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Che cos'è la sinistra? 

Sembra una domanda banale, ma per molti non lo è. E non stiamo parlando di sprovveduti, stiamo parlando di persone che, all’interno della sinistra, spesso hanno speso una vita

Il numero di Cenerentola che avete per le mani è, in larga parte, dedicato alle recenti elezioni. E dalle elezioni vogliamo partire, anzi da prima delle elezioni: da una festa pre-elettorale.

L’aveva organizzata, poche settimane fa, in una città dell’Italia Settentrionale, un candidato del Partito Democratico: faccia pulita,  aria da brava persona (che poi lo fosse, o meno, non sappiamo; ma questo è un altro discorso).

Non staremo a spiegare come mai alcuni nostri redattori fossero finiti là: già avrete intuito, dalla scarsa conoscenza del candidato, che, in poche parole, erano finiti là quasi per caso.

Diremo soltanto che la festa, aperta dall’esibizione di una simpatica orchestrina jazz, è proseguita con i discorsi del candidato (brevissimo e assai poco ideologico) e del suo capolista (ancor più breve e ancor meno ideologico), per culminare in una cena di qualità veramente eccellente.

Al termine, tra un bicchiere di vino e l’altro, un convitato, persona onesta e del tutto disinteressata, ha spiegato ai commensali più prossimi i motivi del suo voto al Partito Democratico:“Per sconfiggere la destra, dobbiamo unire tutte le forze della sinistra!”.

“Condivido – ha osservato un nostro redattore – ma, per te, questa sarebbe sinistra?”.

“E’ molto difficile – ha risposto onestamente il convitato – dire se questa sia o meno sinistra,  in verità, al giorno d’oggi, è difficile anche definire che cosa sia la sinistra…”.

“Ma come! – ha ribattuto il nostro redattore – Chi si schiera per la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà è di sinistra, chi vi si oppone è di destra. Lasciamo pur da parte le ideologie; della sinistra restano comunque i valori!”

“Il guaio – gli è stato risposto – è che, al giorno d’oggi anche la destra si richiama a quei valori!”

Il dibattito era seguito con attenzione (e preoccupazione) da diversi convitati, molti dei quali (glielo si leggeva in faccia) avevano speso una vita all’interno dell’associazionismo di sinistra. Il luogo non era certo il più adatto per parlare dell’argomento, e il nostro redattore se l’è cavata dicendo: “Chi si schiera per la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà con i fatti è di sinistra”. Frase liberatoria che è stata accolta dall’unanime consenso dei presenti.

 In verità, la questione è un po’ più complicata, e merita di essere approfondita.

Di libertà la sinistra italiana, a lungo dominata dagli stalinisti, ha parlato molto poco, nel corso degli ultimi sessant’anni: ecco perché di quella parola ha potuto appropriarsi un partito, il “Popolo delle libertà”, che è, a dir poco, autoritario.

Di uguaglianza la sinistra italiana non parla più da un pezzo, almeno dalla fine degli anni ’70: parla di premiare il merito (senza poi fare nemmeno quello), esattamente come la destra (vedi Gelmini e Brunetta).

Di solidarietà  parla sostanzialmente in termini di carità, come ha sempre fatto la chiesa cattolica, e come fanno, spesso, molti esponenti delle forze più reazionarie.

 Se tutto ciò è vero, non c’è poi tanto da stupirsi nel vedere che anche  persone che hanno speso una vita all’interno delle organizzazioni della sinistra faticano ad orientarsi.

E’ dunque opportuno che noi libertari, che più degli  altri abbiamo sempre lottato per questi valori, ribadiamo:

- che la libertà non è un’idea astratta, un termine che può essere appiccicato a tutto e al contrario di tutto, ma è la possibilità di fare ciò che si vuole, avendo come unico limite  la libertà degli altri individui;

- che uguaglianza significa semplicemente avere tutti le stesse disponibilità economiche, qualunque sia il lavoro che si svolge;

- che solidarietà significa garantire a tutti il mantenimento e l’assistenza sanitaria e sociale, e che essa non ha nulla a che vedere con la carità, essendo quest’ultima, casomai, una parte del problema, piuttosto che la sua soluzione.  

Redazionale

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Elezioni europee: il centro-destra ha vinto, ma...

Come libertari, non crediamo molto nelle elezioni politiche: sappiamo che, almeno nei paesi capitalisti, dove i mezzi di produzione e di scambio sono nelle mani di un numero ristretto di persone, non è nei parlamenti che si decide della vita di milioni di esseri umani. Le elezioni, piuttosto (ma ancor più i parlamenti, quando scrivono le leggi), ratificano ciò che accade nelle rispettive nazioni. E questo rende i risultati elettorali interessanti…

Uno sguardo alle recenti elezioni europee mostra essenzialmente tre cose:

- è aumentato il numero di coloro che non si sono recati alle urne; pare abbia votato solo il 43% degli aventi diritto (contro il 46% di cinque anni fa); la maggioranza dei cittadini europei non si sente dunque in alcun modo rappresentata dai politici;

- ha vinto il centro-destra; mentre i partiti (sedicenti) socialisti hanno diminuito la loro incidenza;

- si sono affermate alcune liste che non fanno riferimento alle ideologie tradizionali.

 
Il quadro non è molto diverso se ci si limita a considerare l’andamento del voto in Italia:

- anche qui l’affluenza alle urne è diminuita (si è passati dal 73% al 65%);

- ha vinto il centro-destra; mentre i partiti di centro-sinistra che fanno riferimento alle ideologie tradizionali (Partito Democratico, Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani) hanno perso posizioni;

- si è affermata una lista, l’Italia dei Valori, che, pur collocandosi nell’ambito del centro-sinistra, non fa riferimento a tali ideologie.

 C’è di che essere soddisfatti? Non direi.

L’aumento di coloro che disertano le urne (cui andrebbero uniti coloro che lasciano in bianco la scheda o l’annullano) potrebbe essere fonte di soddisfazione se ad esso si associasse un aumento di coloro che si impegnano quotidianamente per costruire un mondo migliore, ma non sembra sia questo il caso. Al contrario, l’impegno, al giorno d’oggi, se non è giustificato da un tornaconto personale, viene considerato una specie di malattia.

Né, di certo, si può trovare soddisfazione nell’assistere impotenti alla vittoria delle forze reazionarie.

Più difficile è esprimersi per ciò che riguarda la perdita di importanza dei partiti che si ricollegano alle ideologie che ispirarono gran parte della sinistra nella seconda metà del Novecento, nonchè per ciò che riguarda l’affermarsi di formazioni che a tali ideologie non fanno riferimento. Se da un lato, infatti, è senz’altro positivo il progressivo declino di entrambe le forme del socialismo autoritario (il leninismo e la socialdemocrazia), dall’altro non  sembra che formazioni come l’Italia dei Valori o le liste Grillo (presenti in molte delle città in cui, insieme alle europee, si sono svolte le elezioni amministrative) costituiscano alternative interessanti.

La prima, capeggiata dall’ex magistrato Antonio Di Pietro, sembra infatti voler affidare alla casta dei giudici, come se fosse costituita da angeli posti al di sopra delle parti, la tutela dei diritti dei cittadini; le seconde, ispirate dal noto comico genovese, pur formulando spesso valide proposte per la difesa dell’ambiente, sembrano sottovalutare, forse non a caso, la centralità della lotta per l’uguaglianza sociale.

 Concludendo:   

- in Europa spira un vento di destra; come già è accaduto in passato, l’approfondirsi della crisi economica sta rafforzando un centro-destra nemico degli stranieri (si pensi, con riferimento all’Italia, alle recenti dichiarazioni di Berlusconi) e deciso a riaffermare con ogni mezzo il predominio dell’Occidente sul resto del mondo; come scrivevamo qualche mese fa, si chiede ai ricchi e ai poveri dei nostri paesi di unirsi “nel rivendicare il diritto di vivere (chi bene e chi meno) pagando merci e servizi con una moneta fondata, in buona sostanza, sulla capacità di imporla militarmente”;

- la sinistra arretra ma, più che altro, si sta trasformando; ha perso, insieme a quelli che furono, per molta parte di essa, veri e propri “stati-modello”, i vecchi  riferimenti teorici, ma non riesce a sostituirli con altri più validi e più adatti ai tempi nei quali viviamo.

Potrebbe essere la sua fine,  potrebbe essere anche l’inizio della riscossa. Tutto dipende dalle capacità di chi ancora crede sia concretamente possibile costruire un mondo un po’ migliore di quello attuale.

La partita è ancora aperta…

 

Luciano Nicolini

 
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La parabola del sultano di Arcore
    

Benché l’insieme dei partiti della compagine governativa colga un buon successo in termini di percentuali di voti, di eletti al parlamento europeo e di amministrazioni locali strappate al Partito Democratico l’esito del voto è dicotomico: da un lato l’effervescente avanzata della Lega e dall’altro la battuta d’arresto del partito del presidente del consiglio.

L’aritmetica elettorale non lascia spazi per sotterfugi: questa è una cocente sconfitta politica del premier che puntava ad una sorta di legittimazione plebiscitaria della sua persona più ancora che della coalizione che sostiene il suo esecutivo. In genere, la prudenza induce la maggioranza dei leader politici a volare basso nell’attribuirsi pubblicamente gli obiettivi elettorali su cui misurare i propri successi. Invece, senza che nessuno gli chiedesse nulla, il primo ministro italiano ha ripetutamente dichiarato che il suo obiettivo era raggiungere il 40% – 45% dei voti con il Popolo delle Libertà e, con la Lega, superare il fatidico 50% dei suffragi. Insomma, l’inquilino di Palazzo Chigi premeva per un risultato elettorale che dimostrasse al mondo, in termini indiscutibili, quanto fosse forte l’appoggio degli Italiani al suo governo. Perché il presidente del consiglio si è scoperto, dichiarando traguardi così ambiziosi? Carattere esuberante, sicurezza derivante da sondaggi favorevoli?

Forse. Però, potrebbe essere l’opposto. La disperata ricerca del trionfo elettorale potrebbe essere motivata proprio dal fatto di trovarsi in difficoltà su altri fronti. In effetti, c’è un fattore che in questi ultimi mesi ha reso più debole la posizione del governo italiano: il cambio dell’amministrazione in carica negli Stati Uniti.

L’idillio tra il capo del governo italiano e George Bush (definito dal nostro premier come un presidente che passerà alla storia!) è stato sostituito dalle gelide relazioni attuali. Gli attriti tra la Casa Bianca e l’occupante di Palazzo Chigi nascono dalla sostanziale inaffidabilità del sultano di Arcore, spesso più interessato ai suoi affari personali che non agli equilibri geopolitici, si vedano i suo flirt con Putin e con Gheddafi. Come se ciò non bastasse, si aggiungono le continue gaffe che commette, a cominciare dall’aggettivo affibbiato a Barack Obama: “abbronzato”.

Segni tangibili del mediocre stato delle relazioni Usa – Italia non mancano: dopo l’insediamento della nuova amministrazione americana il nostro ministro degli esteri è stato ricevuto buon ultimo tra i suoi colleghi; il tentativo italiano di accreditarsi a Washington come mediatore con Iran e Russia è naufragato nell’indifferenza dei diplomatici d’oltre Atlantico che hanno chiarito di non avere bisogno di intermediari per parlare con qualsiasi governo del mondo. Segnale ancora più esplicito è la cancellazione dell’acquisto da Finmeccanica (azienda italiana a controllo pubblico) dell’elicottero presidenziale. Più volte il presidente del Popolo delle Libertà aveva affermato che questa commessa era stata ottenuta grazie al suo diretto intervento ai tempi di Bush.

Insomma, sembra che al governo italiano faccia difetto l’appoggio dell’attuale amministrazione americana. Data la subalternità del nostro paese nei confronti degli Stati Uniti, è ragionevole che i politici al potere nel Belpaese non siano tranquilli. In questo quadro, durante la campagna elettorale, sono arrivate le notizie che vedono coinvolto il capo del governo italiano in vicende poco edificanti: festini nelle sue ville con ospiti trasportati in aereo a spese dei contribuenti, condanna dell’avvocato inglese Mills che agì “da falso testimone” per consentire alla Fininvest e al suo proprietario l’impunità giudiziaria. Insomma, un attacco mediatico a tutto campo il cui fulcro ruota intorno alla moglie che, per comunicare la sua intenzione di divorziare, non ha parlato al marito bensì all’Ansa! In genere le rotture dei matrimoni “ricchi” si consumano in privato, condizione che lascia spazio per trattative tra le parti. Invece la signora si è rivolta direttamente alla stampa, accusando il marito di frequentare minorenni, denunciando la presenza nelle liste elettorali del Popolo delle Libertà di signorine il cui merito principale è il loro gradevole aspetto fisico e rivolgendo un appello agli amici del consorte affinché gli siano vicini “come si farebbe con una persona che non sta bene”! Dichiarazioni piuttosto singolari.

La reazione del signorotto di Arcore è stata immediata: c’è un complotto contro di me! Curiosamente, i congiurati hanno trovato maggiore eco all’estero che in Italia. Molti dei giornalisti nostrani, da diligenti lacchè del potere, si sono affannati a sdraiarsi davanti alle contraddittorie e arroganti dichiarazioni del capo del governo e qualcuno ha anche fatto peggio: su Libero sono ricomparse foto in topless della moglie del padrone di Mediaset. Intanto, New York Times, Economist, Times, Wall Street Journal, Time, etc. hanno pubblicato articoli al veleno contro il premier italiano. Particolare significativo, l’Italia è stata ribattezzata dal settimanale americano Time “Berlusconistan”, un nome associabile a quelli delle tante satrapie centro-asiatiche nate dalla dissoluzione dell’impero sovietico.

Forse l’inquilino di palazzo Chigi teme un attacco coordinato proveniente dall’estero e, con una delle mosse spregiudicate che lo caratterizzano, ha pensato di smontarlo andandosi a cercare un oceanico consenso elettorale. Per mobilitare e galvanizzare i propri elettori ha lanciato un obiettivo ambizioso ma, evidentemente, ritenuto realistico. Ebbene, tale manovra è fallita.

Che sia finalmente cominciata la fase discendente della parabola di quest’individuo singolare, definito dal quotidiano britannico Times come un clown?

 

Toni Iero

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La politica come rappresentanza dei movmenti sociali

In ogni lingua europea “movimenti sociali” suona bene: mouvements sociaux, social movements, movimientos sociales, soziale Bewegungen. In italiano ora va bene, ma solo da poco meno di tre lustri in qua, da quando un nome (“Movimento Sociale Italiano”, che indicava il famigerato partito post-fascista poi “sorpassato” da “Alleanza Nazionale”, confluita nel Popolo Delle Libertà) rovinava la cosa. Siamo legati ai simboli, non possiamo farne a meno, essendo tutto legato a una bandiera, a un inno.

Di movimenti sociali, nonostante la propaganda contraria, in Europa, e non solo nel Terzo Mondo, ce ne sono ancora. Certo, spesso si crea una confusione tra scioperi veri e propri (quelli nel settore energetico in Gran Bretagna, qualche mese fa) e scioperi impropriamente definiti “razzisti”, dove effettivamente lo sciopero delle Trade Unions non era assolutamente anti-italiano, ma per la difesa di posti di lavoro minacciati. Un esempio di totale assurdità giornalistica, di “assalto alla diligenza” infondato, promosso dai media italiani (non tutti, ma quelli che contano) e da qualche giornale francese. Ulteriore dimostrazione del fatto che finora l’Europa non è se non “un’espressione geografica”, ma anche del fatto che conflitti, o almeno contrasti tra le classi sociali, esistono, se pur sottaciuti.

Anne-Cécile Robert (in Le monde diplomatique, maggio 2009) cita, come movimenti sociali importanti del 2008/ 2009  “lo sciopero generale per il potere d’acquisto in Belgio il 6 ottobre del 2008, sommosse contro le brutalità della polizia in Grecia nel dicembre 2008, l’assemblea generale di 120.000 lavoratori in Irlanda del 14 febbraio 2009, le manifestazioni in tutte le città francesi il 29 gennaio e il 19 marzo 2009”. Un utile quadro di riferimento che amplia le nostre conoscenze, anzi le riassume, dimostrando che i movimenti percorrono veramente ogni parte d’Europa: dall’Irlanda alla Grecia, da Nord a Sud, ma anche da Ovest a Est. Dove il quadro include anche le proteste sociali di fine 2008 in Italia, di lavoratori e studenti (l’ “Onda”), su temi non solo settoriali e corporativi, promosse da sindacati non solo concertativi.  

Se queste proteste corrispondano realmente a movimenti, è più difficile a stabilirsi. Nell’Italia di fine del primo decennio del XXI secolo, sembra che un movimento sociale possa esistere come qualcosa di provvisorio, in quanto molti hanno paura di essere licenziati, di impegnarsi temendo ricatti: questa la chiave di volta, forse, per capire il problema dei movimenti sociali, sempre sospendendo il giudizio sugli stessi, nell’epoca della crisi economica.

Altra cosa è vedere se i movimenti sociali, sorretti da simboli vecchi e nuovi, possano oggi esprimersi nella rappresentanza politica, molto sfilacciata (parlo qui quasi solo dell’Italia, ma non è che le cose nel resto d’Europa siano realmente diverse) da astensioni, schede bianche e nulle. Ma, anche esaminando senza pregiudizi le cose, il centro-destra (PDL) è completamente conformista, avendo rinunciato a idealità forti di destra - lasciate alla Lega Nord - a favore di un “vogliamoci bene” indistinto, legalitario e  punitivo verso immigrati e pochi altri; il Partito Democratico è una melassa neanche vagamente più di sinistra; i radicali sono l’ombra di quelli che confusamente, ma onestamente, rivendicavano diritti civili; “Sinistra e libertà”, “Comunisti”  e “Partito Comunista dei Lavoratori” si sono divisi lo scalpo e i ricordi di una sinistra sempre più incerta tra comunismo, socialismo e tematiche ambientaliste, mentre un partito ultralegalitario e giustizialista come quello di Di Pietro (Italia Dei Valori, dove i valori è ben difficile stabilire quali siano) vince su tutta la linea nell’epoca del “caos dei segni” (Baudrillard), e il “sorvegliare e punire” (gli immigrati) della Lega influenza  anche il PDL...

Rappresentanza politica dei movimenti sociali, dunque? No, quasi mai, forse per uno sprazzo di luce intravisto, per un tempo breve. I simboli rimangono, non rimane invece il quadro simbolico della democrazia, sempre più solo rappresentativa, che  non esprime più nulla,  salvo veleni su veline anziché  scontri su programmi precisi.

 

Eugen Galasso

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