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il dibattito
Continua il
dibattito sul liberoscambismo… Nel numero
112 di Cenerentola si
è iniziato un dibattito
sull’anarchismo a confronto con la contemporaneità
e il liberoscambismo, è
seguita sempre sullo stesso numero
una
risposta molto interessante e dettagliata di Nicolini che, nonostante
la
critica ad alcune concezioni, non rifiuta completamente il pensiero
espresso. Anzitutto va
fatta una precisazione da parte mia, quando
ho sottolineato che il liberoscambismo è una parte fondante
del movimento anarchico
sono stato impreciso, come giustamente Luciano mi ha fatto notare, perché dobbiamo
prima chiarire a quale “anarchismo”
o meglio a quale matrice di anarchismo
ci riferiamo. La mia analisi, come si giunge a capire, parte
più che da una visione
europea da una visione americana che affonda le radici
nell’individualismo anarchico
di Henry David Thoreau, Emerson, Benjamin Tucker, Lysander Spooner,
Josiah
Warren e altri. Altro punto
che tocca chiarire, e anche abbastanza importante,
è la divisione e la differenza da quello che è
l’anarcocapitalismo, che in America
trova alcuni punti di contatto anche interessanti nonostante si
rimarchi le differenze,
in Italia invece il pensiero anarcocapitalista ha assunto, anche se non
completamente,
una visione di sacralità del mercato, di conservatorismo e
di fascio libertarismo
anche se vanno analizzate, e non in questa sede, le dovute differenze. Uno sguardo
invece bisogna darlo al Mutualismo Contemporaneo
che trova tra i suoi migliori conoscitori
Kevin Carson, ma anche anarchici molto conosciuti
come Larry
Gambone. Premessa
che tocca fare è che
il Mutualismo nonostante si differenzi molto, anzi completamente, dall’anarcocapitalismo
tipicamente americano,
si rifà economicamente per alcune concezioni a quella che
è la scuola economica
austriaca. Il
mutualismo è una teoria economica inizialmente definita
da Pierre-Joseph Proudhon, è un versante individualista
dell’anarchismo che lo
ritiene vivibile attraverso il mercato. Il Mercato non è la
fonte del male,
bensì un sistema neutrale di scambi volontari che
è stato alterato dallo e per
lo Stato per far arricchire pochi: i banchieri, le grandi corporazioni,
i proprietari
terrieri ed i burocrati. Senza il suo schienale, questi monopoli
cadrebbero,
dando luogo ad una società più ugualitaria di
qualunque regime comunista,
rispettando la proprietà e la libertà individuale. Senza
brevetti che proteggano le invenzioni e le innovazioni
dalla concorrenza, questi non potrebbero crescere titanicamente e
controllare
il mercato, la discesa dei prezzi in macchinari e tecnologia
faciliterebbe l’accesso
degli operai ai mezzi di produzione. Inoltre, i
farmaci ed i libri di testo sarebbero molto economici,
nel caso dei primi, si calcola di circa 40 volte più
convenienti eliminando la
necessità della sanità e
dell’educazione statale. Senza terre monopolizzate dai proprietari terrieri, chiunque potrebbe coltivare il suolo libero e trasformarsi in un piccolo proprietario. Nessuno pagherebbe reddito ai proprietari terrieri ed il prezzo delle terre discenderebbe; insomma si realizzerebbe lo slogan della terra a chi la “lavora” senza abolire la proprietà. La libertà bancaria farebbe accedere le associazioni operaie alla formazione di banche e all’emissione di banconota, appoggiata dalla quantità in possesso di oro, argento, etc., per finanziare i vari progetti senza interessi. L’eliminazione di imposte e licenze avrebbe effetti simili, stimolando i commerci ed aumentando i salari. La domanda di lavoro supererebbe la sua offerta. Oltre a questi monopoli denunciati da Tucker, Carson ha notato che lo Stato sovvenziona il trasporto delle corporazioni. Gli aeroporti, porti e strade sono statali; gli aeroplani e le barche si costruiscono in larga misura con denaro statale, ed il suo combustibile è sovvenzionato dallo Stato. Il prezzo dei prodotti si inclinerebbe favorendo le imprese locali che non dovrebbero sopportare gli alti costi di trasporto. L’organizzazione della società sazierebbe le aspirazioni degli operai, permettendo di ottenere i mezzi di produzione con facilità. Servizi di sicurezza e di giustizia, sarebbero in gestione di associazioni volontarie; in competenza tra loro come gli altri servizi, insomma la decentralizzazione e l’interesse dei produttori e dei consumatori garantirebbe il buon funzionamento dei servizi. Certamente
una pecca di Carson, che riguarda noi, è aver
analizzato la sua società, tipicamente americana e
anglosassone, che si
differenzia da quella europea nelle strutture economiche, ma nonostante
ciò le
opere di Carson, come di tutta quella svariata area che si identifica
nei
leftlibertarian, merita attenzione e studio, in Italia c’e
già chi pensa ad
una corrente di anarchismo analitico e sta sviluppando idee in questa
direzione,
come Luigi Corvaglia che ha pubblicato vari saggi e un libro
intitolato:
Ripensare l’anarchia. Domenico Letizia
Mentre
Pëtr Kropotkin con “La conquista del pane”
(1892)
supera la dimensione economica attraverso il «mutuo
appoggio». Ma va sottolineato,
come peraltro ho fatto diverse volte, che analizzare il pensiero
economico in
quelli che sono considerati i padri dell’anarchia significa
individuare più
un’assenza che una presenza, perché
l’attenzione è rivolta più alla critica
del
potere nella sua manifestazione di dominio che non alle forme
dell’economico
in una società libertaria. Un modo di essere che Errico
Malatesta porta fino
alle estreme configurazioni: «Quali le forme che prenderanno
la produzione e lo
scambio? Trionferà il comunismo (...), o il collettivismo
(...), o
l’individualismo (...) o altre forme composite che
l’interesse individuale e
l’istinto sociale, illuminati dall’esperienza
potranno suggerire?
Probabilmente tutti (...) fino a che la pratica avrà
insegnato quale è la forma
o quali sono le forme migliori (...). Ma veramente più che
le forme pratiche di
organizzazione economica (...) l’importante, dico,
è che esse sieno guidate
dallo spirito di giustizia e dal desiderio del bene di tutti e che vi
si arrivi
sempre liberamente e volontariamente» (“Qualche
considerazione sul regime della
proprietà dopo la rivoluzione”, in Il
Risveglio, 30 novembre
1929). Per arrivare all’americano Josiah
Warren (1798-1874) che indica il prezzo di un bene nel tempo di lavoro
e nelle
difficoltà incontrate per produrlo. Il luogo
dello
scambio. Ha
senso allora pensare che in una società libertaria i
rapporti basati su beni e
servizi avvengano attraverso il mercato? E poi
cos’è il mercato? E qui bisogna
distinguere fra mercato quale creazione sociostorica che accompagna
l’uomo nei
rapporti con i suoi simili e il mercato come concettualizzazione
ideologica
delle pratiche mercantili. Cioè quel luogo reale e al
contempo componente
dell’immaginario sociale che produce una visione particolare
del mondo: la
società di mercato. Quella in cui viviamo. Il luogo
della
pianificazione.
Dall’altro lato abbiamo quella forma economica basata sulla
previsione delle necessità
complessive e la ripartizione degli incarichi aziendali per
soddisfarle. In
questo caso si tratta di una programmazione basata sulla raccolta dei
dati che
provengono dai consumatori e trasferite con un metodo di democrazia
diretta ai
produttori. La comunità, la società si interroga
e fornisce le risposte per
soddisfare questa sua domanda. decidere
quanto, come e dove produrre e poi distribuire.
Questo è il luogo
di coltura di una
nuova classe dirigente che potremmo definire «tecnoburocrazia
libertaria». E
che nonostante l’aggettivazione mantiene quelle connotazioni
tipiche di una
classe dirigente. Cioè di una categoria di persone che non
possiede i mezzi di
produzione, ma ha le conoscenze per gestire il processo produttivo e
distributivo. Sia di una piccola o di una grande comunità.
Determinando una
distanza sociale che si accresce nelle relazioni con i pianificatori
delle
altre comunità con cui bisogna intercambiare beni e servizi. Questo
dualismo, mercato o pianificazione, non si risolve
immettendo nei due «sistemi» tanta buona
volontà libertaria, o processi
decisionali libertari. Che ovviamente devono esserci. No, qui si tratta
di
analizzare e comprendere «il luogo
dell’economico» (materiale e immaginario)
che si muove in parallelo e intersecandosi con «il luogo del
politico»
(materiale e immaginario). Castoriadis propone una
«compressione»
dell’economico per sottometterlo all’uomo. Idea
quanto mai affascinante, ma è
sufficiente? E poi
bisogna proprio restare in questa dicotomia: o mercato
o pianificazione? E qui, dopo
aver lanciato questi sassolini, mi fermo.
Anche perché ho esaurito lo spazio affidatomi. Luciano Lanza Quando
Domenico Letizia ci
domandò se eravamo disposti a pubblicare
l’articolo che poi è comparso sul
numero 112 di Cenerentola,
rispondemmo che «siamo ben
lieti di ricevere articoli dagli abbonati e, tranne casi
eccezionali, li
pubblichiamo. Se non ci piacciono, affianchiamo ad essi
un articolo
di segno opposto e, sempre salvo casi eccezionali, offriamo la
possibilità
all’abbonato di replicare nel numero successivo. Di solito
– aggiungevamo -,
non replichiamo alla sua replica, perché non ci teniamo ad
aver sempre l’ultima
parola (sarebbe troppo comodo)». Data questa
premessa, dovrei
evitare di intervenire nuovamente, ma le questioni poste da Luciano
Lanza mi sembrano
di rilevanza tale da dover essere commentate. Tre mi
sembrano i punti fermi
del suo ragionamento: 1) i grandi
teorici del movimento
anarchico sono quasi tutti, chi più chi meno, sostenitori
della pianificazione; 2)
è comunque opportuna,
all’interno di una società libertaria, una
compressione dell’economico per
sottometterlo all’uomo; 3) la
pianificazione libertaria comporta il rischio (a
mio parere, da Lanza un po’ esagerato) di divenire il brodo
di cultura di una
nuova classe dirigente: la tecnoburocrazia libertaria. Il
ragionamento si conclude poi con una domanda: «bisogna
proprio restare in questa dicotomia: o mercato o
pianificazione?» Personalmente,
penso di no. Infatti, se,
come nel mio caso, si parte dal presupposto
che, in una società socialista, buona parte dei beni e dei
servizi necessari
dovrebbe essere prodotta da lavoratori pubblici e che tale produzione
dovrebbe
essere pianificata, si danno essenzialmente due possibilità: 1) la
pianificazione viene effettuata da funzionari
statali (come avveniva in quel “socialismo reale”
che abbiamo sempre
rifiutato); 2) la
pianificazione viene effettuata da delegati dei consumatori
e dei produttori (la cosiddetta pianificazione libertaria). Mi sembra
ovvio che, nel secondo caso, tra i delegati
nominati dai cittadini in quanto consumatori e i delegati nominati dai
cittadini in quanto produttori (ma anche tra i delegati delle singole
comunità
e tra quelli delle singole categorie) si instaurerà una
sorta di contrattazione
(lo vogliamo chiamare “mercato”?). Guidata,
certamente, da criteri il più
possibile inambigui per la determinazione del valore di scambio dei
beni e dei
servizi, nonchè «dallo spirito di giustizia e dal
desiderio del bene di tutti»,
ma pur sempre contrattazione. E, come in
tutte le contrattazioni, ci sarà chi ne uscirà
un po’ meglio e chi un po’ peggio. E’
grave? Gravissimo,
se sarà usato come grimaldello per
scardinare un sistema basato sulla libertà,
l’uguaglianza e la solidarietà.
Accettabile, se a prevalere saranno comunque la chiarezza dei criteri
utilizzati per determinare il valore di scambio dei beni e dei servizi,
oltreché
“lo spirito di giustizia e il desiderio del bene di
tutti”. Sono uscito
dalla dicotomia «o mercato o pianificazione»? Ai lettori
l’ardua sentenza… Per quanto
riguarda, invece, il
contributo di Domenico Letizia, mi pare che ricalchi, in buona parte, i
concetti già espressi nel suo articolo precedente. Ho
già chiarito, sul numero
112, le mie perplessità in merito. Aggiungo che non penso
che farmaci e libri
di testo molto economici eliminerebbero la necessità della
sanità, e ho qualche
dubbio anche per ciò che riguarda la necessità
dell’educazione. Inoltre,
quei «servizi di sicurezza e di giustizia, in
gestione di associazioni volontarie» mi fanno un
po’ paura, e mi ricordano un
po’ troppo le ronde care alla Lega Nord. Luciano
Nicolini |
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