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Danilo D’Antonio, pesantemente criticato dal nostro redattore Nicolini per le opinioni esposte nello scritto “Piena libertà in pochi anni” (vedi Cenerentola n. 112), ci ha inviato un altro articolo…

Una Società Democratica non ha Stato nè statali

 

Una Società Democratica, per essere società e per essere democratica, necessita di leggère strutture di governo al cui interno possano circolare, senza rimanervi bloccate, le persone di volta in volta deputate ad essere guida del popolo. Questa composita unità di governo è posta all’interno di una più ampia e spessa organizzazione centrale le cui strutture sono di proprietà comune e forniscono alla popolazione beni e servizi di primaria necessità o comunque di fondamentale importanza per il vivere civile. All’interno di queste strutture pubbliche circolano, senza rimanervi bloccate, le persone cui periodicamente vengono redistribuiti i ruoli che le fanno funzionare.

 

Una Società Democratica non ha Stato nè statali: non ha alcuna struttura in cui le persone possano rimanere oltre un certo periodo di tempo oltre il quale, inevitabilmente, la mancanza di un fresco ricambio con conseguente stanco ristagno porterebbe ad ogni genere e livello di inaridimento e corruzione.

 

E’ da notare che la complessiva organizzazione centrale di una Società Democratica non fornisce soltanto guida, alimento e supporto logistico. Essa è esattamente ciò che unisce e tiene insieme le persone al fine di evitare che la società si disgreghi, a danno di tutti, in mille rivoli d’inutile energia, concentrandole invece verso scopi d’indubbio interesse comune. Far sì che questa unione nasca da un intimo e spontaneo desiderio, e non invece artificiosamente o da una imposizione esterna, è uno dei compiti fondamentali della cultura che si sviluppa nel nucleo, la quale è tenuta a ricordare, in modo corretto ed equilibrato, le positive valenze dell’aspetto etico ed unificante, solidale della vita.

 

Al di fuori dell’organizzazione centrale si apre invece il campo della più libera espressione individuale, libera naturalmente fintantoché rispetti tutti e tutto. E’ al di fuori dell’organizzazione centrale che ogni essere umano può esprimere più completamente e con maggiore intensità la propria sensibilità e creatività, la propria originale personalità. Se, trovandosi inserita all’interno del nucleo, la persona, pur pienamente libera di essere se stessa, è comunque diretta verso uno scopo definito collettivamente, nell’area esterna al nucleo essa è ancor più libera, potendo definire autonomamente anche l’obiettivo per cui lavorare.

 

Le due aree di una Società Democratica, il nucleo e la periferia, non possono che essere capillarmente comunicanti, per permettere ad ogni cittadino di passare agevolmente dall’esterno verso il centro e viceversa. In questo modo si attua una circolazione di esperienze e percezioni che arricchisce costantemente le due parti distinte dell’unità sociale. Inoltre, permettendo, non imponendo bensì fornendo a chiunque lo voglia la possibilità concreta di mutare ambito di competenza, si fa sì che l’insieme di informazioni relative ad una materia non ristagni in essa bensì, fluendo, irrori di preziose conoscenze ogni angolo della società, completando così la visione focalizzata data dalla specializzazione con la visione organica data dall’approccio olistico.

 

In una Società Democratica le persone, e quindi le idee, circolano liberamente. Proprio in questa circolazione di persone ed idee consiste anzi la democrazia. Quando la circolazione s’interrompe e compaiono rigide strutture immobilizzanti persone ed idee, la democrazia scompare e la società inizia subito a soffrire, tanto al suo interno quanto nelle relazioni col mondo esterno. Giustamente, in verità, perché il suo scorretto modo d’essere va letteralmente a cozzare col carattere dinamico della realtà e, non riuscendo a cogliere le sue sempre mutevoli esigenze, non riesce a farvi fronte, patendone le dovute conseguenze.

 

Oggi il nostro Paese, quanto ogni altro nel mondo, non può ancora dirsi una democrazia fiorita completamente. I Paesi del mondo, troppo presto definiti democratici, sono ancora come dei boccioli soltanto appena dischiusi che un improvviso gelo può uccidere in men che non si dica. Sta a tutti noi, che sinceramente aneliamo il progresso sociale ed abbiamo a cuore la libertà, il compito di modificare tutte quelle situazioni e strutture che impediscono alle persone ed alle idee di circolare ed alla democrazia di affermarsi in tutto il suo potenziale.

 Danilo D’Antonio

 

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Abbiamo ricevuto, nei giorni scorsi, la lettera che, di seguito, riportiamo. Si parla dei rapporti con il marxismo rivoluzionario e di partecipazione alle elezioni. Rispondiamo subito, e volentieri.

Alla redazione di Cenerentola

 

Leggendo l’intervista a Stefano Tassinari nella rubrica “letteratura” del numero 113 di Cenerentola ho trovato interessanti spunti, anche molto originali, che solleticano la riflessione di chi, come me, crede necessario rivedere le proprie posizioni politiche alla luce delle proprie esperienze e dell’attuale contesto socio – economico.

Ad un certo punto dell’intervista, mi pare di capire che Tassinari affermi la necessità, per la sinistra, di recuperare il meglio di una certa tradizione marxista (che spazia dal trotskismo al consiliarismo) e di quella anarchica e libertaria: probabilmente può sembrare una banalità, per me invece si tratta di un’ipotesi molto suggestiva; soprattutto, come già ho detto, per chi si sente oggi politicamente “inadeguato” e cerca nuove strade da percorrere per giungere alla società senza classi in tempi non biblici.

Cosa intendo per inadeguatezza politica? Il fatto di non sentirsi politicamente utile (magari, anzi molto probabilmente, anche per incapacità personale!), di non sapersi rapportare con l’attuale livello di coscienza di massa, di non dare risposte qui ed ora rimandando tutto alla pur necessaria rivoluzione (spero quanto più non violenta possibile). O meglio, le risposte qui ed ora il movimento anarchico le riesce a dare, soprattutto la sua componente su posizione di classe, impegnata in prima linea sui luoghi di lavoro e sul territorio; il problema è che l’attuale livello di coscienza di massa, il dilagante cinismo e qualunquismo, il totale disinteresse per la cosa pubblica senza, credo, precedenti, porta a mio parere a due necessità tattiche per il movimento libertario:

1) agire sulla cosiddetta sovrastruttura, modificandola al fine di supportare e rilanciare le lotte; anche la partecipazione elettorale, che chiaramente deve restare un mezzo tattico e mai un fine, va vista come un’occasione di propaganda, di penetrazione nelle masse. Merlino, purtroppo molto poco apprezzato e studiato, affermava quasi un secolo fa che tramite la propaganda elettorale i socialisti erano riusciti a smuovere le masse dai loro interessi personali, a farle interessare alla cosa pubblica: oggi più di allora è necessario fare lo stesso, ricostruire pazientemente la partecipazione politica delle masse proletarie e destare il loro interesse anche tramite proposte concrete nell’oggi, con la chiara precisazione che essere all’interno di un consiglio comunale o addirittura in parlamento serve principalmente a supportare le lotte (vero strumento di emancipazione) ed a svelare concretamente e quotidianamente le contraddizioni e le gravi insufficienze dell’attuale sistema, risolvibili solo con l’autogestione diretta dei lavoratori. Nella situazione attuale è necessario scendere dalle torri di avorio, abbandonare atteggiamenti elitaristi ed autoreferenziali, e confrontarsi concretamente con i piccoli grandi problemi di ogni giorno, senza rifugiarsi in slogan “duri e puri”, risposte evasive sui massimi sistemi dell’universo che non interessano minimamente nessuno e che anzi allontanano i lavoratori da qualsiasi prospettiva rivoluzionaria, che nella migliore delle ipotesi viene bollata come “generosa utopia”. 

2) un’aggregazione quanto più vasta possibile di tutte le forze, oggi disperse e separate da inutili steccati ideologici, che si rifanno a quello che Chomsky definisce “socialismo libertario”, cioè quell’area che va dal marxismo rivoluzionario all’anarchismo. I tempi per questo sono maturi, alla luce della presa di coscienza da parte di molti exrifondaroli del totale fallimento di un certo modo di fare politica che mette al centro le elezioni  (penso alle interessantissime riflessioni di Sinistra Critica ed all’operazione politica dell’omologo francese di Sinistra Critica, la L.C.R., che si è sciolta per creare una nuova formazione che potrebbe porsi come soggetto per l’aggregazione delle forze socialiste libertarie francesi).

Sono consapevole di non dire niente di nuovo, Francesco Saverio Merlino affermava le stesse cose, argomentandole chiaramente molto meglio di un ignorante come me, già un secolo fa: il problema è che la sua voce è rimasta inascoltata, ed oggi come allora quei compagni delusi e non soddisfatti dalla loro militanza finiscono per essere fagocitati e confondersi in altre formazioni politiche (verdi, rifondazione, ecc.), abbandonando completamente la prospettiva, pur se di lungo termine, del socialismo libertario.

Vi ringrazio per l’attenzione prestata a questo mio timido tentativo di riflessione (risoltosi più che altro in uno sfogo!), e spero che quanto prima qualche compagno più autorevole e saggio possa iniziare un serio dibattito sulla prospettiva indicata da Stefano Tassinari, per rilanciare veramente l’alternativa libertaria.

Ignazio Leone

 

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Cenerentola e i marxisti

 
In attesa di qualche compagno più autorevole e saggio, ti risponderò io.

Per quanto riguarda la collaborazione con i marxisti rivoluzionari, noi di Cenerentola la pratichiamo da tempo. E non soltanto andandoli a intervistare (come abbiamo fatto con Stefano Tassinari) ma anche aprendo loro le porte della redazione che, già ora, non comprende soltanto anarchici.

Per quanto riguarda invece la partecipazione alle elezioni, tra noi ci sono idee differenti.

Personalmente, ho già espresso più volte il mio parere (lo puoi trovare, ad esempio, sul numero 98 di Cenerentola, nelle pagine riservate al dibattito, reperibili anche all’indirizzo

http://www.cenerentola.info/archivio/numero98/articoli_n.98/db.htm).

Mi sembra però particolarmente interessante il tuo approccio, caratterizzato non tanto dal desiderio di supportare pratiche di “municipalismo libertario” quanto dalla necessità di rendersi maggiormente visibili.

A questo proposito devo confessare che anche noi, prima di decidere di togliere Cenerentola dalle edicole di Bologna, Casalecchio e San Lazzaro, avevamo valutato la possibilità di presentarci alle elezioni comunali con una lista che avesse come unico fine quello di pubblicizzare a basso costo l’esistenza della rivista. Ci è sembrata una cosa poco seria, e abbiamo subito scartato l’ipotesi. Ma, forse, una scelta del genere sarebbe servita a farci conoscere a un pubblico più vasto e ci avrebbe permesso di continuare a essere distribuiti nelle duecentocinquanta edicole…

 

Luciano Nicolini