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in Cenerentola>>archivio>numero114>antropologia Una prospettiva evolutiva sulle emozioni
Si
è svolto a Roma, nei giorni
27, 28 e 29 aprile, promosso dall’Istituto Italiano di
Antropologia, un
convegno sull’origine delle emozioni (e dei comportamenti
sociali) alla luce
della teoria dell’evoluzione.
Un
argomento di grande interesse, e non solo da un punto di vista
scientifico.
Dopo una breve introduzione di Giovanni
Destro Bisol, che ha illustrato le attività
dell’Istituto, Bernardino Fantini
ha parlato del contesto
storico e filosofico del libro “The Expression of Emotions in
Animals and Man”
(L’espressione delle emozioni
negli
animali e nell’uomo). «Durante la preparazione del
volume “L’origine
dell’uomo” (pubblicato nel 1871) – ha
spiegato – Charles Darwin aveva accumulato
una grande quantità di materiali sulle emozioni e la loro
espressione, che diverrà
la base di un altro libro “L’espressione delle
emozioni negli animali e
nell’uomo”, pubblicato a sua volta nel 1872, con un
grande successo immediato,
tanto da vendere più di cinquemila copie in poco tempo. Il
punto di partenza
del libro era che molte delle espressioni emozionali sono universali,
in quanto
“i giovani e gli anziani di razze molto differenti, sia
nell’uomo che negli animali,
esprimono lo stesso stato mentale con gli stessi movimenti”.
Telmo Pievani
è poi entrato nel merito dell’evoluzione
dell’altruismo. «In alcuni articoli recenti
– ha affermato – si è avuta la
conferma che le due soluzioni classiche per l’apparente
paradosso dell’evoluzione
dell’altruismo e dei comportamenti prosociali in natura (la
“selezione di parentela
e la “selezione di gruppo”) sono compatibili
l’una con l’altra. Il risultato
della loro integrazione è una possibile spiegazione
dell’ambiguità tra la
profonda attitudine alla cooperazione all’interno dei gruppi
e la capacità di
organizzare azioni ostili fra i gruppi, che ritroviamo nella specie
umana e non
solo». Sempre sul
tema della cooperazione, Antonello Ha concluso
le relazioni della
prima giornata Giuseppe Testa
portando
avanti un’interessante confronto tra i metodi della
psicologia e quelli dell’etologia
(lo studio del comportamento animale) ed evidenziando come siano
diversi, nelle
due discipline, i concetti di
“scientificità”. La giornata
successiva è stata
aperta da Elisabetta Visalberghi e
Arianna De Marco, che hanno esposto i risultati dei loro
studi sulle espressioni
facciali del Cebo dai cornetti e del Cebo cappuccino, espressioni
facciali che sono
state anche messe in relazione con le
diverse organizzazioni sociali delle due specie di scimmie. Marco
Celentano ha poi
spiegato come l’etologia comparata e
l’etologia culturale abbiano «ormai ampiamente
dimostrato l’inadeguatezza
delle rappresentazioni tradizionali dello “specifico
umano” e del suo alter
ego, l’“animale”: l’immagine
classica dell’ “animale”, ameba, lombrico
o
scimpanzé che fosse, come mero contraltare
dell’umano, elenco di tutto ciò che
secondo la tradizione antropologica è presente in noi e
mancante nelle altre
creature». Secondo il relatore
«l’antropologia filosofica appare, invece,
almeno in Italia, in grave ritardo rispetto a questi
sviluppi». Occorre, quindi
«ripensare e rivoluzionare l’antropologia
filosofica, liberandola da antichi presupposti
idealistici e antropocentrici» e, nel contempo, portare
avanti «una rifondazione
critica dell’etologia umana: un emanciparsi di questa
disciplina dall’impostazione
programmaticamente riduzionista e determinista che
caratterizzò i suoi esordi» Elliot Sober
è ritornato a Darwin, evidenziando come
«nell’
“Origine delle specie”, egli discusse
dell’esistenza delle caste sterili negli
insetti sociali e dei pungiglioni dentellati delle api come esempi di
tratti
evolutisi per il fatto di essere benefici per il gruppo. Nel suo ultimo
libro,
“L’origine dell’uomo”, disse la
stessa cosa a proposito della moralità umana.
Darwin non distinse chiaramente fra selezione di famiglia, di parentela
e di
gruppo, ma gli esempi che discusse sono utili per capire come questi
concetti
moderni siano collegati gli uni con gli altri». Simone
Macrì,
soffermandosi sul contributo darwiniano alla
moderna psicologia comparata, ha osservato che «ogni nuova
scoperta, in ambito
di malattie psichiatriche, che preveda l’utilizzo di specie
animali da
laboratorio (roditori e scimmie in particolare), presuppone che queste
ultime
siano in grado di percepire e di esibire emozioni che, un tempo, erano
ritenute
prerogativa dell’uomo. L’assunto di partenza
è che, così come specie diverse
mantengono analogia e omologia funzionale per alcuni tratti
morfologici, al
tempo stesso, un elevato isomorfismo (descritto come somiglianza tra
due o più
specie diverse per un dato tratto) possa essere osservato anche in
ambito
emotivo». Stefano
Canali ha parlato
della dipendenza, con
particolare riferimento alla tossicodipendenza. «La questione se la dipendenza sia compresa
meglio come malattia o in quanto condizione morale – a suo
parere – resta
aperta, e conseguentemente rimane controverso il grado di
responsabilità delle
azioni di un soggetto dipendente». Si tratta però,
secondo Canali, di un falso
dilemma: «la dipendenza può essere intesa allo
stesso tempo come patologia del
cervello (una condizione biologica) e come fatto morale». Apertamente
polemico con Elliot
Sober è stato l’intervento
di Michael Ruse, secondo cui la
selezione,
per Darwin, agirebbe solo sul singolo individuo. Diversamente, Emanuele Coco, parlando dei contributi
scientifici forniti dal grande naturalista Hamilton (1936-2000), ha concluso
affermando che «se
il dilemma dell’altruismo è stato sciolto,
un’altra questione resta aperta:
come possono esistere individui malvagi?». Ultimi
interventi della seconda,
intensissima, giornata, quello di Klaus
Scherrer, che ha
descritto la
natura e le funzioni delle emozioni (con particolare attenzione alla
natura
dinamica degli episodi emotivi e alla sincronizzazione dei canali di
risposta),
e quello di Alfonso Troisi,
esponente
della “psichiatria darwiniana”, che ne ha spiegato
i fondamenti. Secondo tale
scuola, «ogni
specifica situazione che abbia una qualche rilevanza per
l’adattamento
biologico suscita una risposta emotiva. Attraverso l’emozione
l’individuo è in
grado di valutare la “qualità” della
situazione stessa. Nelle situazioni positive
l’individuo risponde con emozioni piacevoli, in quelle
negative con emozioni
spiacevoli. La capacità di provare emozioni piacevoli non si
è evoluta come
fine in sé ma piuttosto come segnale interno per informare
l’individuo della
qualità biologicamente positiva della propria condotta e
delle circostanze
ambientali. Analogamente, il dolore mentale si è evoluto per
salvaguardare la
sicurezza biologica e in determinate circostanze il suo ruolo
adattativo è
essenziale, anche se questo si traduce in un livello di sofferenza
individuale
particolarmente gravoso».
Mercoledì
29 è stata la volta
di Randolph Nesse, il cui
intervento
si è incentrato su come la selezione sociale nascosta
modelli la capacità umana
verso l’altruismo. «La
scoperta del fatto che la
selezione opera a livello dei geni – ha sostenuto –
ha portato a una crisi dell’identità
morale degli uomini. Tale crisi persiste nonostante il riconoscimento
dell’importanza della selezione di parentela, della
reciprocità e degli effetti
della reputazione fra individui. L’altruismo genuino sembra
inesplicabile, se
non come errore o come capacità imposta dalle organizzazioni
sociali umane.
Nonostante ciò, è
facile osservare
azioni altruistiche condotte senza probabilità di
ricompensa». Come possono
essere spiegate? «La selezione sociale
nascosta
può modellare tratti sociali estremi legati ai benefici
dell’essere scelti come
partner sociali (soci, confidenti o amici), così come tratti
morfologici
estremi possono essere modellati dalla selezione sessuale per i
vantaggi legati
all’essere scelti come partner. La selezione sociale nascosta
può spiegare le emozioni
che rendono possibili amore e amicizia» . Al suo
intervento ha fatto seguito
quello di Fabio Zampieri che ha
parlato, innanzitutto, delle teorie che prima di Darwin erano
comunemente
accettate per spiegare le emozioni (anche se con particolare
riferimento alla
collera). «La teoria più complessa delle emozioni
fu elaborata all’interno del
sistema dei quattro Temperamenti, a sua volta basato
sull’umoralismo, nel quale
si trova il Temperamento Collerico strettamente legato alle emozioni
della
collera e della rabbia. Tale sistema è resistito quasi
inalterato nella
scienza medica da Ippocrate ( Concetto ora
pressoché abbandonato
che il relatore tende,
sia pure molto prudentemente,
a rivalutare. Matteo Borri si
è poi soffermato sull’etica come
capacità
cognitiva. «L’attuale prospettiva delle
neuroscienze cognitive, incentrata su
un alto grado di integrazione di domini disciplinari offre - secondo lo
studioso - contributi specifici per approfondire quanto proposto da
Darwin». Alexander
Rosenberg, infine, ha
tentato di
dimostrare «quanto sia difficile per una visione darwiniana
della moralità
adottare una qualche prospettiva che non sia nichilista». In
tale contesto ha esaminato
«i diversi tentativi di evitare questa prospettiva»
e proposto «l’idea che
questo carattere indesiderato possa essere mitigato da alcune scoperte
importanti di Darwin e altri circa la natura dei vincoli morali
umani». Un convegno
di eccellente livello
scientifico, come, purtroppo, se ne vedono pochi in Italia. Luciano
Nicolini |
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