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Mmoneta in bronzo "aes grave"
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Crisi finanziaria e recessione: proviamo a immaginare e a fare qualcosa?

Cominciamo con una storia (di Margrit Kennedy) che potrebbe farci riflettere...

Una turista arriva in albergo e paga con una banconota da 100 euro la prenotazione di una camera per la notte. Con questa banconota l’albergato-re paga il panettiere, la cui moglie esce e va a comprarsi un vestito; il sarto porta la macchina a riparare e il meccanico, sempre con questa banconota, paga un venditore ambulante di cellulari, che poi va in albergo a prendere una camera per la notte e paga con quella banconota da 100 euro. Ma proprio in quel momento arriva la turista del-l’inizio della storia che, dicendo di non volere più la camera, si riprende i suoi 100 euro e la banconota ritorna quindi nelle sue mani. Appena esce dall’albergo, con l’ac-cendino le da fuoco perché, dice, era falsa! La morale della storia?

- Per mezzo di una sola banconota da 100 euro si sono scambiati in un solo giorno almeno un valore di 500 euro di beni e servizi. Con una sola banconota, peraltro falsa!

- Il denaro non ha un valore intrinseco (la banconota era falsa!)

- Il valore che attribuiamo al denaro è dato dalla fiducia che riponiamo in esso. Essendo il denaro una misura di valore, misura tanta più ricchezza scambiata, tanto più velocemente circola.

 
Siamo capaci di percepire la differenza fra denaro e ricchezza?

 
Finché non saremo capaci di vedere la netta differenza esistente fra DENARO e RICCHEZZA penso che avremo difficoltà a trovare una qualche soluzione alla problematica situazione economica e finanziaria che stiamo vivendo. Purtroppo temo che anche chi si occupa di “economia alternativa” o “finanza critica” abbia assorbito il concetto che più denaro voglia dire automaticamente più ricchezza e meno denaro significhi inesorabilmente meno ricchezza. Controprova ne sia il fatto che oggi, a fronte di una presenza o di una possibilità produttiva di beni, servizi, competenze forse mai così abbondante, ci sentiamo in crisi “semplicemente” (!!!) perché è scarso lo strumento per scambiarseli, ovvero il denaro. Forse dovremmo rimettere al centro della nostra attenzione ciò che intendiamo con la parola ricchezza.

Personalmente credo ci possa aiutare la riflessione di chi vede la ricchezza reale nella presenza di beni materiali e immateriali, come ad esempio manufatti, competenze, prodotti della terra, arte, natura, salute, fiducia, desiderio di collaborare. Sono questi alcuni degli elementi che determinano la ricchezza di una collettività, non la presenza o meno di denaro, che rimane un prezioso strumento per scambiare la ricchezza reale, nulla di più!

Guardando alla nostra situazione reale potrebbe venirci il dubbio, più che sensato, che se oggi siamo in crisi forse è “solo” perché non c’è sufficiente denaro per scambiarci la ricchezza reale esistente: il produttore ha beni reali da offrire, il consumatore vorrebbe acquistarli ma non ha il denaro per farlo, casomai il consumatore ha competenze da offrire come lavoratore che interesserebbero all’im-presa che però non lo assume perché non ha denaro per remunerarlo.

 
Chi deve decidere la  quantità di denaro circolante e come distribuirla?

 
A fronte di una situazione del genere potrebbe venire spontaneo suggerire di aumentare la massa monetaria, ma per fare questo occorre capire a chi spetta creare denaro.

Questo potere, che una volta apparteneva al “Signore” che poteva battere moneta, oggi non è passato nelle mani della gente o dei suoi rappresentanti ma delegato ai banchieri.

Lo Stato può creare in autonomia solo le monetine, la massa monetaria circolante viene creata di fatto dalle banche centrali e dalle banche commerciali private (anche Banca d’Italia è una banca a capitale quasi totalmente privato!)

 
E allora che fare, oltre a preoccuparci della crisi?

 
In giro per il mondo ci sono diverse realtà che stanno sperimentando, con modalità an-che molto differenti, forme di riappropriazione della sovranità monetaria, così da poter intervenire sullo strumento “denaro” perché possa essere a servizio della gente. Nascono così strumenti di scambio della ricchezza denominati in  diversi modi fra cui “monete sociali, complementari, comunitarie”. Ognuna con caratteristiche di funzionamento proprie, rispondenti ai bisogni della realtà che ha deciso di crearla e di utilizzarla.

Creare una moneta sociale può essere un potente strumento di sovranità monetaria popolare, fermo restando che non può e non vuole in nessun modo sostituirsi alla moneta a corso legale, l’euro nel nostro caso, ma affiancarsi ad essa (non a caso queste monete si chiamano anche “complementari”).

 
Quali sono le principali differenze fra euro e moneta sociale?

Parlare genericamente di mo-neta sociale è molto difficile in quanto ogni moneta si differenzia dalle altre, anche profondamente. In ogni caso si può tentare di  mettere a fuoco alcuni elementi di fondo su cui tutte le monete si trovano a dover definire quali regole darsi.

 

 

EURO

 

 

 

MONETA SOCIALE

 

TERRITORIO

 

Non ha sostanzialmente nessun legame e nessun vincolo con il territorio e la comunità che ha prodotto la ricchezza reale che rappresenta. Anzi tende a “fuggire” dove i rendimenti finanziari sono più alti.

 

Ha un forte legame con la comunità che l’ha creata e l’accetta per le proprie transazioni.

Alcune monete sociali scoraggiano la loro conversione in euro con un cambio penalizzante, altre non prevedono proprio questa possibilità.

 

POTERE

E’ sostanzialmente in mano ai banchieri centrali ed alle banche commerciali; chi lo accetta (cioè noi!) non ha nessun potere su di esso.

 

E’ in mano alla collettività che l’accetta, attraverso gli organi che decide di costituire per gestirla e le regole di funzionamento che definisce democraticamente.

 

CREAZIONE

& DISTRIBUZIONE

Viene creato dai banchieri e per averlo occorre indebitarsi o comunque dare un corrispettivo.

La moneta sociale viene creata dalla comunità che l’accetta utilizzando diverse modalità, ad esempio:

->conversione dall’euro con un cambio premiante (in cambio di un euro ricevi due monete sociali)

->creazione autonoma e distribuzione secondo le regole definite dalla collettività

(mensilmente creiamo e distribuiamo gratuitamente a tutti gli aderenti 100 monete sociali, dandosi così la possibilità di sperimentare concretamente il “reddito di cittadinanza”).

 

INTERESSI

L’euro ha nel proprio DNA la logica degli interessi attivi (“il denaro deve rendere, se te lo metto a disposizione mi devi riconoscere un interesse, il denaro deve produrre altro denaro”).

 

La moneta sociale si svincola completamente dalla logica dell’interesse. Permette così di sperimentare prestiti a tasso zero (anche in euro per le monete sociali nate dalla conversione dell’euro).

 

ACCUMULAZIONE &

CIRCOLAZIONE

L’euro permette e premia l’accu-mulo (vedi precedente meccanismo degli interessi attivi)

 

Percependosi come un “servizio pubblico” la moneta sociale promuove la circolazione e non l’accumulo. Per potenziare questa funzione può prevedere il demurrage, una piccola tassa di inutilizzo (a favore della collettività stessa, non dei banchieri!)

 

Una strada che parte da lontano

Come Mag 6, considerando la finanza ed il denaro “semplicemente” quali strumenti per migliorare la qualità delle nostre relazioni e della nostra vita, abbiamo sempre dedicato grandi energie nel volerli “rimodellare” secondo i nostri fini, cercando di superare ciò che ci veniva e ci viene indicato come ovvio e immodificabile. Sappiamo bene quanto questo tentativo sia appassionante ma impegnativo:

- erogazione di prestiti senza vincoli a garanzie reali ma fiduciarie;

- tasso di interesse uguale per tutti indipendentemente dal diverso potere contrattuale;

- rinegoziazione dei prestiti alle persone in difficoltà dando loro fiducia (ad esempio allungando i tempi di rientro) anziché utilizzando immediatamente la rete dei garanti;

C’è di che far venire il mal di fegato a qualunque Collegio Sindacale, anche se mosso dalle migliori delle intenzioni!

Per non parlare poi della sperimentazione della Rete di Economia Locale, esperienza promossa da Mag 6 che puntava a rendere possibile un sistema di scambio locale non monetario di beni e servizi.

Le ultime tappe 

Dal gennaio 2006 stiamo approfondendo con passione questa difficile materia delle monete sociali attraverso il lavoro di uno specifico gruppo di lavoro, nell’assemblea del 13 e 14 ottobre 2007 c/o la cooperativa Rinatura di Magreta (MO) vi abbiamo presentato le principali tematiche su cui la moneta sociale può agire, sul nostro sito web abbiamo creato una sezione introduttiva dedicata a questa tematica,  infine il Cda ha deciso di farsi carico direttamente ed in prima persona di questo percorso per provare ad arrivare a proposte concrete. Esistono tra di noi, rispetto a questo come su altri temi, sensibilità ed approcci diversi che ci auguriamo saranno ulteriormente articolati ed arricchiti col contributo dei soci.

 
Siete quindi tutt@ invitat@ alla prossima assemblea: avremo finalmente un tempo non compresso per condividere riflessioni, intuizioni, proposte.

 
Ciao

 

Luca Iori

(da Mag…inForma, n.1, 2009)

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Moneta sociale: un altro punto di vista

Il primo problema che si pone, in relazione all’utilizzo esteso di una moneta sociale, è di natura legale. Infatti, gli scambi di beni e servizi effettuati a fronte di tale unità di conto potrebbero condurre a forme di evasione fiscale difficilmente accettabili da parte dello Stato. Questo potrebbe anche sembrare un aspetto di conflittualità da valutare positivamente. Tuttavia vale la pena domandarsi quali siano i benefici tali da giustificare l’apertura di un nuovo fronte di scontro con il potere.

Supponiamo che un certo numero di individui e aziende sia disponibile ad utilizzare, su almeno una parte delle proprie transazioni, una moneta sociale. Proviamo quindi a immaginare quali potrebbero essere le conseguenze.

Occorrerebbe subito identificare l’emittente di tale moneta, ossia una entità responsabile della creazione e gestione di questa unità di conto. Inoltre, il supporto materiale (carta, metallo, plastica, byte, etc.) della moneta sociale deve essere tale da impedirne la facile e fraudolenta duplicazione. Insomma, si dovrebbe andare nel verso di istituire una sorta di banca centrale con competenze specialistiche e capacità tecnologiche di alto profilo. Non mi sembra una cosa semplice, soprattutto se l’utilizzo della moneta sociale non rimane circoscritto a pochi individui, ipotesi da scartare se si vuole evitare di partecipare a poco più di un gioco di società.

Costituita la banca centrale sociale, prodotti i supporti materiali rappresentativi della moneta sociale, che chiameremo SocCur (social currency) e convinti un certo numero di partecipanti ad accettarla come forma di pagamento per le loro prestazioni, alla fine abbiamo creato un nuovo circuito monetario, parallelo a quello ufficiale. Supponiamo, per il momento, che lo Stato non intervenga e lasci sviluppare tale esperimento.

Come dovrebbe essere distribuita tale moneta? Solo a chi lavora, a tutti, bambini compresi? In parti uguali o secondo un qualche criterio? Sulla base di corresponsione di euro? Questo introduce un ulteriore aspetto: come si fissa il valore, espresso in moneta sociale, delle merci e dei servizi (compreso il lavoro) offerti sul mercato? Si ricalca un tasso di cambio con la moneta ufficiale? Probabilmente questa è la soluzione più semplice, ma anche quella meno significativa: tutto questo sforzo per dire che, anziché 2 euro, un litro di latte vale, per esempio, 4 SocCur?

Altro aspetto da rilevare, nel testo si fa riferimento al fatto che la creazione di nuova massa monetaria potrebbe aiutare a superare la crisi in atto. È ciò che stanno provando a fare le banche centrali di tutto il mondo, fino ad oggi con scarso successo. È dubbio che una moneta sociale possa riuscire laddove gli sforzi dei maggiori istituti di emissione sortiscono risultati insoddisfacenti. E comunque, il meccanismo di questa crisi, purtroppo, agisce ben più in profondità della semplice circolazione monetaria.

In alcuni passaggi del testo si sostiene che la moneta sociale abbia, tra le altre, la finalità di far aumentare la massa monetaria e, soprattutto, di farla circolare più velocemente. Infatti, si legge che potrebbe anche essere previsto il “demurrage, una piccola tassa di inutilizzo (a favore della collettività stessa, non dei banchieri!)”. La tassa sull’inutilizzo tende a penalizzare i risparmiatori. Se non ho voglia / bisogno di spendere tutto il mio reddito in SocCur potrei volerne mettere via una parte per un momento in cui ne avrò bisogno. Se lo faccio ecco che arriva la tassa (gestita da chi?) che me ne porta via una certa percentuale. Ha senso accanirsi così contro il risparmio? Non bastano già le dinamiche inflazionistiche a ridurre il potere d’acquisto del gruzzolo che avevo messo da parte con l’intento di spenderlo in un altro momento? Inoltre, poiché la moneta sociale non altererebbe il confronto di mercato tra le imprese, si registrerebbe un accumulo monetario presso gli operatori più efficienti a scapito di quelli meno bravi. Per evitare la tassa sull’inutilizzo dei Soc-Cur, queste imprese e, in generale, i risparmiatori correrebbero immediatamente a cambiare la moneta sociale in euro, uscendo di fatto dal circuito del SocCur che, a questo punto, perderebbe gli operatori più parsimoniosi (dal lato delle persone fisiche) e quelli in grado di ottenere risultati migliori (dal lato delle aziende).

Il SocCur, poi, non sfuggirebbe alle regole che caratterizzano qualsiasi circuito monetario: l’aumento della velocità di circolazione del denaro, connesso con l’incremento della massa monetaria, scatenerebbe dinamiche inflazionistiche nel momento in cui non vi fosse un parallelo aumento di produzione di beni e servizi reali. Le tensioni inflattive a carico della moneta sociale si confronterebbero con quelle dell’area euro: il prezzo di un bene espresso in SocCur potrebbe aumentare (o diminuire) mentre il prezzo in euro rimane uguale, diminuisce o cresce di più. In breve, si determinerebbero variazioni nei rapporti di cambio tra le due valute: un deprezzamento del SocCur rispetto alla moneta ufficiale nel caso di maggiore inflazione nell’area della moneta sociale, un apprezzamento del SocCur nel caso di dinamiche inverse. Ecco che torna il problema del tasso di cambio tra le due valute. Con quali strumenti sarebbe gestito? Con il tradizionale tasso di interesse di politica monetaria gestito dalla banca centrale sociale? Con l’emissione di titoli per rastrellare l’eventuale liquidità in eccesso? Inoltre, poiché è inimmaginabile che il circuito della moneta sociale possa vivere in condizioni di totale autarchia, gli individui e le aziende sarebbero obbligati a ragionare in una sorta di duplice contabilità variabile nel tempo, complicandosi ulteriormente la vita.

Si è sostenuto che un vantaggio della moneta sociale consiste nella possibilità di effettuare prestiti a tasso zero, anche in euro, grazie alla convertibilità della moneta sociale. Occorre stare attenti alle sorprese. Le inevitabili variazioni di valore che si determinerebbero nel rapporto tra euro e moneta sociale possono alterare non tanto l’interesse sul debito, ma qualcosa di ben più importante: il valore del capitale prestato. Soggetti indebitati in euro il cui reddito sia per la maggior parte percepito in SocCur si troverebbero nei guai nel caso di deprezzamento della moneta sociale. Analogamente, operatori che avessero acceso debiti in SocCur ma i cui proventi fossero per lo più in euro entrerebbero in difficoltà davanti ad un apprezzamento della moneta sociale. Naturalmente non è esclusa  la possibilità di trarre 

guadagni speculando abilmente sulle fluttuazioni di cambio, ma non mi sembra questo l’obiettivo che ci interessa perseguire. Rimane il fatto che, quando la valuta in cui è espresso il debito è diversa da quella in cui è prevalentemente percepito il reddito, si introduce un fattore di rischio difficile da gestire per chi non è un professionista dei cambi. Stiamo attenti a non scherzare con il fuoco.

In definitiva, sembra potersi affermare che la “sovranità monetaria popolare” non vada ricercata attraverso l’introduzione di una nuova moneta. I vantaggi che la moneta sociale può offrire appaiono dubbi e sormontati da problemi e rischi tali da sconsigliarne l’adozione. La contraddizione fondamentale su cui è necessario intervenire, anche nelle moderne economie, permane la proprietà privata dei mezzi di produzione tra i quali, certamente, può essere inclusa anche la disponibilità di capitale. Lo snodo centrale dei processi di sfruttamento non è la circolazione monetaria. Il denaro si conferma come uno strumento la cui utilità dipende dall’uso che se ne fa. Questo vale per le spese per il consumo e, ancor di più, per gli investimenti produttivi.

Occorre essere ben consapevoli che non esistono scorciatoie alla lotta di classe e all’egualitarismo sociale. A meno che non si faccia deliberatamente una scelta di marginalità, le attività economiche a valenza sociale (cooperative, finanza critica, mutue, etc.) devono comunque operare in un contesto capitalistico e, in buona parte, subirne i condizionamenti.

Questo non vuol dire che siano iniziative inutili, poiché, tra l’altro, permettono la creazione di posti di lavoro, favoriscono la crescita politica e professionale delle persone che vi lavorano, rendono un servizio ai clienti, spesso contribuiscono ad indirizzare le produzioni verso la sostenibilità ambientale e mostrano le potenzialità di organizzazioni gestite diversamente da quelle gerarchiche che dominano il mercato. Infine, e non è un aspetto secondario, l’insieme di queste iniziative, se collegate in un contesto di rete, permetterebbe di disporre di risorse economiche che potrebbero essere vantaggiosamente utilizzate per la crescita del movimento dei lavoratori.

 

Toni Iero