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Generazione 1000 euro

State of Play

L'attrice Valentina Lodovini

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Generazione 1000 euro

di Massimo Venier

con Alessandro Tiberi, Valentina Lodovini, Carolina Crescentini, Paolo Villaggio, Francesco Mandelli, Francesca Inaudi

Commedia generazionale?

Riflessione sul precariato?

“Generazione 1000 euro” potrebbe essere entrambe le cose ma non ha abbastanza coraggio e opta per una terza strada. Tra la disillusione dei giovani a contatto con un mondo del lavoro nevrotico e respingente e i crucci di chi deve decidere come indirizzare la propria vita, scivola infatti sul più scontato luogo comune: meglio la bionda (carrierista e un po’ cinica) oppure la mora (poco occupata e sognatrice)? Tra le pieghe della banalità si insinua un’atmosfera credibile di incertezza a cui i volonterosi protagonisti provano a reagire attraverso il compromesso ma senza chiudere definitivamente le porte alle ambizioni.

Alla base del soggetto, ispirato all’omonimo romanzo di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, il contrasto tra la razionalità del ragionamento scientifico (il protagonista è un valente matematico) e la casualità insondabile degli eventi. A rimpolpare i dissidi ci pensano trasferte catalane improvvisate, amicizie in grado di sopravvivere agli egoismi, un’arte di arrangiarsi nel ricalco della più classica commedia all’italiana e una confezione briosa e ammiccante. L’intreccio di vicende scorre quindi piacevolmente, grazie anche a interpreti adeguati e a battute ironiche centrate, ma l’insieme non ha la forza per imporsi come specchio esaustivo dei trentenni attuali.

Troppe carinerie e semplificazioni (oltre a un finale aperto ma sbrigativamente conciliante), troppa facilità nel dare risalto ai pieni piuttosto che ai vuoti. Aspetti che non impediscono al film di lasciarsi guardare ma che ne limitano l’impatto alla sola visione. Vedere, sorridere e poi dimenticare. Per amareggiarsi c’è la vita, quella vera.

 

Luca Baroncini

State of Play

di Kevin Macdonald

con Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Robin Wright Penn, Helen Mirren

 
Sono talmente tanti i thriller che ogni stagione invadono le sale cinematografiche senza riuscire nell’intento principale (intrattenere con intelligenza) che trovarne uno che funziona produce una dose forse eccessiva di entusiasmo. Sta di fatto che “State of Play” soddisfa appieno. Tratto da una miniserie trasmessa con successo dalla televisione britannica il film di Kevin MacDonald (“L’ultimo re di Scozia”) ha avuto una produzione travagliata. Prima lo sciopero degli sceneggiatori, poi l’abbandono da parte di Brad Pitt per divergenze sul copione e infine quello di Edward Norton per l’eccessivo allungarsi dei tempi di attesa prima dell’inizio delle riprese. A giovarne, però, è stato il risultato. Le due star sono state infatti sostituite da un Russell Crowe in stato di grazia e da un professionale Ben Affleck.

La storia ruota intorno a un intrigo (è stata uccisa la segretaria di un importante uomo politico americano) su cui finiscono per indagare un consumato reporter e una giovane apprendista specializzata in nuove tecnologie (cura la versione online del giornale, il Washington Globe, per cui entrambi lavorano). Il soggetto, valorizzato da una sceneggiatura a orologeria, prevede una riflessione sulle strategie del potere e sul ruolo del giornalismo, ben rappresentato nel confronto, non privo di conflitti, tra la vecchia scuola e il nuovo che avanza: la scrupolosa ricerca della verità  della carta stampata contro l’immediatezza sensazionalistica, non sempre fondata, di internet.

Nel perfetto amalgama ogni personaggio ha il giusto risalto e nonostante i cliché del genere (l’uomo solo contro tutti, la verità scottante, la corruzione del potere politico, il colpo di scena finale) l’approfondimento non soggiace all’azione. Solido, coinvolgente, complicato ma non labirintico, ricco di spunti, ben interpretato, diretto con senso del ritmo e attenzione al lato umano. Che volere di più?

 

Luca Baroncini

 

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