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| Del risciacquar la toga in Arno
Discorso intorno alle cose che dell’acqua e del cielo sentono,
fatto dal signor Galileo Galilei, usando di poesia e di quant’altro inventare
sia dato attorno al vero e a se medesimo Produzione e organizzazione: Zauberteatro Regia e testo (da testi originali di Galileo e d’altri): Sergio Ciulli Interpretazione: Massimo Grigò Allestimento scenico: Mario Librando. Musiche: Daniele Andriola e Susy Bellucci. Uno spettacolo in Arno è
sempre uno spettacolo doppio. Già entrando in barca, nonostante lo stato non proprio
ideale del fiume, l’Arno e i suoi ponti ci fanno sempre sognare, che siamo Fiorentini
acquisiti (come chi scrive) oppure ospiti stranieri. Ma poi farsi traghettare,
con l’effetto Caronte, dai rematori, va benissimo, con l’attimo di
smarrimento che i pavidi e gli eternamente sorpresi hanno sempre. In specie se si entra in un
mondo, quello del teatro, che è rituale per eccellenza, il rito, appunto, è
doppio, con il battesimo dell’acqua.
Nessuna predica per il “tutto-scienza”,
ma una conoscenza che è scoperta (come in effetti è in Galileo, sempre,
pensiamo all’assunzione del copernicanesimo, poi attuato-ampliato matematicamente
dalle dimostrazioni di Keplero); scoperta che si serve dell’intersezione
sinestesica, dove non si può non ricordare che in Galileo non c’era soluzione
di continuità tra lo scienziato e il letterato, ma neppure tra questi e il musicista
(Vincenzo Galilei, suo padre, era un importante musicista rinascimentale).
In altri termini, questo spettacolo
riesce a unire la passione scientifica, culturale in genere, all’entusiasmo,
ossia il massimo dell’esperienza teatrale, che è poi esperienza culturale.
Dalla salita nella barca alla ridiscesa è un’esperienza unica, da provare. Ogni sperimentalismo basso
cede, ogni esperienza vera (quella veramente galileiana, il famoso “cimento”)
rimane, invece. Senza dimenticare che, nell’epoca
della “rete continua” e dell’interconnessione inevitabile, siamo costretti, non
ogni giorno, ma ogni minuto, se non ogni secondo, a mettere in dubbio o
quantomeno a porre in discussione certezze personali, verità acquisite e
simili. Un processo che ci fa essere, che lo vogliamo o meno, sempre dei
piccoli Galileo. Anche i compromessi quotidiani (non si dica in campo politico,
ma nella vita quotidiana, di lavoro e di relazione) ci fanno assomigliare, se
pur lontanamente, a prescindere dall’età, dalla condizione fisica, da ruolo e
status sociale, al Galileo del processo, quello che, vecchio e stanco, è
costretto a ritrattare per “salvare la ghirba”, senza mai abdicare alle proprie
ragioni di fondo. |
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