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mostri oggi
di Enrico Oldoini con Diego Abatantuono, Sabrina Ferilli, Giorgio Panariello, Claudio Bisio, Angela Finocchiaro, Carlo Buccirosso In principio fu Dino Risi nel 1963. “I mostri” ritraeva in venti episodi vizi e virtù, ma soprattutto vizi, dell’Italia del boom economico. Con gli anni settanta in cabina di regia si aggiungono Ettore Scola e Mario Monicelli e nel 1977, con “I nuovi mostri”, lo sguardo diventa ancora più cinico e cattivo. Ha senso riproporre lo stesso modello a più di trent’anni di distanza? Perché no, viene da pensare. Mai come in questo periodo ingiustizie e nefandezze dei giochi di potere la fanno da padroni e un occhio divertito e divertente potrebbe rivelarsi ottimo per sdrammatizzare e attirare l’attenzione su nervi sociali scoperti. Il problema di fondo del nuovo “I mostri oggi”, di Enrico Oldoini, è che si stacca quasi totalmente dal contesto politico smarrendo lo spirito di critica, anche feroce, che animava i modelli di riferimento. L’aggiornamento ai tempi (alcuni episodi sono proprio ricalcati su quelli delle due opere precedenti) si limita a una evoluzione dei costumi sessuali di sconsolante banalità (la coppia etero diventa gay) e a una spruzzatina di attualità nel sottolineare il bisogno e la voglia di apparire dell’uomo medio contemporaneo. Per il resto, le solite storie di corna e qualche stilettata caustica che però affonda nel prevedibile. Non aiutano infatti i tempi cinematografici, piuttosto piatti, che danno l’idea della barzelletta filmata lasciando il più delle volte prevedere gli esiti con largo anticipo. Qualche trovata interessante c’è (l’attore che per soldi fa un’ “ospitata” al funerale di uno sconosciuto, la ragazza napoletana che per mantenere la famiglia abbandona un extracomunitario di cui è innamorata e decide di tornare al mestiere più antico del mondo, il ragazzo che corteggia una paralitica per rubarle la carrozzella), ma sono idee per lo più poco e male sfruttate. Nel fallimento totale si salva il cast, anche se alcuni volti come Claudio Bisio o Giorgio Panariello, non aiutati dall’andamento a gag, sono troppo legati al piccolo schermo per segnare una linea di demarcazione netta tra televisione e cinema.
Luca Baroncini di Tom Tykwer con Clive Owen, Naomi Watts, Armin MuellerStahl, Luca Barbareschi Tom Tykwer è regista molto attento alle geometrie degli spazi e alla valorizzazione dei dettagli. Suo marchio di fabbrica è la ripresa dall’alto che, oltre a chiarire le dinamiche dell’azione, lo pone al di sopra delle parti in una sorta di onnipotenza visiva di grande suggestione. La perizia tecnica del regista tedesco non manca di efficacia anche nel thriller “The International” cui difetta, però, un equilibrio in grado di rendere l’opera incisiva. Il soggetto pesca in un già visto quanto mai attuale. Protagonisti sono infatti i loschi traffici tra le grandi banche d’affari e il potere politico, con il riciclaggio di denaro e la vendita di armi a chiunque ne faccia richiesta e sia disposto a pagare. Lo scopo finale delle multinazionali è quello di controllare il debito dei paesi coinvolti nei conflitti, arrivando così indirettamente a controllare i paesi stessi. Il compito di smascherare i colossi della finanza, nella classica contrapposizione di Davide contro Golia, spetta a un agente dell’Interpol (un Clive Owen sempre più stropicciato) coadiuvato dall’assistente del procuratore distrettuale di Manhattan (una Naomi Watts piuttosto incolore a causa soprattutto di un personaggio che non lascia traccia), in un girotondo turistico che li porterà a spasso tra Berlino, Milano, Istanbul e New York. Ciò che sulla carta funziona, resta però invischiato in una sceneggiatura accurata ma farraginosa che non evita svolte implausibili (tra le tante, la rapida identificazione del sicario partendo dall’impronta del piede), prolissità (le molte spiegazioni ad uso e consumo dello spettatore) e ingenuità (il raccordo milanese con tanto di Nuove Brigate Rosse che attentano al candidato del partito Futuro Italiano con la connivenza di Forze dell’Ordine a un soffio dalla macchietta). I punti di forza sono invece la scorrevolezza del racconto e l’utilizzo non solo folcloristico dei luoghi (nella lunga sequenza newyorchese, con la semidistruzione del Guggenheim Museum, è il celeberrimo museo, ovviamente ricostruito in un teatro di posa, a diventare protagonista assoluto). Il problema dello sguardo di Tykwer è che non riesce a conciliare in modo organico le motivazioni dei personaggi, la sotterranea denuncia e il divertimento dell’action, per cui ci si trova spesso con lo stato d’animo sbagliato nel momento sbagliato. Il film finisce quindi per essere un po’ ingessato e graffia poco, ma bisogna comunque concedergli le attenuanti di un onesto intrattenimento. Se abbiamo sopportato le inutili complicazioni dell’ultimo James Bond (“Quantum of Solace”), possiamo benissimo tollerare le approssimazioni di “The International”.
Luca Baroncini
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