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| Orti distorti, contorti, insorti
Gli
orti accompagnano la storia
dell’umanità almeno a partire dal neolitico. Nati
per integrare la dieta, sono
stati riproposti dalla borghesia per tenere occupati gli operai nel
tempo
libero, poi per superare i periodi bellici. Sempre più
spesso c’è chi li
propone per aiutare a superare la crisi economica, gettando, allo
stesso tempo,
le basi per una società rispettosa dell’ambiente.
Purchè non ci si limiti a “coltivare
il proprio orticello”… Nello
sviluppo storico coltivare il terreno disponibile
ha assunto sempre una valenza costitutiva: quella di permettere
l’allungamento
dei tempi di sopravvivenza della popolazione. Dagli assedi di
città durati
anni, dai terreni conquistati a fatica alle impervie montagne andine
con terrazzamenti
magistralmente costruiti e coltivati da parte degli Incas, alle nostre
terre della
costa amalfitana o delle Cinque Terre liguri, provengono esempi di
perizia costruttiva
e produttiva. Gli esempi potrebbero dilungarsi per ogni regione
geografica e
per ogni popolo vivente, e in questa pratica di coltivazione intensiva
si
evidenzia un insieme di aspetti sociali, culturali, politici ed
economici. Parigi
nell’Ottocento era luogo di ortolani che conferivano
i propri prodotti a les Halles, mercati generali che hanno fatto
storia, poi
abbattuti per dare spazio ad uno shopping center ricavato in una buca
profonda quattro
piani; Il Covent Garden di Londra era mercato e luogo di commercio
della produzione
ortofrutticola locale, oggi attrattiva turistica. Alla fine
della prima guerra mondiale, inizia ad emergere
il ruolo non solo alimentare e di integrazione delle piccole
attività di
coltura, ma anche quello sociale e di tempo libero. Una breve
riflessione da The Times di Londra,
25 agosto 1919 (Titolo
orginale: Urban Allotments, tradotto
da Fabrizio Bottini)
Esiste un
aspetto della questione che è più importante
del valore economico dei prodotti. Il paese si trova ora di fronte a
una vera e
propria nuova rivoluzione industriale. Ci sarà una settimana
lavorativa di
quarantotto ore al massimo, per gran parte di chi risiede nelle
città. Cosa
faranno ora artigiani, impiegati, commessi, e tutte le altre
moltitudini di chi
lavora al chiuso, del proprio tempo libero? Qualcuno non
se ne farà nulla, altri faranno peggio. Ma,
se fossero disponibili spazi per orti, e le informazioni su come farci
crescere
verdure o fiori, in molti potrebbero felicemente usarli. Sarebbe un
interesse,
un momento di ricreazione, una occupazione sana per
tutti…»
Orti con
prodotti di stagione ma buoni per tutte le stagioni,
da cui durante Speriamo che
gli anni che ci aspettano non siano altrettanto
terribili, ma renderli un po’ meno difficili non guasta. «All’Avana,
capitale di Cuba, la cittadinanza coltiva autonomamente
il 40-50 per cento del cibo che consuma», osserva Ben
Reynolds, direttore di
Sustain, un’organizzazione promotrice
dell’agricoltura sostenibile. «Certo, i
Cubani sono costretti ad arrangiarsi e noi non siamo nelle stesse
condizioni
economiche, ma è un modello che almeno in parte si
può replicare». Forse
sarà sufficiente aspettare ancora un poco, i processi
di socialistizzazione dell’economia capitalista sembra
procedano a grandi
passi, almeno per quanto riguarda la socializzazione delle perdite.
Un
allontanamento illegale si è realizzato nella notte
nei terreni che occupano il fianco della ferrovia Sermiento nella
stazione
Caballito in una attività comunitaria chiamata
“Huerta Orgazmika de
Caballito”, distruggendo tutto quanto era coltivato e
occupando il quartiere
per evitare la reazione dei cittadini. Chi ha tentato di opporsi
è stato
duramente represso. Il terreno appartiene allo stato e non
sottostà alla
giurisdizione della città che,
con scuse
come la salvaguardia dal denge, una zanzara molto pericolosa, ha
tentato in realtà
di distruggere non solo un orto cittadino e collettivo ma soprattutto
di
evitare il radicarsi di una esperienza comunitaria che era in atto:
A Brooklyn
hanno fatto le cose ancora più in grande trasformando
un vecchio campo giochi nella Red Hook Community, una fattoria urbana
di 12mila
metri quadrati dove studenti delle scuole superiori si alternano nel
coltivare
rucola, pomodori e verza che sono stati venduti a tre ristoranti della
zona e
in due mercati rionali. E come in
tutte le fattorie che si rispettino, anche attorno
agli orti metropolitani stanno spuntando gli animali da cortile: polli,
galline,
conigli, tacchini, oche e perfino le arnie con le api per
fare il miele. A Manhattan,
c’è un uomo specializzato nella cura degli
alveari: e da un’arnia nell’Upper West Side
è riuscito a ricavare ben 70 chili
di miele. Nel farmers market della domenica su Columbus Avenue un
banchetto
vende miele, pappa reale, saponi fatti dalle api di Manhattan.
Un’idea, quella
dell’orto, che ha in Obama e first lady una coppia di
testimonial d’eccezione:
sarà difficile trovare calli nelle loro mani, ma il
messaggio di marketing è iniziato
a circolare “ognuno si faccia il proprio orto: mangi sano e
spendi poco”; e poi
sei green. In
Inghilterra l’obiettivo è insegnare a praticare
un’agricoltura organica e sostenibile, senza aspettare che
siano le grandi
fattorie ad abbracciarla, ma all’insegna del
“fai-da-te”. In tempi non
sospetti, qualcuno avrebbe commentato che si
tratta di un tipico esempio di eccentricità anglosassone:
non contenti di esercitare
il loro pollice verde con i fiori, gli Inglesi hanno deciso di farlo
anche con
fragole, insalata e peperoni. Un progetto
che secondo il sindaco Boris Johnson «aiuterà
Londra a diventare più verde, un posto più
piacevole e allo stesso tempo capace
di fornire cibo sano e locale». L’iniziativa
è molto ambiziosa: utilizzando
tutte le aree verdi della città, dalle rive dei canali alle
ferrovie in disuso,
i Londinesi non punteranno a nutrire solo se stessi, ma anche le
migliaia di
atleti che giungeranno in occasione delle prossime Olimpiadi.
Ma
perché solo gli anziani? Se come è apparso sul Corriere
della sera, si
individua nell’orto un elemento anticrisi, questo non
dovrebbe essere solo ad
appannaggio dei pensionati ma anche di famiglie e giovani che, come
molti
pensionati (non tutti), faticano ad arrivare a fine mese. Anche
l’esperienza di solidarietà realizzata
dall’USI
Sanità con il progetto Flores Magon in Messico, Chiapas,
dove si muore delle
più comuni malattie come ad esempio bronchiti, malaria e
parassitosi, ha nella
coltivazione orticola un suo punto di riferimento importante. La
denutrizione
diffusa uccide i più deboli. Il tasso di
mortalità infantile è elevatissimo.
L’alimentazione e la salute, due temi basilari per la
sopravvivenza, sono
dunque parte centrale del progetto Flores Magon, iniziato nel 1999. Con
riferimento alla prima area d’intervento, il Progetto
Libertario sta partecipando alla creazione di coltivazioni collettive
(orti) e
ad un progetto per la costruzione di un impianto di potabilizzazione
dell’acqua, cercando così di prevenire i gravi
problemi alla salute pubblica
derivanti dalle mancanze igieniche. Volutamente
schematica e informativa, questa presentazione
vorrebbe tentare di evidenziare come la stessa pratica assuma
differenti e opposte
valenze a seconda del “terreno in cui pianti” . L’orto
appare con un aspetto ambiguo, o terapia,
non so fino a quanto salvifica, di
condizioni di vita nella società
capitalistica, oppure strumento di lotta ed emancipazione dallo stesso
mondo capitalista. Fino a
quando la zappa non sarà un’arma impropria e la
zolla un corpo del reato. Nerio Casoni |
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