, inferiori a quelli ipotizzati (cfr. Ruef pag. 35).

Lo stesso dicasi per “l’anomalia”  dei  Consumi   intermedi, di cui si accusa la crescita nel 2008, per 804 milioni di euro e nel 2009, per 4.654 milioni di euro. In particolare, nel 2008, i maggiori Consumi Intermedi si riferiscono alle maggiori consegne di infrastrutture militari e per spese degli enti locali (cfr. Ruef pagg. 35-36). In un quadro di stagnazione economica, è doveroso per il Governo svolgere un’azione di stimolo ai consumi attraverso la spesa corrente, proprio per sostenere la domanda in modo effettivo ed immediato per gli effetti moltiplicativi che tali consumi hanno sull’economia. 

Qualche considerazione, invece, va fatta sulla crescita pensionistica, che i magnifici quattro hanno ignorato: l’effetto della crescita è dovuto principalmente allo snellimento e allo svecchiamento della pubblica amministrazione, e quindi è coerente, insieme alla lotta ai “fannulloni”, con la crescita della produttività del lavoro all’interno del comparto pubblico che ha invertito, in un solo anno, una storica tendenza negativa.

La mala fede politica, purtroppo, non evidenzia lo sforzo considerevole che il Governo ha fatto e sta facendo per sostenere gli aggregati economici con la spesa sociale che ha consentito all’Italia, finora, di contenere l’incremento della disoccupazione in misura decisamente inferiore agli altri Paesi Europei, non ultima la Spagna che ha incrementato di 2 milioni di unità il numero dei disoccupati.

Per concludere una riflessione sugli Investimenti: la spesa prevista per il 2009 cresce di 4,2 miliardi di euro, oltre il 12% sul 2008. E ciò non è poco dato il momento economico, anche se gli effetti moltiplicatori sull’economia potranno essere visibili solo negli anni seguenti migliorando conseguentemente il Prodotto Interno Lordo e i saldi di finanza pubblica.

Tutto questo dimostra ancora una volta – conclude il ministro - la pervicace superficialità e inconsistenza con le quali l’opposizione affronta la crisi nel nostro Paese, limitandosi a spararla grossa senza fornire alcuna idea veramente utile di stimolo per la ripresa economica. A Franceschini, a Bersani, a Di Pietro e a Ferrero do un consiglio per le vacanze: studino un po’ di più prima di parlare».

 
Sempre simpatico Brunetta!

Non si limita ad eludere la domanda. Si permette anche di deridere gli avversari.

Comincia l’articolo riferendosi alla sola spesa corrente (che è aumentata di “soli” 26 miliardi, al netto degli interessi); ne “giustifica” 4 con l’aumento delle spese per il personale, 4 e mezzo con quello dei consumi intermedi e 9 e mezzo con quello della spesa pensionistica.

La somma farebbe 18. E gli altri otto miliardi?

Poi passa a parlare degli investimenti, evidenziando come siano aumentati di circa 4 miliardi.

Diciotto più quattro fa 22: per arrivare a 35 ne mancano ancora 13. Avrà pertanto buon gioco Scalfari nell’accusarlo, qualche giorno dopo, di aver eluso la domanda.

Per la verità, Scalfari lo accusa di non aver spiegato come siano stati spesi ben 27 miliardi di euro. A noi, che siamo più buoni, basterebbe spiegasse come siano stati utilizzati i 13 dei quali dicevamo.

Ma, anche rimanendo nell’ambito delle cifre “giustificate” da Brunetta, ci chiediamo: quei 4 miliardi in più per il personale sono stati distribuiti fra i dipendenti o fra i loro dirigenti? E i 4 miliardi e mezzo in più che, ci sembra di capire, “si riferiscono alle maggiori consegne di infrastrutture militari e per spese degli enti locali” sono stati destinati alle infrastrutture militari oppure agli enti locali? E, nel secondo caso, come sono stati utilizzati?

“In un quadro di stagnazione economica – dice Brunetta – è doveroso per il Governo svolgere un’azione di stimolo ai consumi attraverso la spesa corrente”, ma non ci sembra indifferente che vengano spesi per riempire ulteriormente gli arsenali o, piuttosto, per riempire i granai.

Redazionale


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I prezzi delle case sono veramente diminuiti?

Quotazioni in EURO per mq delle abitazioni in alcuni capoluoghi italiani.

c. = centro / p. =  periferia

 Fonte: Consulente Immobiliare – Il Sole 24 Ore

 

 

 

Aut. 2003

Prim. 2006

Prim. 2007

Aut. 2008

Prim. 2009

 

 

c.   /   p.

c.   /   p.

c.   /  p.

c.  /    p.

c.    /  p.

 

 

 

 

 

 

 

BOLOGNA

nuovo

4400/2700

5000/3000

5200/3000

5600/3200

5600/3200

 

recente

3500/2200

4000/2400

4200/2500

4500/2500

4500/2600

 

 

 

 

 

 

 

CAGLIARI

nuovo

2600/1600

3800/1700

3800/1750

4600/2200

4600/2200

 

recente

1900/1200

2900/1400

3000/1500

3800/1900

3800/1900

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

nuovo

5200/3300

6700/3300

6800/3500

6800/3600

6700/3500

 

recente

4300/2600

5200/2800

5400/2900

5500/3100

5400/3000

 

 

 

 

 

 

 

GENOVA

nuovo

4200/2000

4800/2300

5000/2300

5000/2500

5300/2500

 

recente

2900/1800

3500/1800

3800/1800

4000/1900

4300/2000

 

 

 

 

 

 

 

MILANO

nuovo

7000/3000

10000/4000

12000/4000

12000/4000

12000/4000

 

recente

5000/2200

7500/3000

8000/3000

9000/3100

8900/3200

 

 

 

 

 

 

 

NAPOLI

nuovo

6000/2100

8000/2000

8500/3000

9000/3300

8900/3300

 

recente

4500/1500

6500/1750

7000/2000

7500/2500

7400/2400

 

 

 

 

 

 

 

PALERMO

nuovo

2500/1300

3100/1700

3200/2000

3900/2200

3900/2300

 

recente

1900/1000

2500/1400

2700/1600

2900/1800

3000/1800

 

 

 

 

 

 

 

ROMA

nuovo

7000/3500

9000/3600

10000/3800

11000/4100

11000/4100

 

recente

6000/2600

7000/3000

7600/3300

8100/3400

8200/3400

 

 

 

 

 

 

 

TORINO

nuovo

3400/2000

3400/2000

3800/2000

4000/2400

4000/2500

 

recente

2650/1500

2600/1600

2800/1700

3000/2000

3100/2000

La tabella sopra riportata è stata realizzata da chi scrive consultando le quotazioni medie dei prezzi delle compravendite che periodicamente ogni anno vengono pubblicate dalle Guide del  Consulente Immobiliare,  quindicinale del gruppo Sole 24 Ore,  estrapolando i dati di nove capoluoghi di regione, considerati grandi aree urbane. 

Altro dato: sfogliando il quotidiano Il Sole 24 Ore,  nell’inserto Economia & Lavoro, spesso si trovano articoli riguardanti il mercato immobiliare con la notizia del calo dei prezzi, articoli che citano rapporti e pareri di noti gruppi di intermediazione immobiliare (cfr. per esempio: 3 novembre 2008 – 21 luglio 2008 –  23 marzo 2009 - …)

Una precisazione: la preferenza  a  Il Sole 24 Ore come fonte è stata accordata per l’autorevolezza che lo contraddistingue nell’universo dell’informazione economica.

 Ciò che appare allora dalla tabella non è un abbassamento del costo a metro quadro; dal 2003 al 2008 un incremento significativo e dal 2008 fino al primo semestre del 2009 sostanzialmente  un mantenimento con leggere variazioni;  in alcune città un leggero calo: Firenze – Napoli, per altre addirittura un aumento:  Genova – Palermo – Torino.

Sicuramente c’è stata una  riduzione delle compravendite stimata nell’anno 2008 -  per il settore residenziale -  del 15, 1%  (Economia & Lavoro del 17/03/2009) e che ancora prosegue nel 2009.

Eppure i giornali parlano di calo dei prezzi.

Facciamo un passo indietro. Attorno al 2003/04,  anche chi, forse, non sperava di poter acquistare la propria casa ha potuto farlo grazie alla facilità di erogazione dei mutui:  tasso variabile molto basso – erogazione del 100% del valore. Questo ha portato ad un aumento della richiesta e del costo degli appartamenti. Nel 2007 un momento di défaillance: i mutui a tasso variabile cominciano a crescere. Anche da noi si parla di mutui subprime. Iniziano problemi di solvibilità aggiustati poi, volontariamente in prima battuta, dal decreto Bersani che permette di rinegoziare  o surrogare il mutuo  e, involontariamente  in seconda battuta, dalla crisi economica che scoppia -  dichiaratamente col  fallimento della banca  americana Lehman  Brothers  (settembre 2008) –  col conseguente crollo dei mercati azionari, la diminuzione dei tassi di interesse e poi,  la stretta del credito con tutto quello che comporta… 

La naturale e logica conseguenza cui tutto ciò avrebbe dovuto  portare, ovvero il calo del costo al metro quadro delle case, a tutt’oggi in Italia, stando ai dati di cui sopra, ancora non si è realizzata. Esiste piuttosto una situazione di stallo causata da un aumento dell’offerta, da un calo delle compravendite e da tempi più lunghi col risultato che si vende di meno, ma non ancora a meno.

Ecco allora che l’unica strada per  far ripartire  il mercato immobiliare appare  quella di abbassarne i prezzi, ed è proprio ciò che gli addetti all’intermediazione stanno cercando di ottenere, informando di una diminuzione fittizia. Strategie della profezia autoavverante …

 
Annalisa Righi

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