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Poster della Fiat

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Il grande gioco intorno alla Fiat

Dopo l’accordo con Chrysler è la volta di Opel (controllata europea dell’americana General Motors). Ma, in realtà, vi sono progetti che riguardano le attività sudamericane ancora di General Motors e la svedese Saab. Non si esclude neanche un interesse per Jaguar, Vauxhall e Land Rover.

Il gruppo torinese sembra lanciato alla conquista del mondo. Un miracolo, se si pensa che solo cinque anni fa Fiat era data per spacciata. Adesso, invece, il suo amministratore delegato (Marchionne) vola in giro per il mondo, novello Super Pippo, a caccia di concorrenti da acquistare.

Quando uscirà questo numero di Cenerentola, con tutta probabilità, si saprà già come è andata a finire la campagna acquisti in Germania. Adesso possiamo fare solo alcune considerazioni a proposito di questo attivismo della principale industria automobilistica italiana.

Negli ultimi anni, Fiat si è impegnata in una strategia di rinnovo dei propri modelli, concentrandosi su quello che sa fare meglio, ossia le vetture di cilindrata media e piccola. Grazie a questa scelta, e al miliardo e mezzo di dollari incassati nel 2005 dopo la rottura del fidanzamento con General Motors, il gruppo italiano è riuscito a riprendersi. Ha conquistato quote di mercato in Europa e ha consolidato il ruolo di leader in America Latina.

Questi successi sono sufficienti per spiegare la nuova veste di predatore assunta da Fiat? Solo in parte.

Intanto, occorre tenere conto del fatto che il gruppo torinese non solo non sborserà un euro per Chrysler, ma addirittura godrà dei contributi che il governo degli Stati Uniti ha deciso di stanziare a favore della società americana (circa 6 miliardi di dollari). In questo affare Fiat porterà in dote la sua capacità di produrre automobili piccole e, soprattutto, motori caratterizzati da ridotti consumi. Questo ultimo aspetto è, probabilmente, uno dei motivi per cui l’amministrazione Usa ha favorito l’entrata di Fiat nella compagine societaria del costruttore di Detroit. È ben nota l’intenzione del presidente Obama di ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio importato. A riprova della serietà delle sue intenzioni, il 20 maggio scorso sono stati annunciati i nuovi standard nazionali Usa per le autovetture. Tali misure prevedono che, entro il 2016, le auto vendute in America dovranno percorrere in media 15 chilometri con un litro di benzina. Si calcola che tale provvedimento comporterà il risparmio di 1,8 miliardi di barili di petrolio!

Anche per Opel la proposta di Fiat, secondo quanto è finora emerso, non prevede un significativo esborso di denaro. Ancora una volta Marchionne afferma che gli asset offerti dal gruppo torinese sono “come o addirittura meglio che offrire contanti. I soldi finiscono, mentre le attività che producono soldi non finiscono”. In compenso si parla di un primo intervento del governo federale tedesco che garantirebbe un miliardo e mezzo di euro per tenere in piedi il produttore automobilistico.

Insomma, sembrerebbe che la conquista, da parte di Fiat, di importanti concorrenti possa avvenire con poca spesa, in virtù di una presunta superiorità tecnologica e organizzativa. Se Opel fosse accorpata a Fiat e Chrysler nascerebbe il secondo costruttore mondiale del settore, forte di una capacità produttiva di 6 milioni di auto e con un giro di affari di 80 miliardi di euro. A quel punto solo la mitica Toyota sarebbe davanti al gruppo italiano.

Italiano? Chi sarebbe il padrone di questo enorme conglomerato? Oggi la famiglia Agnelli controlla poco più del 30% di Fiat Holding, cui fanno capo società specializzate nella produzione di auto, di veicoli commerciali, di macchine agricole, di robot, etc. Il 30% è sufficiente, data la frammentazione dell’azionariato, a guidare le sorti del gruppo. Il 5 maggio scorso, il Consiglio di Amministrazione di Fiat ha autorizzato lo scorporo del settore auto nel caso di successo delle trattative in corso. Si creerebbe, quindi, una nuova società dedita solo alla produzione di autovetture. Secondo alcune stime, alla fine del processo di fusione con Chrysler e Opel, la famiglia Agnelli deterrebbe solo il 10% di tale nuova entità. Beh, in realtà, queste operazioni configurano un disimpegno dal settore auto. D’altra parte tale comparto non evidenzia grandi prospettive a livello mondiale. Pensare che Cina e India possano seguire la strada della motorizzazione di massa percorsa dall’occidente è folle, come ben sanno i dirigenti di quei paesi. Anche senza considerare gli impatti ambientali, la costruzione di strade per far circolare le auto dei Cinesi sottrarrebbe una quantità di terreno all’agricoltura da mettere in crisi la già precaria produzione alimentare del Celeste Impero. Con tali premesse, ridurre il proprio impegno nel settore auto pare un’azione assennata. Oggi, grazie alla crisi economica, abbiamo l’opportunità di lasciare a qualcun altro l’onere di portare avanti tale attività, peraltro poco redditizia, deve aver pensato la famiglia Agnelli quando, per bocca di John Elkan, ha detto “meglio essere azionisti più piccoli di un gruppo più grande”…

Infatti, tra gli azionisti della eventuale “nuova Fiat” troveremmo una sorpresa: il governo degli Stati Uniti! Infatti i contributi governativi all’industria automobilistica americana riguardano proprio le due società Usa con cui sta trattando Fiat: Chrysler e General Motors. Ecco che le partecipazioni che l’amministrazione Obama sta progettando di prendere per sostenere tali entità si troverebbero riunite all’interno del nuovo gruppo nato dalla fusione di Fiat, Chrysler e Opel. In questo modo gli Stati Uniti potrebbero continuare ad avere voce in capitolo in un settore che, pur in declino e poco remunerativo, rappresenta pur sempre una delle maggior industrie mondiali.

 

Toni Iero

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25 aprile: Berlusconi cerca di chiudere con la Resistenza

“This is the end, my friend” (da Jim Morrison: “The End”): così, credo, si potrebbe intitolare la chiusura (o il tentativo di realizzarla, almeno) effettuata da parte di Silvio Berlusconi, lo scorso 25 aprile, a Onna, con l’accorto discorso circa la Resistenza. Discorso che “prende due piccioni con una fava”, ricordando i quaranta morti del terremoto nella piccola realtà di paese abruzzese, ma anche la strage nazista di sessantacinque anni fa.

Non importa molto chi l’abbia scritto, se il fido Paolo Bonaiuti o l’altro Paolo, altrettanto fido,  Romani...

 
Parla di lotta contro il razzismo, Silvio, parla di antifascismo, ma soprattutto di antitotalitarismo, scoprendo un nervo dolente della sinistra, quello dell’URSS, di Pol-Pot, in genere del “fascismo rosso”. Fa appello, crocianamente, alla “religione della libertà” (chi gliel’avrà scovata fuori? Importa poco). Ricorda tutti i caduti, compresi ovviamente “quelli che hanno combattuto dalla parte sbagliata” (dove, però, occhio all’aggettivo, la sottolineatura è ben chiara, marca il confine rispetto alla Destra di Storace e al movimentino di Alessandra Mussolini).

Riceve la coccarda da partigiano della Brigata Maiella, ma afferma la necessità di costruire “tutti insieme” (ripetuto tre volte) “un sentimento nazionale unitario”, che non è storia condivisa, non è altro, non è “memoria condivisa”. Cita De Gasperi, ma anche Togliatti e Nenni, Terracini, Pacciardi e Parri. Ricorda la Chiesa, glissando sulle responsabilità di Papa Pacelli, e anche di tanti altri...  “Omissioni” che fecero infuriare un cattolico DOC, ma non con i paraocchi, come lo scrittore Georges Bernanos.

Un discorso assolutamente ecumenico,  retoricamente ben pronunciato (altro che “Berlusconi = Vanno Marchi”, come dice Pannella; sa vendere molto bene anche valori, o almeno comportamenti). In più propone che la festa della Liberazione divenga festa della Libertà, magari simil PdL...

 Pochissime le critiche: inconcludenti quelle di Dario Franceschini, leader del Partito Democratico, assolutamente inconsistenti quelle gridate da Di Pietro, poche e caotiche le voci di Centri sociali & Co. Che poi siano giuste le revisioni (non i revisionismi storici), è altra cosa. Ora Mimmo Franzinelli, tra gli altri (molto meglio di Pansa, chiaramente), ma anche Marco Rossi nel suo bel “Ribelli senza congedo” (edito da Zero in Condotta), ristabiliscono i termini della questione: non esiste “San Partigiano” (chi scrive, di famiglia duramente antifascista da parte paterna, non ha mai sopportato la retorica di Sandro Pertini), si rilevano violenze da ambo le parti, ma anche la demagogia togliattiana, che salvò tanti fascisti da un’epurazione realizzata invece in Germania (pur con tentennamenti) e in Austria (con molta prudenza).

 Ma perché, oggi, tutto questo “sdoganamento”? Non bastava quello fatto da Togliatti, con tanti fascisti perdonati e la sostanziale accettazione, persino, della monarchia?

Togliatti e Luciano Violante (la cui fortuna politica, dopo quella in magistratura, era però stata bloccata proprio da queste dichiarazioni) avevano riconosciuto i “ragazzi di Salò”. Ora, oltre all’onore reso a chi credeva in un ideale sbagliato, dovrebbe rimanere quella condanna ferma e durissima degli eccidi (fascisti, non comunisti, in primis!) bellici e post-bellici che non si possono sdoganare.

In questo round hanno vinto Berlusconi e Casini, non certo gli altri... Sinistra marginalizzata o confluente/ rassegnata...

Solo i libertari, quelli di origine socialista, liberal-socialista, anarchica, potrebbero dire qualcosa, avendo, in molti casi, le carte più in regola degli altri, certamente degli stalinisti  di cui s’è detto, e dei cattolici, allora quasi tutti confluenti (con rare eccezioni) nel pacellismo. Speriamo lo facciano; certo la loro voce è flebile, ma deve farsi comunque sentire.  

 

Eugen Galasso

 
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I salari italiani tra i più bassi d'Europa
     (ovvero: come si confondono le idee ai lettori)

Bologna: 18 maggio 2009, ora di pranzo.  Un operaio edile, sudato e impolverato, entra in pizzeria e ordina una “quattro stagioni”. Mentre aspetta che gli arrivi la pizza, apre il giornale che è appoggiato sul bancone. Si tratta di Il Bologna; non è un quotidiano locale, bensì l’edizione locale di  E Polis, quotidiano gratuito diffuso in tutt’Italia, che assume nomi diversi da città a città: all’inizio sembrava “indipendente”, ora è saldamente in mano alla destra.

In seconda pagina c’è un titolo enorme: «I salari italiani tra i più bassi d’Europa / busta paga gonfia di tasse e contributi».  Sopra, un po’ più in piccolo, è scritto: «Il rapporto Ocse: retribuzione di 21.374 dollari, Belpaese al 23esimo posto sui 30 in graduatoria». Sotto al titolo: «I lavoratori guadagnano in media il 17% in meno e va meglio anche in Grecia e in Spagna. Il cuneo fiscale l’handicap / L’opposizione chiama in causa il  governo: “E’ immobile”. Capezzone replica: “Fu Prodi ad aumentare le aliquote”». In alto, a destra, in un riquadro, si può leggere: «Sì alla riforma fiscale. “Questi dati dell’Ocse non sorprendono – afferma il segretario dell’Ugl Polverini – è necessaria una vera e propria riforma fiscale”».

Il messaggio è chiaro: se i salari italiani sono così bassi è colpa delle tasse troppo alte!

La pizza non è ancora arrivata e l’operaio legge l’articolo, dal quale apprende che, tra i paesi dell’Ocse (in pratica quelli del “blocco occidentale”), siamo «ventitreesimi su trenta per quanto riguarda il salario netto ma sesti per il peso di tasse e contributi», che il salario netto è stato calcolato «a parità di potere di acquisto» e che «conti alla mano, in un anno un italiano guadagna mediamente il 44% in meno di un inglese, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco e il 18% in meno di un francese».

«A pesare negativamente sulle nostre buste paga - prosegue l’articolo – è anche il cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore. Per una persona dal salario medio, single e senza carichi di famiglia, il peso di tasse e contributi raggiunge il 46,5%: in questa speciale classifica l’Italia balza purtroppo dal ventitreesimo al sesto posto».

In un riquadro posto in fondo alla pagina, un breve articolo dal titolo: «A fine mese pesa il caro vita / i Consumatori: “Detassare”».

La pizza è arrivata, l’operaio ha saputo quanto siamo meno pagati rispetto ai lavoratori degli altri paesi, ma non ha saputo quanto siamo più tassati.

Non gli sarebbe andata meglio se, al mattino, sull’autobus che prende per recarsi in cantiere, avesse letto City, l’altro importante giornale gratuito che si trova presso tutte le fermate, e che titolava, in prima pagina: «I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa, le tasse tra le più alte». L’articolo di City, collocato in terza pagina, conteneva infatti le stesse notizie di quello di E Polis.

Né ha saputo di più, quella mattina, l’insegnante  che è salito sul treno, con Il corriere della sera sottobraccio, per recarsi a far scuola in un paese del circondario. Stesse notizie, e in più una perla uscita dalla bocca del responsabile del lavoro del Partito Democratico, Cesare Damiano, che afferma: «Uno dei dati rilevati dall’indagine dell’Ocse è il divario tra retribuzione lorda  e retribuzione netta in busta paga: il famoso cuneo fiscale, che il governo Prodi, con lungimiranza, aveva provveduto a diminuire in modo significativo. Occorrerebbe però proseguire su questa strada scegliendo di investire risorse per uscire dalla crisi, anziché aspettare che passi la nottata».

E, al nostro insegnante, non sarebbe andata meglio neppure se avesse acquistato Il Sole 24 Ore, giornale della Confindustria, normalmente piuttosto generoso nello snocciolare dati ma, in questo caso, stranamente reticente. 

Sarebbe stato necessario che i nostri eroi, tornati alle loro case, avessero fatto una ricerca su internet per scoprire, non senza difficoltà, che i paesi Ocse nei quali i salari sono tassati maggiormente sono il Belgio, l’Ungheria, la Germania, la Francia e l’Austria e che ciò nonostante, in tutti questi (esclusa  l’Ungheria)  il  potere d'acquisto dei salari netti risulta più elevato che in Italia.

Superando ulteriori difficoltà, avrebbero poi trovato la graduatoria del potere d’acquisto dei salari lordi (comprensivi cioè di tasse e contributi) e avrebbero scoperto che in tale graduatoria l’Italia si colloca comunque agli ultimi posti. Non è colpa delle tasse se i padroni italiani pagano poco i dipendenti.

Ma, alla sera, l’operaio non ha molta voglia di collegarsi a internet, preferisce rilassarsi davanti alla televisione, evitando accuratamente i telegiornali. L’insegnante, forse, se maschio e provvisto di una consorte vecchio stampo, un telegiornale  lo guarderà, mentre quest’ultima gli prepara la cena. E si sentirà ripetere il medesimo ritornello: se i salari sono bassi è perché le tasse sono alte.

Ascolterà a lungo i rappresentanti  della destra che, naturalmente, diranno che è colpa della sinistra. E quelli del centro, che attribuiranno la colpa alla destra: nessuno infatti – sosterranno, con buone ragioni -  è stato bravo come loro nel regalare soldi ai padroni.

La sinistra non c’è.

 

(redazionale)

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15 maggio: sciopero generale indetto da CUB, USI e ALCobas

Si è svolto, in tono minore (data la mancata adesione da parte delle RdB), venerdì 15 maggio, lo sciopero generale nazionale che era stato indetto dal sindacalismo conflittuale per il 23 aprile (vedi Cenerentola n. 112) e, successivamente, rimandato a causa del disastroso terremoto verificatosi in Abruzzo.

Tra le rivendicazioni: stop ai licenziamenti, mantenimento dell’occupazione attraverso la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, continuità del reddito, forti aumenti salariali e pensionistici, creazione di nuovi posti di lavoro con investimenti in fonti energetiche rinnovabili e messa in sicurezza degli edifici, diritto all’uscita dai fondi pensione, abolizione del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

Buona la partecipazione allo sciopero nella scuola e nei trasporti urbani (categorie nelle quali il sindacalismo conflittuale aveva già da tempo proclamato lo sciopero unitariamente). Inferiore il livello di partecipazione presso le altre categorie.

I lavoratori e i pensionati della Confederazione Unitaria di Base (esclusa RdB), insieme a quelli dell’Unione Sindacale Italiana (USI-AIT) e dell’Associazione Lavoratori Cobas (ALCobas), con la partecipazione di migliaia di persone ai cortei promossi in tutta Italia, hanno attraversato le strade e le piazze delle più importanti città.

Date le premesse, un discreto risultato, nonostante l’espresso divieto, deciso della commissione “di garanzia” per i lavoratori aeroportuali e delle ferrovie.

Buono l’impatto mediatico, facilitato dalla partecipazione di numerosi lavoratori della scuola e dei trasporti urbani alla giornata di lotta. E’ chiaro che quando sono in sciopero, sia pure parzialmente, anche tali categorie, la notizia non può essere ignorata.


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